Pagine statiche

venerdì 16 gennaio 2015

Beato Giustino Maria Russolillo – Una vita per le vocazioni - Biografia e Film


Nascita e Infanzia

I. – LA NASCITA.
Il 18 gennaio 1891 Pianura si svegliò sotto la neve; mai se n’era veduta tanta. Durò dodici tredici giorni. Crollò qualche vecchia casa.I parenti avrebbero voluto rimandare il battesimo per organizzare i festini. Era il terzo maschio e si distingueva dagli altri tanto che la levatrice, zia Girolama, con la confidenza che le consentiva l’età avanzata e l’ufficio delicato, tenendo in braccio il neonato, disse alla puerpera: – Questo figlio non è come gli altri; con chi l’hai avuto? – Il Signore Vi perdoni, comare mia, rispose sorridente Giuseppina Simpatia, nient’affatto offesa ma commossa, perché aveva tradotto benissimo il significato di quella battuta “è frutto del cielo e non della terra”. Questa prima impressione resterà immutata: dovunque andrà, con chiunque tratterà, Giustino comparirà sempre come l’uomo di Dio, una creatura del cielo vivente sulla terra. Il giorno dopo, Giuseppina avvolse il neonato in uno scialle, chiamò il marito Luigi e gli disse molto risolutamente:- Il Signore ci manda i figli per la sua gloria e non per i nostri festini; mandiamo subito a battezzare questa creatura.
Luigi precedette il piccolo corteo spalando la neve. La levatrice osservò che il bimbo, rimasto quieto durante il sacro rito, al momento dell’infusione aveva abbozzato un sorriso di beatitudine celeste.- Sentite che vi dico, divinò poi alla mamma, questo bambino sarà prete, e fin d’ora pretendo una messa per l’anima mia.
2. – L’INFANZIA.
Fin dai primissimi anni, fu chiaro che Giustino non era fatto per un mestiere, nemmeno per una professione: egli aveva una missione. L’ingegno precoce, la docilità assoluta, la pietà singolare lo preconizzavano sacerdote. Era tutto sale, né gli mancava qualche acino di pepe. – Perché, domandò allo zio Giuseppe, perché i morti li chiamano “la buonanima”? Si diventa buoni dopo la morte ? – No, spiegava lo zio, dobbiamo diventare buoni durante la vita; dopo la morte ci chiamano buonanima per pietà, ma solo il Signore conosce la verità. Secondo una credenza popolare le creature molto giudiziose campano poco; perciò le vicine di casa pronosticavano male. – È troppo intelligente, dicevano, non può andare innanzi.- E perché ? rispondeva la mamma lusingata e risentita, forse solo gli scemi vanni innanzi?
La nonna, Giuseppina Scherillo, istruita e lesta, troncò una questione del genere con una sentenza d’oro: – Ve lo dico io dove stava questa creatura: nel talento di Dio ! Non gli mancava il pepe. La vecchia Santina prillava il fuso; egli, lesto, l’acchiappava e tirava. – “Statte sora, statte sora” (Stà fermo), biascicava la vecchia. Egli le rifaceva il verso fino a che, infastidita, Santina aggiungeva: – Madonna mia, pigliatillo! E l’impertinente, di rimando, correggeva a pigliatella. Stava, quieto, solo quando poteva celebrare, confessare, predicare all’uditorio senile delle casigliane che poi si sdebitavano insegnandogli il ricamo, l’uncinetto, la calza tanto che da grande egli fu un competente nel distinguere ed apprezzare i lavori donneschi. Era il benvenuto in tutte le cucine: non gli importava il meglio o il peggio, gli premeva solo di scansare le patate.

L’Ideale e la Missione

3. – L’IDEALE.
Le zie paterne, tre delle quali – Maria, Enrichetta, Giovannina – erano maestre elementari, aiutavano molto la mamma nell’educazione di Giustino; se lo portavano in classe dove apprendeva le prime nozioni e rendeva piccoli servizi. Un giorno tornava dalla scuola al fianco della zia Giovanna, reggendo i registri sottobraccio. Rachele Marrone che camminava dall’altro lato chiese a bruciapelo:
- Giustiniello, (così lo chiamavano allora e così continuano a chiamarlo ora le pianuresi anziane) che farai da grande?- Il prete! Rispose con prontezza.- …ed io la suora! Verrò anche a confessarmi da te, ma… non vorrei penitenze pesanti.- Puoi stare tranquilla: t’imporrò qualche quaresima a pane ed acqua, quindici poste di rosario al giorno…Zia Giovannina sorrideva beneaugurante. Il piccolo – dunque – già godeva fama d’austerità. Li ritroveremo insieme agli inizi dell’Opera.
4. – LA MISSIONE.
Quell’anno partì un paesano (Il Signor Ciro Varchetta.) per il Seminario; la mamma e i familiari in pianto lo salutavano dal balcone mentre egli, asciugando le lacrime, si allontanava in carrozza. Giustino, presente alla scena, commentò con stupore:- Perché piangi ? potessi andarci io!- Don Giorgio Mele racconta che egli e i primi, assistendo in parrocchia alla vestizione di seminaristi, piangevano.- Non verrà mai il nostro turno, dicevano? Nessuno farà un miracolo per noi?I Seminaristi invidiati non diventarono sacerdoti; il loro posto è stato pigliato da diciassette pianuresi che l’Opera di Don Giustino ha dato alla Chiesa. È la sua missione.
Seguiamolo mentre il Signore lo prepara. Completati i primi tre anni di scuola elementare, provvide alla sua maggiore istruzione la zia Giovannina. Essa era cresciuta presso gli Scherillo, a Soccavo; lo zio; Canonico Giovanni Scherillo, umanista insigne e archeologo di fama europea, aveva influito molto sulla cultura e sull’educazione della nipotina prediletta. Un detto allora popolare affermava: “in casa Scherillo anche i gatti
sono intelligenti”. Zia Giovannina, perciò, era ben preparata al compito che volontariamente si era accollato. Solo per il latino chiamò in aiuto il Parroco del tempo, il degnissimo Don Orazio Guillaro. Giustino era assiduo alle lezioni. Qualche volta che la zia, indaffarata o sofferente cercava di esimersi, egli con bel garbo supplicava:- Zia, almeno un quarto d’ora!Così fece progressi rapidissimi e bisognò pensare a chiuderlo in Seminario. La famiglia di don Giustino, pur essendo agiata, in seguito ad un infortunio sul lavoro occorso a papà Luigi, in quel periodo dovette ricorrere al barone Zampaglione. Egli godeva fama d’uomo caritatevole, specialmente per i maritaggi che annualmente assegnava su proposta del Parroco. Mamma e figlio scesero a Napoli per confidare al Barone la loro pena: Giustino con quella salute non poteva fare, come suo padre, il costruttore all’aperto.., poi sarebbe stato un peccato sciupare un così bell’ingegno. – Faccia il calzolaio ! rispose secco il Barone. Giustino – il viso di porpora, gli occhi gonfi di pianto – non fiatò. Appena usciti, la mamma con fierezza e tenerezza lo rassicurò:Non temere: mamma ti farà prete anche a costo di impegnarsi gli occhi. In casa furono tutti d’accordo con lei. Il padre e gli zii lo accompagnarono a Pozzuoli. Proprio quel giorno la commissione esaminatrice stava vagliando i candidati; conveniva pertanto aspettare in parlatorio l’esito degli esami. Fu splendido: lo ammisero in seconda ginnasiale. Ancora oggi il canonico Colonna, ottantenne, ricorda la vivacità e la prontezza del Russolillo e afferma “non m’è mai più capitato un caso simile”.

Seminario e Studi

5. – IN SEMINARIO.
Il chierico Russolillo attirò subito e conservò sempre la stima dei superiori, l’ammirazione dei professori, l’affezione dei condiscepoli, la venerazione della servitù. Anche il Vescovo, S. E. Monsignor Michele Zezza, lo preferiva come suo caudatario, a Pozzuoli e in Diocesi. Tanta generale benevolenza l’aiutò ad aggirare i due ostacoli che gli ostruivano la strada al sacerdozio: la malferma salute e le momentanee difficoltà economiche.
La mamma non mancava di far visite al “ricco figlio” (Come tutti i genitori napoletani così essa chiamava il figlio prediletto). Vincenzino, quando poteva, l’accompagnava con un asinello, e quando no, la buona donna chiedeva all’amore la forza di percorrere a piedi i molti chilometri di strada polverosa e assolata d’estate, fangosa e desolata d’inverno. Ci volle l’intervento diretto del vescovo presso il barone Zampaglione a ridare slancio al cammino vocazionale del piccolo Giustino.Il barone si accollò in questo modo metà della retta per Giustino.
Giustino, fiducioso in Dio, pregò e… pianse; pianse tanto che i superiori se ne accorsero e rapportarono al Vescovo. Questi, in un colloquio con la mamma, si rese conto della situazione: il primo fratello Ciccillo aveva interrotto gli studi per aiutare il padre nella direzione della casa (e si dimostrò presto di una capacità e di una tenacia che furono la fortuna della famiglia); il fratello Vincenzino ne aveva seguito l’esempio; la zia Enrichetta, maestra elementare che di tutto cuore aiutava il nipote, era morta giovane…Il buon Pastore, convinto e commosso, intervenne presso il Barone Zampaglione suo amico, che volentieri, questa volta, si accollò metà retta, (L. 15) e la versava ogni mese con puntualità direttamente al Vescovo.
6. – GLI STUDI.
Agli esami fu sempre il primo assoluto. Lo nominarono prefetto della camerata dei minori un po’ per evitargli il contatto con i maggiori e molto più per affidargli la formazione di quelli. Mons. Zezza, apprezzando il valore del Russolillo, volle che si presentasse per le licenze ginnasiale e liceale. Alla prima (1905) fu rimandato in francese da un astioso mangiapreti; all’esame di riparazione pigliò dieci. Alla seconda ebbe un trionfo. Il Liceo Umberto I aveva il primato della severità. Giustino si presentò con l’abito talare che non era, certo, una raccomandazione presso la commissione esaminatrice ché, in quell’epoca, il liberalismo massonico aveva il monopolio incontrastato della Pubblica Istruzione; non di meno l’abatino disarmò tutti rispondendo con prontezza, con precisione, con modestia.
Qualcuno suggerì – Levati quell’abito, ragazzo; hai una carriera sicura innanzi a te. Il Presidente della commissione fu il primo a congratularsi con lui; tutti gli strinsero la mano ammirandone l’intelligenza e la virtù. Per la media superiore all’8 riebbe le tasse. Mons. Zezza lietissimo per l’ottima figura fatta dal Seminario l’abbracciò e baciò. Seguì l’anno di propedeutica e i quattro di teologia. Il Vescovo era solito dispensare dall’esame di teologia morale quelli che brillavano all’esame di teologia dogmatica. Questa dispensa era un appannaggio di Don Giustino. Gli ultimi due anni (1911-13) li passò a Posillipo nel Seminario Regionale S. PIO X, affidato ai Padri Gesuiti; fu tra i primi sei alunni fondatori; anzi, siccome lo scatolone (così avevano battezzato il grande edificio) non era “rifinito” alloggiarono per un po’ di tempo nella casa professa. Come primo prefetto seppe accoppiare fermezza e dolcezza. Egli stesso diceva in seguito: “Era come una famiglia”. Terminò il corso teologico con medaglia d’oro. Il P. Antonio Stravino, suo rettore, poi Economo Generale della Compagnia, diceva di lui al nostro Don Saggiomo: “Don Giustino è un santo che bisogna canonizzare in vita; la Santa Chiesa dovrebbe fare un eccezione per lui”.

Preludio Apostolico e L’Estatico

7. – PRELUDIO APOSTOLICO.
Don Giustino è come la perla: rifulge di più se incastonata in un cerchio d’infanzie irrequiete. I piccoli gli volteggiavano intorno come farfalle intorno alla lampada che brilla nella notte. Egli li accoglieva con giovialità, poggiava un tavolone da muratore su due grosse pietre, vi sistemava i frugoli e insegnava il catechismo. Ricordiamo questo aneddoto: – Chi ti ha creato ? chiese ad un ragazzetto.- Papà e mamma. – E perché ? insistette sorridente Giustino. – Per far l’erba alla vaccarella. Come non intenerirsi e impensierirsi di fronte a tanta ignoranza? Il catechismo in tutte le forme, dalle più rudimentali alle più elevate, sarà la sua arma preferita per le sante conquiste del bene, la sua passione. Già sacerdote incontrò Mons. Cafiero, Rettore del Seminario di Napoli, che volle conoscere il regolamento della sua giornata. Quando sentì: “nel pomeriggio, catechismo” interruppe quasi incredulo: – Tutti i giorni? Tutti i giorni, confermò Don Giustino. – Finalmente ho trovato un prete che fa il catechismo tutti i giorni.Anche da soldato conservò questa passione. Scrisse alla zia Giovannina:  ”Vi prego di trasmettere in via privata e quanto più segreto è possibile un mio nuovo appello alle signore e alle signorine insegnanti di Pianura per una loro cooperazione fuori scuola all’insegnamento del catechismo.Mi è parso volontà del Signore e come tale lo trasmetto”. (26 agosto 1918). Ai ragazzi del Vocazionario farà leggere ogni mattina il catechismo di perseveranza dell’Abate GAUME. Alle suore che, una volta, preoccupate e
seccate perché il freddo impediva al pane di lievitare, gli anticipavano le scuse del previsto ritardo, rispose: – Chiamate nella camera 200 bambini, fate loro il catechismo: il calore dei loro corpi e più ancora – dei loro cuori che infiammerete d’amore per Dio faranno crescere il pane. Da Parroco, per ordine del suo Vescovo, l’Ecc.mo Monsignor Castaldo, stenderà lo statuto diocesano per la confraternita della dottrina cristiana. C’è
ancora chi ricorda la sua splendida relazione al congresso catechistico di Napoli e la sua lezione al sinodo diocesano di Teggiano. Ci vorrà un opuscolo a parte su Don Giustino apostolo del catechismo. E – ritornando al racconto – ci si dedicava con tanta competenza, ci metteva tanto entusiasmo, che l’uditorio cresceva volta per volta. Ogni catechizzato faceva proseliti “Vuoi venire da Giustiniello?” Al Catechismo alternava il canto – con voce intonata, delicata, insegnava motivi facili – e poi organizzava giochi e competizioni cui partecipava egli stesso; e poi leggeva con arte finissima brani della Bibbia o dell’Agiografia; e poi li guidava a passeggio… un piccolo esercito disciplinato (fino a 200 ragazzi) marciavano cadenzando il passo al canto d’alcune strofette composte da lui stesso. Riporto solo la prima: Fratelli, festanti – con gli angeli e i santiCo’ i cieli e le stelle – cantiamo al Signor Le nostre più belle – canzoni del cor. Sia gloria ed amore – al Dio Redentore Che nel suo gran cuore – noi tutti abbracciò E nel Suo dolore – noi tutti salvò.


