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domenica 6 luglio 2014

Dossier: VIAGGIO ALL'INFERNO - IL TIMONE N. 123 - ANNO XV - Maggio 2013 - pag. 39 - 46 - Lo hanno visto...



Anna Caterina Emmerick
Nacque l’8 settembre 1774 a Flamske bei Coestfeld, in Westfalia, entrò nel Monastero di Agnetenberg a Dülmen, sempre in Westfalia, delle Canonichesse Regolari di S. Agostino. Morirà a Dülmen il 9 novembre 1824. Durante la sua vita patì a causa di diverse malattie che, peraltro, non le impedirono di ricevere numerose visioni mistiche e anche le stimmate. Nel 1811 il monastero verrà soppresso e la beata ritornò alla vita secolare, venendo accolta come domestica presso l’abitazione dell’abbé Lambert, un prete fuggito dalla Francia, che viveva a Dülmen. Era, infatti, l’epoca della Rivoluzione francese e della successiva dominazione napoleonica, diffusa in tutti i Paesi europei. La beata ebbe come medico Franz Wesener, che si convertì al cristianesimo e le divenne amico, così come la assistette durante l’infermità il celebre scrittore e poeta del romanticismo tedesco Clemens Brentano (1778-1842), che dal 1816 al 1824 prenderà nota delle sue visioni, grazie alle quali scriverà la Vita di Gesù Cristo secondo le visioni della monaca Anna Caterina Emmerich. A essa si ispirerà il regista Mel Gibson nel suo celebre film sulla Passione del 2004. Nel corso dello stesso anno, la Emmerich verrà beatificata da papa Giovanni Paolo II.
Fra le tante visioni, dalle quali sono state ricavati diversi libri tutti ispirati al testo di Brentano, ebbe una visione dell’inferno quando vide scendere il Salvatore negli inferi.

«Vidi (...) il Salvatore avvicinarsi, severo, al centro dell’abisso. L’inferno mi apparve come un immenso antro tenebroso, illuminato appena da una scialba luce quasi metallica. Sulla sua entrata risaltavano enormi porte nere, con serrature e catenacci incandescenti. Urla di orrore si elevavano senza posa da quella voragine paurosa di cui, a un tratto, si sprofondarono le porte. Così potei vedere un orrido mondo di desolazione e di tenebre.
L’inferno è un carcere di eterna ira, dove si dibattono esseri discordi e disperati. Mentre nel cielo si gode la gioia e si adora l’Altissimo dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisita che comunicano la vita, all’inferno invece si sprofondano cavernose prigioni, si estendono orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti di mostri paurosi, orribili. Là dentro ferve l’eterna e terribile discordia dei dannati.
Nel cielo invece regna l’unione dei Santi eternamente beati. L’inferno, al contrario, rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore; là imperversa il dolore e si soffrono quindi supplizi in una indefinita varietà di manifestazioni e di pene. Ogni dannato ha sempre presente questo pensiero: che i tormenti, ch’egli soffre, sono il frutto naturale e giusto dei suoi misfatti. Quanto si sente e si vede di orribile all’inferno è l’essenza, la forma interiore del peccato scoperto. Di quel serpe velenoso, che divora quanti lo fomentarono in seno durante la prova mortale. Tutto questo si può comprendere quando si vede, ma riesce inesprimibile a parole.
Quando gli Angeli, che scortavano Gesù, avevano abbattuto le porte infernali, si era sollevato come un subisso d’imprecazioni, d’ingiurie, di urla e di lamenti. Alcuni Angeli avevano cacciato altrove sterminate torme di demoni, i quali avevano poi dovuto riconoscere e adorare il Redentore.
Questo era stato il loro maggior supplizio. Molti di essi venivano quindi imprigionati dentro una sfera, che risultava di tanti settori concentrici.
Al centro dell’inferno si sprofondava un abisso tenebroso, dov’era precipitato Lucifero in catene, il quale stava immerso tra cupi vapori. Tutto ciò era avvenuto secondo determinati arcani divini.
Seppi che Lucifero dovrà essere scatenato per qualche tempo: cinquanta o sessant’anni prima dell’anno 2000 di Cristo, se non erro. Alcuni demoni invece devono essere sciolti prima di quell’epoca per castigare e sterminare i mondani. Alcuni di essi furono scatenati ai nostri giorni; altri lo saranno presto. Mentre tratto questo argomento, le scene infernali le vedo così orripilanti dinanzi ai miei occhi, che la loro vista potrebbe perfino farmi morire». (Tratto da: P. Antonio M. Di Monda, L’inferno visto dai santi, Associazione Cattolica Gesù e Maria, 2006, p. 70-71).
 

