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sabato 22 agosto 2026

Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli…(Mt 16,13-20) di San Giovanni Crisostomo

Venuto poi Gesù nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: « Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo »

Per quale motivo l’evangelista cita qui il nome del fondatore di questa città? Lo fa perché c’è un’altra Cesarea, quella chiamata di Stratone. Non è in quest’ultima città che Gesù interroga gli apostoli, ma a Cesarea di Filippo, dove li ha condotti lontano dai giudei, in modo che liberi da ogni preoccupazione possano dire liberamente quanto pensano di lui.

E perché Cristo non chiede subito che cosa pensino essi stessi della sua persona, ma domanda prima che cosa dice il popolo? Si comporta così perché, dopo che essi hanno espresso il pensiero della gente, rivolgendo loro la domanda: « Ma voi chi dite che io sia? », li eleva, con il tono stesso dell’interrogazione, a pensieri e sentimenti più elevati nei suoi confronti: così essi non cadranno nella bassa opinione e nelle idee ancora terrene della moltitudine. Ecco perché non ha posto loro una simile domanda all’inizio della sua predicazione. E aspetta anche a interrogarli dopo aver compiuto molti miracoli, dopo aver rivelato molte verità sublimi e aver dato tante prove della sua divinità e della sua uguaglianza con il Padre. Neppure chiede che cosa dicono di lui gli scribi e i farisei, sebbene i farisei e gli scribi siano andati spesso da lui per discutere. Domanda invece agli apostoli: « Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo », mostrando di voler conoscere il pensiero del popolo che non è corrotto. Difatti, anche se le sue idee sono più basse del conveniente, sono perlomeno prive di malizia, mentre l’opinione dei farisei è piena di malvagità.

mercoledì 6 agosto 2025

BASTA CON LE BUGIE!

Prima della sua conversione, il trentacinquenne canonico agostiniano Dirk-Henning Egger, del monastero di Paring, nei pressi di Ratisbona, era un giovane immerso nell'oscurità del mondo; grazie ad una decisione ispirata, sostenuto dalla Sacra Scrittura e attirato dall'amorevole esempio di una famiglia cattolica, ha conosciuto l'amicizia di Dio. Ecco il suo racconto.

Sono cresciuto in Baviera, a Mindelstetten, un piccolo luogo di pellegrinaggio dove è vissuta santa Anna Schffer. Quando ero bambino, nella mia famiglia prendevamo in giro le persone che andavano ogni giorno in chiesa, perché, anche se eravamo evangelici, praticamente noi vivevamo da atei. Io non sapevo nulla di Dio e di Gesù e tutto quello che era cattolico era strano per me. Poi abbiamo cambiato casa diverse volte e nell'adolescenza è stato difficile farmi degli amici. Rosso di capelli, timido e introverso, a scuola ero vittima di bullismo. Così mi sono sempre più rinchiuso, incapsulato in me stesso e avevo una sola via d'uscita: la musica. 

martedì 4 marzo 2025

Guardatevi dal fare la vostra elemosina davanti agli uomini per essere da loro ammirati (Mt. 6, 1-15) di San Giovanni Crisostomo



1. – Gesù Cristo affronta ora e bandisce per sempre la più tirannica di tutte le passioni: il furioso amore della vanagloria, che tormenta anche gli uomini retti. Non ne ha parlato sinora, perché sarebbe stato superfluo, prima di averci convinti a fare i nostri doveri, prima di insegnarci il modo in cui dobbiamo compierli e continuare poi a praticarli. Ma, dopo aver ispirato l’amore per la virtù, allora egli si preoccupa di distruggere questa passione rovinosa che sopravviene e che aggredisce appunto la virtù. Questa malattia, infatti, non nasce di colpo e come per caso nella nostra anima, ma si sviluppa solo dopo che abbiamo già adempiuto con fedeltà molti precetti. Era necessario che Cristo, prima di tutto, piantasse nel nostro cuore le radici della virtù e togliesse poi questa passione, che corrompe i suoi frutti. Osservate da dove egli comincia: dall’elemosina, dalla preghiera e dal digiuno, perché è di solito in questi esercizi virtuosi che si compiace maggiormente la vanità. Proprio di queste cose, infatti, si inorgogliva il fariseo, quando diceva: «Io digiuno due volte alla settimana e do la decima di tutto quanto posseggo» ; ed era pieno di vanagloria anche nella preghiera perché la faceva con ostentazione. Siccome non c’era nessun altro presente se non il pubblicano, egli lo indicava dicendo: «Io non sono come gli altri uomini e neppure come questo pubblicano» . Osservate ora come Gesù comincia a parlare e come questa passione sia paragonata a una belva, che dà grave turbamento ed è capace di cogliere di sorpresa quelli che non vegliano con zelo si di sé.