8. – L’ESTATICO.
I piccoli amici si adunavano intorno a lui come lo stormo dei colombi intorno a chi offre il mangime. Egli gioiva e si prodigava. In Chiesa, invece, si concentrava nell’orazione e vi durava lunghe ore. Vincenzo Bavarella che lo vedeva spesso immerso nella lettura e nella meditazione, disse “dal mattino si vede il buon giorno ecco uno che vuol fare ottima riuscita”.Qualche anziana di Pianura (Nunziata Mangiapia, d’anni 85) porta lo scrupolo di aver perduto le messe perché in chiesa s’incantava a contemplarlo. Un giorno che più a lungo del solito si tratteneva col Signore, un gruppo di pupi irrequieti, irrompendo nella Chiesa deserta, lo sorpresero sollevato da terra. Strilli di meraviglia e di terrore attirarono l’attenzione di Don Salvatore che, accorso dalla sagrestia, vide il suo caro figlioccio
estatico. Tentò di imporre silenzio e cacciare i disturbatori; poi, timoroso e commosso, si occultò. Giustino ridiscese lentamente; appena riavutosi, zittì con dolcezza gli impertinenti e raccomandò loro con forza di non parlarne. La notizia si diffuse incontenibile; tuttavia la scarsa attendibilità che, in generale, riscuotono i ragazzi e il riserbo del piccolo estatico smorzarono presto la curiosità. Don Giustino, crescendo negli anni e nella virtù, corazzò d’inespugnabile umiltà i doni e i carismi, deludendo i profani che proprio in queste manifestazioni o solo in queste manifestazioni fanno consistere la santità.

Sacerdote e Preannunzio

9. – SACERDOTE.
L’aspettazione per la messa di Don Giustino era vivissima. Il 3 settembre 1913 in una lettera alla zia Michelina, scritta da Sorrento, (i Seminaristi vi erano andati a villeggiare) espone così il suo pensiero “dovreste pregare quelle buone persone che fanno il catechismo in casa ai fanciulli e, se fosse possibile, anche le maestre elementari, che conducessero tutti i ragazzi e ragazze alla Comunione nella mia prima Messa… questa è la festa migliore che mi si potrebbe fare tutto il resto è niente”. Gli esercizi spirituali cominciarono l’11 settembre. Aveva ricevuto gli ordini minori il 22 settembre del 1906; ilSuddiaconato il 28 luglio 1912 nella Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, e il Diaconato il 22 marzo 1913 nella cappella del seminario di Pozzuoli dove fu ordinato l’apostolo di Napoli, S. Francesco De Gironimo. In tali circostanze aveva sempre implorato le preghiere dei buoni, molto più le implorò per il Presbiterato. Il cielo sembrò associarsi al giubilo dei paesani: una siccità persistente da circa tre mesi aveva reso le strade impraticabili; il corteo ne avrebbe scapitato assai. Verso la mezzanotte, tra il 19 e il 20, una pioggia fittissima ristorò campi bestie e cristiani. I Russolillo vegliavano in faccende per i preparativi.
- Domani ci ricreeremo, disse la madre giuliva. – Questo è il primo miracolo del Parroco nostro – aggiunsero le vicine andate ad aiutare, e, nonostante le proteste della madre, continuarono ad acclamare – “parroco dev’essere, parroco lo vogliamo!” Dopo l’ordinazione, mentre il corteo si ordinava, i genitori salirono a ringraziare S. E. Mons. Vescovo. I paesani avevano già espresso l’identico convincimento confrontando l’atteggiamento dei due fratelli durante le funzioni parrocchiali. Michele, ingegno vivacissimo, tutto nervi e fuoco, oggi è un chirurgo di fama e insegna all’università di Napoli. Ventidue carrozze, oltre le carrozzelle, seguirono il neo sacerdote. Il corteo fastoso e festoso trovò gente lungo tutto il percorso: a Bagnoli a Fuorigrotta a Soccavo. I Pianuresi, ai primi spari, si riversarono nelle strade e acclamarono con frenesia.Il corteo già entrava in chiesa, allorché fu notato un fuggi fuggi verso via Napoli. Una disgrazia? una lite? sarebbe stato deplorevole in una giornata di tanta letizia. Era arrivata l’acqua potabile da tanto tempo sospirata e la prima fontana levava alto il suo zampillo. Combinazione? E sia! ma nessun simbolo più bello dell’altra acqua che egli avrebbe largito per anni ed anni alle anime assetate, l’acqua chiara e pura, gioconda e feconda della parola di Dio.
10.- PREANNUNZIO.
Fin dal 1910 l’attività di Don Giustino cominciò ad essere spiccatamente vocazionista. Un giorno che Don Giacomo Vaccaro gli chiese come rispondere a chi vuole notizie sulle origini del Vocazionario, egli stesso suggerì: “rispondete: da un prete che faceva il catechismo tutti i giorni” poi aggiunse: “nel catechismo vi incontrerete con i ragazzi, scoprirete le vocazioni e comincerete a coltivarle” .Identica risposta aveva già data a Don Arsenio, un Vescovo brasileno ritiratosi a vita eremitica sui Camaldoli. – Come ti è venuta l’idea, gli aveva chiesto? – Mi è venuta mediante i catechismi, continui catechismi.Iniziò presto un gruppetto di fedelissimi allo studio del latino e all’amore della vita religiosa. Il Padre Gillet ha una frase che così suona “i parenti sono gli amici che ci ha dati Dio, gli amici sono i parenti che ci scegliamo noi”. Durante l’anno scolastico col permesso dei Superiori riceveva in parlatorio questi… parenti acquisiti. I seminaristi simpatizzanti scendevano con lui in parlatorio a curiosare, ad offrire dolcetti (ci fu chi offrì parecchie copie della storia sacra), a edificarsi; alcuni di essi vollero addirittura consacrarsi all’opera futura, ma poi vennero meno. Alle ordinazioni non mancò mai il gruppo dei fedelissimi; anzi per la prima messa noleggiarono una carrozza tutta per loro ed ebbero il terzo posto, subito dopo i parenti stretti.
A Bagnoli la brezza marina soffiò la paglietta a Giorgio Mele che si precipitò a raccoglierla incurante delle proteste dei cocchieri in tuba che schioccavano le fruste e sciorinavano epiteti pittoreschi… ma non mollarono il terzo posto. La consacrazione sacerdotale di Don Giustino avrebbe dovuto spianare la strada alla vita comune, preludio indispensabile alla vita religiosa di cui ormai conoscevano tutto l’ingranaggio: noviziato, voti, studi, opere. Invece Mons. Zezza lo volle in Seminario e nell’ottobre del 1913 ricominciarono i pellegrinaggi dei fedelissimi. Era differente la meta, ma rimaneva identico lo scopo: raggiungere il sacerdozio nella futura Congregazione. Per alleviare la dura fatica si servivano dell’asino del signor Basilio Polverino, un bestione paziente che nei giorni di buonumore trotterellava svelto fino a Pozzuoli, e nei giorni di malumore si buttava a terra con la bella pretesa di farsi sollevare da quattro persone. Per il suo cattivo carattere morì più di mazzate che di vecchiaia; ebbe dei successori ai quali rimase, per antonomasia, il nome fatidico : “Ciuccio di zi’ Basilio “. Don Giustino per evitare ai suoi ragazzi lo strapazzo e la perdita di tempo avrebbe voluto farli ospitare presso i Padri Cappuccini alla Solfatara, ma la difficoltà si sciolse da sé: infatti egli, dopo pochi mesi, per la malferma salute dovette rientrare a Pianura.

L’Alba e i Volontari di Gesù

11.- L’ALBA.

Il trenta aprile 1914 fu tentato il primo esperimento di vita comune col gruppetto dei fedelissimi della prima ora. I familiari di Don Giustino si mostrarono pieni di comprensione; specialmente il Signor Luigi li accolse come figli e progettò di ampliare per loro l’appartamento di Don Giustino. Fu una luna di miele. Zia Michelina cucinava e Don Giustino cingeva il grembiule bianco e li serviva a tavola; la sera, dopo che essi erano andati a letto, rattoppava i pantaloni lacerati. L’idillio durò 15 giorni; poi il Vescovo in visita a Soccavo lo mandò a chiamare e gli ingiunse perentoriamente di smettere. Il caro Padre soffrì molto per l’opera, ma soffrì assai più per la delusione che avrebbe data ai congregati. Visitò i parenti Scherilo, e una zia – cui forse dovette aprire il suo animo – gli regalò una croce di legno nodoso. Zia Michelina e gli aspiranti ignari attesero Don Giustino per il pranzo. Egli mangiò con loro sereno, gioviale come sempre; solo all’ultimo cavò fuori la Croce, la fece baciare e con mitezza e persuasione annunciò: “Siamo figli della Croce; sacrifichiamo dunque la nostra volontà alla volontà dei Superiori, come Gesù sacrificò la Sua a quella del Padre “. Il 16 luglio in una supplica a San Pio X espose il suo programma per ottenerne approvazione e incoraggiamento. La Santa Sede – come di prassi – agì attraverso la Curia Diocesana e – pare – si mostrò benevola. Tuttavia il Vescovo mediante il fedelissimo Segretario Don Pasqualino dell’Isola – poi Vescovo di Cava e Sarno – ribadì la propria opposizione. Perché? Fu certamente preoccupazione per la cattiva salute di Don Giustino, fu anche prevenzione per gli aspiranti, tutti d’umili condizioni – ed è comprensibile in lui rampollo dei Baroni di Zapponeta; fu forse anche risultato di un intervento indiretto della mamma di Don Giustino che, avendo in casa tre figlie, si preoccupò delle possibili chiacchiere della gente. Ad ogni modo il colpo fu duro. Per attutirlo, nel settembre, S. Ecc.za venuto a Pianura per la benedizione delle fontane ormai sistemate in tutto il paese, volle vedere il gruppo degli aspiranti e ne chiese uno a Don Giustino. Fu preferito Salvatore Polverino perché aveva già espletato le scuole elementari. Era il primo alunno che entrava in Seminario. Gli altri continuarono a gravitare intorno al loro Padre e Maestro nella nativa Pianura. Don Giorgio Mele rievoca le lezioni impartite nel giardino dei Russolillo, sotto la pagliarella. – Che hai mangiato oggi, chiedeva lui con premura paterna?- Patane – rispondeva Giorgio sforzandosi di riuscire conciso e…toscano.- E poi? insisteva Don Giustino divertito.- Cocozzelli (Zucchini).Così il buon umore alleviava la dura fatica dell’istruzione per cervelli non troppo adusi ad imparare e ritenere. Se venivano ad invitarlo per esequie o messe solenni, garbatamente rifiutava e dichiarava “La mia missione è di fare scuola ai ragazzi “.
- I VOLONTARI DI GESÙ.
Col gruppo minimo degli aspiranti al Sacerdozio, egli coltivava un altro gruppo più numeroso che chiamò i volontari di Gesù. Si distinguevano per un nastro tricolore al braccio sul quale spiccava l’immagine del Divin Cuore. Erano dei militanti, i precursori degli aspiranti d’Azione Cattolica e perciò avevano compiti d’avanguardia tutelare la moralità pubblica, zelare il catechismo, frequentare la comunione quotidiana; se vedevano figure sconce, se ascoltavano discorsi luridi, se scoprivano relazioni e situazioni torbide, partivano all’attacco.I Capi-gruppo si impegnavano a svegliare gli altri perché non perdessero la santa
Comunione ogni mattina, li precedevano con puntualità alle funzioni serali, li guidavano con ordine nelle processioni.Nei giorni festivi Don Giustino li sottraeva ai pericoli della strada conducendoli a passeggio e organizzando giochi nei quali era arbitro e paciere. Iniziava i maggiori all’apostolato sociale. Scrisse, per esempio, una letterina ai barbieri e li convocò in casa sua per concordare l’ora della santa messa festiva; invitò gli uomini a formare una sezione dell’ “Unione Popolare fra i Cattolici d’Italia” e, come primo obiettivo, si adoperò per risolvere il problema dei mezzi di trasporto indispensabili agli operai che scendono ai cantieri in città.

