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giovedì 11 gennaio 2024

MEDITAZIONE SUL LIBRO DI GIOBBE Capitoli 1-42 di Eugenio Pramotton - La santità di Giobbe - Un principio di giustizia violato - Le due fasi della prova di Giobbe - La protesta di Giobbe - Gli amici di Giobbe - L’inizio di una disputa infuocata - La paura di Dio - Come può essere giusto un uomo davanti a Dio? - Giobbe fa saltare i nervi ai suoi amici ...


La vita dell'uomo è un dramma, e quale dramma!”, diceva don Divo Barsotti. Uno dei segni che questo dramma raggiunge livelli non comuni è quando chi vi è coinvolto preferirebbe morire piuttosto che vivere; è allora quasi inevitabile trovarsi coinvolti in un dialogo simile a quello di Giobbe con i suoi amici. C'è negli amici un sincero e lodevole desiderio di dare un po' di conforto, di suggerire qualche atteggiamento, preghiera, proposito o considerazione nella speranza di vedere uscire quanto prima il loro amico da uno stato di sofferenza estrema. Ecco allora la proposta di recitare una speciale preghiera di abbandono, il suggerimento di non tenere dentro le cose, ma di raccontare il proprio dramma al Signore, di offrire tutto così sarà lui a caricarsi buona parte del peso… di fare una novena a questo o quel santo, di costringere il Signore a rispondere entro una certa data… di abbracciare non la croce, ma il Crocifisso, di non rimanere solo, di non lasciarsi prendere dalla depressione, di andare per un po' di tempo da qualche parte, di curare il giardino, la vigna o le patate… adesso non capisci quanto ti sta succedendo, ma lo capirai in seguito… in realtà questa è un'occasione di crescita, di purificazione, i dolori sono come quelli del parto, poi nascerà qualcosa di nuovo… Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande...

sabato 13 febbraio 2021

LA PARABOLA DEI TALENTI - Ia PARTE

 


(Mt 25, 13-30 || Lc 19, 11-28)

Dice don Divo Barsotti: “Il vangelo è cosa difficile a capirsi oltreché a praticarsi”; e Santa Teresina di Lisieux, dottore della Chiesa, rincara la dose: “Oh, gl’insegnamenti di Gesù, come sono contrari ai sentimenti della natura! Senza il soccorso della grazia sarebbe impossibile non solamente metterli in pratica, bensì anche capirli” (Man C 1, 301). La Sacra Scrittura poi non dice certo il contrario, infatti ci avverte: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie… Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55, 8-9).

Un compito difficile

Quindi, siccome le parabole esprimono vari aspetti del pensiero di Dio, cercare di comprendere una parabola è un compito che fa tremare i polsi, soprattutto se non si vogliono evitare certi aspetti paradossali e sconcertanti che nella Parola di Dio non mancano mai. Il compito è veramente arduo senza il soccorso della grazia, anche perché assomigliamo un po’ alle talpe che vivono sempre sottoterra, se si affacciano alla luce del sole questa da loro fastidio, così vedono meno della metà di quello che c’è da vedere e quello che vedono è pure confuso.

Perché allora impegnare tempo e fatica per comprendere le parabole se la fatica è tanta e l’esito incerto? Perché un giorno verrà in cui dovremmo regolare i conti con un padrone che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso e l’esito della verifica non è affatto scontato che sia secondo le nostre superficiali e ottimistiche aspettative; l’esito dipenderà dal nostro impegno nel far fruttare i talenti ricevuti, ma anche una parabola è un talento che abbiamo ricevuto in dono ed è bene cercare di farlo fruttare.

Il fatto di esistere richiede inoltre che si cerchi il senso dell’esistenza che ci è stata data, ma questo senso non lo possiamo trovare se non ci rivolgiamo a colui che ha dato l’esistenza a tutto ciò che esiste. Le parabole sono allora un aiuto potente offerto agli uomini perché possano scoprire il senso del loro esistere, il senso che è secondo il pensiero di Dio, non quello elaborato dalle nostre incerte e strampalate filosofie.

Tutti abbiamo una filosofia, perché tutti governiamo la nostra esistenza in base a ciò che di essa ci sembra di capire, secondo ciò che riteniamo giusto o sbagliato e in vista delle mete che vogliamo raggiungere. Ora, la nostra comprensione della vita può essere più o meno in accordo con il progetto di Colui che ha voluto il mondo e le sue leggi; più i nostri pensieri sono in disaccordo con i pensieri di Dio, più andremo incontro a spiacevoli e dolorose sorprese, è quindi saggio fare il possibile per cercare di comprendere i pensieri, i gusti, i comportamenti, le ironie di Dio. La cosa è possibile perché lui a tutti, secondo le capacità di ciascuno, dona i suoi beni; nessuno potrà lamentarsi nel giorno della resa dei conti, perché ognuno ha quanto occorre perché a suo tempo possa prendere parte alla gioia del suo padrone.

Ciò che non vorremmo sentire

LA PARABOLA DEI TALENTI - IIa PARTE


(Mt 25, 13-30 || Lc 19, 11-28)

Il bisogno di amare

Ma l’uomo ha anche un’altra fortissima esigenza, ed è quella di amare e di essere amato, anche su questo versante dobbiamo impegnarci a trafficare i talenti, anche da questo campo il nostro padrone vuole raccogliere frutti.

L’amore non è però solo qualcosa di naturale e spontaneo, è soprattutto un’arte che si impara investendo tempo e fatica; il frutto poi della fatica è una certa pienezza di vita; a volte sono concessi momenti di grazia e tutto viene trasfigurato, tutto acquista bellezza, leggerezza, splendore … Senza l’amore invece, tutto precipita nel non senso e nella morte; lo possiamo constatare ogni volta che vediamo sbocciare l’amore fra due persone e ogni volta che vediamo le catastrofi prodotte da un amore che si rompe.