giovedì 17 ottobre 2024

Dio esige che gli rendiamo gloria, perché questo si traduce nella nostra felicità… di Don Dolindo Ruotolo

 

Le vie degli uomini sono agli antipodi di quelle di Dio, perché l'uomo guarda al proprio interesse momentaneo, e Dio guarda a quello eterno; l'uomo si preoccupa della propria gloria e Dio guarda l'esigenza della sua gloria, che diventa per le sue creature medesime diffusione di beni e di misericordie.

Il Signore non ha bisogno di noi, ma desidera i nostri omaggi, il nostro amore e la nostra dedizione a Lui, perché tutto questo si traduca nella nostra felicità. La sua gloria, diffusa nell'universo, ce lo fa conoscere e ci avvicina a Lui; la sua gloria, manifestata a noi, ci attrae nella sua volontà e ci fa vivere di Lui; la sua gloria, rifulgente negli atti stessi della giustizia, ci fa sentire che Egli solo è tutto e che a Lui solo dobbiamo tendere. La gloria di Dio ad intra è lo splendore della sua vita, ad extra è lo splendore della sua bontà che si diffonde. I nostri omaggi e la gloria che gli doniamo sono come nubi che si formano in alto e ricadono in pioggia sopra noi stessi. Ogni concentrazione nella nostra gloria, invece, è una perdita, più o meno grave e disastrosa a seconda della nostra stoltezza; la caduta angelica e quella umana sono la documentazione di questa verità. Dio non può avere, nel creato, delle immagini materiali che lo manifestino, ma si può dire che la sua gloria è la fulgente statua della sua realtà, come la gloria delle creature è l'idolo abietto che lo sfigura e lo rinnega.

martedì 5 marzo 2024

La grandezza dell'anima dei bambini...

Quale consolazione devono essere state per Gesù le anime dei bambini che, nei loro cuori innocenti, seppero accogliere il suo amore e il suo vangelo molto meglio della maggior parte degli scribi e dei farisei, guide del popolo ebraico! Per questo il Signore, pieno di riconoscenza, proruppe in quella bellissima lode che ancora oggi commuove tutti noi: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. (Mt 11,25) Anche gli apostoli dovettero sopportare il rimprovero del loro Maestro quando volevano trattenere i bambini dall'andare a Lui, "a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli". (Mt 19,14)

Si, attraverso la loro purezza e spontaneità, spesso i bambini possono capire più facilmente e velocemente i misteri dell'amore di Dio e in genere li prendono più seriamente degli adulti. È quindi consigliabile dare molta importanza all'educazione religiosa dei bambini, perché non di rado il terreno per una vita santa viene preparato fin dalla giovane età.

giovedì 11 gennaio 2024

MEDITAZIONE SUL LIBRO DI GIOBBE Capitoli 1-42 di Eugenio Pramotton - La santità di Giobbe - Un principio di giustizia violato - Le due fasi della prova di Giobbe - La protesta di Giobbe - Gli amici di Giobbe - L’inizio di una disputa infuocata - La paura di Dio - Come può essere giusto un uomo davanti a Dio? - Giobbe fa saltare i nervi ai suoi amici ...