Le Schiave di Maria

13.- LE SCHIAVE DI MARIA.

Prima di ritirarsi a vita comune, Giorgio Mele fece le visite di commiato ai parenti ed agli amici. Rachele Marrone e Antonietta Costantino gli obbiettarono:- Solo i maschi devono farsi santi? Dì a Don Giustino che anche noi desideriamo uno schema per vivere meglio e amare di più il Signore.Giorgio partì come un fulmine, e poco dopo era di ritorno con la risposta:- Venga e l’avrà.A Rachele parve troppo laconica; perciò insistette:
- Devo andare sola o insieme?Giorgio, sempre servizievole, fiero di rendersi utile, rifece il percorso e tornò con la risposta:- Venga con le altre in data da stabilire. E qui è necessario un chiarimento. Rachele aveva in casa un oratorio dove formava a soda pietà cristiana un gruppo scelto di fanciulle. Essa aveva l’arte di infervorarle con esortazioni e funzioni. Una volta Don Giustino, celiando, l’aveva ammonita:”Attenta a non fare anche la benedizione eucaristica “.Durante la lettura spirituale le più fervorose con moto istintivo si toglievano gli orecchini e i pettini, scucivano dagli abiti nastri e merletti… La futura suora Antonietta Costantino un giorno le sorprese all’oscuro, mute inoperose lagrimose. Temette una sventura.- Cosa è successo? Chiese affannata.- E’ morto Don Bosco! rispose per tutte Rachele, e si intensificarono i pianti.
Ognuna catechizzava i piccolini nel cortile dove abitava. A questo gruppo – dunque – si riferiva Rachele nel chiedere l’appuntamento. Dopo una settimana circa, Giorgio Saggiomo portò l’invito per una prima conferenza in casa di Zia  Michelina. Trovò suor Rachele in chiesa mentre percorreva la Via Crucis ed era arrivata alla quarta stazione. Gesù la invitava ad alleggerire le deboli spalle di Don Giustino dalla Croce pesantissima che stava per imporgli. In quel primo incontro egli le esortò alla perfezione e additò come scorciatoia la vita d’amore. In ultimo conchiuse: – Pregate il Signore affinché vi mandi un’ anima capace di dirigervi. Rachele, con l’autorità che le competeva e la vivacità che la distingueva, rispose per tutte – Il Signore già ce l’ha mandata; dirigeteci Voi. Egli accettò. Dopo un’intensa preparazione spirituale, il 15 agosto 1914, davanti a un’immagine di Maria Santissima, nella casa paterna, consacrò “schiave di Maria” le  prime dodici giovanette che uscirono di là infiammate di zelo come gli Apostoli dal Cenacolo. Ciascuna di esse ebbe ed accettò l’incarico di moltiplicare le schiave di Maria. L’effetto fu splendido.Il 25 marzo 1915, previo un mese di più intensa preparazione, la piccola Pianura fu mobilitata: da tutti i cortili, alla stessa ora, schiere di anime incolonnate e osannanti mossero verso la Congrega del Santissimo Rosario.I piccoli rivi diventarono un fiume che straripò nelle vicinanze della Chiesa troppo piccola. Nell’aria saliva il canto ufficiale “narra a tutti, anima mia”.
Una vampata di spiritualità, era passata su Pianura.

Soldato

14.- SOLDATO.
A 20 anni lo avevano regolarmente chiamato per la visita militare. Il Vescovo, conoscendone il pudore, ottenne che fosse visitato a parte. Lo fecero rivedibile per insufficienza toracica e l’anno seguente per lo stesso motivo lo riformarono. Poi scoppiò la guerra. Il 14 maggio 1916 i riformati, salvo rare eccezioni, furono arruolati in massa, specialmente le sottane nere, che i massoni angariarono come e quanto vollero. Don Giustino era di una magrezza spettacolare. Quanti mesi di cura hai fatto per ridurti così? chiese con cipiglio minaccioso il capo della commissione di leva. Egli non raccolse l’insinuazione velenosa, ma i paesani protestarono forte per lui. Fu arruolato in sanità e, dopo un breve periodo di addestramento, lo inviarono all’ospedale militare del Sacramento. Gli dettero una divisa spropositata. – Sembrava saccone, dice oggi un suo commilitone che ride ancora di gusto rievocando, vi galleggiava dentro; alle gambe e alle mani aveva dei risvolti di un buon palmo e non si curò di aggiustarli.
La vita militare era insostenibile per il suo fisico. Nel giorno della partenza per il fronte, il capitano, convinto che il Russolillo non avrebbe potuto resistere alla fatica dello zaino affardellato, durante il tragitto dalla Caserma Sales alla Stazione, assoldò uno scugnizzo che fu molto fiero di marciare con lo zaino a fianco del soldato. Ci fu chi mormorò per l’eccezione, ma in fondo, tutti compativano quel prete mingherlino. – Se mi decidessi a confessarmi, sceglierei solo quello, conchiuse uno di loro. Ebbe giornate vuote e giornate piene. “Sono aiutante di un capitano medico in un’infermeria con tre letti e nessuno ammalato” (9 giugno 1918). “Sono così occupato da non credersi, con cento letti e solo come aiutante” (5 agosto 1918). La carità, l’abnegazione, l’assiduità con cui attendeva al proprio dovere gli meritarono un encomio solenne dall’ordinario militare, S. E. Mons. Angelo Bartolomasi. Che Don Giustino andasse di buona voglia a prestare servizio militare, non lo direi. In una lettera dalla zona di guerra (5 agosto 1918) scrive “L’altra volta che fui riformato mancai di diligenza nell’adempiere promesse e voti fatti per me, anche da altre persone. Questa volta non mancherei di nuovo, come propongo nel Signore. Ma faccia Lui! “.
Egli amava l’Italia, e come! e quanto! Ricordano ancora l’ardore con cui declamò a 5 anni una poesia insegnatagli dalla Zia Giovannina che terminava: “Non son francese, non sono inglese, l’Italia bella è il mio paese”. Due cose lo tormentavano assai. La prima erano le sconcezze che i soldati dicevano e facevano specialmente allorché rientravano dalla libera uscita; egli si faceva trovare già addormentato, ma i perfidi rincaravano la dose per torturalo. La seconda era il pensiero dell’opera che veniva ritardata. “Vorrei abbandonarmi anch’io alla dolce speranza di ritornare per sempre alle cose del ministero e della bella scuola, ministero sacerdotale anch’ essa. Benedetto Dio, sempre sempre sempre!” (5 agosto 1918).La prima occasione buona si era presentata fin dall’inizio. Il padre Angelo Ziccardi S. J., trovatosi con lui alle esercitazioni di tiro presso Pozzuoli, fu ben lieto di sparare anche i sei colpi di Don Giustino che non volle nemmeno toccare l’arma. Dopo la marcia di ritorno lo vide mentre mutava la maglia e rimase esterrefatto di tanta macilenza. Gli consigliò, perciò, di marcare visita e lo trovò restio perché il capitano medico trascendeva facilmente a volgarità e bestemmie. – Actiones sunt suppositorum – insisteva il Padre che era professore di filosofia al Regionale, non possono imputarsi a voi le intemperanze di quello squilibrato.
Lo convinse. Quando il capitano lo vide nudo, vero scheletro ambulante, buttò fuori espressioni luridissime contro chi aveva arruolato quel “ragno “, lo mandò a casa e lo propose per il congedo. Purtroppo non l’ottenne e fu richiamato. La seconda occasione si presentò con la disposizione di legge che concedeva ai soldati in possesso della licenza liceale di entrare fra gli ufficiali magazzinieri previo un esame di idoneità; Don Giustino si presentò, ma la commissione medica lo scartò perché debole di costituzione. Furono illogici: come può essere abile al più chi è inabile al meno ? I familiari inoltrarono un esposto a Sua Maestà la Regina Elena perché intervenisse a riparare l’ingiustizia. Difatti, richiamato a Firenze per una visita superiore di controllo, fu congedato. Oramai anche la guerra volgeva alla fine.

Due Congregazioni

15.- LE DUE CONGREGAZIONI.
Le ingrate vicende della vita militare non gli fecero trascurare i gruppi di anime che gravitavano intorno a lui. Fino a che stette a Napoli, i fedelissimi si spingevano fino a Salvator Rosa per servirgli la messa nella Chiesa del Conservatorio delle figlie dei Notai o fino al Vomero – in casa del Parroco di San Gennariello, don Giovanni Varriale – per continuare le lezioni di latino e le esortazioni alla virtù. Egli insisteva sulla necessità di avere impiegati e professionisti, uomini politici e capi di stato veri e propri religiosi; famiglie paesi popoli di religiosi di Dio secondo Gesù. Alle parole aggiungeva la persuasione dei fatti. Un giorno, entrò in un salone per il taglio dei capelli. Il barbiere, in ultimo, bagnò lisciò pettinò a lungo… ed egli lasciò fare, ma, appena fuori, con le mani scompigliò tutto. – Che peccato ! si lasciò sfuggire Saggiomo, stava tanto bene. – Il peccato è la vanità, corresse lui. Qualche volta anche le giovanette desiderose di perfezione arrivavano a frotte sul Vomero, dove egli celebrava per loro presso le Francescane Missionarie di Maria e le infervorava nel santo ideale.
Frequenti erano pure i permessi e le licenze. La prima volta che tornò a Pianura lo seguì un codazzo di paesani, curiosi e mortificati insieme, di vederlo in quegli abiti che gli piangevano addosso; si accalcarono davanti alla casa e lo festeggiarono. I primi ad accorrere erano sempre i fedelissimi. Se doveva ripartire alle quattro del mattino, ragazzi e ragazze alle tre erano già in Chiesa. La notizia della disfatta di Caporetto lo colse a casa. Rientrato, si buscò cinque giorni di consegna. Intanto urgevano i rinforzi alle truppe provate e decimate. Partì anche lui. I fedelissimi della prima ora, appurato il giorno e l’ora in cui partiva la tradotta, decisero di trovarsi presenti a consolazione sua e loro. Gli portarono in dono “mappatelle” (involtini) di cibarie per il lungo viaggio. Quel pomeriggio Giovannina, la sorella di D. Giustino, entrando in casa della zia Michelina, la trovò come la Niobe classica impietrita dal dolore fra i ragazzi piangenti e le “mappatelle” intatte. Erano arrivati in ritardo per un anticipo improvviso della partenza.Egli dal fronte scriveva lettere quasi circolari intestate “alle anime che militano in Pianura verso la Patria del cielo “. Compose pure e inviò un mese di maggio sfortunatamente perduto come molte altre cose.
Frutto imprevisto di questo lungo travaglio fu l’idea della Congregazione femminile. Alla congregazione maschile aveva sempre pensato, tanto che a D. Francesco Sepe, il quale voleva saperne le origini, rispose “Non posso precisarti il tempo ; il pensiero è nato con me “. Ricordo bene di avergli sentito dire in altra occasione “Potrei mostrarvi la stanza del Seminario dove ho fatto voto di fondare la congregazione “.Quando le Suore furono chiamate nel Seminario di Pozzuoli, D. Giustino nell’accomiatarle confidò: “Ho piacere che vi abbiano assegnato proprio le stanze dove ho fatto voto di fondare la congregazione “. Vuol dire che il pensiero sempre vagheggiato era diventato un dovere del quale intravedeva le difficoltà e perciò ci si era legato con impegno solenne. Alla congregazione femminile non aveva pensato, anzi aveva espressamente rinunziato. Le pie vergini cristiane avrebbero dovuto sostenere l’opera maschile senza essere religiose, tanto è vero che S. E. Mons. Farina, Vescovo di Troia e fondatore delle Suore Oblate del Cuore di Gesù, in una visita a Pianura, l’apostrofò scherzosamente : “Da chi ti sei lasciato pervertire a fondare le suore “.
Ne avevano discusso più volte insieme e Don Giustino, sull’esempio di S. Ignazio, si era dimostrato sempre contrario; poi a Mestre aveva veduto le Suore di Santa Bartolomea Capitanio lavorare sodo nell’ospedale e si era convinto che per risolvere i problemi logistici che avrebbero angustiato il ramo maschile ci voleva il ramo femminile. Per crescere il piccolo Gesù che rivive nei chiamati al sacerdozio ci vogliono Maria e Giuseppe. – Non est bonum hominem esse solum, annunziò in una conferenza durante una licenza. ” Vi tengo presente per disegni di opere buone che vogliamo fare insieme per piacere a Dio” scrisse da Firenze alle sorelle Ferraro. Più esplicitamente ancora a sua sorella Giovannina “che se il Signore si vorrà servire di me per una congregazione religiosa (come già ho in mente) tu potrai essere la prima o una delle prime “