Ogni amore che si rompe ci dice qualcosa su cui dovremmo seriamente riflettere, ossia che l’amore è molto potente e molto pericoloso, se non lo maneggiamo con attenzione rischiamo di fare un gran male a noi e agli altri. Tutti, in misura maggiore o minore, soffriamo per le ferite prodotte dal non amore, ma a tutti è anche dato di vedere, di desiderare, di sperimentare lo splendore dell’amore. La vita ci pone allora di fronte a una scelta: tu cosa vuoi, lo splendore dell’amore o l’orrore del non amore? Non è possibile rimanere neutrali perché chi non sceglie consapevolmente di amare agirà inevitabilmente contro l’amore. Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde (Mt 12, 30).

Scegliere consapevolmente di amare significa trafficare i talenti, significa lasciarsi coinvolgere in un’avventura in cui ci saranno tutti gli ingredienti dell’avventura; si incontreranno imprevisti e sorprese, si dovranno affrontare paure e incertezze, si dovranno attraversare dolori e splendori, desolazioni e consolazioni, tenebre e luce, passioni e purificazioni … fino al giorno in cui il Signore dirà: Bene, servo buono e fedele … sei stato fedele nel poco ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Poco e molto, storia in due tempi

venerdì 16 ottobre 2020

La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro


(Lc 16, 19-31)

Per comprendere questa parabola è bene interrogarsi sul fine per cui è stata raccontata; mi sembra si possa rispondere che il Signore l'ha raccontata per farci riflettere sulla gravità di certi comportamenti umani, il Signore vuole insegnarci che l'insensibilità e la durezza di cuore possono diventare talmente gravi da escludere per sempre l'uomo dalla beatitudine eterna.

Quando il Signore nel vangelo di Matteo parla del giudizio finale, dice chiaramente che meritano un castigo eterno coloro che hanno indurito il cuore quando lo hanno visto affamato e non gli hanno dato da mangiare, assetato e non gli hanno dato da bere, nudo e non lo hanno vestito, malato e carcerato e non lo hanno visitato (Mt 25, 41-46), ora, quasi tutti questi mali affliggevano il povero Lazzaro, ma il ricco nella parabola si comporta esattamente come coloro che il Signore condanna alla pena eterna, dunque la parabola illustra il caso di qualcuno che merita una pena eterna.

Il Cristo giudica il ricco malvagio

La parabola di Luca mostra quindi un caso concreto in cui una condanna eterna è emessa per chi ostinatamente ha disprezzato il Cristo sofferente, anche se non sapeva che la sua durezza di cuore metteva a morte Cristo stesso, ed è quello che ha fatto il ricco con il povero Lazzaro; anche a lui il Signore poteva dire: "Lontano da me, maledetto, nel fuoco eterno, perché ho avuto fame e non mi hai dato da mangiare, ho avuto sete e non mi hai dato da bere; il pane che non hai dato a Lazzaro è a me che non l'hai dato. Hai preferito dare gli avanzi della tua mensa ai cani e li hai negati a un uomo che vale più di molti cani. Ogni giorno giacevo alla tua porta a mendicare un po' di pietà e tu me l'hai negata. Alla tua porta c'era Lazzaro, ma in lui ero io che mendicavo la tua salvezza. Se per pietà mi avessi dato anche solo le briciole dei tuoi banchetti ti saresti salvato, ma la tua crudeltà anche le briciole mi ha negato; la tua crudeltà è stata la causa della mia morte. Il giorno in cui Lazzaro è morto è cessato anche l’estremo tentativo che la mia misericordia e la mia giustizia avevano messo in atto per salvare la tua anima; in quel giorno la mia sapienza ha detto basta, perché sarebbe stato inutile continuare, il tuo indurimento era ormai senza rimedio!". A tanto può condurre il disordinato amore di sé: fino all’ostinato disprezzo di Dio e del prossimo; tale disprezzo è frutto di una serie di scelte che non possono non avere conseguenze eterne.

Questo il fine dell’insegnamento della parabola: mostrare i due possibili stati a cui conducono le nostre azioni, e mostrare anche che questi due stati sono definitivi. Tali stati non sarebbero definitivi se il ricco nei tormenti potesse un giorno salire dove si trova Lazzaro, ma questo è chiaramente escluso dall’affermazione di Abramo: Coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi.

Un caso di impenitenza finale

venerdì 2 giugno 2017

Gesù esamina Pietro sull'amore - Gv 21, 15 - 19 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton - Le domande di Gesù - Le risposte di Pietro - Pietro abbandonato dal Signore - Nato per fare il capo - Teresina di Lisieux e don Divo Barsotti.