“La vita dell'uomo è un dramma, e quale dramma!”, diceva don Divo Barsotti. Uno dei segni che questo dramma raggiunge livelli non comuni è quando chi vi è coinvolto preferirebbe morire piuttosto che vivere; è allora quasi inevitabile trovarsi coinvolti in un dialogo simile a quello di Giobbe con i suoi amici. C'è negli amici un sincero e lodevole desiderio di dare un po' di conforto, di suggerire qualche atteggiamento, preghiera, proposito o considerazione nella speranza di vedere uscire quanto prima il loro amico da uno stato di sofferenza estrema. Ecco allora la proposta di recitare una speciale preghiera di abbandono, il suggerimento di non tenere dentro le cose, ma di raccontare il proprio dramma al Signore, di offrire tutto così sarà lui a caricarsi buona parte del peso… di fare una novena a questo o quel santo, di costringere il Signore a rispondere entro una certa data… di abbracciare non la croce, ma il Crocifisso, di non rimanere solo, di non lasciarsi prendere dalla depressione, di andare per un po' di tempo da qualche parte, di curare il giardino, la vigna o le patate… adesso non capisci quanto ti sta succedendo, ma lo capirai in seguito… in realtà questa è un'occasione di crescita, di purificazione, i dolori sono come quelli del parto, poi nascerà qualcosa di nuovo… Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande...

domenica 12 novembre 2023

Vegliare nell'attesa dello Sposo divino… del Sac. Dolindo Ruotolo ( Matteo 25,1-13)


Gesù Cristo volle, con una parabola bellissima, ribadire il concetto della necessità di vigilare e di prepararsi al Giudizio finale, e presentò ai suoi uditori una scena di nozze, perché immagine viva dell'epilogo della vita della Chiesa e delle anime nell'eternità. Presso gli Ebrei la cerimonia principale del matrimonio era il corteo e la cena nuziale che lo seguiva. Si andava a prendere la sposa per condurla in casa dello sposo; il corteo era formato da amici dello sposo e da amiche della sposa che, con lampade accese, li seguivano fino alla sala del banchetto, al quale prendevano parte. È su questa gentile usanza che Gesù formò la sua parabola, una delle più belle e delicate (110).

L'applicazione del racconto è molteplice e riguarda la Chiesa e le anime consacrate a Dio. La Chiesa accompagna lo Sposo divino Gesù Cristo alla vera casa nuziale che è il Cielo e al vero banchetto nuziale che è l'eterna fruizione di Dio.

domenica 5 novembre 2023

Allora Gesù così parlò alle turbe e ai suoi discepoli: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Fate dunque e osservate tutto quanto essi vi dicono; ma non fate come essi operano”… Discorso settantaduesimo – Mt. 23, 1-12 di San Giovanni Crisostomo

L’evangelista inizia di nuovo con “allora”. Che vuol dire? Vuol dire: dopo che Gesù ha concluso il discorso di cui abbiamo parlato; dopo aver ridotto al silenzio i suoi avversari e averli obbligati a non tentarlo più; dopo aver mostrato in modo evidente che la loro malvagità è senza rimedio. Poiché ha ricordato “Il Signore ha detto al mio Signore”, si richiama di nuovo alla legge. In realtà, voi mi direte, la legge non dice nulla di simile, ma piuttosto: “Il Signore Dio tuo è un solo Signore”. Tuttavia tenete presente che la Scrittura chiama con il nome di legge tutto l’Antico Testamento, e Cristo, d’altra parte, vuol far comprendere, con quanto dice ora, che c’è un accordo perfetto tra lui e il Padre: se fosse infatti dissenziente dal Padre, avrebbe parlato contro la legge; qui invece egli ordina che si abbia tanto rispetto per la legge e che, nonostante la corruzione di coloro che l’insegnano, ci si deve attenere ad essa mettendola in pratica con fedeltà.

Si sofferma poi a parlare dettagliatamente della vita e del comportamento degli scribi e dei farisei, volendo dimostrare che il principale motivo per cui essi non credono in lui sta nella corruzione dei loro costumi e nel loro pazzo desiderio di gloria. Volendo, dunque, educare coloro che l’ascoltano, esordisce con un avvertimento assai importante per la loro salvezza, ordinando tassativamente di non disprezzare i loro maestri e di non ribellarsi ai sacerdoti. Ma non si limita a insistere, con tale comando, su questo argomento; lo mette in pratica egli stesso, in quanto agli scribi e ai farisei non toglie l’onore di insegnare la legge, benché essi si siano dimostrati tanto corrotti. In tal modo attira sul loro capo una condanna ancor più severa e toglie d’altra parte a coloro che li ascoltano ogni pretesto per disobbedire. Cristo non vuole che alcuno dica: il maestro che mi istruisce è cattivo, perciò sono diventato pigro e negligente; egli elimina tale pretesto. Sostiene, infatti, con tanta forza la dignità degli scribi e dei farisei, sebbene siano malvagi, che dopo così terribile accusa ordina ai suoi discepoli di fare tutto quanto essi diranno in quanto non dicono nulla di loro scienza, ma solo ciò che Dio ha ordinato loro per mezzo di Mosè.

