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sabato 22 ottobre 2016

L’INGIUSTA(!?) MALEDIZIONE DEL FICO - (Mc 11, 12-25 || Mt 21, 18-19) - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton





(Mc 11, 12-25 || Mt 21, 18-19)

Siamo verso la fine della vita terrena di Gesù; dopo il suo ingresso trionfale a Gerusalemme sul dorso di un asino, gli evangelisti Matteo e Marco raccontano un episodio molto strano e sorprendente che ha lasciato stupiti (Mt 21, 20) i discepoli di allora e dovrebbe stupire anche quelli di oggi. Un mattino Gesù, con quanti lo seguono, si incammina da Betania verso Gerusalemme e: mentre uscivano da Betania ebbe fame (Mc 11, 12). Conviene subito osservare che è piuttosto strana questa fame già al mattino e dopo aver fatto poca strada. Betania infatti dista da Gerusalemme meno di tre chilometri (Gv 11, 18). E poi, se Gesù aveva fame poteva provvedere prima di partire. Le stranezze, di cui la Sacra Scrittura è piena zeppa, sono un segnale importante da non trascurare per almeno due motivi: il primo è che proprio indagando, ruminando e chiedendo luce sulle stranezze corriamo poi il rischio di ricevere in dono i frutti saporosi nascosti nella parola e nel progetto di Dio. Il secondo motivo è che le stranezze hanno il compito di non lasciarci tranquilli e di invitarci a non accontentarci di spiegazioni superficiali o insufficienti; ci invitano ad approfondire, a desiderare di capire meglio e a pazientare magari per anni e anni, o anche secoli e secoli, prima di trovare quella spiegazione o quella luce che finalmente rallegra, pacifica o risveglia il nostro cuore. Le stranezze ci suggeriscono anche che siamo immersi in una storia e in un progetto pensati da una mente divina, e sarebbe da parte nostra una presunzione o un’ingenuità pretendere di capire in poco tempo questo progetto; inoltre la sua comprensione piena, soddisfacente e definitiva non è per questo mondo; qui vediamo come in uno specchio, in maniera confusa (1 Cor 13, 12), camminiamo nella fede e non ancora in visione (2 Cor 5, 7).

Verso Gerusalemme
Gesù dunque ha fame, già al mattino, sulla strada che conduce da Betania a Gerusalemme. Vedendo nelle vicinanze un fico con delle foglie gli si avvicina sperando di trovare anche dei fichi, ma non ne trova, trova solo foglie; maledice allora il fico dicendo: Mai più in eterno nasca un frutto da te (Mt 21, 19). Poi Gesù con i suoi prosegue verso Gerusalemme, dove scaccerà quelli che vendono e comprano nel tempio. La sera ritorna a Betania con i discepoli per passarvi la notte. Quando il mattino seguente ritorna a Gerusalemme, Pietro si accorge che il fico è seccato fin dalle radici (Mc 11, 20) e, stupito, interroga il Signore, il quale coglie l’occasione per dare alcuni insegnamenti. Questo è l’ordine con cui Marco descrive l’episodio, Matteo invece lo riassume in un solo momento e lo colloca dopo la cacciata dei venditori dal tempio. Sul fatto che il fico non aveva fichi, Marco fa un’osservazione formidabile sulla quale dovremo riflettere.
Come gli antichi profeti
Se consideriamo solo il racconto di Matteo potremmo provare a comprendere l’episodio nel modo seguente. Il fatto che Gesù abbia fame già al mattino e dopo aver fatto poca strada, sta ad indicare che in realtà non è di una fame materiale o fisica che si tratta, ma piuttosto di una fame spirituale, una fame di fede e di amore. Gesù infatti da alcuni anni stava percorrendo la Casa di Israele illuminando le menti con la sua predicazione, guarendo ogni malattia in modo miracoloso, chinandosi su ogni miseria con delicatezza e amore, suscitando nei cuori prospettive di vita eterna; in una parola, facendo per gli uomini ciò che nessun altro aveva mai fatto. Gesù amava ogni categoria di persone come nessun altro le aveva mai amate. Ora l’amore, per sua natura, ha bisogno di una risposta d’amore per essere perfetto, ed è di questa risposta che Gesù ha fame. Ma il guaio e il dramma era che troppi in Israele non rispondevano all’amore con l’amore; allora Gesù, alla maniera dei profeti, compie un’azione simbolica che rappresenti questo dramma, in modo che la sua azione si imprima indelebilmente nella mente di chi assiste alla scena, così da indurre a meditare attentamente sulla serietà del suo amore e sulla gravità di ciò che accade se non si risponde a questo amore. Il rischio è una maledizione e una sterilità senza rimedio.