Pia Unione e Parroco

16.- LA PIA UNIONE.
La sera del primo febbraio 1919, con l’approvazione del Vescovo Diocesano e il permesso del parroco locale, iniziò la pia unione, allo scopo di promuovere l’istruzione dei fanciulli, la cultura ascetico-missionaria tra i fedeli e per fiancheggiare l’opera nascente delle Divine Vocazioni. La Chiesa parrocchiale era gremita. La ricorrenza liturgica di S. Ignazio martire dette lo spunto all’esortazione: diventare ostia con l’Ostia. Divise le candidate in tre gruppi : le effettive alle quali impose il nastro dal colore liturgico, le aspiranti alle quali impose il laccio dal colore liturgico, le aggregate coniugate alle quali impose la coccarda sempre dal colore liturgico. La medaglia miracolosa completava i tre distintivi. Per tutta la vita egli propugnerà la spiritualità in piena aderenza alla liturgia; il bianco, il rosso, il verde, il viola richiamano e alimentano i sentimenti della spiritualità ufficiale, quella che scaturisce dal sacrificio della Croce. La Pia Unione ebbe l’incarico di costituire dei centri di preghiera in ogni cortile in preparazione alla consacrazione al S.Cuore. L’emulazione era vivissima. Il giovane sacerdote interveniva per gli ultimi preparativi. Addobbi estrosi, luci policrome, canti devoti animavano i cortili fino a tarda notte.
Ogni cortile consacrato riceveva un nome : “del Cuore Eucaristico “, dei “sette spiriti assistenti “… Fra le effettive ne scelse dodici – il numero dice tutto – e, con la benedizione del parroco Don Giosuè Scotto, le mandò a due e due per fare l’apostolato nelle frazioni: Masseria Grande, Romano, Pisani, Torre… I genitori lasciavano fare per la stima altissima che avevano del giovane sacerdote e fingevano di non vedere le figliole che lo seguivano alla Masseria Grande, dov’era cappellano, o a Torre Caracciolo per confessarsi (a Pianura non aveva ancora la facoltà) e per non perdere nessuna delle sue esortazioni. I giovani – invece – non vedevano tanto fervore. Anche i fratelli di Don Giustino, insufflati dal Clero locale, avanzarono delle riserve. Ciccillo, come fratello maggiore, se ne fece portavoce: “Mamma, sta accorta a Giustino !” Non temeva di lui, no! temeva solo di compromettersi con qualche spiritoso linguacciuto… ma non ce ne fu bisogno, mai. Il candore liliale del pio sacerdote disperdeva ogni nebbia.
17.- PARROCO.
Sull’atrio della chiesa parrocchiale vi sono ampi locali. Le giovanette della pia unione vi si raccoglievano per pregare e lavorare a favore delle vocazioni.
Le cose andarono lisce fino a quando la sorella del parroco – che non era una pianurese e non poteva entusiasmarsi per un’opera pianurese di cui ignorava la lenta maturazione – influì sul fratello. Ci furono momenti di tensione e accenni di sfratto. Don. Giustino raccomandò alle giovanette di pregare assai. Non lo angustiava tanto la ricerca di un nuovo locale quanto l’irriducibile opposizione del Vescovo a permettere la vita comune. S.E. Mons. Farina nel luglio del 1920 l’invitò a Troia e gli offrì la direzione del seminario diocesano, più un convento dove avrebbe potuto sviluppare liberamente l’opera delle vocazioni. L’Amministratore Apostolico di Pozzuoli Mons. Pasquale Ragosta (Mons. Zezza era stato promosso all’arcivescovado di Napoli) non voleva perdere don Giustino. La Provvidenza intervenne con una soluzione imprevista e dolorosa: Don Giosuè Scotto mori inopinatamente di polmonite. Si costituì subito un comitato che oggi chiameremmo di “agitazione” e, nel periodo della vedovanza, una mattina Pianura si svegliò tappezzata di striscioni multicolori: “w. IL PAPA” – “w. IL VESCOVO” – “w. DON GIUSTINO PARROCO DI PIANURA”. A Don Giustino dispiacque.
Egli non intendeva concorrere, sia per conservare la libertà necessaria all’opera sia per deferenza al padrino Don Salvatore Di Fusco che aspirava al beneficio; invece il Vescovo intravide la soluzione della “faccenda Russolillo” proprio nella partecipazione di lui al concorso e, per convincerlo, gli mandò il canonico Causa. La decisione affermativa fu accolta da manifestazioni di giubilo incredibili. Il 20 settembre 1920 una carrozza rilevò il neo-eletto al Vomero dove si era ritirato presso i Domenicani in esercizi spirituali. Salì sul pulpito con la cotta, la stola, l’anello donati dai filiani entusiasti ed esordì col “motto-programma” stampato anche sul ricordino: “Filius hominis non venit ministrari sed rninistrare et dare animam suam redemptionem pro multis “. Un imponente corteo l’accompagnò a casa. Intervennero, fra gli altri, e lo fiancheggiarono i Gesuiti e i Camaldolesi – vita attiva e vita contemplativa – il felice connubio che avrebbe realizzato Don Giustino “la contemplazione nell’azione e l’azione per la contemplazione”. Solo Don Salvatore Di Fusco, in un momento di comprensibile disappunto, si lasciò sfuggire: “E’ capitato il mondo in mano agli imberbi “.

Apostolato Parrocchiale

19.- APOSTOLATO PARROCCHIALE.
a) Predicazione. – Basterebbero due aggettivi: instancabile e inesauribile. Per decine di anni Pianura ha sentito Don Giustino predicare mattina e sera. Dopo la santa Messa del mattino – che celebrava alle 4 e mezzo d’estate e d’inverno – e dopo le funzioni della sera, sedeva su una sedia al lato del Vangelo, commentava dall’altare le divine parole del Vecchio e del Nuovo Testamento. Una candela accesa simboleggiava la presenza dello Spirito Santo. Conosceva le scuole di spiritualità classiche e le correnti di spiritualità moderne; leggeva e assimilava testi e riviste italiane e francesi… tuttavia il suo pensiero era talmente originale da far pensare che egli leggesse in un libro invisibile ai mortali e traducesse in parole facili i messaggi dell’eterno amore rimasti indecifrabili per secoli. Era anticonformista. Non la voce o il gesto, non l’arte o le lettere, ma lo spirito ravvivava le sue esortazioni. Le predicazioni rumorose gli erano sgradite. – Non accettate mai panegirici, diceva, se non sono preceduti da una preparazione spirituale di almeno tre giorni. Una volta pretesero la tiritera delle benedizioni tradizionali alla fine del discorso; egli le sintetizzò così: Benedico tutto quello che Dio benedice, maledico tutto quello che Dio maledice.
Una sera qualsiasi due padri gesuiti, di passaggio, l’udirono e, stupiti, chiesero : “C’è chi annota? non lasciate perdere questi tesori “. Verso gli ultimi anni c’è stato chi ha riempito d’appunti parecchi quaderni; ordinandoli e sviluppandoli avremo almeno i frammenti di quella ricchezza incomparabile, polvere di stelle, giacché egli è un astro, a distanza d’anni luce, che annunzia il suo approssimarsi al nostro orizzonte. Il ministero della divina parola, così assiduamente da lui esercitato, non lo dispensò dall’invitare altri predicatori, specialmente in occasione della Pasqua. Il primo anno invitò lo spagnolo P. Panadez, dei Clarettiani. Il popolo non so per quale motivo frequentava poco. Il giovane Parroco verso l’ora di predica impugnò una grossa croce, e, accompagnato dai Chierici in torce e campanello, fece il giro del paese; innanzi ai saloni, ai caffè, ai circoli, sostava e con voce vibrante esortava ” Fratelli, venite alla predica, è l’ora della misericordia ! profittate della grazia di Dio “. a) Apostolato Eucaristico. – Fu apostolo della comunione quotidiana. Oggi Pianura potrebbe battere il primato delle anime che da trenta- quarant’anni ricevono ogni giorno Gesù-Ostia.
Le prime suore, subito dopo la levata, giravano per tutto il paese, penetravano per tutti i cortili, bussavano a tutte le porte per svegliare i fanciulli e condurli in chiesa, disposte anche a lavarli e pettinarli. A mano a mano che arrivavano in parrocchia, li ordinavano, lungo la navata centrale e, più tardi, anche lungo la trasversale, formando una T luminosa giacché ognuno reggeva una candeletta. Tra la recita delle giaculatorie e il canto degli inni il parroco felice dava loro Gesù. Il sacrificio grande lo facevano le suore: d’inverno specialmente, per le strade buie percorse solo dai cani randagi, rabbrividivano a ogni cantone… e poi, come succede sempre, finita la novità, le famiglie si annoiavano: – Possibile, dicevano, che non possiamo dormire in pace ?… la mia bambina si è raffreddata… questa è una scocciatura bell’e buona… è disturbo della quiete pubblica. Così si determinavano periodi di magra ; il parroco vigilante riattizzava la fiamma e tornava la piena. Alla fine della messa mattutina fiottava la vita per le strade; zoccoletti, strilli, canti svegliavano i sonnacchiosi.Si comunicavano gli operai prima di partire per i cantieri, i contadini prima di recarsi ai campi, gli impiegati prima di andare agli uffici. Ci furono punte di mille comunioni giornaliere. Anche per i malati girava di proposito un sacerdote e ne comunicava fino a venti ogni mattina.
Nei primi venerdì ricevevano la SS. Eucaristia in forma solennissima. Sembrava un “CorpusDomini” mensile. Le tre suore addette alle ostie dovettero rivolgersi a Napoli per aiuti. Da calcoli precisi, le elemosine che si raccolgono in chiesa nei giorni festivi non bastano – nemmeno oggi – a coprire la spesa delle particole; tanto meno bastavano allora. E tuttavia egli fece comprare parecchie pissidi nuove, una delle quali a malapena entra nel tabernacolo. E più ne vuotava più raggiava di felicità. b) Apostolato familiare. – Una delle prime preoccupazioni dello zelante pastore fu quella di sistemare alcune unioni irregolari. Nei dopoguerra, sono frequenti i casi di vedovelle che mettono a repentaglio ogni giorno l’anima per sciupare con un presunto secondo marito la pensione del defunto primo marito. Di sera, accompagnato da due giovanotti che fungevano da testimoni, egli si recava nelle case segnalate e assisteva a matrimoni di coscienza. Per togliere anche l’ombra di mortificazione, portava con sé una bottiglia perché brindassero alla grazia riacquistata e, dove ci voleva, lasciava scivolare destramente un aiuto pecuniario. La mattina del 26 luglio 1930, dopo la forte scossa di terremoto che nella notte aveva danneggiato la Parrocchiale e spaventato i parrocchiani, gli domandarono se avesse avuto paura.
- Paura di che? quando ho sentito il letto dondolare ho pregato così: Signore, fate che i miei filiani ricavino profitto da questa lezione. Si riferiva in particolare a un concubinario malato che morì non molto dopo. Fu il più grande dolore della sua vita pastorale. Con lo sviluppo della Congregazione che lo teneva occupato e preoccupato pensò di dimettersi da Parroco per dedicarsi completamente ad essa. Almeno tre volte rassegnò le dimissioni e non furono mai accettate. Allora affidò il gregge ai suoi sacerdoti che da lui pigliavano direttive. Sul suo esempio e col suo incoraggiamento Don Giacomo Vaccaro regolarizzò una sola sera diciotto unioni irregolari (le guerre abissina e spagnola avevano riproposto il problema); per uno di tali casi ebbe un richiamo severo. Don Giustino, noleggiata una carrozzella, andò personalmente a difendere il suo viceparroco presso il Superiore. – Un peccato di più e un peccato di meno non è la stessa cosa, soleva dire.

Il Vocazionario

20.- IL VOCAZIONARIO.

Un giorno Don Antonio Chiaro, parroco a Soccavo, gli chiese:
- Che fai a Pianura?- Faccio i preti… piuttosto tu che fai? – Faccio il parroco.- Ebbene, è dovere proprio del parroco adoperarsi affinché i fanciulli che presentano segni e indizi di vocazione ecclesiastica siano preservati dal contagio del secolo.Si riferiva al canone 1353 del Diritto Canonico. Questo pensiero, sviluppato con molta originalità, il 1943 al Congresso Eucaristico di Anagni piacque tanto all’Ecc.mo Monsignore Attilio Adinolfi e all’assemblea che fu dato alle stampe e distribuito a spese del Congresso. Il lamento di S. Pio X era caduto nell’anima del seminarista Russolillo come seme rigoglioso su terreno fecondo. I seminari si vuotano? I conventi si spopolano ? Ebbene, egli creerà i Vocazionari, i vivai dove i Vescovi e gli ordini religiosi potranno prelevare piantine già selezionate per trapiantarle nelle loro diocesi e nei loro noviziati.Oggi parecchi Vescovi hanno il preseminario e molti ordini hanno le scuole apostoliche. Don Giustino ne fu il precursore; fu e rimane il fornitore disinteressato.
Faceva conoscere agli alunni i santi fondatori, ne procurava le immagini e le biografie,ne spiegava lo spirito e le opere, ne solennizzava le feste liturgiche, faceva circolare i periodici dei loro istituti, facilitava i contatti con i religiosi di questi. Evidentemente, molti giovani che apprezzavano l’opera sua chiedevano l’onore di diventare suoi collaboratori, e quindi religiosi vocazionisti. Don Francesco Sepe fu il primo sacerdote che si unì al Fondatore. Altri – o locali, come Don Aniello di Fusco, o viciniori, come Don Michele Arcopinto e Don Antonio Chiaro – lo coadiuvavano nell’insegnamento. Le si facevano sempre più pressanti e la canonica, diventava angusta, subì molteplici adattamenti e ampliamenti. La terrazza fu trasformata in baracca di legno e poi a stanzette di muratura; la rimessa diventò cucina; il piccolo giardino diede posto a un refettorio, coperto provvisoriamente con lamiere di zinco. Furono sistemati i letti anche in soffitta. Urgeva sciamare. Le suore da vere vocazioniste fecero più volte il sacrificio di cedere la loro casa.- Abbiamo tante domande, diceva il Fondatore, potremmo accettare tanti ragazzi che diventerebbero tanti sacerdoti… fate voi il sacrificio di trovare un’altra casa.Fecero il sacrificio una prima una seconda e una terza volta ma così non poteva continuare, ci voleva un vocazionario grande, costruito di sana pianta.
Anche il presbiterio non li conteneva più. Stringevano, come corolla vivente, l’altare di Dio. Mimì Di Fusco, uomo devoto, fedele amministratore dei beni parrocchiali, abituato alla… beata solitudine, si trovava a disagio fra tanti ragazzi oranti. In morte lasciò le sue proprietà all’Opera. Suor Clara Loffredo risolse la questione comprando fuori l’abitato – in località Camporotondo – un vasto appezzamento di terreno che mise a disposizione del Fondatore. Già alcuni anni prima Don Giustino, dall’alto della collina dei Camaldoli, guardando proprio in quella direzione, aveva detto a Don Antonio Palmieri- Guarda laggiù quella casa grande… il cortile.., i Padri che recitano il breviario.Don Antonio sbarrava gli occhi stupiti, senza vedere.E venne il giorno sospirato. La zona fu spiantata e in un pomeriggio ventoso la prima pietra, coperta dalle corone di tutti i presenti, fu benedetta dal Fondatore e posta come fondamento del futuro edificio. I ragazzi si improvvisarono manovali sotto la guida di capimastri locali. Molti muratori nei giorni festivi offrivano mezza giornata di lavoro. Ogni domenica gruppi di ragazze volenterose, guidate dalle suore, accorrevano per il trasporto e l’avvicinamento dei materiali. Come salario reclamavano una caramella, una medaglia, una immaginetta… e, quando non l’avevano, protestavano strepitavano… ma puntualmente la domenica seguente ritornavano sul posto.
Che dico ? già il lunedì, come sempre, alleggerivano alle suore la dura fatica del bucato. Le stesse suore collaboravano alla buona riuscita. E oggi, per chi guarda dall’alto il paese immerso nelle nebbie mattutine, il grande vocazionario è il transatlantico di Pianura. Per noi è la Casa Madre, dove il Fondatore per molti anni ha insegnato e governato, sofferto e pregato, la casa dove riposano le sue spoglie mortali. Durante la costruzione del Vocazionario vennero i primi inviti da fuori diocesi e furono aperte le prime case. Alla morte del Fondatore la Congregazione contava ventisei tra case e parrocchie, oltre le cinque case del Brasile.