Gv 21, 15 - 19
Una delle manifestazioni di Gesù risorto si è svolta sulle rive del lago di Tiberiade. Pietro con alcuni discepoli esce a pescare, ma quella notte non presero nulla. Sulla riva incontrano un personaggio misterioso che dice loro di gettare la rete dalla parte destra, i discepoli obbediscono ed è una pesca miracolosa. Poi Gesù, ora riconosciuto, mangia insieme a loro.
L’inizio dell’esame
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?» (v 15). È l’inizio dell’esame di Pietro sull’amore. L’esame, come ogni iniziativa del Signore, ha un andamento piuttosto strano e sconcertante per diversi motivi. Pietro dà l’impressione di essere intimidito e imbarazzato come uno che è coinvolto in una vicenda più grande di lui, come uno studente non troppo preparato quando è interrogato. Ed è effettivamente così, perché il Signore tende sempre a sconvolgere i nostri schemi, a demolire e ricostruire, a farci morire e a farci risorgere, a condurci oltre gli orizzonti terreni, oltre i nostri corti pensieri; è allora normale che ci sentiamo intimiditi, inadeguati, impreparati, spaesati. Dobbiamo subito osservare che la domanda del Signore, per certi aspetti un po’ enigmatica, esigerebbe due sole risposte: “Si, io ti amo più di costoro” oppure: “No, io non ti amo più di costoro”. Sia il vostro parlare sì, sì; no, no (Mt 5, 37) aveva insegnato Gesù ai suoi. Evidentemente, sia Pietro sia noi, abbiamo parecchie difficoltà ad assimilare e a praticare gli insegnamenti di Gesù.
La prima risposta di Pietro
La risposta di Pietro è una via di mezzo fra il sì e il no; Pietro tende a trovare una scappatoia per evitare lo sconcerto di una domanda imbarazzante la cui risposta è molto semplice o impossibile. Pietro risponde: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Risponde cioè come se il Signore avesse voluto sapere se gli voleva bene. Ma la domanda era per sapere se sì o no Pietro riteneva di amare il Signore più degli altri apostoli. Pietro, che sicuramente voleva bene al Signore, non se la sente però di affermare che il suo amore è superiore a quello dei suoi compagni. Non se la sente di affermarlo perché una simile affermazione è impossibile. Noi non sappiamo nemmeno valutare quanto è grande e quanto vale l’amore per Gesù che c’è in noi, figuriamoci se siamo in grado di vedere quanto è grande e quanto vale questo amore negli altri; confrontare poi i diversi amori fra di loro è un compito sovrumano, è un compito che solo Dio sa svolgere. Sant’Agostino a questo proposito osserva che Pietro nella sua risposta, “non aggiunge «più di costoro», risponde solo per quello che sa di se stesso, perché non poteva conoscere il grado d’amore che avevano gli altri discepoli per Gesù non potendo leggere nel profondo del loro cuore” (Trattato 124 su S. Giovanni). Conviene ancora considerare che c’è un modo di intendere la domanda del Signore, che stride, che non suona bene. Se non si fa attenzione, si corre il rischio di comprendere la domanda come se il Signore invitasse o incoraggiasse Pietro a dichiarare di essere il primo della classe, il più bravo e il più amante fra i suoi compagni.

giovedì 16 marzo 2017

La donna che ha avuto sei mariti

Gesù presso un pozzo di Samaria incontra una donna ...

Gv 4, 5-30; 39-42


Penso che la prima impressione che si ha leggendo questo episodio raccontato dall'evangelista Giovanni, prima ancora di capire le cose nel dettaglio, sia una grande ammirazione per la disponibilità, la pazienza, la bontà e la sapienza che Gesù manifesta nel dialogo con la donna Samaritana.
È un dialogo fra la sapienza di Gesù e l'ignoranza della donna, è il dialogo fra una donna disastrata e peccatrice e Colui che può rimediare a ogni disastro e perdonare ogni peccato; è un dialogo fra la miseria e la misericordia, simbolo del dialogo fra Dio e l'umanità, fra Dio e ogni uomo.
E nonostante il suo peccato, nonostante la sua miseria e la diffidenza verso quell'uomo straniero, la donna non si trova a disagio nel discorrere con Gesù, anzi, verrà a poco a poco a beneficiare di un dono misterioso, un'acqua viva la cui dolcezza è talmente inebriante da conquistare per sempre il suo cuore. E come Gesù cercava di suscitare nella Samaritana il desiderio dell'acqua viva, così questa riflessione non sarà vana se farà sorgere anche in noi il desiderio di questa misteriosa acqua.

Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo

Gesù con i suoi discepoli stava viaggiando dalla Giudea verso la Galilea passando per la Samaria. Ma Gesù si era anche messo in viaggio dal Cielo alla terra per portare agli uomini il dono di Dio, per portare loro quell'acqua viva che sola può dissetare i loro cuori. Gesù era venuto sulla terra assumendo una natura umana, e questo comportava l'accettazione di tutti i suoi inconvenienti, tra questi vi era quello di stancarsi quando si camminava a lungo o si lavorava molto. È tuttavia possibile pensare che questa stanchezza non fosse solo fisica, ma anche morale. Gesù aveva da poco incominciato la sua vita pubblica e già le prime incomprensioni, le prime ostilità affliggevano il suo cuore: è venuto fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto ... la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce (Gv 1,11; 3,13).
Proprio nel momento in cui Gesù, stanco, siede presso il pozzo di Giacobbe arriva una donna di Samaria ad attingere acqua e Gesù le dice: dammi da bere. Gesù non si vergogna di manifestare la sua stanchezza e di chiedere alla donna un po' di sollievo. È possibile vedere in questa scena un richiamo al momento della crocifissione: anche quando Gesù è stato crocifisso era stanco del viaggio che l'aveva condotto al calvario, anche allora era verso mezzogiorno quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra (Lc 23, 44), anche allora Gesù disse: ho sete (Gv 19, 28). Ma che cosa dà sollievo a Gesù, che cosa Lo disseta?

venerdì 11 novembre 2016

Supplica al Signore...