L’osservazione di Marco
Se ci fosse solo il racconto di Matteo questa spiegazione potrebbe funzionare abbastanza bene ed essere sufficiente. Ma c’è Marco che con una piccola e candida osservazione viene a complicare terribilmente le cose. Osserva infatti Marco che se Gesù non trova dei fichi è perché non era la stagione dei fichi (Mc 11, 13). Penso che dovremmo cogliere qui un invito a non fuggire, o evitare, o tacere la verità, anche se questa ci mette implacabilmente di fronte a difficoltà grandi come una montagna. Per coloro che vogliono seguire Gesù - proprio perché Gesù è anche Dio, conosce da Dio, ama da Dio, pensa da Dio - le difficoltà grandi come una montagna sono il pane quotidiano. Noi invece, in parte siamo ciechi e non ci rendiamo conto delle difficoltà o delle stranezze o delle enormità presenti nella vita in generale e nel cristianesimo in particolare, in parte ci illudiamo di riuscire a cavarcela facendo finta di niente, girando alla larga dalle difficoltà o, come ha detto qualcuno, cambiando il vino della Parola di Dio in acqua. Don Divo Barsotti, che per tutta la vita ha scrutato la Sacra Scrittura e i misteri della vita, dice che “Il vangelo è cosa difficile a capirsi oltreché a praticarsi”. Forse sarebbe ancora meglio dire che è impossibile a capirsi e a praticarsi; è quanto afferma senza esitazioni il santo dottore di Lisieux: «Oh, gl’insegnamenti di Gesù, come sono contrari ai sentimenti della natura! Senza il soccorso della grazia sarebbe impossibile non solamente metterli in pratica, bensì anche capirli» (Man. C 1, 301). E allora? Allora proprio nell’insegnamento collegato all’episodio del fico Gesù ci dice: Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: se uno dicesse a questo monte: «Lévati e gettati nel mare», senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà (Mc 11, 21-24). Se Gesù propone ai suoi discepoli l’immagine di un monte che deve essere gettato in mare, è perché sa che proprio di questa natura sono gli ostacoli che incontreremo seguendo lui da Betania a Gerusalemme. E un esempio l’abbiamo proprio nella difficoltà di comprendere il suo comportamento nei confronti del fico senza fichi. Anche il salmo 26 ha un’immagine sorprendente e in qualche aspetto simile a quella del monte da gettare in mare dove dice: Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme, se contro di me si scatena la guerra, anche allora ho fiducia (Sal 26, 3). A questo siamo chiamati: a spostare le montagne e a non temere anche se ci troviamo soli a combattere contro un esercito. Nei confronti di queste parole è normale provare uno stupore e uno sgomento simili a quelli dei discepoli di fronte al fico fatto seccare perché non aveva fichi, e lo sgomento è perché non era la stagione dei fichi, perché non abbiamo una fede capace di spostare le montagne, perché di solito abbiamo paura di pericoli molto minori di un esercito schierato a battaglia; in certi momenti potremmo aver paura anche di una giovane portinaia (Gv 18, 17). Questi esempi o queste situazioni hanno una cosa in comune: ci mettono di fronte a qualcosa di impossibile. La difficoltà, grande come una montagna, nell’episodio del fico è che per sua natura un fico non può produrre fichi quando non è la stagione dei fichi e quindi è ingiusto punire chi, per natura, non può dare quanto gli viene chiesto: è allora chiaro come il sole che Gesù ha compiuto ‘un’ingiustizia’ facendo seccare il fico; giustamente i discepoli rimangono stupiti e perplessi. Questo è un momento tipico e critico che i credenti prima o poi incontrano sul loro cammino, il momento in cui si ha l’evidenza che Dio agisce ingiustamente nei nostri confronti, o nei confronti delle persone che amiamo, o nel governo delle vicende umane, o che ci stia chiedendo ciò che non possiamo dare. È il momento della prova della fede, è il momento in cui, contro ogni evidenza, siamo invitati a fidarci comunque di Dio. Possiamo pensare al sacrificio di Abramo, a Giobbe, a Giuseppe quando scopre la