sabato 30 settembre 2023

“Il peccatore non disperi, perché è possibile che egli passi davanti ai primi…” di San Giovanni Crisostomo

… In seguito Gesù si rivolge loro dicendo:

Cosa ve ne pare? Un uomo aveva due figlioli; e disse al primo: “Figliolo, va oggi a lavorare nella vigna”; ma quegli rispose: “Non voglio”, e poi, pentitosi, andò. Rivoltosi al secondo disse la stessa cosa. E quegli rispose: “Vado”, ma non andò. quale dei due fece la volontà del Padre? “Il primo”, risposero essi {248}.

Nuovamente Gesù li riprende mediante parabole, sottolineando da una parte la loro ingratitudine e dall’altra la docilità di coloro che essi condannano tanto inflessibilmente. La parabola dei due figli, infatti, mostra chiaramente ciò che accadde ai giudei e ai gentili. Perché avvenne che i gentili che non avevano promesso di obbedire e non avevano ascoltato mai la legge, nelle loro opere dimostrarono la loro obbedienza; mentre i giudei che avevano detto: “Tutto quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e obbediremo”, nelle loro opere lo disobbedirono. Perché dunque i giudei non credano che con tali disposizioni d’animo la legge gioverà loro, Cristo mostra che proprio essa sarà per loro motivo di condanna; il che affermerà anche Paolo dicendo: “Non coloro che ascoltano la legge sono giusti dinanzi a Dio, ma coloro che mettono in pratica la legge saranno riconosciuti giusti”. E perché siano loro stessi a giudicarsi e a condannarsi, il Signore fa in modo che siano essi a pronunciare la propria sentenza. Allo stesso modo Cristo si comporta nella successiva parabola della vigna.

sabato 5 agosto 2023

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello... di San Giovanni Crisostomo

Abbiamo visto fin qui che Gesù Cristo ha intrattenuto a lungo i suoi discepoli sui pericoli, sulla morte e sulla sua stessa passione, e ha predetto l’uccisione violenta che essi subiranno, dopo aver dato loro i severi comandi di rinunziare a se stessi e di prendere la loro croce. Dato, però, che questi dolori si riferiscono alla vita terrena e sono attuali, mentre i beni che essi otterranno sono ancora soltanto nella speranza e nell’attesa, come, ad esempio, il salvar la propria vita perdendola, la venuta di Cristo nella gloria del Padre, la distribuzione delle ricompense, il Maestro ora intende soddisfare anche la loro vista, rendendoli testimoni diretti, per quanto è possibile in questa vita terrena, della gloria nella quale egli verrà il giorno del giudizio. E in questo modo consola il turbamento e il dolore che essi, e in particolare Pietro, provano al pensiero della loro morte e di quella del Signore. Osservate che fa ora Gesù, dopo aver parlato dell’inferno e del regno dei cieli. Dicendo, infatti, che « chi vorrà salvare la sua vita la perderà; chi invece perderà la vita sua per amor mio, la ritroverà », e assicurando che « renderà a ciascuno secondo il suo operato », ha alluso evidentemente al cielo e all’inferno. Ebbene, pur avendo parlato sia dell’uno che dell’altro, fa vedere ai discepoli il regno dei cieli, mentre lascia l’inferno nelle sue tenebre. Perché mai? Se egli avesse ancora a che fare con anime rozze e imperfette,  certamente darebbe loro anche un’immagine dell’inferno per impressionarli: siccome però gli apostoli hanno ormai la mente e la volontà ben disposte, li esorta e li attira con l’immagine della bellezza e della felicità del cielo. Ma oltre a questo motivo ve n’è un altro: è più conveniente e consono al Signore dare ai discepoli un’immagine del cielo, non dell’inferno. Tuttavia, egli non tralascia di rappresentarlo; in molte occasioni, infatti, pone sotto gli occhi un quadro dell’inferno: ad esempio quando parla dell’episodio del mendico Lazzaro e del ricco malvagio , oppure quando ricorda quel servo che con tanta esosità pretende dal suo compagno i cento denari , o menziona quell’uomo che si presenta al banchetto di nozze con l’abito sudicio , e in molti altri casi.