Superiorato di Maria Santissima

21.- SUPERIORATO DI MARIA SANTISSIMA.
La sera del primo ottobre 1921, le prime cinque prescelte iniziarono la vita comune in tre stanze prese a fitto nel, palazzo Caleo. La sera precedente il Fondatore le invitò nella casa parrocchiale e con una opportuna esortazione assegnò gli uffici, consegnò la sveglia e il campanello, le benedì e congedò col saluto abituale: “fatevi sante”. Trovarono la casa colma di povertà. La sera stessa mancò la corrente elettrica e, senza un fiammifero o un lumino, abbracciarono subito la mortificazione del chiedere. Consideravano Superiora la Madonna e la collocavano a capotavola. La pratica poteva sembrare poetica, certamente non era canonica. Presentarono a Don Giustino una brava figliuola di Pignataro, la quale essendo forestiera avrebbe potuto con disinvoltura assumere l’incarico di superiora; purtroppo era e si mantenne estranea alla mentalità che il Fondatore aveva formato con paziente lavorio nelle prime congregate. Giudicava esagerate le austerità e inaccettabile la finalità dell’Istituto. Diceva: Se continuerete ad alzarvi alle quattro, a non mangiar carne né bere vino, morrete tutte tisiche… e poi è una bella pretesa lavorare per le vocazioni quando il ricavato del nostro lavoro è appena sufficiente alle nostre necessità.
- Se il Signore ha ispirato così il fondatore, rispondevano le suore, vuol dire che possiamo farlo; tanto onore morire tisiche per Gesù Cristo. – Ritiriamoci prima che si sfasci l’Opera, insisteva lei. – Meglio morire noi con l’Opera, ribadivano loro. Il continuo stillicidio delle critiche raffreddava le suore; le esortazioni del Fondatore le rianimavano. – Le prediche di Don Giustino sono come infusioni di olio in una lampada che sta per spegnersi, osservò con dispetto.Il giorno che Don Giustino precisò il suo pensiero : “Ogni suora dovrebbe mantenere una vocazione sacerdotale” la poverina tagliò i ponti e se ne andò, trascinandosi dietro una pianurese. Lascio immaginare la costernazione delle paesane; piangevano un po’ per la figuraccia e per le chiacchiere che avrebbe suscitato l’accaduto e un po’, anzi molto più, per l’incertezza della reazione di Don Giustino. Umiliate, disorientate, interposero la zia Michelina. “Quando la mano dell’uomo è debole, la mano di Dio è più forte” commentò il caro Padre e si recò subito a confortarle. – Molte volte ciò che gli uomini non sanno fare o non osano fare, lo fa il Signore. Cose del genere sono avvenute in tutte le fondazioni… Continuò su quel tono a lungo; poi, egli che non aveva mai accettato niente, per sbandire anche l’impressione di un processo, interruppe la conferenza e disse:
- …datemi una tazzina di caffè; sto predicando da tanto tempo. Le Suore sorrisero rasserenate. Veniva la quiete dopo la tempesta.Restava – però – la difficoltà di scegliere una superiora poiché le prime congregate erano cresciute insieme, più da sorelle che da amiche, e fra loro nessuna spiccava per doti eccezionali. Stavano a via Carrozzieri ed erano già dodici. Tuttavia don Giustino volle una regolare elezione pur facendo comprendere che la vera superiora dev’essere Maria Santissima. Dalla votazione risultò eletta suor Maria Clara Loffredo.

La Provvidenza

22.- LA PROVVIDENZA.
Dicono che nelle opere di Dio il problema finanziario è il meno importante. Ci credo. Credo pure che è il più fastidioso. I primi aspiranti si industriarono di bastare a se stessi. Dormivano nei cameroni sull’atrio della Chiesa come guardiani delle macchine della pia unione (ottenendo il doppio vantaggio di giustificare la vita comune non ancora autorizzata e percepire un modesto compenso), facevano scuola serale, servivano in parrocchia come chierichetti, e così racimolavano gli spiccioli per i libri. Le giovanette della pia unione e – più tardi – le suore, per sopperire alle prime necessità della comunità maschile, tolsero i pochi risparmi dai loro libretti postali e iniziarono le questue. Trascinavano attraverso il paese fasci di legna, sporte di verdura, cesti di frutta, senza rispetto umano, spesso derise, qualche volta minacciate. Il padre di Rachele, Giuseppe Marrone, nel benedire la figlia che si ritirava a vita comune, presago delle difficoltà, le aveva detto: “Non ti avvilire; se il Signore benedirà l’opera, persevera… e se no, la casa nostra è sempre aperta “. Invece il fratello maggiore la qualificava zingara, facchina, pezzente, e la minacciava di morte. Oggi non possiamo misurare i sacrifici di queste prime giovanette che, disprezzando i calcoli umani, rischiarono un’impresa che non aveva il crisma dell’indefettibilità; in caso di fallimento, esse sarebbero sprofondate con l’Opera nella voragine del disprezzo paesano. Immacolatina Marrone, nell’entusiasmo, arriffò una catenina d’argento – allora di moda – e volle consegnare personalmente a Don Giustino il ricavato, nove lire in una busta; ne ebbe, come ringraziamento, un ditale arrugginito e una bustina d’aghi. – Questo sapete che significa? dovete lavorare sempre per le vocazioni, non stancarvi mai. Un guardaroba con annesso laboratorio di cucito e rammendo era diretto da Maria Melissari – oriunda di Catona, carattere fiero, anima ardente – che in seguito cedette anche l’abitazione e si adattò a convivere con la sorella. In ultimo vestì l’abito di suora.Un laboratorio festivo di arti belle funzionava a via Napoli: vendevano i lavori e devolvevano il ricavato per le vocazioni. La Provvidenza vegliava sulla nuova istituzione anche se non mancavano i periodi critici, superati sempre dall’abilità delle suore fiduciose nella Divina Provvidenza. Non mancano esempi di tangibile protezione del Signore. La superiora della cucina sa che i ragazzi alle tredici, uscendo dalla scuola, vogliono mangiare; a mezzogiorno, posta la caldaia a bollire, esce in nome di Dio e percorre il Corso Duca d’Aosta senza nessun incontro; al ritorno, mentre passa sotto le finestre di Fortunato Cioce, lo scorge a tavola con i figli.., rallenta indugia saluta e quanto è necessario per la mensa vien dato con generosità. Quasi ogni giorno Don Giustino riceveva per posta piccole offerte che passava alle suore della cucina. Un giorno gli arrivarono solo dieci lire ed egli ricordò di averle promesse a un filiano per un caso pietoso. Sono arrivate solo queste dieci lire; fate la spesa e… riportatele indietro! In cucina risero. L’incaricata si recò a via Carrozzieri presso Menicuccia, la fornitrice abituale. Venite a proposito, disse costei alla suora, debbo consegnare questa roba e me ne è mancato il tempo; mi risparmiate un impiccio. C’era il pranzo completo. E le dieci lire tornarono indietro… Eccone un altro più recente. Scadevano gli ultimi buoni annonari di farina presso la Sepral. Suor Concetta volle interessarne personalmente il Fondatore. – Sarebbe un peccato perderli, disse lei. – Non dovete perderli, convenne anche lui. – E non li perderemo, ma… vogliono essere pagati, e subito. – E voi volevate la farina senza pagare? Pagate e… portatemi il resto.
La suora, avvilita, rimasta sola cominciò a piangere. Un ragazzo impietosito riferì a Don Giustino. – Dite alla suora di non fare smorfie. Domattina vada presso la Signorina Anna Mele e le dica che la Madonna le ha fatto la grazia. La suora noleggiò il carretto e lo mandò innanzi. Essa andò, ambasciatrice di gioia, alla piissima signorina che, festante e grata, le dette ventimila lire con le quali pagò la farina e portò lire 170 a Don Giustino. Questi, ricevendole, ammonì: – Il Signore non ci ha mai abbandonato. Imparate ad avere più fede. La dote precipua per le suore addette alla cucina è, dunque. una fiducia sconfinata nella Provvidenza. Suor Rosa Vassallo, che è una veterana della cucina, attesta che nei primi tempi questa esigeva un miracolo continuato. Tutte le suore vissute nei Vocazionari conoscono questo assillo quotidiano. In una lettera alle Suore della cucina di Casa Madre così scriveva nel lontano 1935: “Vengo a sapere che stamani non c’è stata colazione per tutta la comunità. Questo non deve succedere più. Quando il danaro non viene non è segno che il Signore ci condanna al digiuno, ma è segno che ci vuole provvedere per altre vie. La via della carità percorsa dalle nostre Suore. Non condannate al digiuno la Comunità… Sono ora quattordici anni che andiamo avanti così e sempre il Signore ci ha aiutato mediante la buona volontà delle nostre Suore.
Accrescete la fede e il coraggio con la preghiera. Né pretendo che andiate sempre di porta in porta. Rivolgetevi ora a uno ora a un altro fornitore a nome del Parroco e più a nome di Dio che in fine paga sempre “. Concetto che ha sempre ribadito in lettere successive: “Come vuole la regola, mettetevi al posto di S. Giuseppe e di Maria per aiutare a crescere il fanciullo Gesù negli eletti delle Vocazioni… vogliate dunque portare voi questa santa Croce senza gettarla ogni tanto sulle spalle dei sacerdoti, che già portano la croce dell’insegnamento, della disciplina della casa e altre che non sono manifeste. Gesù ci accresca la sua divina carità “. (31 ottobre 1939). Ultimamente suor Concetta, pensando che una impastatrice elettrica avrebbe fatto risparmiare danaro e fatica propose di comprarla. Don Giustino ammonì: “Compratela senza far debiti; badate che non vi dò un soldo… e non parlatene “.La suora prenotò i benefattori e, con le scadenze garantite, portò in casa il meccanismo. Il rettore che vide scaricare il ballone chiese : “cos’è codesto mobile?”. L’impastatrice divora ogni sera un quintale di farina. Le suore panificano, infornano e distribuiscono.