gravidanza di Maria, a Maria ai piedi della croce, a ogni credente quando riceve Gesù nel sacramento dell’Eucaristia, alle sorelle Marta e Maria quando Gesù, pur pregato da persone amiche, non viene a guarire il loro fratello Lazzaro… Ora, l’episodio del fico sollecitato a produrre dei fichi anche quando non è la stagione dei fichi, serve a rappresentare e a manifestare una caratteristica fondamentale della vita cristiana. La vita cristiana infatti è una vita chiamata a essere feconda, a produrre frutti, non per virtù naturali ma in virtù della grazia, grazia che ci viene offerta da Gesù quando si avvicina per manifestarci il suo amore. Se Gesù vuole dei fichi quando è impossibile che ci siano dei fichi è perché, grazie a lui, l’impossibilità naturale può essere superata mediante la sua potenza soprannaturale. Grazie a me si trova frutto dice il Signore nel libro di Osea (Os 14, 9). La vita cristiana è una vita che deve funzionare non secondo le leggi della natura, ma secondo le leggi della grazia, e una legge fondamentale della grazia è che ciò che non è possibile per natura è possibile per grazia. In tutta la Scrittura e soprattutto nel vangelo, vediamo costantemente all’opera questa legge. Per natura è impossibile che una vergine dia alla luce un bambino senza il concorso dell’uomo, eppure Maria dà alla luce Gesù per opera dello Spirito Santo. Impossibile che i morti risorgano, eppure risorgono la figlia di Giàiro (Mc 5, 41-42), il figlio della vedova di Nain (Lc 7, 14-15), Lazzaro (Gv 11, 43), e infine risorge Gesù per non morire mai più. Tutti i miracoli che vediamo nel vangelo e nella Chiesa sono una conferma di questa legge e chi vuole può ancora oggi accertare, verificare, studiare: non sono i miracoli che mancano, ma persone che abbiamo il coraggio di lasciarsi interrogare dai miracoli. Com’è possibile che accadano fatti che la natura non può produrre?
Senza vie di scampo
La vita cristiana è una vita impossibile come è impossibile per un fico produrre dei fichi quando non è la stagione dei fichi, come è impossibile spostare una montagna, come è impossibile a una persona sola affrontare un esercito schierato a battaglia. Il guaio, o la fortuna, è che siamo immersi in queste situazioni impossibili, dobbiamo affrontare queste difficoltà, senza avere vie di scampo. Un esercito è schierato contro di noi, questo esercito è la straordinaria forza dell’amore di Dio che ci assedia da ogni parte perché desidera conquistare il nostro cuore. Un esercito in battaglia tende a mettere a morte il suo nemico, così l’amore di Dio tende a far morire in noi tutto ciò che si oppone all’amore, alla vita, alla luce che Dio vuole comunicarci. Un malinteso ampiamente diffuso fra noi e Gesù è nel fatto che la vita come la intendiamo noi non è la vita come la intende Gesù, così l’amore, così la gioia. I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie… (Is 55, 8). La differenza fra il nostro modo di concepire la vita, l’amore e la gioia, è che noi concepiamo questi beni in modo limitato, ristretto, mentre Dio li concepisce in modo infinito: Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55, 9). Noi pensiamo a una vita, a una gioia, a un amore naturali, ossia a produrre fichi secondo le leggi della natura, ma Gesù pensa a una vita, a una gioia, a un amore soprannaturali, ossia a produrre fichi secondo le leggi della grazia. Il cardinale Journet ha un pensiero che riassume bene e conferma queste riflessioni: “L’uomo è stato invitato da Dio, fin dal principio, a partecipare in maniera inaudita alla beatitudine propriamente divina. È stato creato non per divenire ciò che è per natura, un uomo; ma per divenire, per grazia, ciò che non potrebbe essere per natura, partecipe della stessa natura divina. E per prepararlo a questo destino sublime, fin dai primi passi della sua esistenza, i raggi della luce di fede e di grazia non cessano di battere in mille maniere alle porte e alle finestre della sua anima” (Conoscenza e inconoscenza di Dio).