 
Santa Teresa d’Avila
Teresa di Gesù, nata ad Avila il 28 marzo 1515 e morta ad Alba il 4 ottobre 1582, è stata una monaca carmelitana spagnola celebre per avere contribuito, con san Giovanni della Croce (1542-1591), alla riforma del Carmelo e alla fondazione di nuovi monasteri, oltre che al rilancio della mistica. Il suo testo più importante è Il castello interiore, un’opera di dottrina mistica che descrive l’itinerario dell’anima verso Dio, attraverso sette passaggi o elevazioni. Beatificata nel 1610 e canonizzata nel 1622, verrà annoverata nel 1970 dal venerabile Paolo VI fra i dottori della Chiesa.

Teresa ha visto l’inferno. Lo racconta lei stessa nell’autobiografia: «Mentre un giorno ero in orazione, mi sembrò di trovarmi ad un tratto tutta sprofondata nell’inferno, senza saper come. Capii che il Signore voleva farmi vedere il luogo che i demoni mi avevano preparato e che io avevo meritato per i miei peccati. Tale visione durò un brevissimo spazio di tempo, ma anche se vivessi molti anni, mi sembra che non potrei mai dimenticarla.
L’entrata mi pareva come un vicolo assai lungo e stretto, come un forno molto basso, scuro e angusto; il suolo, una melma piena di sudiciume e di un odore pestilenziale in cui si muoveva una quantità di rettili schifosi. Nella parete di fondo vi era una cavità come di un armadietto incassato nel muro, dove mi sentii rinchiudere in uno spazio assai ristretto. Ma tutto questo era uno spettacolo persino piacevole in confronto a quello che qui ebbi a soffrire.
Quello che sto per dire, però, mi pare che non si possa neanche tentare di descriverlo né si possa intendere: sentivo nell’anima un fuoco di tale violenza che io non so come poterlo riferire; il corpo era tormentato da così intollerabili dolori che, pur avendone sofferti in questa vita di assai gravi, anzi; a quanto dicono i medici, dei più gravi che in terra si possano soffrire – perché i miei nervi si erano tutti rattrappiti quando rimasi paralizzata, senza dire di molti altri di vario genere che ho avuto, alcuni dei quali, come ho detto, causati dal demonio – tutto è nulla in paragone di quello che ho sofferto allora, tanto più al pensiero che sarebbero stati tormenti senza fine e senza tregua. Eppure, anche questo non era nulla in confronto al tormento dell’anima: un’oppressione, un’angoscia, una tristezza così profonda, un così accorato e disperato dolore, che non so come esprimerlo. Dire che è come un sentirsi continuamente strappare l’anima è poco, perché morendo, sembra che altri ponga fine alla nostra vita, ma qui è la stessa anima a farsi a pezzi. Non so proprio come descrivere quel fuoco interno e quella disperazione che esasperava così orribili tormenti e così gravi sofferenze. Non vedevo chi me li procurasse, ma mi pareva di sentirmi bruciare e dilacerare; ripeto, però, che il peggior supplizio era dato da quel fuoco e da quella disperazione interiore.
Stavo in un luogo pestilenziale, senza alcuna speranza di conforto, senza la possibilità di sedermi e stendere le membra, chiusa com’ ero in quella specie di buco scavato nel muro. Le stesse pareti, orribili a vedersi, mi gravavano addosso dandomi un senso di soffocamento. Non c’era luce, ma tenebre fittissime. Non capivo come potesse avvenire questo: che, pur non essendoci luce, si vedesse ugualmente ciò che poteva dar pena alla vista.
Il Signore allora non volle mostrarmi altro dell’inferno; in seguito, però, ho avuto una visione di cose spaventose, tra cui il castigo di alcuni vizi. Al vederli, mi sembravano ben più terribili, ma siccome non ne provavo la sofferenza, non mi facevano tanta paura, mentre in questa prima visione il Signore volle che io sentissi davvero nello spirito quelle angosce e afflizioni, come se le patissi nel corpo. Non so come questo sia avvenuto, ma
mi resi ben conto che era per effetto di una grande grazia e che il Signore volle farmi vedere con i miei occhi da dove la sua misericordia mi aveva liberato. Sentir parlare dell’inferno è niente, com’è niente il fatto che abbia alcune volte meditato sui diversi tormenti che procura (anche se poche volte, perché la via del timore non è fatta per la mia anima) e con cui i demoni torturano i dannati e su altri ancora che ho letto nei libri; non è niente, ripeto, di fronte a questa pena, che è ben altra cosa. C’è la stessa differenza che passa tra un ritratto e la realtà; bruciarsi al nostro fuoco è ben poca cosa in confronto al tormento del fuoco infernale.
(…) questa è una delle maggiori grazie che il Signore mi ha fatto, perché mi ha aiutato moltissimo, sia per non temere più le tribolazioni e le contraddizioni di questa vita, sia per sforzarmi a sopportarle e ringraziare il Signore di avermi liberato, come ora mi pare, da mali così terribili ed eterni».
(S. Teresa d’Avila, Opere complete, Paoline, 20002, pp. 359-361).
 