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse su un alto monte in disparte . Un altro evangelista parla di « otto giorni dopo ». Non c’è contraddizione tra queste due notazioni di tempo, e i due evangelisti sono perfettamente d’accordo tra di loro. Uno di essi, evidentemente, computa anche il giorno in cui Cristo parlò ai discepoli e quello in cui condusse gli apostoli alla montagna, mentre l’altro annota soltanto l’intervallo tra il giorno dell’ultimo discorso e quello della trasfigurazione. Considerate qui con quanta sapienza l’evangelista Matteo non trascura di citare apertamente i nomi degli apostoli che furono a lui preferiti in questa circostanza. Si comporta così, in molte occasioni, anche l’evangelista Giovanni, quando ad esempio riferisce con tutta verità le lodi che Gesù rivolge a Pietro. Sta di fatto che in quel coro di giusti erano del tutto sconosciute l’invidia e la vanagloria. Gesù dunque, dopo aver preso con sé i tre primi apostoli, « li condusse su un alto monte, in disparte ».

domenica 11 giugno 2023

Gesù annuncia solennemente il Pane della Vita. Il popolo non capisce... di don Dolindo Ruotolo


Il popolo, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, era deciso a proclamare Gesù re d'Israele, e perciò, quando si accorse che Egli improvvisamente si era appartato e che gli Apostoli non c'erano più, rimase in attesa tutta la notte, nella speranza di rintracciarlo al mattino. Non deve stupire questo, poiché la folla, saziata da un cibo miracoloso, era anche fisicamente fortificata e, entusiasmata com'era, non voleva farsi sfuggire l'occasione di farla finita con la propria miseria e d'inaugurare un regno di benessere materiale e di prosperità. Essendo vicina la Pasqua, non faceva eccessivamente freddo ma, pur se il tempo fosse stato rigido, non sarebbe stato di ostacolo alla decisa volontà del popolo, che nei suoi impeti è irrefrenabile.

mercoledì 10 maggio 2023

Da poliziotto a Sacerdote...


"Sono sacerdote per dire agli uomini che Dio esiste e si fa trovare", ha testimoniato ad un Congresso online di Medjugorje Marco Leonhart, un tedesco che oggi ha 48 anni. È stato poliziotto per vent'anni e come guardia del corpo ha accompagnato importanti personalità della vita pubblica. Oggi è cappellano a Illertissen (D). Lui stesso ci racconta come tutto è accaduto.

Il 28 giugno 2020, insieme ad altri tre diaconi della diocesi di Ratisbona, sono stato ordinato sacerdote dal vescovo Mons. Bertram Meier in una solenne Messa pontificale nel duomo della città, rispettando tutte le norme sul coronavirus. Il vescovo ha iniziato l'omelia con un detto di antica saggezza: "Scegli una professione che ami e non dovrai lavorare neanche un giorno della tua vita" . È davvero così, anche se il lavoro di sacerdote non è propriamente il mio "lavoro", ma un servizio che riempie tutta la mia vita, nella consapevolezza che tutto ciò che faccio per amore del Signore va a beneficio delle anime che Lui mi ha affidato. Questa è una differenza grande, sostanziale rispetto a quello che ho sperimentato nei miei primi vent'anni di vita professionale nel mondo. 

mercoledì 3 maggio 2023

IL MIO CUORE APPARTIENE ALL' AFRICA...