Cambiare il fondamento
La difficoltà grande come una montagna nella vita cristiana, è che il programma prevede un cambio di fondamenta: la nostra vita deve essere fondata non sulle risorse naturali, ma soprannaturali, non su ciò che vediamo, tocchiamo, gustiamo, ma su ciò che non vediamo, non tocchiamo, non gustiamo. Ma allora questi beni che vediamo, tocchiamo, gustiamo, che senso hanno? I beni visibili sono un segno, un’indicazione per orientarci verso i beni invisibili, sono come i cartelli stradali che permettono di raggiungere la meta. Quando un bene naturale, forse a lungo cercato, ci lascia poi delusi e amareggiati è come se dicesse: “Non sono io la meta, ciò che cerchi, ciò che desideri, si trova al di là di ciò che io ti posso dare”. Il guaio è che noi confondiamo molto facilmente i beni di questo mondo con la meta; investiamo così un mucchio di risorse per acquistare dei cartelli stradali, il che equivale a investire le nostre risorse per rimanere fermi. La complicazione e il dramma è che, essendo il nostro cuore fatto per l’assoluto, desidera l’assoluto, ma cercando l’assoluto in ciò che assoluto non è, reagisce con violenza a chi cerca in vario modo di staccarlo dai beni a cui si è aggrappato.
Nel tempio
Un esempio della complessità e della gravità di questo dramma lo vediamo in ciò che accade nel tempio. Nel tempio ci sono quelli che vendono, quelli che comprano, quelli che trasportano cose, e poi ci sono i capi dei sacerdoti e gli scribi; il giudizio che Gesù dà della situazione è che il tempio è diventato un covo di ladri (Mc 11, 17). C’è nel ladro una certa avidità che lo spinge a impadronirsi ingiustamente di beni che non gli appartengono. Questa avidità, unita alla violazione della legge, è il segno che il ladro, attraverso i beni che brama, è alla ricerca disperata dell’assoluto. E anche se lo cerca nel posto giusto, ossia nel tempio, non lo cerca però nelle cose giuste, ossia: nel tempio di Dio cerca dei beni che appartengono a Dio ma non sono Dio. Ora, nella misura in cui nel tempio non si cerca Dio solo, è come se gli si rubasse un bene che è solo suo, vale a dire il bene che lui ha pensato per noi, il dono della sua stessa vita. Chiedendo l’assoluto a dei beni che non possono darcelo compiamo un’ingiustizia, ed è come voler rubare dei beni che non sono né nostri né delle cose che desideriamo possedere, sprechiamo così un mucchio di risorse nel vano tentativo di rubare un bene che le cose create non possiedono. Così facendo rendiamo sterile il desiderio di Dio e allora, prima o poi, diventeremo inevitabilmente sterili anche noi. L’avidità che minaccia i capi dei sacerdoti e gli scribi è quella di chi ha influenza o potere su altre persone, nel senso che il piacere che si ottiene nell’essere in qualche modo un riferimento a cui gli altri guardano o da cui altri dipendono, rischia di ubriacare o esaltare il proprio io a tal punto da indurlo ad agire in ogni momento e in ogni cosa per essere ammirato dagli uomini (Mt 23, 5). Si diventa così ladri al sommo grado perché ci si appropria illegittimamente della gloria che è dovuta a Dio solo. La gloria di Dio che i sacerdoti e gli scribi dovrebbero servire, diventa invece un pretesto per farsi riverire. Sant’Agostino descrive molto bene cosa nasce da questo stato di cose, leggiamo infatti nella “Città di Dio”: «Due amori hanno dunque fondato due città: l’amore di sé, portato fino al disprezzo di Dio, ha generato la città terrena; l’amore di Dio, portato fino al disprezzo di sé, ha generato la città celeste. La prima si gloria di se stessa, la seconda in Dio, perché quella cerca la gloria degli uomini, questa considera sua massima gloria Dio» (De Civ. Dei 14, 28).
