San Paolo scrisse questa Seconda lettera a Timoteo da Roma, dove era prigioniero. Predicando il santo Vangelo tra i pagani in quella fastosa capitale dell’impero romano, fu fatto mettere in carcere da Nerone, per aver convertito alla fede una concubina di quell'imperatore, come racconta San Giovanni Crisostomo.
Il significato letterale di questo capitolo.
San Paolo, com'era solito fare, comincia la sua lettera annunciandosi apostolo di Gesù Cristo per volere di Dio, per annunciare la promessa della vita che si ha in Cristo Gesù. Con queste parole egli vuol dare forza e autorità alle sue esortazioni, perché, Dio stesso lo aveva eletto all'apostolato, e con questa elezione gli aveva dato l'autorità di proclamare il compimento della promessa della vita, la redenzione, annunciata dai profeti per la salvezza degli uomini caduti nel peccato, e meritare loro la vita eterna per Gesù Cristo.
Nella Prima lettera a Timoteo, san Paolo si era chiamato bestemmiatore, persecutore ed oppressore . Questo poteva diminuire nell'anima di Timoteo l'efficacia delle parole che gli aveva rivolto e che in questa seconda lettera gli voleva rivolgere, e perciò, psicologicamente, nel parlargli, si presenta con una rettifica, anche se inconscia, alle espressioni che aveva usato nella prima lettera, parlando di sé, in un impeto di umile riconoscenza alla misericordia di Dio, e si annuncia apostolo per volere di Dio, non solo, ma ha parole di giustificazione per la sua condotta passata, facendo notare la rettitudine delle sue intenzioni e la purezza della sua coscienza, pur errando per inconsulto zelo.
Nella prima lettera disse di aver operato per ignoranza, perché era infedele; in questa seconda invece ringrazia Dio di averlo servito, ad imitazione dei suoi progenitori, cioè dei patriarchi e dei profeti del popolo ebreo dal quale discendeva, con pura coscienza.
È profondamente psicologico: chi si dichiara peccatore, infatti, innanzi a quelli che deve ammaestrare e guidare, lascia sempre in loro un'ombra di disistima, che può nuocere all'apostolato che esercita per il bene delle anime. Un sacerdote che, senza una vita esemplare e santa e senza un profondo senso di soprannaturale umiltà, dice alle anime: Io sono un peccatore, fa supporre e sospettare di avere molto errato nella vita con peccati gravi, e può generare il dubbio, soprattutto, sulla sua vita morale e pura. Lo si controlla con l'esperienza, giacché il popolo, a quella espressione di umiltà, pensa e molte volte dice: «Chissà quanti peccati avrà fatto», e spontaneamente può pensare: «Come ora vuole parlarci di purezza e di virtù»