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sabato 1 febbraio 2014

L' arte di utilizzare le proprie colpe secondo S. Francesco di Sales


P. Giuseppe Tissot

L’arte di utilizzare le proprie colpe
secondo S. Francesco di Sales

PARTE PRIMA
CAPO I
NON MERAVIGLIARSI
DELLE PROPRIE COLPE

1. - Miserie umane. Finché porteremo noi stessi non porteremo nulla che abbia gran valore.

Il non potersi assuefare alla propria miseria è, per l'uomo decaduto, un onore e assieme un tormento. Principe spodestato e rovinato per colpa dei progenitori, egli conserva sempre, in fondo al cuore, il sentimento della nobiltà nativa e dell'innocenza che doveva essere suo retaggio; e per questo, ad ogni caduta stenta a trattenere un grido di sorpresa, come se una grave disgrazia l'avesse colpito.
Sembra Sansone che ha perduta la sua forza, perché una mano traditrice gli ha mozzato la chioma. Alzati! - gli si grida - i Filistei ti sono addosso! Ed egli si leva in piedi, immaginando di terrorizzare come sempre i nemici, inconscio d'aver perduto l'antica forza (1).
Per quanto nobili siano le radici di questo pronto risentimento, i suoi frutti sono troppo funesti per non essere subito pronti a reprimerlo; perché, come vedremo, lo scoraggiamento che è la rovina di tante anime, si apre il passo placidamente attraverso questa specie di smarrimento che segue la caduta. Perciò S. Francesco di Sales ci premunirà subito contro tale pericolo.
Sull'esempio dei più eminenti dottori e illuminati sapienti, il santo Vescovo manifesta sempre una grande compassione verso la fragilità dell'uomo: “O miseria umana, miseria umana! - andava ripetendo - da quante infermità siamo noi circondati!... E che altro possiam far da noi se non dei peccati?” (2). Si sente in queste parole, come in tutti i suoi scritti, che l'altezza della perfezione da lui raggiunta l'aveva messo in grado di spingere uno sguardo più profondo nell'abisso di miseria e d'infermità scavato in noi dal peccato originale.
Egli teneva presente questa cosa con tutte le anime che doveva dirigere e non si stancava di ricordare la triste realtà della nostra condizione decaduta: “Voi mi dite - scriveva a una signora - che vivete fra mille imperfezioni. E' vero, mia buona sorella, ma forse che non vi sforzate anche per farle morire di giorno in giorno? Del resto è pur sempre vero che fin tanto che resteremo sulla terra, in un corpo pesante e corruttibile, ci mancherà sempre qualche cosa” (3).
“Vi lamentate - dice altrove - perché nonostante il desiderio che avete di perfezionarvi e purificarvi nell'amor di Dio, si frammischiano sempre nella vita imperfezioni e difetti. Vi rispondo che non sarà mai possibile rinnegar completamente noi stessi, finché ci troviamo sulla terra. E’ necessario che sopportiam noi stessi fin tanto che a Dio piacerà chiamarci in Cielo; e finché trasciniam noi stessi, non porterem nulla di veramente pregevole... (4). Ed è principio universale che, in questa vita, nessuno sarà così santo, da non andar soggetto a imperfezioni” (5).

2. - Senza uno speciale privilegio è impossibile evitare tutti i peccati veniali.