Per mezzo secolo p. Heinrich Oesterle ha svolto un lavoro da pioniere missionario in Congo. Sebbene il 4 settembre 2022 abbia compiuto 92 anni, il gentile sacerdote tedesco, con la sua aria serena, continua a sprizzare gioia di vivere. Il nostro p. Lorenzo, anch'egli missionario da quasi 30 anni tra i Rom, ha detto spontaneamente e con riverenza del suo anziano amico sacerdote: "È affascinante che, nonostante tutte le difficoltà vissute da p. Oesterle, non ci sia in lui nulla di amaro. Se a 90 anni sarò ancora un sacerdote e un missionario come lui, potrò solo esserne grato". Volentieri "père Henri", come è chiamato ancora oggi dai fedeli della sua missione in Congo, ci ha scritto qualcosa della sua vita estremamente movimentata, così ricca di avvenimenti che nessun libro, per quanto voluminoso, potrebbe contenere.

domenica 30 aprile 2023

La soave parabola dell'ovile e della pecorella. Gesù Cristo è la porta. Egli dona la vita e la dona abbondantemente… del Sac. Dolindo Ruotolo


Gesù Cristo, addoloratissimo perché i capi del sinedrio avevano cacciato fuori della sinagoga il cieco nato da Lui guarito, volle mettere in guardia il popolo contro quelli che si arrogavano il diritto di guidarlo, non per nutrirlo spiritualmente ma per sfruttarlo e allontanarlo dalle fonti della grazia.

Era infatti terribile la situazione delle anime, proprio in quel tempo nel quale il Signore compiva le promesse fatte nel corso di tanti secoli e nel quale si preparavano loro i pascoli abbondanti della Verità e della grazia. Quelli che avrebbero dovuto condurle a questi pascoli e che avrebbero dovuto far loro riconoscere il Redentore alla luce delle profezie, delle promesse e delle figure che in Lui si compivano, le allontanavano da Lui con tutte le arti più scellerate, tradendo così il mandato avuto da Dio. Essi attribuivano a fanatismo il movimento del popolo verso Gesù e credevano che Egli lo sobillasse; rifiutavano qualunque luce e, lungi dal commuoversi di fronte a miracoli strepitosi, ne prendevano occasione per risentirsi di più contro il Redentore e per bistrattare quelli che lo seguivano. Avrebbero dovuto per primi accoglierlo, ricevere da Lui il mandato di pascolare il gregge e condurlo nelle vie della salvezza ai pascoli eterni; invece lo rinnegavano, e proprio per questo costituivano degli intrusi.

martedì 25 aprile 2023

AMORE E IMMOLAZIONE - Chi ama Gesù Cristo sopporta tutti i mali di questa vita… di Sant’Alfonso Maria de Liguori


                                             La carità tutto soffre (1 Cor 13, 7)

Dice il p. Baldassarre Alvarez che chi non porta incisi sul cuore le sofferenze, la povertà e i disprezzi sofferti da Cristo, sappia che non ha fatto alcun profitto nella via della perfezione.(1)

Pazienza nelle sofferenze e malattie fisiche

Trattiamo prima di tutto delle sofferenze e malattie fisiche che, abbracciate con pazienza, ci assicurano una grande corona di meriti.

San Vincenzo de' Paoli dice: «Se conoscessimo la preziosità delle infermità, le riceveremmo con la stessa gioia con cui si ricevono i più grandi regali» (2) Trovandosi quindi il Santo continuamente provato dalle infermità che lo tormentavano giorno e notte, le sopportava con tale pace e serenità, senza il minimo lamento, da dare la sensazione di godere ottima salute.

Che bello vedere un infermo che sopporta tutto con volto sereno, come appunto faceva san Francesco di Sales! Questi, stando infermo, confidava al medico tutto il suo male, ma poi gli ubbidiva, prendendo puntualmente le medicine prescritte, senza lamenti. Proprio all'opposto si comportano certi ammalati che anche per un piccolo fastidio se ne lagnano con tutti e vorrebbero che tutti, parenti e amici, stessero accanto a loro a compatirli. Santa Teresa esortava così le sue religiose: «Sorelle, sappiate soffrire qualcosa per amore del Signore senza gridarlo al mondo intero!» (3).

domenica 16 aprile 2023

LA BELLEZZA LO HA AFFASCINATO...


Il francese Thierry Félix, baritono di fama mondiale, ha lavorato con i più grandi direttori d'orchestra del nostro tempo. Il 23 giugno 2019 è stato ordinato sacerdote per la diocesi di Vannes in Bretagna. Non era ancora battezzato quando ha percepito la grazia del Signore e ha lasciato che agisse in lui. Questo musicista di grande talento è arrivato al sacerdozio in un modo molto inconsueto.