Santa Veronica Giuliani
Veronica Giuliani (Orsola, nel secolo) nacque a Mercatello sul Metauro il 27 dicembre 1660. Entrò nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello. Morirà il 9 luglio 1727, nella stessa città. Badessa e mistica ricca di doni straordinari, ci ha lasciato un diario (Il tesoro nascosto) che narra delle sue esperienze straordinarie, in particolare inerenti alla Passione di Gesù. Verrà beatificata nel 1804 e canonizzata nel 1839 da papa Gregorio XVI, a Roma, davanti a una folla enorme.

Una visione dell’inferno, avuta nel 1696, è così raccontata dalla santa: «Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usciva un puzzare e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter paragonare.
In questo punto, Iddio mi diede una comunicazione sopra l’ingratitudine delle creature, e quanto gli dispiaccia questo peccato. E qui mi si dimostrò tutto appassionato, flagellato, coronato di spine, con viva, pesante croce in spalla. Così mi disse: “Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Vi sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno” In questo mentre, parvemi di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni; tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie.
Le dette bestie, in un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che mi davano più terrore che non erano gli stessi demoni. lo stavo tutta tremante e mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttochè vi fosse poco spazio, non potei mai avvicinarmi più. Il Signore grondava di Sangue e sotto quel grave peso stava. O Dio! lo avrei voluto raccogliere il Sangue e pigliare quella croce; e con grand’ansia desideravo il significato di tutto. In un istante, quelle creature divennero, di nuovo, in figura di bestie e, poi, tutte furono precipitate in quel luogo oscurissimo e maledicevano Iddio e i Santi. Qui mi si aggiunse un rapimento, e parverni che il Signore mi facesse capire che quel luogo era l’inferno, che quelle anime erano morte e, per il peccato, erano divenute come bestie; e che, fra esse, vi erano anche dei Religiosi.
(…) Parevami di essere trasportata in un luogo deserto, oscuro e solitario, ove non sentivo altro che urli, stridi, fischi di serpenti, rumori di catene, di ruote, di ferri, botti così grandi, che, ad ogni colpo, pensavo sprofondasse tutto il mondo. Ed io non avevo sussidio ove rivolgermi; non potevo parlare: non potevo invitare il Signore. Parevami che fosse luogo di castigo e di sdegno di Dio verso di me per le tante offese fatte a S. Divina Maestà. Ed avevo avanti eli me tutti i miei peccati. (…)
Sentivo un incendio come di fuoco, ma non vedevo fiamme; altro che oscurità e spaventi. Non sentivo altro che colpi addosso di me; ma non vedevo nessuno. In un subito, sentivo come una fiamma di fuoco che si avvicinava a me, e sentivo percuotermi; ma niente vedevo. Oh! che pena! Oh! che tormento! Descriverlo non posso; ed anche il sol ricordarmi di ciò mi fa tremare. Alla fine, fra tante tenebre, parvemi di vedere un piccolo
lume come per aria. A poco a poco, si dilatò tanto. Parevami che mi sollevasse da tali pene; ma non vedevo altro».
(Diario di S. Veronica Giuliani, vol. I, Città di Castello, pp. 708-716).
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Un’altra visione dell’inferno è del 27 gennaio 1716. La Santa racconta che fu trasportata da alcuni angeli nell’inferno: «in un tratto, mi trovai in un luogo oscuro, profondo e puzzolente; vi sentii urli di tori, ragli di asini, mugiti di leoni, fischi di serpi, confusioni di voci spaventevoli, e tuoni grandi che apportavano terrore e spaventi. Vi vidi anche lampi di fuoco e fumo densissimo. Parvemi di vedervi una grande montagna tutta coperta di vipere, di serpi e di basilischi intrecciati insieme. (…)
Sentendo, sotto di questi, maledizioni e voci spaventevoli, rivolta ai miei Angeli domandai loro che cosa fossero quelle voci; ed essi mi dissero che ivi stavano tormentate molte anime, e che il detto luogo era il più refrigerante. Infatti si aprì, in un subito, quel gran monte, e parvemi vederlo tutto (pieno) di anime e di demoni in tanto numero! Stavano quelle anime attaccate insieme come se fossero una cosa sola; ed i demoni le tengono così legate, con catene di fuoco, a se stessi, che anime e demoni sono una cosa stessa, e ciascun’anima ha tanti demoni addosso, che appena si discerne. (…)
In mezzo a questo luogo, vi è un trono altissimo, larghissimo, bruttissimo e composto tutto dei demoni più spaventevoli dell’inferno; e nel mezzo di esso (vi è) una sedia formata di demoni, i capi ed i principali. Quivi sta a sedere Lucifero, spaventevole, orrendo. Passa, in bruttezza, tutti gli altri demoni; sembra che abbia un capo con (formato di) cento capi, e che sia pieno di spuntoni ben lunghi, in cima di ciascuno dei quali vi è come un occhio, grande come un capo di bue, che manda saette infuocate che bruciano tutto l’inferno. (…) Esso vede tutti e tutti vedono Lui.
Qui i miei Angeli mi fecero capire che, siccome in Paradiso la vista di Dio, a faccia a faccia, rende beati e contenti tutti, così, nell’inferno, la brutta faccia di Lucifero, di questo mostro infernale, è di tormento a tutte le anime. (…) Qui, in un subito, mi fecero vedere il cuscino che stava nella sedia di Lucifero, ove esso sta assiso in quel trono. Era l’anima di Giuda».
(Diario di S. Veronica Giuliani, vol. III, Città di Castello, pp. 1006-1008).
 