Anche la fede ci insegna che le cattive inclinazioni restano in noi, almeno in germe, fino alla morte e che nessuno può, senza un privilegio speciale quale la Chiesa riconosce in Maria Vergine, evitare tutti i peccati veniali, almeno indeliberati. Troppo spesso dimentichiamo in pratica questa duplice verità e gioverà sentire come la sviluppa il nostro Santo col suo linguaggio inimitabile: “Non crediamo di poter vivere senza imperfezioni, finché restiamo su questa terra; perché, superiori o inferiori, tutti siamo uomini e tutti dobbiam quindi essere ben persuasi di questa verità, per non meravigliarci quando ci accorgeremo di andar soggetti a imperfezioni. E’ il divin Maestro che ci ha comandato di ripetere ogni giorno queste parole del "Pater": Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori; e il comando non ammette eccezioni, perché tutti ci troviamo nella necessità di praticarlo” (6).
“L'amor proprio può essere mortificato, ma non ucciso; e di tanto in tanto, secondo l'occasione, getta fuori i suoi polloni, i quali provano che la pianta, sebbene tagliata al piede, non fu però sradicata del tutto... Non c'è da meravigliarsi se ritroviam sempre l'amor proprio, perché esso non se ne va mai... Alle volte fa come la volpe che finge di dormire e poi s'avventa tutto d'un tratto sulle galline; onde è necessario sorvegliarlo costantemente e difendersi dai suoi assalti con pazienza e dolcezza. Se poi qualche volta ci ferisce, basterà disdire quel che ci ha fatto dire e disapprovare quel che ci ha fatto fare, e ne saremo guariti...” (7) guariti, sì, ma solo per un certo tempo, finché non si manifestino nuove infermità, perché, aggiunge il nostro Santo (8), “non ne guariremo mai perfettamente se non in Paradiso” e durante questa vita, per quanto sia la nostra buona volontà, “bisogna rassegnarsi ad appartenere alla natura umana e non all'angelica” (9) e a vivere, secondo l'espressione di un illustre asceta, da spirituali incurabili... (10).

3. - Il progresso nella perfezione è lento e disseminato di cadute.

S. Francesco di Sales inculca la conoscenza pratica delle proprie debolezze specialmente alle anime che muovono i primi passi nella via della perfezione interiore, per il motivo che la loro inesperienza le rende più soggette a scoraggiarsi dopo le cadute, e a subirne le tristi conseguenze. “Turbarsi, scoraggiarsi quando si è caduti in peccato, dice l'autore citato, significa non conoscere se stesso” (11).
Ascoltiamo con quanta finezza e bontà il nostro santo Dottore riprende e istruisce queste anime: “Voi mi dite di risentirvi ancora vivamente delle ingiurie. Ma, figlia mia, che cosa intendete dire con la parola ancora? Ne avete proprio già sconfitti tanti di questi nemici?” (12). “ E’ impossibile che restiate così presto padrona della vostra anima e che riusciate a dominarla al primo tentativo. Accontentatevi di riportare di tanto in tanto qualche piccola vittoria sulla passione, vostra nemica” (13).
“Le imperfezioni ci accompagneranno fino alla tomba. Non si può camminare senza toccar terra, e se da una parte non dobbiamo sederci a terra, per non infangarci, dall'altra, non dobbiamo neppur pretendere di volare, essendo dei pulcini ancora implumi” (14).
“I lampi che guizzano in pieno giorno (Sal 90, 6) son figura delle varie speranze e pretensioni che le anime desiderose di perfezione hanno di giungere subito alla santità. Alle volte vi son di quelle che pretendono addirittura di essere in breve tempo, delle Madri Terese, delle Caterine da Siena o da Genova. Questa è certamente una buona cosa; ma, dite un po', in quanto tempo fate conto di giungere a tal grado di santità? - In tre mesi, se si può. - Fate bene a dire: se si può; perché diversamente potreste benissimo ingannarvi” (15).

4. - Le malattie del cuore, come quelle del corpo, vengono a cavallo e di carriera, e se ne vanno a piedi.

