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lunedì 28 aprile 2014

Al Getsemani con Gesù, i discepoli parlano dei pagani e della "velata". Il colloquio con Nicodemo. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" - Libro n° 2 - Capitolo 116



24 febbraio 1945.
Gesù è nella cucina della casetta dell'Uliveto, a cena fra i suoi discepoli. Parlano dei fatti della giornata, che però non è quella precedentemente descritta, perché sento parlare di altri avvenimenti, fra cui la guarigione di un lebbroso avvenuta presso i sepolcri lungo la via di Betfage. «Vi era anche un centurione romano ad osservare», dice Bartolomeo. E aggiunge: «Mi ha chiesto, dall'alto del suo cavallo: "L'uomo che tu segui fa spesso simili cose?"; e alla mia risposta affermativa ha esclamato: "Allora è più grande di Esculapio e diventerà ricco più di Creso". Ho risposto: "Sarà sempre povero secondo il mondo, perché non riceve ma dà e non vuole che anime da portare al Dio vero". Il centurione mi ha guardato stupito e poi ha spronato il cavallo andandosene al galoppo». «C'era anche una dama romana nella sua lettiga. Non poteva essere che una donna. Aveva le tende calate, ma occhieggiava da esse. Ho visto», dice Tommaso. «Sì. Era presso la curva alta della via. Aveva dato ordine di fermarsi quando il lebbroso aveva gridato: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Allora aveva una tenda scostata ed io ho visto che ti ha guardato con una lente preziosa, e poi ha riso ironica. Ma quando ha visto che Tu, solo col comando, lo hai guarito! Allora mi ha chiamato e mi ha chiesto: "Ma è quello che dicono il vero Messia?". Ho risposto di sì e lei mi ha detto: "E tu sei con Lui?", e poi ha chiesto: "É proprio buono?"», dice Giovanni. «Allora l'hai vista! Come era?», chiedono Pietro e Giuda.
«Mah!... Una donna...». «Che scoperta!», ride Pietro. E l'Iscariota incalza: «Ma era bella, giovane, ricca?». «Sì. Mi pare fosse giovane e anche bella. Ma guardavo più verso Gesù che verso lei. Volevo vedere se il Maestro si metteva di nuovo per via...».«Sciocco!», mormora fra i denti l'Iscariota. «Perché?», lo difende Giacomo di Zebedeo. «Mio fratello non era un ganimede in cerca d'avventure. Ha risposto per educazione. Ma non ha mancato alla sua prima qualità». «Quale?», chiede l'Iscariota. «Quella di discepolo che ha per suo unico amore il Maestro». Giuda china il capo stizzito. «E poi... non è molto bene farsi vedere parlare coi romani», dice Filippo. «Già ci accusano di esser galilei e perciò meno "puri" dei giudei. E ciò per nascita. Poi ci accusano di sostare sovente a Tiberiade, luogo di ritrovo dei gentili, dei romani, fenici, siri... E poi... oh! di quante cose ci accusano!...». «Sei buono, Filippo, e metti un velo sulla durezza della verità che dici. Ma essa è, senza il velo, questa: di quante cose mi accusano», dice Gesù che fino allora ha taciuto. «In fondo non hanno del tutto torto. Troppi contatti coi pagani», dice l'Iscariota. «Credi tu pagani solo coloro che non hanno legge mosaica?», chiede Gesù. «E quali altri allora?». «Giuda!... Puoi giurare sul nostro Dio di non avere paganesimo in cuore? E puoi giurare non lo abbiano gli israeliti più in vista?». «Ma, Maestro... degli altri non so... ma io... io di me posso giurare». «Cosa è per te, secondo il tuo pensiero, il paganesimo?», chiede Gesù ancora. Ma è il seguire una religione non vera, adorare gli dèi», ribatte veemente Giuda. «I quali sono?». «Gli dèi di Grecia e Roma, quelli d'Egitto... insomma gli dèi dai mille nomi e dalle inesistenti persone che secondo i pagani empiono i loro Olimpi». «Nessun altro dio esiste? Solo questi olimpici?». «E quale altro? Non sono fin troppi?». «Troppi. Sì, troppi. Ma ve ne sono altri e ai loro altari vengono bruciati incensi da ogni uomo, anche dai sacerdoti, scribi, rabbi, farisei, sadducei, erodiani, tutte