Le Virtù

23. – LE VIRTU.
La sua anima era un giardino di meraviglie: a) A tre anni nemmeno finiti, una maestra, credendo di fare un complimento alla zia Enrichetta, sollevò Giustino fra le braccia e lo baciò. Egli torcendosi, divincolandosi, urlò pianse. – Lasciatelo, me lo fate ammalare, implorò la zia. Da quel giorno ogni volta che si avvicinava l’amica egli correva a rifugiarsi presso la zia, a nascondere il suo viso fra gli abiti di lei e tremava e si aggrappava… Divenuto grande poté affermare: “Molti devono imporsi violenza per allontanarsi dalle donne, io devo impormi violenza per avvicinarle” (Deposizione di D. Francesco Sepe). b) La penitenza era la sentinella armata che vegliava sulla sua purezza. In seminario gli alunnetti curiosando nel tavolo del loro prefetto avevano trovato il cilizio; pur non comprendendo bene, inorridirono e lo riposero in fretta (Deposizione di Giuseppe Simeoli, suo alunno). A casa anche Ciro, ancora borghese, frugando nelle cose del fratello sacerdote, trovò le catenelle. Ignaro del loro uso pensò che gli sarebbero state utili per giocare più realisticamente a “ladri e carabinieri “. Don Giustino, accortosene, le sequestrò senza chiassate. Più di una volta mentre predicava gli si sganciavano sul braccio. Egli con garbo disinvolto le faceva scivolare nella manica fino alla mano e le nascondeva in tasca. Solo i più attenti notavano questi suoi movimenti. Queste penitenze furono molto praticate fra i primi aspiranti che avevano imparato a costruirle e applicarle. Mai insistette su queste mortificazioni corporali. La grande mortificazione del vocazionista deve consistere nella modestia liturgica e nel lavoro continuo. “Il Vocazionista, diceva, non deve mai aver tempo di pensare a se stesso”. Vicino alle parrocchie voleva che vi fosse il vocazionario nel quale, espletato il lavoro del ministero, il parroco poteva dedicarsi al lavoro della scuola e della disciplina, senza possibilità di oziare.A chi gli chiese un regolamento minimo di mortificazione consigliò: “Evitate ogni sguardo inutile, ogni parola inutile, ogni pensiero inutile”. c) “Il primo travaglio è l’orazione”. Voleva che si pregasse dappertutto, entrando e uscendo, salendo e scendendo, in casa e fuori; rosari interi, offertori del Prez.mo Sangue a decine, atti di amore a centinaia, giaculatorie a migliaia.., in attesa di essere elevati a forme superiori di orazione.
Faceva già un’ora di meditazione al giorno quando sentì dire dal Padre Piccirelli che la spiritualità di un’anima va misurata dalla necessità che essa sente di prolungare la meditazione; decise allora di fare una seconda ora nel pomeriggio. Spesso fu sorpreso in piedi con le braccia spalancate assorto nella contemplazione di Gesù Crocifisso. Altre volte dall’anticamera l’udirono implorare concitato: “Gesù mio, ferma, ferma, abbi pietà” e lo videro uscire poco dopo con gli occhi lacrimosi. d) L’orazione gli era agevolata dall’umiltà, una umiltà che ci edificava e ci esasperava. Tutti convengono che bastava guardarlo per scorgerne la virtù e ascoltarlo per acquisirne la certezza: perché, dunque, non si moveva? non si presentava agli oppositori? non li ammansiva con l’irradiazione della sua forza soprannaturale? Aveva scelto il motto di Isaia, “in silentio et spe erit fortitudo vestra “.Di fronte a rari timidi tentativi di infrangere la consegna, la sua sofferenza fu così evidente e la sua reazione così vivace che anche noi avevamo paura di riuscire indiscreti chiedendo indagando annotando…Una forestiera attratta dalla sua fama di santità era venuta a Pianura per consultarlo e, senza conoscerlo, l’incontrò in chiesa:Vorrei vedere il santo, chiese. – Volete vedere il nostro santo? Venite con me. L’accompagnò all’altare del protettore S. Giorgio.
e) L’umiltà non è debolezza, non è rinunzia. Il superiore deve essere prima medico e poi chirurgo. L’amputazione è un rimedio estremo. Egli sapeva curare con infinita pazienza, ma appena s’accorgeva dell’incorreggibilità non esitava a stroncare. Così una volta accompagnò fino al cancello un alunno del vocazionario e subito dopo, suonata la campana, convocò la comunità per cantare il Te Deum. f) Nel prossimo vedeva Dio. Ho letto un biglietto vergato da lui in fretta: “Fate la carità – ma subito – di fare aggiustare a mie spese il finestrino della stanzetta in cui soffre la cieca zia Rosina. Col vento che tira, la poveretta ci muore. Fatelo fare proprio subito. Grazie “. E un altro : “Distribuite voi le elemosine ai poveri, lire 3.300 a 33 poveri, lire 100 ognuno. Questo è in onore di S. Giuseppe ogni mercoledì “. Memore della massima evangelica: “date et dabitur vobis” largheggiava con gli indigenti. La sorella Suor Maria Giovanna era rientrata da un lungo giro con 10.000 lire; egli senza neppure toccarle ordinò a Don Vaccaro, che si era trovato presente, di darne 7.000 alle suore della cucina e 3.000 ai poveri. Questa prodigalità induceva nella tentazione di mormorare. Un mercoledì ci capitò la superiora di Camporotondo “Pensa agli altri – disse – e non pensa che a noi manca tutto “. Quel giorno stesso un colono della Parrocchia venne a scaricare provviste abbondanti.
Don Giustino, avvisato, volle, contro il solito, accompagnarlo presso le suore le quali, veduto il Fondatore, gli andarono incontro riverenti e festanti.- Un’altra volta non mormorate, ammonì con severità.La superiora si rincantucciò appiccinita; avrebbe voluto sprofondare.Se era sfornito di danaro, pregava qualche padre della casa di elargire direttamente un soccorso. – Quanto gli hai dato? chiese a Don Esposito che l’accompagnava. – . . .cinquanta lire! E che può fare il poverino con 50 lire? – Non avevo altro. – Non sta bene, non sta bene… e scuoteva la testa. “La nostra povertà non dev’essere considerata come un impedimento alla pratica delle opere di misericordia corporale”. E per i malati? Per curarli, diceva, vendete anche le pissidi. E per i difettosi? Se la virtù non avesse frenato la sua lingua, egli sarebbe stato un brillante umorista. La frusta della satira nelle sue mani avrebbe strappata la pelle, lacerate le carni. Afferrava subito il lato ridicolo delle cose, delle persone, delle situazioni… ma taceva. E per i colpevoli? un sorriso mesto, una caramella in più erano la prova dell’avversione irriducibile eh e egli sentiva per il peccato, mai per il peccatore. Terminò bruscamente una predica con questa sentenza: “Se non avremo la carità del prossimo, cadranno su di voi i rigori della divina giustizia” e lo disse con tanta forza che gli uditori aggricciarono.
g) Il profondo raccoglimento non lo rendeva uggioso. L’anima sua vibrava al contatto delle cose belle e buone. Con spontaneità si elevava dal naturale al soprannaturale e tutto gli offriva spunto per esortazioni ascetiche. Sempre sereno e lieto, nelle ricreazioni rideva di gusto per qualche battuta spiritosa. Da seminarista i pulcini gli saltavano addosso. Egli, immobile, lasciava che salissero fin sulle spalle e, pigolando, gli beccassero i denti reputati chicchi di risone. Da sacerdote predilesse i colombi; alle undici li invitava con gesto mite delle braccia ed essi gli aleggiavano intorno, gli mangiavano in mano.Una volta, passando sotto il balcone della sorella, chiamò forte. La novità fece accorrere lei e la figlia con un po’ di batticuore. Egli mostrò loro alcune bacchette di gladioli buttate fra i rifiuti e “Sono ancora vivi, disse, non vedete ? sono come una creatura viva; toglietene la parte secca e rimetteteli nell’acqua”. A un alunno che ogni mattina, nel rassettargli la stanza, spostava un vaso di begonie senza badare alla sua orientazione, disse “Quanto sei crudele ! non vedi che ha bisogno di sole ? così la fai soffrire “. Più volte l’hanno spiato mentre, accanto a un’aiuola, ragionava con i fiori della Bellezza di Dio e l’esaltava e le si univa…

Le Malattie e le Prove

24.- LE MALATTIE.
Tutti dicono che il sigillo della virtù è costituito dalla sofferenza. Don Giustino soffrì molto, fisicamente e moralmente, nella prima parte della sua vita abbondarono le sofferenze fisiche, nella seconda sovrabbondarono le sofferenze morali. Le une e le altre fiaccarono il suo fisico e lo avviarono immaturamente alla tomba. Nacque gracilissimo, tanto che i medici gli davano pochi giorni di vita, e gracilissimo rimase. Dopo il primo anno di seminario tornò a casa malato. La zia Michelina l’accompagnava fuori l’abitato perché respirasse aria pura, e, seduti vicini, conversavano pregavano sferruzzavano. Così li sorprese un giorno fra Bartolomeo, un laico francescano, improvvisatore di versi alla buona, molto popolare e assai venerato. Si fermò, si informò e, con aria ispirata, affermò: “Tu fino a venticinque anni soffrirai assai; poi farai molto bene alla Chiesa” Zia Michelina preferì non parlarne coi familiari; svelò l’aneddoto ai primi congregati. Passava di crisi in crisi e sempre le superava. Nei primi anni della vita comune mi pare nell’inverno del ’22 – ce ne fu una violenta. Era sera. I ragazzi salivano ai dormitori sulla Chiesa ed egli, sentendosi male, si ritirò in camera. Non passò molto e i due che dormivano nella stanza attigua l’udirono lamentarsi: “O Buon Gesù! Vergine Maria ! S. Giuseppe mio ! “.
Chiesero permesso e, non ricevendo risposta, entrarono. Lo trovarono a terra svenuto. Michele Fontana (aveva 14 anni) lo sollevò come una piuma, l’adagiò sul letto e diede l’allarme. “Preghiamo il Signore che non ci lasci orfani “, disse don Francesco Sepe, e intonò le litanie dei santi cui rispondemmo con lagrime. Intanto arrivò la mamma la quale, al primo sguardo, capì. – Voi dovete mangiare, figlio mio, dovete nutrirvi, figlio caro; ho fatto tanto per portarvi innanzi. La crisi era stata provocata dal digiuno sproporzionato al lavoro di cui era sovraccarico. Col tempo non avrà più bisogno di queste mortificazioni lo sazieranno di amarezze. Altra grave crisi l’ebbe nel 1931 per disturbi cardiaci e dovette trasferirsi a Baia dove restò parecchio tempo ospite delle Suore. Vi si decise dopo pressanti insistenze. Più tardi, egli stesso scrisse alla sorella Giovannina che mai dovrà ripetersi, né per sé né per gli altri, un caso del genere.Ogni crisi gettava nella costernazione la Congregazione, la famiglia, il paese. Egli però aveva raccomandato che non si allarmassero perché non sarebbe morto se prima la Congregazione non fosse ben piantata. In quegli anni avvenne l’incendio famoso. Fratel Salvatore Ricciardi nella notte fu svegliato dal fumo e dal puzzo di bruciaticcio.
Si alzò per ispezionare: uscivano dalla stanza del Fondatore. Forzò la porta. L’aria pura, avvivando la fiamma cupa che serpeggiava nella lana, gli svelò la causa: Don Giustino prima di addormentarsi aveva dimenticato di staccare la spina del termoforo che, surriscaldato e incandescente, appiccò fuoco al materasso, alle lenzuola, alla camicia e sagomò il corpo del Fondatore senza produrgli la minima ustione. Come aveva resistito in quell’aria irrespirabile? Per parecchi giorni vi rimase l’odore acre della lana bruciata.Egli, confuso e rammaricato, si limitò a dire: “Misericordia quanto danno ho fatto ! “. Suonarono le campane. Molti fedeli accorsero all’invito più del solito mattutino e cantarono una messa di ringraziamento. Le suore conservano la lana e gli indumenti bruciati. Nel 1936 sopravvenne la più grave delle crisi tanto che egli stesso chiese l’olio santo. Glielo amministrò Don Nicola Verde. Nella prima predica fatta alla Comunità dopo aver superato questo collasso, esordì con l’esempio scritturale del giovane re Ezechia, il quale sul letto di morte con le sue lacrime intenerì il cuore dell’onnipotente e ottenne altri 20 anni di vita. Qualcuno pensò ad un errore (perché Ezechia ne ottenne 15 invece sembra che il computo fu esatto per lui. Dopo altri 20 anni incompiuti è morto! E qui devo dire che don Giustino non tanto facilmente si arrendeva alle malattie.
Osservò sempre alla lettera ciò che aveva prescritto: “Gli infermi ordinari cercheranno di curarsi senza mettersi a letto “. Due Eccellentissimi Ordinari, premurosi della sua salute, in due differenti circostanze, recatisi a visitarlo l’uno a Baia l’altro a Pianura, dissero quasi con le stesse parole: “Altro che malato! I malati siamo noi “. E che meraviglia? Ci cascavamo tutti. Nei primi anni di sacerdozio la mamma gli comunicò un invito all’esequie. “Oggi non vado, rispose, non mi sento bene “. Poco dopo vennero a chiamarlo per un moribondo. Accorse subito.- Figlio mio, avete detto che non vi sentite bene.- Mamma, qui non si tratta di due lire, ma di un’anima da salvare. Lo spirito dominava la carne che non osava resistere all’impegno della sua volontà.. “Deve considerarsi ed essere considerato vero tesoro in se stesso e nella casa, per se stesso e per la comunità, ogni nostro infermo.., tesoro anzi per tutta la Congregazione e per tutta la popolazione tra cui viviamo, e oltre ancora, tesoro per il suo apostolato dei patimenti assieme al Divin Crocifisso “. Tale eravate voi, o Padre caro: un tesoro nascosto!
25- LE PROVE.
Da soldato aveva scritto alla zia Giovanna (9 giugno 1918):”E’ buono che lo sappiate, il vostro stato interiore è molto adatto alla purificazione del passato, alla santificazione del presente, alla gloria dell’eternità. Se vi trovate in croce, non vogliate scenderne prima della morte e della risurrezione”. Si trovò anche lui in croce e le sue agonie duravano settenni.I mali fisici non lo avrebbero fiaccato tanto presto se non si fossero alleati alle prove morali. Fino a che si trattava di se stesso. Riusciva a superarle, ad ignorarle addirittura; ma quando si trattava della Congregazione soffriva e gemeva: ” tristis est anima mea usque a mortem”. Nel ’34, allorché gli sospesero tutti i permessi – non più accettazioni non più professioni non più ordinazioni provò lo strazio di un padre che vede sfiorire lentamente la sua creatura condannata a morire. Poi vennero le prime due visite apostoliche (dal ’41 al ’46). Egli le aveva sollecitate e le definì preziose, ma paventò che gli svisassero la natura e la finalità della Congregazione che non era sua. E qui mi permetto inserire un ricordo personalissimo. Tornava da un corso di predicazione perfettamente all’oscuro della venuta del secondo visitatore apostolico, riferii a don Giustino l’esito della predicazione e chiesi il permesso di ritornare sul posto per un altro invito.
- A proposito, interruppe sorridente, io non sono più niente. Abbiamo un Visitatore che è anche Superiore Generale, un padre francescano (e, notando il mio stupore crescente aggiunse), è una grazia; un figlio di S. Francesco saprà comprenderci. Rivolgiti a lui. Parlava sereno, lontano, come se l’avvenimento riguardasse altri. Ricordai allora la sentenza evangelica: “nisi granum frumenti cadens in terra mortuum fuerit, ipsum solum manet “. Fra la seconda e la terza visita si inserisce la porpora fulgente dell’Eminentissimo Cardinale Luigi Lavitrano. Fin dal 1939 il nostro Padre Fondatore aveva confidato a don Saggiomo un sogno misterioso. Erano stati sorpresi, loro due, da una bufera d’acqua e vento; una voragine apertasi d’improvviso innanzi ad essi stava per inghiottirli, allorché un piccolo sacerdote sconosciuto li sottrasse al pericolo e li mise sulla strada buona; poi – stranezza dei sogni ! – ebbero l’impressione che fosse un Cardinale e che li accompagnasse a Roma profferendosi di presentarli al Papa. Don Saggiomo volle che altri fossero depositari di quella confidenza per il caso di un avveramento. Nel ’45 il Cardinal Lavitrano fu nominato Prefetto della S. Congregazione dei Religiosi. Un gruppo dei nostri, con Don Giustino, andò ad ossequiarlo nella natia Ischia.
Al ritorno don Saggiomo, alla presenza degli altri che erano al corrente del sogno, chiese al P. Fondatore – È questo il sacerdote del sogno? – È proprio lui! Doveva dunque avverarsi la seconda parte. Il 10 aprile 1947 l’Em.mo Principe venne a presiedere personalmente il Capitolo generale nel quale il Fondatore fu rieletto Superiore Primo. L’anno seguente il Santo Padre lo assegnava come Cardinale Protettore delle due Congregazioni. Dopo l’immatura scomparsa dell’insigne canonista che, anche morto, volle sostare nella nostra casa di Posillipo prima dell’imbarco per Ischia, ci furono altre visite, altri malintesi, altri provvedimenti. Una potatura sapiente giova sempre, ma è una sofferenza. “E’ tempo di tribolazione – scriveva il 22 settembre 1953 ad un confratello – compenetriamoci l’uno delle pene dell’altro e troviamo il conforto alle nostre unicamente nel dare conforto alle altrui. Poiché non intendiamo mai, con la Divina Grazia, rinunziare alla santità, per l’unione col Signore! Qui sta la nostra pace “. Le frequenti e violenti eruzioni cutanee, i gravi disturbi circolatori, l’ultimo tumore maligno non sono fenomeni strettamente fisiopatici. – I medici non potranno mai capire e curare la mia malattia, disse al suo segretario. Molte volte ci aveva detto nel passato “ho sempre davanti agli occhi S. Alfonso “. Sembrava un pessimismo assurdo.
Gli avvenimenti gli hanno dato ragione. Nell’ultimo anno avrebbe potuto affermare col salmista: “Le lacrime sono state il mio pane giorno e notte” e l’abbondanza e l’amarezza delle lacrime non sono riuscite a spegnere la fiamma della carità che lo legava con fortissima affezione al Signore Dio, alla S. Chiesa, ai Superiori, all’Opera in generale e a ciascuno dei suoi figli in particolare. Una frase rivela l’eroismo sconfinato della sua ubbidienza “Non è un martire soltanto chi confessa Dio davanti agli uomini, ai anche chi confessa gli uomini davanti a Dio” Proprio entrando in un tunnel la locomotiva sente che scarseggia il combustibile. Lascerà tutti nella caverna buia ? per fortuna essa scorre sui binari ed ha un macchinista sagace ed esperto: sbuffa, arranca, trascina tutti i vagoni fuori il tunnel, e si ferma esausta. Don Giustino in un momento buio per la Congregazione ha sentito di venir meno; per fortuna stava sul binario della divina volontà e lo guidava lo spirito di Dio: la sua ferma e umile speranza ha trionfato. “Mi sento solo”, disse. Avvolto da caligine scura un uomo sovraccarico avanza sul ciglione di un colle impervio; sente il suolo sussultare scosso da boati sotterranei e le frane precipitare con fragore nella valle. Ha un presentimento nero. Chiede: cos’è?
- Avanti, avanti! Gli risponde il Cielo. E va avanti, ma ode voci severe di condanna e scuse inascoltate. Trasalisce e chiede: perché? – Avanti, avanti ! impone la voce dall’alto. Ora, nell’oscurità sempre più fitta, gli arrivano gemiti e invocazioni; gli sembra di distinguere voci note e care. Piangendo chiede chi è? – Avanti, avanti! Incalza l’Altissimo Iddio. E la tua storia, o Padre benedetto! Sarebbe insipiente chi volesse cercare o assegnare le responsabilità. E la sorte dei Fondatori. Dobbiamo cantare con S. Alfonso “Quanto degna sei d’amore, o Divina Volontà “.