“S. Paolo fu perfettamente convertito e purificato in un solo istante, e così pure S. Caterina da Genova, S. Pelagia e alcune altre anime. Ma questo genere di purificazione è, nell'ordine della grazia, miracoloso e straordinario, come la risurrezione dei morti nell'ordine della natura; sicché non dobbiamo pretenderla. La purificazione ordinaria, sia del corpo che dello spirito, non si compie che a poco a poco, avanzando di grado in grado, con fatica e impiego di tempo.
“Gli Angeli visti in sogno da Giacobbe avevan le ali, eppur non volavano; ma scendevano e salivano per la scala in modo ordinario, di scalino in scalino. L'anima che sale dal peccato alla divozione è simile all'aurora che, avanzando, non fuga le tenebre in un istante, ma a poco a poco. La guarigione che si opera lentamente è, secondo l'aforisma, sempre più sicura, e sia le malattie del cuore che quelle del corpo vengono a cavallo di carriera ma se ne vanno a piedi e con passo lento” (16).
“Bisogna quindi aver pazienza e non pensare di poter guarire in un sol giorno dalle tante cattive abitudini contratte per la nostra poca sollecitudine nel conservar la salute spirituale” (17).
Perciò il Santo conclude che “non dobbiamo stupirci neppure se, a causa della nostra infermità, cadiamo ancora in molti falli” (18).

5. - Per stabilirsi perfettamente in Dio sono necessarie due cose.

Egli voleva. che nessun'anima, per quanto perfetta, si meravigliasse di se stessa dopo una caduta, e alle sue religiose più ferventi ripeteva: “Ma c'è forse da far le meraviglie se qualche volta incespichiamo?” (19).
“La festa della Purificazione non ha ottava. Tutti dobbiam fare questi due propositi di uguale importanza: di rassegnarci a veder crescere cattive erbe nel nostro giardino, e di avere il coraggio di vederle strappare, o meglio, di strapparle noi stessi: poiché sono frutti del nostro amor proprio, il quale non morrà finché saremo vivi noi” (20).
“Vedo le lacrime della povera Suor N... ma mi sembra che tutte le nostre querele procedano unicamente dalla dimenticanza dell'avvertimento dei Santi, i quali ci dicono che ogni giorno dobbiam far conto di dover cominciare da capo il nostro avanzamento nella perfezione. Se pensassimo bene a questo, non ci meraviglieremmo affatto di incontrare in noi delle miserie e dei difetti da correggere” (21).
“Mi domandate come fare a stabilire talmente la vostra anima in Dio, da non poterla più staccare e ritirare. Sono necessarie due cose: morire e salvarsi. Solo dopo questo non vi sarà più separazione e la vostra anima sarà indissolubilmente attaccata e unita a Dio” (22).

6. - I più santi non sono i meno difettosi, ma i più coraggiosi.

Nulla è più consolante di questi consigli, specialmente per quelle anime che desiderano seriamente di piacere a Dio e legarsi a lui senza riserva e coi vincoli più stretti. Facilmente esse si credono meno scusabili degli altri nelle infedeltà che loro sfuggono, ma che sembrano più che sufficienti per cagionar stupore. Non è questo il pensiero dei maestri di spirito: “Le cadute - dice il P. Grou - sovente avvengono per la rapidità della corsa e per l'ardore che trascina e non permette di prendere le debite precauzioni. Le anime timide e troppo circospette, che vogliono sempre guardare dove posano i piedi, che ogni momento si girano e rigirano per evitar passi falsi, che han tanto paura di infangarsi, non progrediscono così speditamente come altre e spesso finiscono coll'essere sorprese dalla morte a metà corsa. Non è vero che i più santi siano coloro che commettono meno mancanze, ma sono invece quelli che hanno più coraggio, più generosità e amore; quelli che si sforzano di più, che non stanno in continua apprensione di inciampare e che, pur d'andar avanti, non han paura di cadere e imbrattarsi un poco, ma soprattutto badano ad avanzare” (23).
S. Giovanni Crisostomo diceva la stessa cosa con altre parole: “Finché un soldato resta nella mischia, nessuno, per quanto rigido o ignorante di cose militari, potrà imputargli a delitto se resta ferito e qualche volta cede un poco; perché solo chi non va a combattere non resta ferito, mentre è facile che resti ferito chi si butta con ardore contro il nemico” (24).

7. - Una caduta, anche grave, non deve recarci meraviglia.