persone d'Israele, non è vero? Non solo, ma ne vengono bruciati anche dai miei discepoli». «Ah! questo poi no!», dicono tutti. «No? Amici... Chi non ha fra voi un culto o più culti segreti? Uno ha la bellezza e l'eleganza. L'altro l'orgoglio del suo sapere. Un altro incensa la speranza di divenire un grande, uma namente. Un altro ancora adora la femmina. Un altro il denaro... Un altro si prostra davanti al suo sapere... e così via. In verità vi dico che non vi è uomo che non sia intinto di idolatria. Come allora sdegnare i pagani per sventura, quando, pur essendo col Dio vero, pagani si resta di volontà?». «Ma siamo uomini, Maestro», esclamano in molti. «E' vero. Ma allora... abbiate carità per tutti, perché Io sono venuto per tutti e voi non siete da più di Me». «Ma intanto ci fanno accuse e la tua missione viene inceppata». «Andrà avanti lo stesso». «A proposito di donne», dice Pietro che, forse perché è seduto presso Gesù, è talmente in solluchero che è buono buono. «E’ da un poco di giorni, e anzi da quando hai parlato a Betania la prima volta dopo il ritorno in Giudea, che una donna, tutta velata, ci segue sempre. Non so come faccia a sapere le nostre intenzioni. So che, o in fondo alle ultime file di popolo che ascolta se Tu parli, o dietro al popolo che ti segue se cammini, o anche dietro a noi se andiamo ad annunciarti per le campagne, c'è quasi sempre. A Betania la prima volta mi ha sussurrato dietro al velo: "Quell'uomo che dici parlerà è proprio Gesù di Nazaret?". Le ho risposto di sì, e la sera era dietro il tronco di un albero ad udirti. Poi l'avevo persa di vista. Ma ora, qui a Geru- salemme, l'ho già vista due o tre volte. Oggi le ho chiesto: "Hai bisogno di Lui? Sei malata? Vuoi l'obolo?". Ha risposto sempre di no col capo, perché non parla mai con nessuno». «A me ha detto un giorno: "Dove abita Gesù?", e le ho detto: "Al Get Semnì"», dice Giovanni. «Bravo stolto! Non dovevi. Dovevi dirle: "Scopriti. Fatti conoscere e te lo dirò"», dice l'Iscariota iracondo. «Ma quando mai chiediamo queste cose?!», esclama Giovanni, semplice e innocente. «Gli altri si vedono. Questa sta tutta velata. O è una spia o è una lebbrosa. Non deve se guirci e sapere. Se è spia è per fare del male. Forse è pagata dal Sinedrio per questo...».«Ah! usa questi sistemi il Sinedrio?», chiede Pietro. «Ne sei sicuro?». «Sicurissimo. Sono stato del Tempio e so». «Bella roba! A questa si adatta come un cappuccio la ragione detta dal Maestro poco fa...», commenta Pietro. «Quale ragione?». Giuda è già rosso di stizza. «Quella che anche fra i sacerdoti ci sono dei pagani». «Che c'entra questo col pagare una spia?». «C'entra, c'entra! É già dentro anzi! Perché pagano? Per abbattere il Messia e trionfare lo- ro. Dunque si mettono sull'altare loro con le loro sudice anime sotto le vesti monde», risponde con il suo buon giudizio popolano Pietro. «Bene, insomma», abbrevia Giuda. «Quella donna è un pericolo per noi o per la folla. Per la folla se lebbrosa, per noi se spia». «Cioè: per Lui, se mai», ribatte Pietro. «Ma cadendo Lui si cade anche noi...». «Ah! Ah!», ride Pietro e termina: «E se si cade, l'idolo va in pezzi e ci si rimette tempo, stima e forse la pelle, e allora, ah! ah!... e allora è meglio cercare che non cada o... scansarsi in tempo, vero? Io, invece, guarda. Lo abbraccio più stretto. Se cade, abbattuto dai traditori di Dio, voglio cadere con Lui», e Pietro abbraccia stretto, con le sue corte braccia, Gesù. «Non credevo di aver fatto tanto male, Maestro», dice tutto triste Giovanni che è di fronte a Gesù. «Picchiami, maltrattami, ma salvati. Guai se fossi io la causa del tuo morire!... Oh! non me ne darei pace. Sento che il volto mi si scaverebbe per il continuo pianto e se ne brucerebbe la vista. Che ho fatto mai! Ha ragione Giuda: sono uno