San Giovanni Bosco

Giovanni Bosco nacque a Castelnuovo d’Asti il 16 agosto 1815 e morì il 31 gennaio 1888. Dotato di straordinarie doti naturali, seppe metterle al servizio dell’apostolato, in particolare rivolgendosi ai giovani, preoccupato per la loro educazione. Verrà canonizzato da papa Pio XI il giorno di Pasqua del 1934. È universalmente riconosciuto il suo straordinario carisma di educatore dei giovani, per i quali istituì la congregazione religiosa dei salesiani, la Società di san Francesco di Sales.
 

Anch’egli ebbe una visione dell’inferno che raccontò ai giovani: «Mi trovai con la mia guida (l’Angelo Custode), in fondo ad un precipizio che finiva in una valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso, avente una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva, un fumo grasso, quasi verde, s’innalzava sui muraglioni dell’edificio e guizze di fiamme sanguigne. Domandai: Dove ci troviamo? Leggi, mi rispose la guida, l’iscrizione che è sulla porta! C’era scritto: Ubi non est redemptio! cioè: dove non c’è redenzione. Intanto vidi precipitare dentro quel baratro... prima un giovane, poi un altro ed in seguito altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Esclamò la guida: Ecco la causa precipua di queste dannazioni: i compagni, i libri cattivi e le perverse abitudini. Gli infelici erano giovani da me conosciuti. Domandai: Ma dunque è inutile che si lavori tra i giovani, se tanti fanno questa fine? Come impedire tanta rovina? Coloro che hai visto, sono ancora in vita; questo però è il loro stato attuale e se morissero, verrebbero senz’altro qui!
Dopo entrammo nell’edificio; si correva con la rapidità del baleno. Lessi questa iscrizione: Ibunt impii in ignem aeternum! Cioè: Gli empi andranno nel fuoco eterno!
Vieni con me! – soggiunse la guida –. Mi prese per una mano e mi condusse davanti ad uno sportello, che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie d’immensa caverna, piena di fuoco.
Certamente quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore. Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. Intanto, all’improvviso, vedevo cadere dei giovani nella caverna ardente. La guida disse: “La trasgressione del sesto comandamento è la causa della rovina eterna di tanti giovani”. “Ma se hanno peccato, si sono però confessati”. “Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o taciute affatto. Ad es., uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne disse solo due o tre. Vi sono di quelli, che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l’hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento; anzi, taluni, invece di fare l’esame di coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E chi muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi e così sarà per tutta l’eternità... Ed ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio qui ti ha condotto?”. La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Oratorio, che io tutti conoscevo, condannati per questa colpa. Fra essi vi erano di quelli che in apparenza tengono buona condotta.