Una forza pericolosa
Il Cantico dei Cantici dice inoltre che l’amore è forte come la morte (Ct 8, 6). Questa affermazione potremmo comprenderla secondo diversi aspetti. Un primo aspetto potrebbe essere: come nessuno di noi può sfuggire alla morte, così ognuno di noi deve inevitabilmente fare i conti con una certa forza d’amore che ci spinge a cercare l’assoluto. Un secondo aspetto è che un amore in cerca di assoluto tende inevitabilmente a mettere a morte tutto ciò che ostacola, impedisce o contrasta il suo desiderio. Un ulteriore aspetto è che un amore in cerca di assoluto va inevitabilmente incontro alla morte, e questa può avere due esiti opposti. Se uno si sbaglia di assoluto e lo cerca in ciò che assoluto non è, la morte a cui va incontro è una morte che distrugge senza rimedio e senza speranza. Se uno invece si lascia attirare dall’assoluto che è Dio, la sua morte può diventare un dono d’amore e preludere alla beatitudine eterna. Ma ancor meglio bisogna dire: è vero che ognuno di noi è in cerca di assoluto, ma soprattutto ognuno di noi è cercato da un amore assoluto, e l’esito di questa ricerca è una morte che può assomigliare a quella del fico sterile o a quella di Gesù. Tutto questo per dire che una storia d’amore non è una storia indolore. La storia d’amore in cui siamo coinvolti è la storia di un combattimento fra la vita e la morte, fra la luce e le tenebre, fra l’amore che è Dio e tutto ciò che contrasta ed è incompatibile con questo amore. “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa…” (Exultet).
L’attacco
Se il Signore ha affrontato questo “prodigioso duello”, non potranno certo evitarlo né coloro che lo vogliono seguire, né coloro che non lo vogliono seguire. Il nostro modo di concepire la vita si incontra o si scontra necessariamente con “la Realtà”, ossia con il modo di concepire la vita di Dio. Il fatto poi che in noi e attorno a noi la concezione della vita in parte si incontri e in parte si scontri con la Realtà, dà origine alle situazioni straordinariamente complesse in cui siamo immersi. Gesù dunque, mosso da infinito amore per il Padre suo e per gli uomini, scatena la battaglia: Rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri» (Mc 11, 15-17). Questo dobbiamo aspettarci dal Signore, ossia che sconvolga, mandi all’aria ed ostacoli tutto ciò che fa di noi dei ladri perché cerchiamo l’assoluto in modo illegittimo nei nostri traffici, nei nostri commerci, nelle nostre relazioni. Il vero traffico, il vero commercio, la vera relazione sono i beni che possiamo ottenere con la preghiera, ossia nella ricerca dell’amicizia con Dio a cui la preghiera tende. E il grado di amicizia che il Signore ha in mente è quello di chi con la preghiera può chiedere qualunque cosa, anche a un monte di gettarsi nel mare; è un grado di amicizia per cui l’amico è talmente intimo all’amico da essere certo che otterrà quanto chiede nella preghiera (Mc 11, 24). Prima che giungiamo a un tale grado di amicizia, molta acqua deve ancora passare sotto i ponti, inoltre è impossibile per noi raggiungere una tale amicizia senza l’aiuto di una guida, senza accettare che Gesù, quando è il caso, rovesci i nostri tavoli e le nostre sedie e ci impedisca di trasportare cose attraverso il tempio, ossia di utilizzare le cose di Dio secondo i nostri corti pensieri, o di attaccarci a dei beni che non sono Dio chiedendo loro di fare le veci di Dio.