stolto!». «No, Giovanni. Non lo sei e hai fatto bene. Lasciatela venire. Sempre. E rispettate il suo velo. Può essere messo a difesa di una lotta fra il peccato e la sete di redimersi. Sapete voi che ferite si incidono su un essere quando questa lotta avviene? Sapete che pianto e che rossore? Tu hai detto, Giovanni, caro figlio dal cuor di fanciullo buono, che il tuo volto si scaverebbe per il continuo pianto se mi fossi causa di male. Ma sappi che, quando una coscienza ridestata in- comincia a rodere una carne, che fu peccato, per distruggerla e trionfare con lo spirito, essa deve per forza consumare tutto quanto fu attrazione della carne, e la creatura invecchia, appassisce sotto la vampa di questo fuoco trivellatore. Solo dopo, a redenzione completa, si ricompone una seconda, santa e più perfetta bellezza, perché è il bello dell'anima che affiora dallo sguardo, dal sorriso, dalla voce, dall'onesta alterezza della fronte sulla quale è sceso e splende come diadema il perdono di Dio». «Allora non ho fatto male?...». «No. E male non ha fatto Pietro. Lasciatela fare. Ed ora ognuno vada al suo riposo. Io resto con Giovanni e Simone ai quali devo parlare. Andate». I discepoli si ritirano. Forse dormono nel frantoio. Non so. Vanno via e certo non rientrano in Gerusalemme, perché le porte sono chiuse da ore. «Hai detto, Simone, che Lazzaro ti ha mandato Isacco con Massimino, oggi, mentre Io ero presso la torre di Davide. Che voleva?». «Voleva dirti che Nicodemo è da lui e che voleva parlarti in segreto. Mi sono permesso di dire: "Che venga. Il Maestro lo attenderà nella notte". Non hai che la notte per essere solo. Per questo ti ho detto: "Congeda tutti, meno Giovanni e me". Giovanni serve per andare al ponte del Cedron ad attendere Nicodemo, che è in una delle case di Lazzaro, fuori le mura. Io servivo a spiegare. Ho fatto male?». «Hai fatto bene. Vai, Giovanni, al tuo posto». Restano soli Simone e Gesù. Gesù è pensieroso. Simone rispetta il suo silenzio. Ma Gesù lo rompe d'improvviso e, come terminando ad alta voce un interno discorso, dice: «Sì. É bene fare così. Isacco, Elia, gli altri, bastano per tenere viva l'idea che già si afferma fra i buoni e negli umili. Per i potenti... vi sono altre leve. Vi è Lazzaro, Cusa, Giuseppe, altri ancora... Ma i potenti... non mi vogliono. Temono e tremano per il loro potere. Io andrò lontano da questo cuo- re giudeo, sempre più ostile al Cristo». «Torniamo in Galilea?». «No. Ma lontano da Gerusalemme. La Giudea va evangelizzata. É Israele essa pure. Ma qui, lo vedi... Tutto serve ad accusarmi. Mi ritiro. E per la seconda volta...». «Maestro, ecco Nicodemo», dice Giovanni entrando per primo. Si salutano e poi Simone prende Giovanni ed esce dalla cucina, lasciando soli i due. «Maestro, perdona se ti ho voluto parlare in segreto. Diffido per Te e per me di molti. Non tutta viltà la mia. Anche prudenza e desiderio di giovarti più che se ti appartenessi apertamente. Tu hai molti nemici. Io sono uno dei pochi che qui ti ammirano. Mi sono consigliato con Lazzaro. Lazzaro è potente per nascita, temuto perché in favore presso Roma, giusto agli occhi di Dio, saggio per maturazione di ingegno e cultura, tuo vero amico e mio vero amico. Per tutto questo ho voluto parlare con lui. E sono felice che egli abbia giudicato nel mio stesso modo. Gli ho detto le ultime... discussioni del Sinedrio su Te». «Le ultime accuse. Di' pure le verità nude come sono». «Le ultime accuse. Sì, Maestro. Io ero in procinto di dire: "Ebbene, io pure sono dei suoi". Tanto perché in quell'assemblea ci fosse almeno uno che fosse in tuo favore. Ma Giuseppe, che mi era venuto vicino, mi ha sussurrato: "Taci. Teniamo occulto il nostro pensiero. Ti dirò poi". E uscito di là ha detto; sì, ha detto: "Giova di più così. Se ci sanno discepoli, ci tengono all'o- scuro di