Signore Gesù, nostro Redentore e Dio nostro,
tu sei giusto, tu sei buono, tu sei santo,
noi, noi siamo cattivi,
i nostri atti di giustizia sono come un panno immondo,
noi non meritiamo nulla, tutti sono migliori di noi,
tuttavia osiamo chiederti un po' di pietà, non per i nostri meriti che non ne abbiamo, ma perché tu sei buono, lento all'ira e grande nell'amore;
la tua pietà ci renda misericordiosi,
la tua bontà ci renda buoni,
la tua santità ci renda santi;
non ascoltare le nostre belle parole, ma guarda la nostra grande miseria e questo basta, perché l'abisso della nostra miseria basta a supplicare l'abisso della tua bontà;
noi non meritiamo nulla, tutti sono migliori di noi,
ti supplichiamo, fa che lo possiamo dire in verità e nella pace...
Tutto ti diciamo, tutto ti affidiamo per l'intercessione di Maria e del suo sposo...

Eugenio Pramotton

sabato 22 ottobre 2016

L’INGIUSTA(!?) MALEDIZIONE DEL FICO - (Mc 11, 12-25 || Mt 21, 18-19) - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton





(Mc 11, 12-25 || Mt 21, 18-19)

Siamo verso la fine della vita terrena di Gesù; dopo il suo ingresso trionfale a Gerusalemme sul dorso di un asino, gli evangelisti Matteo e Marco raccontano un episodio molto strano e sorprendente che ha lasciato stupiti (Mt 21, 20) i discepoli di allora e dovrebbe stupire anche quelli di oggi. Un mattino Gesù, con quanti lo seguono, si incammina da Betania verso Gerusalemme e: mentre uscivano da Betania ebbe fame (Mc 11, 12). Conviene subito osservare che è piuttosto strana questa fame già al mattino e dopo aver fatto poca strada. Betania infatti dista da Gerusalemme meno di tre chilometri (Gv 11, 18). E poi, se Gesù aveva fame poteva provvedere prima di partire. Le stranezze, di cui la Sacra Scrittura è piena zeppa, sono un segnale importante da non trascurare per almeno due motivi: il primo è che proprio indagando, ruminando e chiedendo luce sulle stranezze corriamo poi il rischio di ricevere in dono i frutti saporosi nascosti nella parola e nel progetto di Dio. Il secondo motivo è che le stranezze hanno il compito di non lasciarci tranquilli e di invitarci a non accontentarci di spiegazioni superficiali o insufficienti; ci invitano ad approfondire, a desiderare di capire meglio e a pazientare magari per anni e anni, o anche secoli e secoli, prima di trovare quella spiegazione o quella luce che finalmente rallegra, pacifica o risveglia il nostro cuore. Le stranezze ci suggeriscono anche che siamo immersi in una storia e in un progetto pensati da una mente divina, e sarebbe da parte nostra una presunzione o un’ingenuità pretendere di capire in poco tempo questo progetto; inoltre la sua comprensione piena, soddisfacente e definitiva non è per questo mondo; qui vediamo come in uno specchio, in maniera confusa (1 Cor 13, 12), camminiamo nella fede e non ancora in visione (2 Cor 5, 7).

domenica 17 aprile 2016

Meditazione di Eugenio Pramotton - IL buon pastore... la porta... entrare.. uscire... - Gv 10, 1-18

 

  Gv 10, 1-18


Questa similitudine disse loro Gesù, ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.

Noi il più delle volte non capiamo le parole di Gesù, perché Gesù ci parla di cose più grandi di noi, perché Gesù con le sue parabole si propone di farci conoscere i misteri del Regno dei Cieli (Mt 13, 11). Noi che siamo più che altro attaccati alle cose della terra e poco familiari con quelle del cielo, facciamo molta fatica a capirLo. E facciamo anche fatica a capirLo perché nella nostra mente c'è poca luce e molta confusione. Allora Gesù, che ci vuole bene, racconta delle storie in cui ci sono cose che riusciamo a capire; queste sono simili ad altre che non riusciamo ancora a capire, ci aiuta così a compiere il passaggio dalle cose che conosciamo a quelle che non conosciamo.
Un altro motivo per cui Gesù parla spesso in parabole è per nascondere i misteri o i tesori del Regno a coloro che non meritano che vengano loro manifestati (Mt 13, 13). Così, quelli che dimostreranno buona volontà nel cercare di comprendere quanto dice il Signore verranno illuminati, mentre quelli che non si impegnano, non pregano, non vogliono fare nessuno sforzo per comprendere la Parola di Dio o, peggio ancora, disprezzano le cose di Dio, rimarranno nelle tenebre.
Rimane il fatto che il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato non è di facile comprensione. Il rischio di fare un po' di confusione c'è. Sant'Agostino, un giorno che doveva spiegare alla sua comunità questo stesso Vangelo, ha sentito il bisogno di rivolgersi ai suoi ascoltatori più o meno con queste parole: "Quando avrò spiegato, secondo le mie forze, queste parole, può darsi che non riesca a farmi capire, o perché il significato di queste parole è ben nascosto, o perché io non ne ho capito bene il significato, oppure perché non sono capace di spiegare quello che ho capito, o infine perché qualcuno di voi ha difficoltà a capire; chi avrà difficoltà a capire non si scoraggi, creda nelle cose che non capisce, e il Signore al momento opportuno lo illuminerà".

giovedì 3 marzo 2016

Il padre misericordioso e il figlio prodigo - Seconda parte - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton


Lc 15, 11-32
Avevamo lasciato in sospeso la domanda: In che cosa consiste il privilegio dei peccatori rispetto ai giusti? Per cercare un po' di luce proviamo a riflettere sulla vicenda del figlio maggiore.
Così come suo fratello, anche lui riceve un bel giorno la sua parte di eredità ma, a differenza di lui, decide di rimanere nella casa paterna. Quali considerazioni avranno contribuito a fargli prendere questa decisione? Probabilmente, quella felicità che suo fratello sperava di trovare altrove, lui sperava di trovarla nella casa del padre. E non aveva tutti i torti, suo padre era ricco, aveva molti servi che lavoravano per lui, ed anche lui con il suo lavoro contribuiva ad aumentare questa ricchezza; oltre ad essere ricco, il padre era anche saggio, giusto e magnanimo, ai servi dava infatti pane in abbondanza, ed aveva diviso l'eredità fra lui e suo fratello senza aver fatto torto a nessuno. Continuando a vivere nella casa paterna avrebbe beneficiato di una solida situazione economica che lo avrebbe tenuto al riparo da eventuali momenti difficili o da attacchi di avversari invidiosi.
Fu così che, mentre suo fratello partiva per un paese lontano, lui decideva di ubbidire e servire nella casa paterna. Con il passare del tempo però, incomincia a rendersi conto che qualche cosa non sta andando secondo le sue previsioni, una certa insoddisfazione serpeggia nel suo cuore, il servizio e l'ubbidienza che rende al padre incominciano a pesargli, ma soprattutto, quello che più lo rattrista è che non riesce ad intravedere la possibilità di un momento di festa, sempre ubbidire e servire, servire e ubbidire, e la festa!? E la gioia!? Quando arrivano la festa e la gioia?

Il padre misericordioso e il figlio prodigo - Meditazione di Eugenio Pramotton - Prima parte


Lc 15, 11-32

Un uomo aveva due figli, questo modo di iniziare la parabola è strano, sarebbe stato infatti naturale iniziare il racconto dicendo: Un padre aveva due figli. Come mai Gesù utilizza invece la prima espressione? Potremmo forse vedere in questa particolarità un richiamo a uno dei temi principali della parabola; questa racconta infatti di due figli incapaci di comprendere sia i disegni sia il cuore del padre loro, ed allora ai loro occhi quel padre non è un padre ma soltanto un uomo. Un uomo dal quale allontanarsi appena possibile, oppure un uomo a cui si serve e si obbedisce più per timore o per forza che per amore.
Questa storia è la nostra storia, perché anche noi, come i due figli della parabola, non comprendiamo i disegni ed il cuore del Padre nostro che è nei cieli. Da questo fatto deriveranno una serie di disavventure e di sofferenze che il Padre saprà comunque utilizzare per farci infine comprendere il suo cuore.
C'è dunque un primo tempo in cui i figli non capiscono, credendo però di capire vogliono costruirsi la vita secondo un loro progetto. Il figlio più giovane si rivolge infatti al padre dicendo: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Queste parole sono l'annuncio di un dramma, sono una prima manifestazione di un disegno e di un disagio che da lungo tempo occupano il cuore di questo giovane. Il seguito del disegno verrà fuori alcuni giorni dopo quando, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano.

mercoledì 17 febbraio 2016

Giustizia e Misericordia - di Eugenio Pramotton




Il grande cardinale Giacomo Biffi, in una catechesi, faceva suo con soddisfazione un pensiero mordente di un altro grande, don Divo Barsotti, il pensiero era questo: "Oggi, nel mondo cattolico, Gesù Cristo è una scusa per parlare d'altro".
Una considerazione analoga si può fare a proposito della misericordia: "Oggi, nel mondo cattolico, la misericordia è un pretesto per dichiarare il peccato inesistente". Infatti, generalmente si sente parlare della misericordia a senso unico, ossia slegata dal suo rapporto essenziale con la giustizia; ma non si può comprendere correttamente la misericordia senza comprendere anche la giustizia e non si può comprendere correttamente la giustizia senza comprendere anche la misericordia. Se si parla della misericordia senza parlare della giustizia si rischia di offrire a chi ascolta un fungo velenoso, ossia un fungo che assomiglia in maniera impressionante a un fungo buono, ma in realtà contiene un veleno mortale. Il veleno consiste nel favorire l'illusione secondo cui sarebbe possibile ottenere misericordia senza che ci sia chiesto di accettare un certo timore e un certo tremore, senza la necessità di piegare le ginocchia per supplicare una salvezza che non ci è dovuta; in una parola, senza il riconoscimento del nostro peccato; ma quando il riconoscimento del peccato è serio genera inevitabilmente smarrimento, sconcerto, timore, tremore... Pensiamo a Pietro quando ha tradito Gesù, ad Adamo ed Eva quando hanno tradito il loro Dio; a Davide quando Natan gli mostra l'orrore di cui è stato capace uccidendo Uria...

domenica 10 gennaio 2016

La chiamata - Meditazione di Eugenio Pramotton

Passando lungo il mare di Galilea Gesù vede e chiama 

 Mc 1, 16-20 Mc 2, 13-14
 



Gesù significa Dio salva, da questo significato possiamo allora dedurre che:
  1. Il nome Gesù manifesta la condizione fondamentale dell'uomo di fronte a Dio: l'uomo ha un bisogno fondamentale di essere salvato.
  2. Il nome Gesù manifesta l'intenzione fondamentale di Dio nei confronti dell'uomo: Dio vuole salvare l'uomo.
  3. La condizione per incontrare Gesù è riconoscere di avere un urgente bisogno di salvezza.
Passando lungo il mare
Queste parole mostrano come l'iniziativa di andare a cercare l'uomo che si è perduto parte da Dio; così, lungo il mare di Galilea è la Salvezza, è la Luce, è l'Amore dell'uomo che passa. Gesù passa per vedere se c'è qualcuno disposto ad ascoltare ed accogliere il suo richiamo, qualcuno che ha nel cuore una qualche attesa, un qualche desiderio per una salvezza e per un bene che, in fondo, questo mondo non può offrire; e Gesù passa per dare Lui una risposta a questa attesa.
Vide Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, vide Levi
Quel "vide" costantemente ripetuto e associato ai nomi di coloro che Gesù chiama, sta ad indicare come Gesù conosca per nome ognuna delle sue creature e ne conosca la loro vita intima; quel "vide" ci mostra ancora lo sguardo d'amore della Trinità che, mediante Gesù, si posa su ogni uomo.
Mentre gettavano le reti
Lo sguardo di Gesù si volge su Simone e Andrea in un momento ordinario della loro vita e trasforma questo momento ordinario in un momento straordinario, il momento in cui ha inizio la fase decisiva della loro salvezza.
Gesù disse loro: seguitemi

sabato 26 dicembre 2015

V Mistero gaudioso - Gesù ritrovato nel tempio - Lc 2, 41-50 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton

Lc 2, 41-50
Quando Dio trasgredisce la legge

Normalmente, quando si recita il rosario, non ci si rende conto delle stranezze o dei misteri contenuti nell'episodio richiamato dalle parole: "Gesù ritrovato nel tempio". Ma a ben vedere abbiamo qui il racconto di un'enormità che, se non ce la lasciamo sfuggire, può diventare un'occasione per comprendere meglio l'agire di Dio. Il fatto sconcertante della vicenda è che la più elementare legge dell'amore: Non fare a nessuno ciò che non piace a te (Tb 4, 15), viene clamorosamente trasgredita da Dio stesso. A nessuno infatti piace lo stato di ansietà e di angoscia, quindi si dovrebbe evitare di procurare ad altri ansietà e angoscia. Ora, se Gesù voleva rimanere a Gerusalemme per intrattenersi con i dottori del tempio, la più elementare buona educazione esigeva che avvertisse Maria e Giuseppe delle sue intenzioni.
Il "peccato di omissione" commesso da Gesù è tanto più grave quanto più è intenso e puro l'amore di Maria e Giuseppe nei suoi confronti. Se uno non avvisa gli amici che non può venire ad una cena, è grave, ma se non avvisa la moglie che si trattiene a cena con gli amici, la gravità è molto maggiore a causa dell'amore più grande con cui è legato a sua moglie. Gesù dunque si assume la responsabilità di procurare apprensione e angoscia a coloro che gli sono particolarmente cari. E questo è un fatto molto misterioso.
Il guaio è che anche con l'età adulta le cose non migliorano. Quando Marta e Maria mandano a dire a Gesù che il suo amico Lazzaro è molto malato, Egli, invece di rispondere prontamente alle sorelle che sono nel dolore e nell'apprensione, Si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava (Gv 11, 6); Lazzaro muore e a Marta e Maria, oltre al dolore per la morte del fratello, se ne aggiunge un altro non meno profondo per l'incomprensibile comportamento di Gesù. In entrambi i casi, proprio coloro che sono uniti a Gesù da particolare affetto vengono feriti e turbati nel loro amore verso di Lui.

giovedì 24 dicembre 2015

Meditazione sul Natale di Eugenio Pramotton



La ricorrenza dei tempi liturgici


C'è una divisione del tempo secondo il calendario civile e ce n'è un'altra secondo il calendario liturgico. L'anno civile inizia il primo gennaio e termina il 31 dicembre, mentre quello liturgico inizia con la prima domenica di avvento, quattro domeniche prima di Natale, e termina con la festa di Cristo Re, cinque domeniche prima di Natale. In questo tempo si celebrano i momenti più significativi della storia del Bambino che diventerà Re dell'universo. Ma oltre alle imprese del Re, vengono anche ricordate le glorie dei suoi santi e della Regina Madre.

Ora, agli anni seguono gli anni e sempre la Chiesa ci ripropone la stessa serie di celebrazioni: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Assunzione... Potremmo chiederci: come mai questa insistenza, questa ripetizione monotona, non sarebbe il caso di variare un po' i programmi? Per rispondere a questa domanda conviene esaminare il problema secondo vari aspetti. Un primo aspetto è che anche la natura ha i suoi cicli, le sue stagioni, le sue ricorrenze: giorni, settimane, mesi, anni. La ripetizione è dunque un fatto naturale. Ad esempio, l'anno sportivo ogni anno ripropone le sue partite domenicali, lo sci d'inverno e il ciclismo d'estate. L'anno lavorativo ha le sue ricorrenze di fatiche, soddisfazioni, vacanze. Gli studenti hanno l'anno scolastico con i suoi ritmi e le sue scadenze. I contadini i diversi lavori nelle diverse stagioni che terminano con la gioia del raccolto e delle feste ad esso collegate. La società civile celebra ogni anno le ricorrenze più significative della sua storia. Ci sono poi i riti quotidiani: la lettura del giornale, la spesa, le chiacchiere, il pranzo la cena e da ultimo la "contemplazione" della televisione...

La familiarità con queste ricorrenze rischia però di adagiarci nel conforto e nella sicurezza che esse ci procurano. La Chiesa ci propone allora le sue ricorrenze, le sue celebrazioni e le sue feste, perché non ci dimentichiamo che la nostra vita non avrebbe alcun senso se venisse privata della sua dimensione spirituale, se non si aprisse alla luce ed alle iniziative di Dio, se non ci ricordassimo di fondare la nostra speranza in una pienezza di vita che Dio solo può concederci. Da queste prospettive e queste speranze rischiamo di venir distolti se troppo ci lasciamo prendere dai ritmi, dagli agi o dai disagi della vita presente.

Un altro aspetto è che le ricorrenze dell'anno liturgico possono costituire un richiamo o un motivo di riflessione per coloro che non credono, per gli indifferenti, o per chi è alla ricerca della verità; ma le ragioni più profonde di queste ricorrenze sono da ricercare nelle profondità inesauribili dei misteri di Dio. Così, i tempi e le feste che ogni anno la Chiesa ci propone sono un invito per coloro che credono a cercare di approfondire la conoscenza delle iniziative che Dio ha intrapreso per venire in nostro soccorso e per manifestarci il suo amore.