Continuò la guida: Predica dappertutto contro l’immodestia! Poi parlammo per circa mezz’ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si concluse: Mutare vita!... Mutare vita! Ora, soggiunse l’amico, che hai visto i tormenti dei dannati, bisogna che provi anche tu un poco di inferno! Usciti dall’orribile edificio, la guida afferrò la mia mano e toccò l’ultimo muro esterno; io emisi un grido... Cessata la visione, osservai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura».
(Tratto da: P. Antonio M. Di Monda, L’inferno visto dai santi, Associazione Cattolica Gesù e Maria, 2006, p. 73-74).
 


I tre veggenti di Fatima
I bambini, ai quali apparve la Madonna a Fatima dal 13 maggio al 13 ottobre 1917, sono Lùcia de Jesus (nata il 22 marzo 1907 e morta nel 2005), Francisco (nato l’11 giugno 1908 e morto il 4 aprile 1919) e Jacinta Marto (nata l’11 marzo 1910 e morta il 20 febbraio 1920). I tre bambini erano nati e vivevano ad Aljustrel, in Portogallo, nei pressi di Fatima, nei cui prati adiacenti portavano le pecore e le capre a pascolare. Così avevano fatto anche quella mattina, il 13 maggio 1917, quando cambiò radicalmente la loro vita.
 

Tra l’altro, la Madonna fece vedere loro l’inferno. Vedemmo, racconta Lucia: «Come un grande mare di fuoco e immersi in questo fuoco i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o abbronzate, di forma umana, che ondeggiavano nell’incendio, sollevate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti – simili al cadere delle scintille nei grandi incendi – senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura. I demoni si distinguevano per la forma orribile e ributtante di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni roventi».
Ai piccoli terrorizzati dalla paura, la Madonna dice: «Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se farete quello che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace». La Madonna dirà pure: «Quando recitate il Rosario, dopo ogni mistero dite: O Gesù mio, perdonateci, liberateci dall’inferno, portate in cielo tutte le anime, soprattutto quelle più bisognose».
(A. Borelli Machado, Le apparizione e il messaggio di Fatima secondo i manoscritti di suor Lucia, Cristianità, 1977, pp. 36-37).
 


Santa Maria Maddalena dei Pazzi
Nata e vissuta a Firenze dal 1566 al 1607, cresciuta in una famiglia della nobiltà fiorentina, Maddalena è stata religiosa carmelitana, educata da due gesuiti che le fecero imparare a pregare. In particolare sono rimaste celebri le sue estasi nei primi anni della vita religiosa, testimoniate dalle consorelle, estasi che si interrompevano per le celebrazioni liturgiche, in primis la liturgia delle ore e la santa messa. Influenzata da Caterina da Siena e dal frate domenicano Girolamo Savonarola (1452-1498), ella si sentì investita del compito di favorire il rinnovamento della Chiesa. Sarà canonizzata il 22 aprile 1669.
 