quanto pensano e decidono, e possono nuocergli e nuocerci. Come semplici studiosi di Lui, non ci faranno sotterfugi". Ho capito che aveva ragione. Sono tanto... cattivi! Anche io ho i miei interessi e i miei doveri... e così Giuseppe... Capisci, Maestro». «Non vi dico nessuna rampogna. Prima che tu venissi, dicevo questo a Simone. E ho deciso anche di allontanarmi da Gerusalemme». «Ci odi perché non ti amiamo!». «No. Non odio neppure i nemici». «Tu lo dici. Ma così è. Hai ragione. Ma che dolore per me e Giuseppe! E Lazzaro? Che dirà Lazzaro, che proprio oggi ha deciso di farti dire di lasciare questo luogo per andare in una delle sue proprietà di Sionne. Tu sai? Lazzaro è potente in ricchezza. Buona parte della città è sua e così molte terre di Palestina. Il padre, al suo censo ed a quello di Eucheria della tua tribù e famiglia, aveva unito quanto era ricompensa dei romani al servitore fedele, ed ai figli ha lasciato ben grande eredità. E, quel che più conta, una velata ma potente amicizia con Roma. Senza quella, chi avrebbe salvato dall'improperio tutta la casa dopo l'infamante condotta di Maria, il suo divorzio, solo avuto perché era "lei", la sua vita di licenza in quella città che è suo feudo e in Tiberiade che è l'elegante lupanare dove Roma e Atene hanno fatto letto di prostituzione per tanti del popolo eletto? Veramente, se Teofilo siro fosse stato un proselite più convinto, non avrebbe dato ai figli quella educazione ellenizzante che uccide tanta virtù e semina tanta voluttà e che, bevuta ed espulsa senza conseguenze da Lazzaro, e specie da Marta, ha contagiato e proliferato nella sfrenata Maria, ed ha fatto di lei il fango della famiglia e della Palestina. No, senza la potente ombra del favore di Roma, più che ai lebbrosi, sarebbe stato mandato a loro anatema. Ma posto che così è, approfittane». «No. Mi ritiro. Chi mi vuole verrà a Me». «Ho fatto male a parlare!». Nicodemo è accasciato. «No. Attendi e persuaditi», e Gesù apre una porta e chiama: «Simone! Giovanni! Venite da Me». Accorrono i due. «Simone, di' a Nicodemo quanto ti dicevo quando entrò lui». «Che per gli umili bastano i pastori, per i potenti Lazzaro, Nicodemo e Giuseppe con Cusa, e che Tu ti ritiri lontano da Gerusalemme pur senza lasciare la Giudea. Questo dicevi. Perché me lo fai ripetere? Che è avvenuto?» «Nulla. Nicodemo temeva che Io me ne andassi per le sue parole». «Ho detto al Maestro che il Sinedrio è sempre più nemico, e che era bene si mettesse sotto la protezione di Lazzaro. Ha protetto i tuoi beni perché ha dalla sua Roma. Proteggerebbe anche Gesù». «E’ vero. E’ un buon consiglio. Per quanto la mia casta sia invisa anche a Roma, pure una parola di Teofilo mi ha conservato l'avere durante la proscrizione e la lebbra. E Lazzaro ti è molto amico, Maestro». «Lo so. Ma ho detto. E quello che ho detto faccio». «Noi ti perdiamo, allora!». «No, Nicodemo. Dal Battista vanno uomini di tutte le sette. Da Me potranno venire uomini di tutte le sette e di tutte le cariche». «Noi venivamo a Te sapendoti da più di Giovanni». «Potete venirci ancora. Sarò un rabbi solitario Io pure come Giovanni, e parlerò alle turbe vogliose di sentire la voce di Dio e capaci di credere che Io sono quella Voce. E gli altri mi di- menticheranno. Se almeno saranno capaci di tanto». «Maestro, Tu sei triste e deluso. Ne hai ragione. Tutti ti ascoltano. E credono in Te tanto da ottenere miracoli. Persino uno di Erode, uno che deve per forza avere corrotta la bontà naturale in quella corte incestuosa. Persino dei soldati romani. Solo noi di Sionne siamo così duri... Ma non tutti. Lo vedi... Maestro, noi sappiamo che sei venuto da parte di Dio, suo dottore che più alto non c’è. Lo dice anche Gamaliele. Nessuno può fare i miracoli che Tu fai se non ha seco Iddio. Questo credono anche i dotti come Gamaliele. Come