Il coinvolgimento diretto di Dio nella nostra storia

mercoledì 2 dicembre 2015

Non chiunque mi dice: Signore, Signore... la casa costruita sulla roccia o sulla sabbia - Mt 7, 21-27 - Meditazione di Eugenio Pramotton

 

 Mt 7, 21-27

Come già altre volte (Mt 15,8), il Signore richiama i suoi ascoltatori alla necessità della coerenza fra il dire e il fare, ed invita ad aderire a Lui non solo con le parole ma anche con i fatti. Parlare è sempre molto più facile che fare, e il fatto che il Signore vuole da noi è che gli facciamo dono della nostra volontà, perché solo così riuscirà a salvarci veramente, solo così riuscirà a condurci nel suo Regno per una strada che Lui solo conosce.
Lui solo conosce in profondità la natura delle malattie spirituali che ci affliggono, Lui solo conosce le operazioni a cui dovrà sottoporci e le terapie che dovremo seguire per riacquistare la salute. Ma non potrà sottoporci a nessuna operazione, non ci prescriverà nessuna terapia se non decidiamo liberamente di metterci nelle sue mani, se non decidiamo seriamente di affidargli la nostra vita dicendo: Non la mia, ma la tua volontà sia fatta.
Qualcuno potrebbe dire: A me non sembra proprio di essere ammalato. Conviene allora riflettere sul fatto che c'è una salute del corpo e c'è una salute dell'anima e chiederci: quando possiamo dire che il corpo è in buona salute e quando possiamo dire altrettanto dell'anima? Possiamo dire che il nostro corpo è in buona salute quando progredisce ordinatamente verso il suo pieno sviluppo, e una volta che l'ha raggiunto è in grado di contrastare tutti quei fattori che, minacciando la sua integrità, tendono a poco a poco a fargli perdere le sue funzioni fino a farlo morire. Così, anche la nostra anima è in buona salute quando progredisce ordinatamente verso il suo pieno sviluppo, verso la sua piena vitalità, ed è in grado di resistere a tutto ciò che minaccia la sua integrità o rischia di intossicarla fino a farla morire.
Ma quando possiamo dire che un'anima progredisce verso il suo pieno sviluppo o verso la sua piena vitalità? Un'anima progredisce verso il suo pieno sviluppo quando progredisce in lei l'amore di Dio e l'amore del prossimo; un'anima raggiunge la pienezza di vita quando l'amore di Dio e l'amore del prossimo hanno raggiunto in lei quella perfezione a cui Dio la vuole condurre. Un'anima è viva quando è vivo in lei l'amore di Dio. Ora, ognuno di noi ha un'anima che rispetto all'amore di Dio e del prossimo può essere: quasi morta, più o meno ammalata, più o meno in via di guarigione; in ogni caso ognuno di noi ha un'anima che non potrà rivivere, guarire, o giungere alla pienezza della vita se non accetta seriamente e liberamente di mettersi nelle mani di Dio, cioè di fare la sua volontà.

mercoledì 4 novembre 2015

Se uno non odia suo padre... le parabole della torre e della guerra dei re - Lc 14, 25-33 - Meditazione di Eugenio Pramotton - Terza versione


Lc 14, 25-33


Interpretazione comune
Questo brano di Vangelo viene letto nella ventitreesima domenica del tempo ordinario dell'anno C. Nelle spiegazioni, o nei commenti che si sentono durante le omelie, le parabole della costruzione della torre e della guerra dei re vengono di solito interpretate in questo modo: Siccome seguire Gesù è una cosa seria, un impegno da non prendere alla leggera specialmente dopo aver ascoltato le dure parole relative all'amore del padre, della madre, della moglie… e alla necessità di portare la croce, allora Egli chiede ai suoi ascoltatori di non essere precipitosi e superficiali, ma di sedersi un momento ad esaminare se hanno i mezzi sufficienti per seguirlo fino alla fine. Così come chi vuole costruire una torre o affrontare una battaglia deve valutare con intelligenza se ha le risorse sufficienti per portare a termine l'impresa. Se gli uomini, giustamente, devono dimostrarsi saggi e prudenti nelle imprese umane, a maggior ragione devono dimostrarsi tali prima di avventurarsi nell'impresa di seguire Gesù, perché non accada loro di incominciare senza riuscire a finire.
L'esito della verifica secondo questa interpretazione deve approdare a una delle seguenti conclusioni: io ho i mezzi e le risorse sufficienti per seguire Gesù fino alla fine, allora lo seguo; oppure: riconosco di non avere questi mezzi e non lo seguo. Proviamo ad esaminare una possibile conseguenza di questa seconda conclusione. Se uno decide di non seguire Gesù, chi seguirà e che cosa farà? Seguirà il proprio consiglio e potrà tranquillamente dedicarsi alle proprie imprese, alle proprie battaglie, a curare la propria famiglia ed amare il padre, la madre, la moglie, i figli, la propria vita… evitando sia i problemi derivanti dalle idee un po' strane di Gesù sia le rinunce e i sacrifici richiesti dalla sua folle pretesa di essere amato sopra ogni cosa. Tutto sommato, risulterebbe più comodo e meno rischioso non seguire Gesù per evitare la derisione e l'umiliazione nel caso di un fallimento o di una sconfitta.
Proviamo ad esaminare adesso l'altra conclusione, quella di chi decide di seguire Gesù perché ritiene di avere i mezzi sufficienti e le forze necessarie. Dobbiamo prima di tutto osservare che le parabole si propongono di suggerire un'analogia in cui l'ascoltatore deve essere in grado di valutare la realizzazione di un'impresa dal suo inizio al suo termine perché può ragionevolmente conoscere in anticipo sia le risorse che ha a disposizione, sia quelle effettivamente richieste dall'opera che vuole intraprendere. Ma chi vuole seguire Gesù, può ragionevolmente conoscere in anticipo che cosa gli verrà chiesto all'inizio, a metà e al termine del cammino? Possiamo rispondere che sempre gli verrà chiesto di amare Lui più del padre, della madre, della moglie, dei figli, della vita e di portare la propria croce. Questo è sicuramente uno degli aspetti che possiamo conoscere in anticipo, ma rimane da valutare l'altro aspetto, quello di sapere se noi abbiamo le risorse sufficienti per rispondere correttamente alle esigenze dell'amore di Cristo quando, in circostanze, tempi e modalità impossibili da conoscere in anticipo, bisognerà dimostrare con i fatti di nulla anteporre al suo amore.