Dio, parlando dell’inferno a santa Maria Maddalena de’ Pazzi, le disse: «Fra i dannati regna un odio eterno, perché ciascuno di essi conosce colui che lo portò ad offendermi e che fu per conseguenza la causa della sua dannazione. Perciò quanto più cresce il loro numero, tanto maggiormente si accrescono le loro pene, perché i nuovi venuti non fanno che aumentare la rabbia che li anima gli uni contro gli altri».
(tratto da: www.apologetica.altervista.org )
 


Santa Faustina Kowalska

Elena Kowalska (1905-1938) era una giovane polacca di Głogowiec, terza di dieci figli. Chiamata da Dio a una consacrazione religiosa, lasciò la famiglia per andare a lavorare come domestica e acquisire la dote necessaria per entrare in convento. Finalmente verrà accolta dalle suore della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, a Varsavia. Era il 1925. Cominciò così la sua breve esperienza monastica, durante la quale fu scelta da Dio come colei che avrebbe dovuto diffondere nel mondo la devozione alla Divina Misericordia, mentre negli stessi anni la Polonia scompariva soggiogata dai due totalitarismi, quello nazista e quello comunista, che la schiacciavano da ovest e da est. Dio poneva così un limite al male attraverso la sua misericordia, che avrebbe conquistato molte anime. Faustina ci ha lasciato un Diario con tutte le sue straordinarie esperienze mistiche. È stata canonizzata dal beato Giovanni Paolo II il 30 aprile 2000, il papa che da giovane aveva pregato sulla sua tomba a Cracovia e da vescovo e cardinale aveva difeso l’ortodossia di Faustina dall’ex sant’Uffizio. La festa liturgica della divina misericordia è stata istituita per la prima domenica dopo Pasqua.
 

«Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell’inferno. È un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande.
Queste le varie pene che ho visto: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima, ma non l’annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio; la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie.
Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall’altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l’onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l’eternità».
«Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun’anima si giustifichi dicendo che l’inferno non c’è, oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia. lo, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell’inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l’inferno c’è».
«Ora non posso parlare di questo. Ho l’ordine da Dio di lasciarlo per iscritto. I demoni hanno dimostrato un grande odio contro di me, ma per ordine di Dio hanno dovuto
ubbidirmi. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno. Quando ritornai in me, non riuscivo a riprendermi per lo spavento, al pensiero che delle anime là soffrono così tremendamente, per questo prego con maggior fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco incessantemente la misericordia di Dio per loro».
(Dal “Diario” di Santa Faustina Kowaslka, Libreria Editrice Vaticana, pag. 276).
 


Santa Caterina da Siena
Nata a Siena nel 1347, morirà a Roma nel 1380, alla stessa età del Signore. Entrò a sedici anni, non senza difficoltà, fra le terziarie domenicane della sua città, dette “mantellate” per un mantello nero che indossavano. Praticamente analfabeta, accompagnata da una sorta di “bella brigata”, un gruppo di persone che la seguivano ovunque, dispenserà consigli ai tanti discepoli che seguiranno i suoi suggerimenti, spesso indicati per mezzo di lettere dettate da Caterina e trascritte dai suoi amici. Cercherà di influenzare i “grandi” del suo tempo, ecclesiastici e politici, in un periodo di grande difficoltà per la vita della Chiesa, alle prese con Papi e antipapi durante lo Scisma d’Occidente, che durerà circa 40 anni nel periodo a cavallo fra il XIV e il XV secolo. Caterina operò anche affinché il Papa ritornasse definitivamente a Roma da Avignone, dove avevano posto la loro residenza i Papi all’inizio del 1300 perché spinti dall’influenza della monarchia francese. Le sue principali opere sono le Lettere che sono state raccolte dai suoi discepoli e Il dialogo sulla divina Provvidenza. Canonizzata nel 1461, nel 1970 Paolo VI l’ha proclamata dottore della Chiesa. È patrona d’Italia con san Francesco d’Assisi e co-patrona d’Europa.
 