Lo Spirito di Don Giustino e le Giornate Memorabili

26.- LO SPIRITO DI DON GIUSTINO.

Penetrare nell’interno di lui è impresa sovrumana. Guardi un punto luminoso e ti sembra una stella; lo guardi meglio e ti sembra il centro di un sistema lo guardi ancora e scopri una metropoli di stelle. Don Giustino affermò che la Venerabile Caterina Emmerik è la sua sorella, la gemella della sua anima (In una conferenza esortò i novizi a zelare la buona riuscita della Causa di Canonizzazione della Emmerick). Solo chi
conosce la mistica tedesca può comprendere la vastità degli orizzonti che questa affermazione dischiude. Egli ha portato con sé nell’eternità i segreti dell’anima sua. Nello “Spiritus Orationis” (pag. 177) dopo avere enumerati i carismi supremi concessi ai santi, li chiede per sé con questa clausola “ma che nessun altro mai se ne avveda, né prima né dopo la mia morte. Son contento che non si sappia nemmeno nel cielo, poiché
Tu puoi farlo in modo che solo Tu e io lo sappiamo. Anzi, che nemmeno io stesso me ne avveda nel tempo e nell’eternità, purché Tu me lo conceda e io riesca di maggiore tua gloria, poiché veramente voglio darti onore e sforzarmi di piacerti “.Tuttavia chi studierà con passione e costanza gli scritti che egli ha lasciato, editi e inediti, potrà svelare parte almeno di un Continente inesplorato. Ai lettori più ansiosi di farsi un’idea approssimativa del suo spirito, suggerirei di guardare lo stemma della Congregazione dove spiccano tre triadi: la SS. Trinità (Padre, Figliuolo, Spirito Santo), la Sacra Famiglia (Gesù, Maria, Giuseppe), la S. Chiesa
(Militante, Purgante e Trionfante). Egli lo esprime così “perenne ascensione, nella santa Chiesa, con la S. Famiglia, alla Divina Trinità”. La Santa Chiesa, la Sacra Famiglia, la Santissima Trinità sono quindi il triplice e unico centro-asse della sua vita interiore e della sua azione cattolica. Devozione di ubbidienza alla S. Chiesa, di imitazione della S.Famiglia, di unione con la SS. Trinità.L’andito struggente dell’unione suprema lo
faceva inginocchiare ogni sera innanzi a un confessore, fosse pure l’ultimo ordinato, per ricevere l’assoluzione purificante e roborante. Nel primo e supremo mistero della nostra santa fede c’è l’anima della sua orazione, della sua predicazione, della sua Opera. Si proponeva di innalzare un tempio e ne ha lasciato un progetto dove non sai se ammirare la fantasiosa originalità o sbalordire per la illimitata grandiosità. A lei va il culto perpetuo della Congregazione, a lei nelle sante messe di comunità sale il canto del trisagio, a lei religiosi e religiose devono offrire tre ore giornaliere -una di meditazione, una di studio sacro, una di insegnamento
catechistico. E solo un cenno “parva favilla”..


27.- GIORNATE MEMORABILI.

Pianura, il grosso borgo che la collina dei Camaldoli stacca dal centro urbano, vicinissima al mare pur senza vederlo, nell’incantevole zona Flegrea e tuttavia infossata in un cratere spento, fino al 1927 comune a sé ed ora XIV sezione del Comune di Napoli, Pianura, dico, non poteva prevedere le giornate memorabili di cui, per opera del suo figlio migliore, sarebbe stata teatro. Don Giustino, in una notte di Natale, iniziò il
discorso col testo di Michea “et tu Betlehem, terra Iuda, nequaquam minima es” e l’applicò alla terra natale che ebbe sempre cara, ne sottolineò la fortuna, ne vaticinò lo sviluppo. La stella della SUD si e posata su Pianura, a essa verranno le genti… In certe giornate le vicende dell’opera si sono confuse con le vicende paesane.Accenno a tre categorie: le ordinazioni, le diaspore, le visite.Nel 1926 furono ordinati i due primi
pianuresi vocazionisti. Don Salvatore Polverino e Don Giorgio Mele noleggiarono 22 carrozze, le più belle della scuderia del Duca d’Aosta. Tutta Pianura si considerò invitata al tripudio dei due contadini-manovali elevati alla dignità sacerdotale. “Auguri di santità “gridarono lanciando a profusione e fiori e confetti e grano.E così nel ’28 per Don Giuseppe Di Fusco, nel ’29 per don Saggiomo, nel ’30 per don Palmieri e don Basilio, nel ’31 per don Diodato, don Fontana, don Vivenzio, don Baiano, don Ciro… Poi vennero le diaspore. Pianura festeggiò le suore chiamate per la prima volta fuori diocesi a Faiano (Salerno) il 19 marzo 1928: le acclamò con fierezza, le colmò di benedizioni come aralde della Congregazione e del paese. Più tardi, 29 aprile 1950, si strinse intorno ai primi tre religiosi che partivano per il Brasile – Don Fraraccio, Don Torromacco, Fratel Prisco – con commozione e venerazione, li accompagnò al porto, invase i moli.., ormai anche al di là dei mari avrebbero conosciuto Pianura, la piccola metropoli vocazionista. Ed ecco le visite degli eminentissimi Cardinali Lavitrano e Alvaro da Silva. Il primo li colse quasi di sorpresa in una giornata fredda e ventosa il 10 aprile 1947. Pianura comprese l’importanza dell’avvenimento e improvvisò una manifestazione grandiosa. Vincenzino Marrone, interprete fedele dei sentimenti popolari, con un discorso di fuoco accomunò in un solo applauso il manto purpureo dell’Eminentissimo Protettore e il mantello nero dell’umilissimo Fondatore. Nel 1953 il Cardinale Alvaro da Silva, Arcivescovo di Bahia, nel Brasile fu travolto dall’entusiasmo popolare e travolse tutti con la sua signorile bontà. A queste giornate eccezionali se n’era aggiunta un’altra annuale. “Dal Cilento siam venuti – sul veloce “26″ Per amore a Te che sei – di noi tutti Padre buon! Sìam partiti a mezzanotte – senza troppo ragionare Per poter Ti, qui, mirare – sovra il Tabor, sull’Altar ! ” Alla fine di ogni strofa il pubblico si associava con entusiasmo al canto del ritornello: “Siamo baldi giovanetti – a Te, Padre, affezionati: E’ il Signor che ci ha chiamati – per seguirTi fino al ciel ! “. L’esempio fu contagioso. Tutte le altre case ammirarono l’iniziativa che di anno in anno si ripeté e allungò. Il paese si imbandierava per accogliere i pullman, che scaricavano a Pianura padri e suore, alunni e benefattori, amici e ammiratori. Messaggi, fiori, doni si
accumulavano nella stanza del Padre. Pianura lasciava che nella giornata festeggiassero il Fondatore e si riservava nella serata di festeggiare il Parroco. Già nella notte precedente c’era la veglia eucaristica degli uomini che una ventina di confessori preparavano alla comunione.

La Morte preziosa e Profumo di Virtù



28.- LA MORTE PREZIOSA.