lunedì 2 novembre 2015

La parabola degli invitati al banchetto di nozze - Prima parte - Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton - Un racconto paradossale e drammatico - Ci bastano le feste umane - Come si uccidono i messaggeri di Dio - Apparente ingiustizia -


Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24

Secondo padre Marie Dominique Molinié op il riassunto di tutta la rivelazione cristiana contenuta nelle sacre scritture è: “Dio offre all’uomo la sua intimità: ne segue che il senso della vita sulla terra è rispondere sì o no a questo invito. A seconda della risposta seguirà un’eternità beata oppure un’eternità disastrata”. Molti sono chiamati a comprendere con lucidità questo invito e le sue conseguenze, ma pochi gli eletti che veramente lo comprendono e consapevolmente lo accolgono. Questo è anche il riassunto della parabola degli invitati al banchetto di nozze raccontata sia da san Matteo sia da san Luca.
Proviamo ad avventurarci nei misteri contenuti nel racconto, consapevoli di procedere balbettando e barcollando. È tuttavia utile provare a capire qualcosa anche se si commettono degli errori, anche se si fraintendono o si capiscono male alcuni aspetti, perché quanto più avremo fatto uno sforzo onesto e leale per comprendere, tanto più grande sarà la gioia che otterremo quando il Signore ci spiegherà Lui stesso come in effetti stanno le cose. Inoltre, tanto minore sarà la nostra presunzione di capire e di sapere, perché avremo almeno intravisto la profondità del mistero, e questo vale per tutti i misteri che incontriamo sul nostro cammino.
 

La parabola degli invitati al banchetto di nozze - Seconda parte - Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton - Il re cerca altri commensali - Un invito accolto con poco entusiasmo - Situazioni impossibili - Due volte indegni - Un pericolo mortale



Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24

Il re cerca altri commensali
Giunti a questo punto dobbiamo costatare che nessuno di quelli che avevano un campo da lavorare o un affare da curare ha risposto all’invito, e il banchetto di nozze con i suoi cibi prelibati rimarrebbe senza commensali; ma il re non si arrende e dice ai suoi servi: La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. L’invito è rivolto ad altri. Se gli occupati non l’hanno accolto, ora l’invito è rivolto ai disoccupati, a coloro che stanno ai crocicchi delle strade e non hanno un campo da lavorare o un affare a cui pensare.
Chi è il disoccupato? È uno che, per vari motivi, o non ha ancora trovato un lavoro, oppure l’ha perso; in quest’ultimo caso ha perso il contatto con la fonte da cui traeva le risorse per vivere lui e la sua famiglia, è uno che si trova sempre a un crocicchio della strada, ossia non sa quale strada prendere per risolvere il suo problema, non sa quale strada prendere per trovare di nuovo una fonte di sostentamento, una fonte di vita per sé e per coloro che ama. Inoltre, un disoccupato o non ha ancora trovato, oppure ha perso la dignità che un lavoro onesto dà e di conseguenza vive in uno stato di vergogna e di angoscia dovuto all’impossibilità di guadagnarsi il necessario per vivere. Se lungo la via passasse qualcuno a offrire un lavoro sarebbe accolto come un salvatore. Ora, lungo la via non passa qualcuno a offrire un lavoro, ma passa qualcuno a invitare a una festa di nozze, e non a una festa di nozze qualunque, ma alla festa di nozze del figlio del re dei re.

giovedì 22 ottobre 2015

Seguito alla guarigione del cieco Bartimeo. Una domanda imbarazzante: come mai molti ammalati vorrebbero guarire, chiedono di guarire, ma non vengono guariti?


 Una domanda imbarazzante

Dopo aver riflettuto sulla guarigione di Bartimeo qualcuno potrebbe porsi la domanda: come mai molti ammalati vorrebbero guarire, chiedono di guarire, ma non vengono guariti?
Rispondere ad una simile domanda non è semplice. La difficoltà deriva dal fatto che noi non sappiamo qual è il vero bene di una persona, quale percorso è richiesto per la purificazione della sua anima, quanto matura è la sua fede, qual è il disegno di Dio su di lei e su quanti stanno attorno a lei. Proviamo tuttavia a cercare alcune ragioni di carattere generale, anche se, per domande come questa, è inevitabile procedere a tentoni.
Un caso possibile è quello in cui il nostro vero bene deve passare attraverso la malattia; non è raro infatti il caso in cui la malattia del corpo diventa uno strumento per vere e proprie guarigioni dell'anima; lo vediamo in certe persone la cui natura orgogliosa, autoritaria, inquieta... dopo lunghe e penose malattie diventa umile, dolce, serena, sottomessa alla volontà di Dio, attenta alle necessità del prossimo.