allora avviene che non pos- siamo avere la fede che hanno i piccoli d'Israele? Oh! dimmelo proprio. Io non ti tradirò anche se mi dicessi: "Ho mentito per avvalorare le mie sapienti parole sotto un sigillo che nessuno può deridere". Sei Tu il Messia del Signore? l'Atteso? la Parola del Padre, incarnata per istruire e redimere Israele secondo il Patto?». «Da te lo domandi, o altri ti mandano a chiederlo?». «Da me, da me, Signore. Ho un tormento qui. Ho una burrasca. Venti contrari e contrarie voci. Perché non in me, uomo maturo, quella pacifica certezza che ha costui, quasi analfabeta e fanciullo, e che gli mette quel sorriso beato sul volto, quella luce negli occhi, quel sole nel cuore? Come credi tu, Giovanni, per essere così sicuro? Insegnami, o figlio, il tuo segreto, il segreto per cui sapesti vedere e capire il Messia in Gesù Nazareno!». Giovanni si fa rosso come una fragola e poi china il capo come si scusasse di dire una cosa così grande, e risponde semplicemente: «Amando». «Amando! E tu, Simone, uomo probo e sulle soglie della vecchiezza, tu dotto e tanto provato da essere indotto a temere inganno dovunque?». «Meditando». «Amando! Meditando! Io pure amo e medito, e non sono certo ancora!». 8Interloquisce Gesù dicendo: «Io te lo dico il segreto vero. Costoro seppero nascere nuovamente, con uno spirito nuovo, libero da ogni catena, vergine da ogni idea. E compresero perciò Dio. Se uno non nasce di nuovo, non può vedere il Regno di Dio né credere nel suo Re». «Come può un uomo rinascere essendo già adulto? Espulso dal seno materno, l'uomo non può mai più rientrarvi. Alludi forse alla rincarnazione come la credono tanti pagani? Ma no, non è possibile in Te questo. E poi non sarebbe un rientrare nel seno, ma un rincarnare oltre il tempo. Perciò non più ora. Come? Come?». «Non vi è che una esistenza della carne sulla Terra e una eterna vita dello spirito oltre Terra. Ora Io non parlo della carne e del sangue. Ma dello spirito immortale, il quale per due cose rinasce a vera vita. Per l'acqua e per lo Spirito. Ma il più grande è lo Spirito, senza il quale l'acqua non è che simbolo. Chi si è mondato con l'acqua deve purificarsi poi con lo Spirito e con Esso accendersi e splendere, se vuole vivere in seno a Dio qui e nell'eterno Regno. Perché ciò che è generato dalla carne è e resta carne, e con essa muore dopo averla servita nei suoi appetiti e peccati. Ma ciò che è generato dallo Spirito è spirito, e vive tornando allo Spirito Generatore dopo aver allevato sino all'età perfetta il proprio spirito. Il Regno dei Cieli non sarà abitato che da esseri giunti all'età spirituale perfetta. Non meravigliarti dunque se dico: "Bisogna che voi nasciate di nuovo". Costoro hanno saputo rinascere. Il giovane ha ucciso la carne e fatto rinascere lo spirito mettendo il suo io sul rogo dell'amore. Tutto fu arso di ciò che era materia. Dalle ceneri ecco sorgere il suo nuovo fiore spirituale, meraviglioso elianto che sa volgersi al Sole eterno. Il vecchio ha messo la scure della meditazione onesta ai piedi del vecchio suo pensiero ed ha sradicato la vecchia pianta lasciando solo il pollone della buona volontà, dal quale ha fatto nascere il suo nuovo pensiero. Ora ama Dio con spirito nuovo e lo vede. Ognuno ha il suo metodo per giungere al porto. Ogni vento è buono purché si sappia usare la vela. Voi sentite soffiare il vento e dalla sua corrente potete regolarvi a dirigere la manovra. Ma non potete dire da dove esso viene né chiamare quello che vi occorre. Anche lo Spirito chiama e viene chiamando e passa. Ma solo chi è attento lo può seguire. Conosce la voce del padre il figlio, conosce la voce dello Spirito lo spirito da Lui generato». «Come può avvenire questo?» «Tu, maestro in Israele, me lo chiedi? Tu ignori queste cose? Si parla e si testifica di ciò che sappiamo e abbiamo