«Lingua umana non basta, figlia mia, a narrare la pena di queste anime miserande. Se tre sono i principali vizi – cioè l’amore di sé onde nasce il secondo, ossia la considerazione di se stessi, dal quale procede il terzo, che è la superbia accompagnata da falsa giustizia e crudeltà, con gli altri iniqui e immondi peccati che conseguono a questi – così ti dico che nell’inferno vi sono quattro tormenti principali, ai quali conseguono tutti gli altri.
Il primo tormento consiste nel fatto che essi si vedono privati della mia visione; cosa che è di tanta sofferenza che, se fosse loro possibile, sceglierebbero piuttosto di vedermi, anche stando nel fuoco e tra i più crudi tormenti, piuttosto che esser privi d’ogni pena senza vedermi.
Questa prima pena è ravvivata dal tarlo della loro coscienza, che sempre li rode, poiché per loro colpa si vedono privati di me e della conversazione con gli angeli, e per di più si vedono divenuti degni della conversazione con i demoni e della loro visione.
Il vedere poi il diavolo, che è la terza pena, moltiplica ogni loro sofferenza. Se infatti i santi sempre esultano nella mia visione ripensando con gaudio al frutto dei sacrifici che hanno sopportato per me con grandissimo amore e disprezzo di sé, il contrario è di questi sventurati, che nella visione dei demoni acuiscono il proprio tormento: nel vedere i demoni riconoscono se stessi, cioè capiscono che per propria colpa se ne son resi degni. In tal modo il tarlo della coscienza ancor più li rode e mai ha tregua il fuoco bruciante di questa consapevolezza.
Pena ancor più grande deriva loro dal vedere la figura stessa del demonio, tanto orribile che non v’è cuore umano che possa figurarsela. Se ben ricordi, infatti, saprai che, avendoti lo mostrato il demonio nella sua forma, e per un piccolo spazio di tempo – quasi un punto! – tu, dopo esser tornata in te, hai scelto, piuttosto, di camminare lungo una strada lastricata di fuoco, durasse pure sino al giorno del giudizio, disposta a calpestare il fuoco coi tuoi piedi, piuttosto che vederlo ancora. Ma quantunque tu l’abbia visto, ancora non sai quanto egli sia orribile, perché, per divina giustizia, egli si mostra ancor più repellente all’anima che si è privata di me, e in modo più o meno grave a seconda della gravità delle colpe commesse.
E il quarto tormento è il fuoco. È un fuoco che brucia ma non consuma l’anima; questa non si può consumare, non essendo cosa materiale che il fuoco possa ridurre a niente, dal momento che è incorporea. Ma lo per divina giustizia ho permesso che il fuoco la bruci
tormentosamente, la tormenti e non la consumi, e la tormenti e bruci con grandissime sofferenze, in modi diversi a seconda della gravità dei peccati, chi più chi meno, secondo il peso delle colpe.
Da questi quattro tormenti derivano tutti gli altri, con freddo e caldo e stridor di denti. Ecco in che modo miserabile hanno ricevuta la morte eterna, dopo i rimproveri loro rivolti in vita per il falso giudizio e per l’ingiustizia, non essendosi corretti in occasione di questa prima accusa, come ho detto, né della seconda, cioè in punto di morte quando non vollero sperare, né dolendosi dell’offesa fatta a me ma affliggendosi soltanto per la propria pena». (S. Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, a cura di Maria A. Raschini, E.S.D., 20062, pp. 102-105).
 
 
 
DA NON PERDERE
 
Pietro Cantoni, L’Oscuro Signore. Una introduzione alla Demonologia, Sugarco, 2013.

Un libro sul demonio che vuole essere “consolante”. Se questo è lo scopo, a qualcuno verrà da pensare che l’argomento sia sbagliato: che cosa ci può essere di consolatorio nella contemplazione del regno delle tenebre e dei suoi abitanti? La “Terra di Mordor” – per ricorrere all’immagine letteraria del Signore degli Anelli – ha forse questo di caratteristico: è letteralmente sconsolante. Eppure, la vicenda, se seguita sino in fondo, è bella di una bellezza vera, cioè tale da soddisfare le aspirazioni e le speranze profonde, spesso a lui stesso nascoste, del lettore. Una bella lettura è come un viaggio, di cui la Divina Commedia ci offre un altro esempio letterario sublime. Non si tratterà però di una fuga dal reale? No, non è una fuga, ma realismo estremo, e per arrivare a convincersene può essere utile la lettura il più possibile attenta di queste pagine, che narrano di una sconfitta, la più grande sconfitta della storia del mondo. Una sconfitta definitiva, cioè eterna, che è l’ombra in negativo di una meravigliosa e affascinante vittoria di cui il Vangelo è la narrazione fedele. «Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino» (Lc 11, 20-22). Il demonio, L’Oscuro Signore in fondo è sconfitto e anche noi lo possiamo sconfiggere nella misura in cui, con la fede, ci affidiamo interamente all’Uomo più forte di lui che è Gesù nostro Signore.

Dossier:  VIAGGIO ALL'INFERNO
IL TIMONE  N. 123 - ANNO XV - Maggio 2013 - pag. 39 - 46