Oggi Thierry Félix racconta che credeva in Dio fin da bambino, nonostante suo padre fosse ateo e la mamma non praticasse la sua fede cattolica. Gli piaceva leggere il libro di preghiere della madre, pregava in camera e talvolta andava anche in chiesa per accendere una candela davanti ad una immagine della Madonna. Thierry non era stato battezzato perché il padre aveva voluto che il figlio potesse decidere liberamente, da adulto, se appartenere ad una religione o meno. Per questo egli partecipò per la prima volta ad una Santa Messa quando aveva 37 anni. Ma prima di arrivare a quel momento erano successe molte cose.

domenica 19 marzo 2023

Svegliatevi, voi che dormite!… Commento di don Dolindo Ruotolo - (Ef 5,8-14)


     Noi, popoli cristiani, un tempo eravamo nelle tenebre del paganesimo; la misericordia di Dio ci chiamò alla fede e ci convertì, ed ora siamo luce nel Signore e dobbiamo camminare come figli della luce. Il mondo è ricaduto nelle tenebre, e quanto fa di nascosto nella sua vita di peccato è turpe anche solo a dirsi. È difficile farsi un'idea delle tenebrose opere del mondo e del marciume che lo inonda. Se si pensa solo alle case di peccato, dove tanti vanno a perdersi, se si pensa alle profanazioni del Matrimonio, a tanti mezzi di corruzione che depravano la gioventù e la vecchiaia, si rimane profondamente sconcertati. 

sabato 4 marzo 2023

Intestazione e azione di grazie. Esortazione al coraggio ed alla costanza... 2 Tm 1,8b-10 “Dio ci chiama e ci illumina”... Commento del Sac. Don Dolindo Ruotolo.

San Paolo scrisse questa Seconda lettera a Timoteo da Roma, dove era prigioniero. Predicando il santo Vangelo tra i pagani in quella fastosa capitale dell’impero romano, fu fatto mettere in carcere da Nerone, per aver convertito alla fede una concubina di quell'imperatore, come racconta San Giovanni Crisostomo. 

Il significato letterale di questo capitolo. 

     San Paolo, com'era solito fare, comincia la sua lettera annunciandosi apostolo di Gesù Cristo per volere di Dio, per annunciare la promessa della vita che si ha in Cristo Gesù. Con queste parole egli vuol dare forza e autorità alle sue esortazioni, perché, Dio stesso lo aveva eletto all'apostolato, e con questa elezione gli aveva dato l'autorità di proclamare il compimento della promessa della vita, la redenzione, annunciata dai profeti per la salvezza degli uomini caduti nel peccato, e meritare loro la vita eterna per Gesù Cristo. 

     Nella Prima lettera a Timoteo, san Paolo si era chiamato bestemmiatore, persecutore ed oppressore . Questo poteva diminuire nell'anima di Timoteo l'efficacia delle parole che gli aveva rivolto e che in questa seconda lettera gli voleva rivolgere, e perciò, psicologicamente, nel parlargli, si presenta con una rettifica, anche se inconscia, alle espressioni che aveva usato nella prima lettera, parlando di sé, in un impeto di umile riconoscenza alla misericordia di Dio, e si annuncia apostolo per volere di Dio, non solo, ma ha parole di giustificazione per la sua condotta passata, facendo notare la rettitudine delle sue intenzioni e la purezza della sua coscienza, pur errando per inconsulto zelo. 

     Nella prima lettera disse di aver operato per ignoranza, perché era infedele; in questa seconda invece ringrazia Dio di averlo servito, ad imitazione dei suoi progenitori, cioè dei patriarchi e dei profeti del popolo ebreo dal quale discendeva, con pura coscienza. 