Il contrattacco
Quando in un “prodigioso duello” c’è un attacco, bisogna aspettarsi il contrattacco; infatti Marco puntualmente annota: Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire (Mc 11, 18). Evidentemente i capi dei sacerdoti e gli scribi si sentivano minacciati sia dal comportamento, sia dalle parole di Gesù: Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento (Mc 11, 18). Questo voleva dire che se i capi dei sacerdoti e gli scribi non avessero preso qualche contromisura, il favore e l’amore della gente si sarebbero orientati sempre più verso Gesù e sempre meno verso di loro. Ora, il favore della gente era per i capi dei sacerdoti e per gli scribi una questione di vitale importanza, tanto vitale, tanto importante, tanto assoluta, da essere una questione di vita o di morte, nel senso che, se veniva loro meno il favore del popolo, veniva meno la loro stessa vita e allora non potevano che decidere di mettere a morte colui che stava mettendo a morte la loro vita. Forte come la morte è l’amore… le sue vampe sono vampe di fuoco (Ct 8, 6). Fuoco che tende a bruciare e distruggere tutto ciò che si oppone al suo cammino. Un fuoco cammina davanti a lui e brucia tutt’intorno i suoi nemici (Sal 96, 3). Se il fondamento della città dei capi dei sacerdoti e degli scribi fosse stato l’amore di Dio, avrebbero dovuto rallegrarsi e accogliere con riconoscenza e amore chi veniva ad offrire su Dio un insegnamento molto superiore a quello che potevano offrire loro. Un insegnamento che aveva un’autorità, una luminosità, una profondità tali da lasciare stupiti e ammirati quanti lo ascoltavano. Ma avendo fondato la loro città sull’amore di sé, facevano la guerra a colui che era il capo della città di Dio.
Sacerdoti, scribi e noi
Ora, tutta questa storia di scribi, di capi di sacerdoti, di gente che traffica nel tempio, ha forse qualche relazione con la nostra vita quotidiana? A prima vista siamo tentati di dire che non c’è nessuna relazione, ma, se guardiamo più attentamente e più in profondità, scopriamo che siamo immersi in questa storia fino al collo. Conviene osservare che la decisione di mettere a morte Gesù si annida nei cuori dei sacerdoti e degli scribi. I sacerdoti poi sono capi di sacerdoti, ossia persone che avevano il potere di prendere delle decisioni in materia religiosa. Gli scribi invece avevano una conoscenza approfondita delle Scritture e delle cose di Dio e la trasmettevano al popolo, erano un po’ come i teologi, gli intellettuali, le menti pensanti della comunità. Ora, ognuno di noi in fatto di religione, nelle cose che riguardano Dio, è al tempo stesso sacerdote e scriba: sacerdote capo perché inevitabilmente dobbiamo prendere una decisione a favore o contro Dio, e questa decisione la prendiamo in base alla nostra conoscenza in materia religiosa. Così lo scriba sta alla nostra intelligenza e il sacerdote alla nostra volontà. Nessuno può rimanere neutrale, ma necessariamente con la nostra intelligenza e la nostra volontà ci collochiamo da una parte o dall’altra del campo e, a seconda dell’amore a cui vogliamo rispondere, scegliamo di abitare la città terrena o la città di Dio. Dobbiamo poi sapere che la convivenza di queste due città non è affatto pacifica ma, a causa del desiderio di assoluto che è al lavoro nell’una e nell’altra, un combattimento all’ultimo sangue è in atto, in maniera palese o nascosta, fino alla fine dei tempi.
La condanna a morte di Gesù
Cercavano il modo di farlo morire… Il modo più diffuso per cui il nostro sacerdote capo e il nostro scriba tendono a realizzare questo proposito, è quello di ignorare colpevolmente la persona di Gesù. Sentiamo o intravediamo più o meno lucidamente, più o meno confusamente che la persona di Gesù potrebbe minacciare l’equilibrio confortevole che abbiamo raggiunto, o un certo benessere, una certa felicità, una certa tranquillità a cui non vogliamo assolutamente rinunciare e allora chiudiamo ermeticamente le porte e le finestre del nostro cuore per non sentire i suoi richiami, per non lasciarci interpellare dalle sue provocazioni. La nostra visione della vita e il benessere che abbiamo acquisito, guai a chi ce li tocca! Una provocazione molto efficace con cui il Signore ci interpella sono i santi. Ad esempio, Madre Teresa di Calcutta osservava acutamente come il grande male del nostro tempo sia “l’indifferenza”. Abbiamo paura che i nostri tavoli, le nostre sedie, le nostre cose siano messi sottosopra dal fuoco che arde nel cuore di Gesù, e allora ci difendiamo