Nella primavera del 1955 tutti notarono l’attività insolita di don Giustino. Malato, piagato, si strascinava di cortile in cortile distribuendo il catechismo. – Tenetelo in tasca come il rosario, leggetelo nei momenti liberi, insegnatelo, baciatelo…Riservò a sé la predicazione quaresimale e dei mesi devozionali. Qualche volta Io videro appoggiarsi sfinito all’altare, ma resistette. Il popolo intuì che un pericolo incombeva su Pianura e che il Pastore voleva propiziare l’Altissimo: nemmeno lontanamente sospettarono che si trattasse del commiato ultimo, ché erano allenati agli alti e bassi di quell’esistenza eccezionale. Le prime notizie sulla gravità del male si confusero quasi con quelle della morte. Ai primi rintocchi della campana grande la sera del 2 agosto 1955 un brivido di commozione profonda scosse il paese. Si spensero le radio, chiusero le botteghe, serrarono i circoli e una folla smarrita, angosciata, si diresse al Vocazionario. Pianura, chiassosa sempre, era diventata muta. I religiosi fecero appena in tempo a sbarrare i cancelli e chiedere l’aiuto dei carabinieri e della polizia. La folla in breve diventò una marea impetuosa. Il silenzio fu rotto da un grido: “Vogliamo vedere il nostro Parroco”; quel grido diventò l’urlo della moltitudine. Per evitare disordini, i padri, affrettarono i preparativi e discesero la salma nella chiesa del Vocazionario. Non, diversamente si piange il padre, il fratello, l’amico. Il “Comitato di S. Giorgio” riunito di urgenza decideva di sospendere le prossime feste patronali e devolvere il danaro già in cassa per le onoranze funebri al Parroco venerato. La mattina del 3 telegrafo, telefono, stampa, radio divulgarono la notizia luttuosa e iniziò l’afflusso dei forestieri. La Parrocchia fu addobbata come mai. La sera del 3 la sposa ammantata di gramaglie accolse colui che per trentacinque anni l’aveva fedelmente amata e invano allargava le braccia per accogliere i figli che traboccavano e non intendevano rinunziare al piacere di contemplare nella serenità del riposo eterno l’uomo di Dio e toccarlo con un’oggetto da conservare come ricordo e tutela. Passeranno altri due giorni e altre due notti e il flusso non si arresterà: Vescovi, Senatori, Onorevoli, ecclesiastici e professionisti, autorità e popolo, tanto popolo vanno a sentire l’ultima predica che egli fa: “solo la santità vale e rende grandi”.Venerdì 5, automezzi pubblici e privati continuano a riversare fedeli dalle regioni vicine e lontane. Cento agenti mantengono l’ordine mentre egli nella bara scoperta, vestito dei sacri paramenti violacei e reggendo fra le mani il calice, attraversa per l’ultima volta le strade e i vicoli di Pianura.
E un lutto o un trionfo? I drappi serici ai balconi e le luci dei fiori che piovono sulla bara e i baci che gli inviano i piccoli fanno pensare al trionfo. Chi ha detto di suonare a festa? nessuno ! i giovani di lassù credono di assistere alla più movimentata delle feste e le tre campane impazziscono di gioia; ma quaggiù le lacrime dei figli e delle figlie, le marce funebri, le bandiere abbrunate richiamano alla dura realtà. Nel cimitero paesano -
piccolo lindo ornato – tutti vanno a caccia di un fiore. Delle quindici ghirlande bianche sarà ben difficile trovare traccia.Riposa in Cristo, o Padre; fra breve tornerai in mezzo ai figli nella casa-madre.
29.- PROFUMO DI VIRTU.

Assueta vilescunt”, dicevano gli antichi. I Pianuresi ricevevano buone accoglienze presso professionisti, impiegati, commercianti.- Siete di Pianura? beati voi, avete un parroco santo!Questa fama già larga in vita è diventata larghissima dopo la morte.Narro per dovere di cronista almeno qualcuno dei tantissimi fatti raccolti distinguendoli fra “prima” e “dopo” la morte.
a) Prima della morte. Mi limito a poche guarigioni, profezie, scrutazioni.Ad Antonio Longobardi, nel 1949, si ammalò la figlia Annamaria di pochi mesi. Quattro medici diagnosticarono variamente. Il quinto, il dottore Angarano, chiamato allo stremo delle speranze, appena entrato sentenziò “troppo tardi ! è bronchite capillare; tra 24 ore o
dentro o fuori “.- Non c’è proprio nulla da fare? chiesero i genitori angosciati.Possiamo tentare il bagno aromatico; se la bambina reagisce, la salviamo, e se no…La creatura non reagì. Alle 14 entrò in coma. Il padre disperato corre da don Giustino, travolge tutti quelli che vogliono fermarlo e bussa alla stanza.- Perché ti allarmi così? gli chiede prima ancora che possa parlare.- Annamaria muore.., risponde il misero fra i singhiozzi. Vanno insieme. La gente accalcata nella stanza fa largo intorno al lettino. Egli con un dito solletica al mento la creaturina che comincia a sorridere e scherzare, fa una preghiera, le dà una medaglina e va. Uscendo, vede una immagine di S. Antonio illuminata e dice- In certe occasioni non devi pregare i santi ma quelli che ancora non lo sono perché hanno più interesse e si muovono più a pietà.La mattina dopo la bambina era completamente sfebbrata.Suor Matilde della Greca mandata a Mercato per postumi di malattie, si aggravò maggiormente per una sopravvenuta broncopolmonite, il venerdì sera ebbe l’estrema unzione. Il sacerdote non si allontanava, sicuro del trapasso inevitabile. Nel pomeriggio di sabato Suor Agnese ebbe l’idea di telegrafare a don Giustino invocando una benedizione sulla moribonda. Il telegramma fu bloccato dalla giornata
festiva.I congiunti e le consorelle compativano la moribonda per la lunga agonia. Lunedì 26 luglio 1942, alle ore 9 suor Matilde all’improvviso si rianima, siede sul letto e, segnatasi di croce, intona il magnificat. Era l’ora precisa in cui, da lontano, il P. Fondatore l’aveva benedetta. Ancora a Mercato, Apolito Alessandrina ebbe due gemelli il maschietto morì presto, la femminuccia stentava a vivere perché alla mamma mancò il latte. In quei giorni arrivò don Giustino. “Fattela benedire” insistevano le amiche, ma a lei rincresceva mostrare quella cosetta di manco tre chili. In ultimo l’amore materno prevalse sullo scorno avvolse la pupattola nei panni, la
strinse al seno arido e si parò innanzi alla macchina.- Padre, implorò, beneditemi questa creatura che non piglia latte. Egli gentile fece un complimento alla mamma, poi alitò tre volte in faccia alla creatura.
- Andate a casa e mettetela al petto, disse, il Signore vi ha fatto la grazia. Il latte era sceso abbondante e la piccola ne succhiò fino al 22° mese. Di profezie ce n’è una quantità incredibile già avverate. Preferisco quelle del tempo di guerra. Allora egli tranquillizzò molte famiglie: la moltitudine di coloro che si rivolgevano à lui ci obbligò a usare un registro sul quale venivano segnate sommariamente le notizie del disperso, ed egli vi apponeva segni convenzionali. Sentitene alcune. Un ragazzetto gli si presentò di buon mattino nella chiesa di Mercato.- Mia madre chiede una preghiera per due fratelli che non scrivono più.Don Giustino gli pose una mano sul collo e chiese: Come ti chiami? – Vincenzo Cerone.- Hai fatto la comunione stamattina?- No!- Allora fatti la comunione e applicala per l’anima loro. Il ragazzo ingenuo corse lieto a riferire la risposta alla mamma, che, compresa la sentenza ferale, scoppiò in lacrime.Assunta Rispoli mandò apposta don Salvatore da Cava dei Tirreni a chiedere notizie di un suo figlio. Don Giustino rispose:”Piglia un pezzo di carta e scrivi: aspetti una buona notizia “. Passò qualche mese e la donna già disperava allorché tornò un paesano commilitone del figlio e le consegnò un breve autografo su carta da maccheroni: “Cara madre, fra pochi giorni ci abbracceremo, tuo figlio Vincenzo”. Assunta si affrettò a informarne don Salvatore e gli svenne ai piedi.”Io li vedo; spiegò don Giustino, perché non essere di consolazione a tante povere mamme”. Classico è il caso di una donna del comune di Lustra andata a chiedere notizie del marito disperso da anni. – Ditele che torni subito a casa, rispose don Giustino, suo marito sta arrivando. Nel viaggio di ritorno la donna incontra i figli usciti a cercarla: “Corri, mamma, è arrivato papà “.Più classico ancora è il caso della donna di Vatolla che, ricevuto il telegramma con l’annunzio ufficiale della morte del figlio, era andata al convento a disporre per i funerali. Volle tentare don Giustino. Il figlio vive e sta per arrivare.La poverina rise amaro e commentò “altro che santo!”.Invece l’evento confermò il vaticinio; non ci fu il funerale, ma la messa solenne di ringraziamento. Questi fatti sono numerosissimi; quando li avremo raccolti e vagliati ne formeremo una pubblicazione a parte. E passiamo alle scrutazioni. Stava spiegando a sua sorella le ragioni che lo avevano indotto ad espellere un religioso. Questa, che l’aveva più volte pregato invano di espellere una religiosa, vide un parallelo fra i due casi e, ascoltando, si rammaricava internamente del rifiuto avuto. Egli, interrompendosi, la riprese con severità : “No! non è come tu pensi; il caso è differente”.Durante un corso di esercizi spirituali all’istituto del Bambino Gesù in Sezze Romano, una delle suore da lui aiutata a superare la crisi spirituale, desiderò la corona che gli
pendeva dal collo. Nel giorno del commiato tutte gli baciarono la mano; quando fu il turno di quella suora, egli disse “Volete la mia corona? eccola!” La suora arrossì vedendosi scoperta ma fu felice della sorte toccatale. Un altro ancora. Il marito di Cristina d’Angelo morì all’improvviso per un infortunio sul lavoro. La moglie, pur essendo rassegnata, non riusciva a liberarsi dal dubbio atroce: si era salvato? aveva
avuto il tempo di invocare la divina misericordia? Un pomeriggio, nell’attraversare la contrada Miano, don Giustino costeggiò la proprietà di Cristina che, proprio quel giorno, nuotava nel buio assoluto. Si salutarono, poi
Cristina iniziò:- Padre, un brutto pensiero…- Non dovete neanche dirlo! interruppe brusco e risoluto, quando si muore disgraziati il Signore accoglie meglio. Egli sta bene. Gesù vi benedica.
Cristina restò un pochino confusa, ma tanto consolata.b) Dopo la morte. – Dopo la morte i fatti dei genere si sono moltiplicati. Mentre la prudenza ci chiude la bocca, la speranza ci dilata il cuore. L’imbarazzo mi induce a citare solo il caso di due bimbi innocenti.Carmen Dì Costanzo, di tre anni, nel settembre del 1955 accusò forti dolori alla gamba destra; sopravvenne la febbre e un inizio di distorsione. Dalla radiografia risultò
“osteomielite al perone”. Fu deciso il ricovero e l’ingessatura sulla quale i genitori preoccupati legarono un fazzoletto di don Giustino. La mattina la piccola, svegliandosi, disse: “Mamma, don Giustino vuol bene a me”.Non ci badarono gran che. Dopo tredici giorni per la gravità delle spese la riportarono a casa dove un’altra mattina si ripeté la scena.
- Mamma, don Giustino stanotte ha detto:”bbona ‘a toscia a me “.- Ma va, rispose la mamma non sai neppure chi sia don Giustino.- “E’ tillo “, ribatte la piccola con sicurezza additando la fotografia che non manca mai
nelle case pianuresi.- E come vestiva? insiste la mamma che comincia a commuoversi.Allora Carmen guarda attorno indecisa; non trova quello che cerca; poi con mossa rapida alzando le coperte mostra le lenzuola e dice trionfante “attussì” ! (così).Tagliarono l’ingessatura. La gamba era guarita non ostante che la vivacissima Carmen, contro le raccomandazioni dei medici, l’avesse bistrattata camminandoci e saltandoci su.Un altro piccolino, Pasquale Di Vicino, anche lui di tre anni, scherzando vicino ad una vasca d’acqua larga e profonda, vi precipitò. Per fortuna, trovandosi a passare lo zio,l’estrasse fradicio d’acqua ma tranquillo. Le male nuove,dice il proverbio, le porta il vento. La mamma già informata gli corse incontro, l’abbracciò frenetica e disse:- Figlio mio, solo per la paura dovevi morire!Pasqualino ribatté subito: “Non ho avuto paura: zì parrucchiano mi manteneva”.Il bambino che lo aveva visto spesso passare e ne aveva ricevuto dolcetti o medagline ricordava benissimo quella fisionomia.

E’ Lui?

30.- E’ Lui? Ora sono io che chiedo è lui il sacerdote di cui parlava don Salvatore Di Fusco? Non può, non deve rispondere chi è parte interessata. Domandatelo agli Eccellentissimi Vescovi che lo scelsero come loro direttore spirituale. Domandatelo agli alunni dei Seminari maggiori e minori ai quali predicò esercizi e ritiri e per i quali scrisse la “Pietà del seminario”. Domandatelo agli Istituti religiosi maschili e femminili che se lo disputavano come maestro impareggiabile di spiritualità. Domandatelo agli Ecclesiastici degnissimi cui si rivolgeva per le cose della Congregazione e dei quali nominiamo solo gli scomparsi, p.e., Ecc.mo Monsignor Farina, Mons. Jetti, Mons. Brandi ed altri. Domandatelo agli spiriti eletti che venivano a consultarlo per le loro congregazioni nascenti. Domandatelo specialmente a coloro che formarono l’oggetto della sua azione riparatrice, i poveri sacerdoti più bisognosi degli altri d’incoraggiamento e di assistenza. E’ lui?
Mio paziente lettore, come me, anche costoro che ho elencato non ti risponderanno. Hanno ragione. Tre solo possono risponderti: Iddio Onnipotente operando miracoli per sua intercessione, i medici esaminandoli, e la Santa Chiesa autenticandoli con l’autorità infallibile che solo a lei ha comunicato il Divin Fondatore. Noi possiamo solo pregare con la formula a lui tanto cara: “O mio Dio e mio Tutto, Padre Figliuolo e Spirito Santo, la vostra volontà si adempia, il vostro amore trionfi, la vostra gloria risplenda in me e in tutti ora e sempre più, come in Voi stesso, o mio Dio e mio Tutto”.