     È profondamente psicologico: chi si dichiara peccatore, infatti, innanzi a quelli che deve ammaestrare e guidare, lascia sempre in loro un'ombra di disistima, che può nuocere all'apostolato che esercita per il bene delle anime. Un sacerdote che, senza una vita esemplare e santa e senza un profondo senso di soprannaturale umiltà, dice alle anime: Io sono un peccatore, fa supporre e sospettare di avere molto errato nella vita con peccati gravi, e può generare il dubbio, soprattutto, sulla sua vita morale e pura. Lo si controlla con l'esperienza, giacché il popolo, a quella espressione di umiltà, pensa e molte volte dice: «Chissà quanti peccati avrà fatto», e spontaneamente può pensare: «Come ora vuole parlarci di purezza e di virtù»

giovedì 2 marzo 2023

Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto… Commento di San Giovanni Crisostomo

Cristo aveva ordinato cose tanto grandi e alte, che potevano lasciar stupiti e senza parole; aveva comandato di essere al di sopra di ogni passione, aveva innalzato sino al cielo e aveva esortato a farsi simili, nella misura del possibile, non agli angeli e agli arcangeli, ma a Dio stesso, Signore dell’universo; egli, inoltre, voleva che non solo i suoi discepoli praticassero questo, ma che essi istruissero anche gli altri, li correggessero, e distinguessero i cattivi dai buoni, i cani da quelli che non lo erano (molte cose, infatti, sono occulte nell’uomo), affinché non si dicesse poi che quanto egli esige è troppo duro e insopportabile. Più tardi, infatti, Pietro avrebbe detto: «E chi dunque potrà salvarsi?» , e anche gli altri suoi discepoli nello stesso passo: «Se tale è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene ammogliarsi».

Cristo, per evitare che anche ora si dica questo, avendo già fatto constatare in precedenza, attraverso molti ragionamenti tra loro concatenati e adatti a convincere, che i suoi precetti sono facili ed agevoli da compiere, insiste ancora su questo concetto e promette, a coronamento di ciò che ha detto appunto sulla facilità di attuare i suoi comandi, un conforto non ottenuto con sforzi e fatiche: l’aiuto, cioè, meritato con le assidue preghiere, cui egli esorta. Non dovete – dice in altre parole – contentarvi dei vostri sforzi, ma dovete anche implorare l’aiuto divino, che vi verrà concesso senza alcun dubbio e sarà sempre da presso, vi assisterà e conforterà nelle vostre battaglie, e vi renderà tutto facile. Per questo ordina di «chiedere», e promette di esaudirci. 

mercoledì 1 marzo 2023

Il segno che avrebbe dato Gesù della sua missione... del Sac.Dolindo Ruotolo


Gesù Cristo non diede una risposta immediata a quelli che gli avevano domandato un segno dal Cielo, ma aspettò che gli si fosse affollata intorno la turba, perché era troppo importante dissipare da essa l'illusione di voler vedere spettacoli materialmente impressionanti, quando già viveva in una pienezza di soprannaturale che superava qualunque manifestazione passata. A che cosa, infatti, sarebbe servito un segno dal Cielo per quella generazione perversa? Se era giunta fino a chiamare opera di satana la sconfitta di satana, qual peso vi avrebbe dato? 

Era assurdo che satana potesse scacciare se stesso, ma non era assurdo che potesse produrre un fenomeno impressionante, e perciò il segno dal Cielo sarebbe diventato occasione di nuove maligne insinuazioni. Dio avrebbe dato un segno inequivocabile e definitivo della verità, non dal Cielo ma dalle profondità della terra, facendolo risorgere dalla morte, un segno che non sarebbe stato come quello di Elia, manifestazione di giustizia terribile, ma come quello di Giona per i Niniviti: invito di penitenza e di salvezza. Come Giona, rovesciato dal cetaceo sulla spiaggia di Ninive, mostrò solo con questo che era messaggero di penitenza e di misericordia, così Gesù Cristo, uscito dalle tenebre del sepolcro dopo essere stato ucciso, avrebbe mostrato che Egli era il vincitore della morte e dell'inferno. Sarebbe stato, perciò, Egli stesso un miracolo, anzi lo era già, poiché tutta la sua vita era un argomento vivo e parlante della sua missione. Perciò Gesù Cristo soggiunse che la regina del mezzogiorno, cioè di Saba, che venne da lontano per ascoltare la sapienza di Salomone, e i Niniviti che fecero penitenza alla predicazione di Giona, sarebbero sorti come giudici e avrebbero condannato la generazione infedele che aveva presente uno più grande di Salomone e ascoltava una predicazione più luminosa di quella di Giona. 

Occorre uno sguardo puro e semplice per vedere giusto nelle vie di Dio