rinchiudendoci in una corazza impenetrabile di indifferenza. Ma la paura di Gesù non giustifica e non giustificherà la nostra chiusura nei suoi confronti. Se lo accogliamo, Gesù manderà all’aria i nostri tavoli e le nostre sedie, il che non sarà un gran danno, ma se colpevolmente non lo accogliamo dobbiamo sapere che una maledizione e una sterilità senza rimedio pesano su di noi. La maledizione e la sterilità per chi non ha voluto rispondere all’amore. Il grande male è la nostra indifferenza nei confronti dell’amore di Dio; questa indifferenza, ancor più dell’ostilità manifesta, ferisce e mette a morte Gesù; perché l’indifferenza gli lega le mai e i piedi rendendo impossibile ogni sua azione, ogni sua influenza sul nostro cuore. E Gesù morente, incredibilmente, nonostante tutto, prega per noi dicendo: Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Noi non sappiamo quello che facciamo quando chiudiamo le porte del nostro cuore a Gesù… Nella misura in cui la nostra incoscienza ha delle attenuanti e delle giustificazioni, siamo autorizzati a sperare nel perdono del Padre, ma la nostra incoscienza e la nostra indifferenza potrebbero anche non avere delle scusanti e allora rischiamo di rendere vana l’estrema preghiera, l’estrema supplica di Gesù, la quale, oltre che al Padre suo, è anche rivolta al nostro cuore. Siccome nessuno può sapere con certezza in che misura offende in vario modo l’amore di Dio, in che misura siamo colpevoli e in che misura siamo innocenti, dobbiamo accettare questa incertezza con il sano timore ad essa collegato. Il timore di chi, consapevole della propria miseria, sa di mancare in ogni momento e in mille modi nei confronti di un amore infinito che pesa su di sé.
L’Amore e il “non amore”
Nella vita spirituale può accadere ad un certo punto questo strano fenomeno: più l’amore di Dio si avvicina, più noi diventiamo consapevoli di essere il “non amore”, più ci rendiamo conto di essere incapaci di rispondere a tale amore, più ci rendiamo conto di essere indegni di tale amore. Tutta la difficoltà, la complessità e il dramma della vita cristiana è nell’incertezza delle nostre reazioni e della nostra risposta alle manifestazioni dell’amore di Dio. C’è dunque un momento, una fase della manifestazione dell’amore per cui, manifestando se stesso, l’amore di Dio manifesta anche il nostro non amore. Se accettiamo questo momento piuttosto critico e disagevole, se non bariamo e non rifiutiamo una luce che fa anche soffrire, se avremo “il coraggio di aver paura” come dice il padre Molinié, beneficeremo degli aiuti di cui abbiamo bisogno per attraversare questo momento. L’aiuto è il presentimento di una misericordia che di generazione in generazione si stende su quelli che lo temono (Lc 1, 50). Solo chi ha il sincero timore di offendere l’Amore può ricevere dall’Amore il rimedio a questo timore.
Diventare misericordiosi
Un’altra disposizione per ricevere la misericordia è quella di esercitarci a essere noi stessi misericordiosi. Essendo noi il “non amore” che ha relazioni quotidiane con altri “non amore”, capita con una certa frequenza che siamo feriti e a nostra volta feriamo i nostri fratelli; soffriamo per le loro mancanze d’amore e a nostra volta li facciamo soffrire per le nostre mancanze d’amore. Se non si corre ai ripari, il nostro non amore aiutato dal non amore di chi ci sta accanto può trasformare la vita in un inferno. Il rimedio, indicato in varie circostanze e a più riprese dal Signore, è di disporre il nostro cuore a perdonare. Perdonare gli altri, perdonare noi stessi, perdonare tutto, perdonare sempre. Così infatti il Signore conclude il suo insegnamento di fronte al fico ormai secco: Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe (Mc 11, 25). E se perdonare può essere in certi momenti una difficoltà grande come una montagna, il Signore ci dice: «Abbiate fede in Dio, tutto è possibile con il soccorso della grazia». Grazia che abbondantemente possiamo attingere guardando e ascoltando Gesù sulla croce mentre prega il Padre di perdonare noi peccatori. Se poi la grazia che mostra la nostra incapacità di amare…, il nostro peccato…, ci mette a disagio e rischia di farci fuggire come gli apostoli, ancora una volta il Signore ci incoraggia dicendo: «Sono io, non temete… Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me, ogni peccatore pentito tornerà a casa giustificato e nella casa del Padre mio riceverà in dono la beatitudine senza fine».
Eugenio Pramotton            Dal sito http://www.medvan.it/