Bisognerà applicare le stesse riflessioni al peccato mortale e dire alle anime colpevoli che non si meraviglino delle cadute che privano della grazia di Dio? S. Francesco di Sales userà con loro lo stesso linguaggio usato con le anime generose, alle quali si è rivolto fin qui? Ascoltiamo: “O mio caro Teotimo, i cieli stupiscono, le loro porte fremono e gli Angeli piangono amaramente sull'abisso di miserie del cuore umano che lascia il più amabile dei beni per attaccarsi a cose tanto spregevoli. Avete mai osservato un piccolo e meraviglioso fenomeno che ognuno conosce, ma di cui non tutti san darsi ragione? Quando si spilla una botte ben piena, il vino non esce, se prima non si fa entrare aria dal di sopra; se invece la botte non è piena, il vino zampilla non appena si apre. In questa vita, per quanto le anime nostre siano ripiene d'amor di Dio, non saranno mai così ricolme da non lasciarne svanire un po' al sopraggiungere della tentazione; ma in Cielo, quando la soavità della divina bellezza occuperà tutto il nostro intelletto e le delizie della sua bontà colmeranno il nostro volere, in modo che nulla rimanga che non sia ricolmo del divino amore, allora nessun oggetto, per quanto attraente, farà versare o perdere una sola goccia del prezioso liquore che è l'amore celeste. E sarà inutile dar aria dal di sopra, ossia cercare di deviare o sorprendere l'intelletto, perché esso sarà irremovibile dal godimento della suprema verità” (25).
Abbiamo inteso: una caduta nel peccato, anche grave, potrebbe recar meraviglia solo in Cielo, dove la cosa è impossibile. Ma quaggiù non c'è da meravigliarsene più di quando si vede un liquido uscir da un vaso aperto.

8. - Dopo una caduta non dobbiamo restar sorpresi, ma subito rialzarci.

Oh, come saremmo più indulgenti coi nostri fratelli se meditassimo bene questi pensieri! Come ci sforzeremmo di imitare l'imperturbabile pazienza di Colui che, prima di investire gli Apostoli del potere di rimettere i peccati, raccomandò loro di perdonare non sette volte, ma settanta volte sette!
Evidentemente però, quest'indulgenza per le nostre e l'altrui mancanze non deve spingersi fino a farcele guardare con occhio indifferente, perché altro è non meravigliarsene e altro non detestarle e non ripararle. Così il contadino, non si stupisce se nel suo campo vede crescere delle erbe cattive, ma è forse per questo meno diligente a strapparle? Quindi dopo aver detto che “se commettete delle mancanze, non dovete meravigliarvi in nessun modo” (26), anche se si trattasse di peccati mortali, e che “se sapessimo bene quel che siamo, anziché stupire di vederci a terra, ci meraviglieremmo del come possiamo star ancora in piedi” (27), S. Francesco di Sales ci raccomanda subito di “non adagiarci o rotolarci nel fango in cui siam caduti”, e aggiunge “che se la tempesta ci sconvolge lo stomaco o dà capogiro, non dobbiamo fermarci nello stupore, ma subito riprendere lena e animarci a far meglio” (28).
“Quando dunque il vostro cuore sbaglierà, rianimatelo dolcemente, umiliandovi davanti a Dio per la vostra miseria, senza però stupirvi della caduta; perché non è il caso di meravigliarsi che l'infermità sia inferma, la debolezza debole e miserabile la miseria. Nondimeno detestate con tutte le forze l'offesa che Dio ha ricevuto da voi e, con coraggio e fiducia nella sua misericordia, rimettetevi sul sentiero della virtù che avevate abbandonato ” (29).
Quest'ultimo tratto insinua abbastanza chiaramente quale salutarissima disposizione debba subentrare allo stupore, dopo la caduta. Ne riparleremo più a lungo nella seconda parte di quest'opera. Adesso, dopo aver stabilito che la vista delle nostre mancanze non deve meravigliarci, dimostreremo che non deve nemmeno turbarci.