visto. Or dunque Io parlo e testifico di ciò che so. Come potrai mai accettare le cose non viste se non accetti la testimonianza che Io ti porto? Come potrai credere allo Spirito se non credi all'incarnata Parola? Io sono disceso per risalire e meco trarre coloro che sono quaggiù. Uno solo è disceso dal Cielo: il Figlio dell'uomo. E uno solo al Cielo salirà col potere di aprire il Cielo: Io, Figlio dell'uomo. Ricorda Mosè. Egli alzò un serpente nel deserto per guarire i morbi d'Israele. Quando Io sarò innalzato, coloro che ora la febbre della colpa fa ciechi, sordi, muti, folli, lebbrosi, malati, saranno guariti e chiunque crederà in Me avrà vita eterna. Anche coloro che in Me avranno creduto, avranno questa beata vita. Non chinare la fronte, Nicodemo. Io sono venuto a salvare, non a perdere. Dio non ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo perché chi è nel mondo sia condannato, ma perché il mondo sia salvo per mezzo di Lui. Nel mondo Io ho trovato tutte le colpe, tutte le eresie, tutte le idolatrie. Ma può la rondine che vola ratta sulla polvere sporcarsene la piuma? No. Porta solo per le triste vie della Terra una virgola d'azzurro, un odore di cielo, getta un richiamo per scuotere gli uomini e far loro alzare lo sguardo dal fango e seguire il suo volo che al cielo ritorna. Così Io. Vengo per portarvi meco. Venite!... Chi crede nel Figlio unigenito non è giudicato. É già salvo, perché questo Figlio perora al Padre e dice "Costui mi amò". Ma chi non crede è inu- tile faccia opere sante. É già giudicato perché non ha creduto nel nome del Figlio unico di Dio. Quale è il mio Nome, Nicodemo?». «Gesù». «No. Salvatore. Io sono Salvazione. Chi non mi crede, rifiuta la sua salute ed è giudicato dalla Giustizia eterna. E il giudizio è questo: "La Luce ti era stata mandata, a te e al mondo, per esservi salvezza, e tu e gli uomini avete preferito le tenebre alla Luce perché preferivate le opere malvagie, che ormai erano la consuetudine vostra, alle opere buone che Egli vi additava da seguire per essere santi". Voi avete odiato la Luce perché i malfattori amano le tenebre per i loro delitti, e avete sfuggito la Luce perché non vi illuminasse nelle vostre piaghe nascoste. Non per te, Nicodemo. Ma la verità è questa. E la punizione sarà in rapporto alla condanna, nel singolo e nella collettività. Riguardo a coloro che mi amano e mettono in pratica le verità che insegno, nascendo perciò nello spirito per una seconda volta, che è la più vera, ecco Io dico che essi non temono la Luce, ma anzi ad essa si accostano, perché la loro luce aumenta quella da cui furono illuminati, reciproca gloria che fa beato Dio nei suoi figli e i figli nel Padre. No, che i figli della Luce non temono d'essere illuminati. Ma anzi col cuore e con le opere dicono: "Non io; Egli il Padre, Egli il Figlio, Egli lo Spirito hanno compiuto in me il Bene. Ad essi gloria in eterno". E dal Cielo ri- sponde l'eterno canto dei Tre che si amano nella loro perfetta Unità: "A te benedizione in eterno, figlio vero del nostro volere". Giovanni, ricorda queste parole per quando sarà l'ora di scriverle. Nicodemo, sei persuaso?». «Maestro... sì. Quando potrò parlarti ancora?». «Lazzaro saprà dove condurti. Andrò da lui prima di allontanarmi di qui». «Io vado, Maestro. Benedici il tuo servo». «La mia pace sia teco». Nicodemo esce con Giovanni. Gesù si volge a Simone: «Vedi l'opera della potestà delle Tenebre? Come un ragno, tende la sua insidia e invischia e imprigiona chi non sa morire per rinascere farfalla, tanto forte da lacerare la tela tenebrosa e passare oltre, portando a ricordo della sua vittoria brandelli di lucente rete sulle ali d'oro, come orifiamme e labari vinti al nemico. Morire per vivere. Morire per darvi la forza di morire. Vieni, Simone, al riposo. E Dio sia con te». Tutto ha fine.