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martedì 8 settembre 2015

IL CAMMINO SPIRITUALE DELLE BEATITUDINI ( Lc 6, 17.20-26 ) di don Fernando Maria Cornet




Il discorso che abbiamo ascoltato dal Vangelo di Luca (6, 17.2026), non deve essere confuso con l’altro discorso di Cristo sulla montagna che riporta il Vangelo di Matteo (5, 1-12). Per due volte, infatti, ha pronunciato il Signore questo discorso, e tra i due ci sono delle differenze. Quello di Matteo, accade sulla montagna, è rivolto alla folla che ascoltava, è composto di nove beatitudini ed è seguito da una lunga spiegazione della Nuova Legge, non avendo ancora il Signore scelto i Dodici (Mt 10, 1-4). Questo invece di Luca, accade alla discesa della montagna, dopo aver scelto i Dodici (Lc 6, 12-16), e in luogo pianeggiante dove aveva guarito molti ammalati e posseduti dagli spiriti immondi (Lc 6, 18-19). Non è un discorso alla folla che era lì, ma ai suoi discepoli, ed è composto di quattro beatitudini e quattro maledizioni in perfetto parallelo. Che ci siano delle somiglianze con il famoso discorso della montagna di Matteo non ci deve portare a considerare questo di Luca come un riassunto dell’altro, No. Sono due discorsi diversi.
Il primo punto che possiamo considerare è il destinatario del discorso. Il testo del Vangelo distingue tre classi di personaggi presenti accanto a Cristo: i Dodici, a cui aveva chiamato poco prima con il nome di Apostoli (Lc 6, 13), poi c'era anche una gran folla dei suoi discepoli (Lc 6, 17), e poi una moltitudine di gente venuta da diverse regioni (Lc 6, 17).
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva... (Lc 6, 20). Questi sono i destinatari delle sue parole: i discepoli. Non sono i Dodici Apostoli, né la moltitudine del popolo, ma proprio i discepoli. Gli Apostoli furono scelti tra i discepoli (Lc 6, 13); non lasciarono di essere discepoli, ma cominciarono a essere Apostoli. La loro condizione apostolica non nega la loro condizione di discepoli di Cristo. Tutti gli Apostoli sono discepoli, ma non tutti i discepoli sono Apostoli: soltanto quei dodici che scelse il Signore. La moltitudine di gente era chiamata, secondo il disegno divino, a diventare poi anch'essa discepolo di Cristo. Ancora non sono discepoli, ma poi dovranno esserlo.
Se il Signore avesse parlato soltanto agli Apostoli, gli altri (i discepoli e la folla) avrebbero pensato che non erano anche per loro le parole del Signore. Se Cristo invece avesse parlato alla moltitudine di gente, gli altri (gli apostoli e i discepoli) avrebbero creduto che fosse tutto questo la condizione per poter diventare cristiano. Ma Gesù, Maestro Sapiente, alzando gli occhi verso i suoi discepoli (Lc 6,20) spiegò il cammino della beatitudine a tutti. Così, le parole di Cristo Gesù si rivolgono: a quelli di quel tempo, a questi del nostro tempo, e a quanti verranno dopo di noi.
Il secondo punto è costituito dalle stesse parole. Sono quattro sentenze in cui si trova la beatitudine: situazioni che non sono la beatitudine, ma che in esse si trova la beatitudine. Tutte e quattro sono disposte in un ordine crescente, abbracciando la totalità dell’uomo. Vediamo.
La prima è la povertà (Lc 6, 20), la seconda è il desiderio [del cibo] (Lc 6, 21), la terza e il pianto o dolore di afflizione (Lc 6, 21), la quarta è la persecuzione variamente descritta (Lc 6, 22-23). La povertà non è la beatitudine, né l’essere affamato è beatitudine, neppure l’afflizione o il dolore sono beatitudine, nemmeno la persecuzione si deve considerare la felicità. Il marxista pensa che la povertà sia beatitudine; l’anoressico pensa che non mangiare è o porta felicità; il masochista confonde dolore con beatitudine, e il malvagio è convinto della bontà della crudeltà. Cristo non ha mai voluto essere comunista, né cultore della figura magra, né masochista, né sadico o crudele.
Povero è colui che non possiede: questo riguarda l’ambito esterno e le cose materiali. Comincia il cammino verso la felicità chi lascia tutto per possedere il Regno di Dio, perché il nostro Tesoro non è sulla terra né qualche cosa terrena, ma Dio stesso, che trascende la terra (Mt 6, 19-21; Sal 118, 162; Sap 7, 14; Dt 28, 12; Ef 1, 18; Is 33, 6; Lc 12, 33-34; 18, 22; Mt 13, 44; Tb 4, 8-11). Ha fame colui che desidera, e desidera perché non possiede. Non è più qualcosa di materiale o esterna, ma ci troviamo con un elemento interno, che appartiene all’anima e che riguarda il futuro. La povertà a cui era arrivato ha suscitato in lui la fame, e mosso dalla fame cerca con tutte le sue forze ciò che gli fu promesso. Cerca perché è possibile raggiungere la sazietà. Quello che desidera è Dio stesso, unico cibo adatto alla fame d’infinito dell’anima umana (Am 8, 11; Is 47, 11-20; Sal 42, 3-12; Sal 63,2-6). Piange poi il discepolo vedendo le proprie debolezze, guardando le colpe commesse. Piange chi guarda verso il passato e riconosce i suoi peccati. Il dolore sorge soltanto dopo aver conosciuto il Signore, aver contemplato la sua gloria, e aver desiderato un’unione eterna con Lui.
Piange chi teme di soccombere così come passato (Lc 7,36-50; Sal 50, 19 ; Sal 118, 28; Lam 3,46-63; Zc 12, 10-14; Sal 126, 5-6; Gb 16, 20; Ger 13, 17; Sal 6, 2-8; 39, 9-13; 116, 7-9). Non è possibile arrivare al pianto della purificazione e della penitenza senza gli altri gradini interiori.
E la persecuzione sopravviene a questo punto , perché chi così vive non appartiene più al mondo ma al cielo. (I Gv 2, 15-17). Il mondo odia tutti coloro che non sono del mondo, e cerca la loro perdizione. Questa tappa è il segno più chiaro della vicinanza alla gloria finale. Il mondo non perseguita né mondani né mediocri, ma i giusti e i santi li rigetta e condanna (Gv 15, 185) In quest'ultima tappa, il discepolo trova gioia nel compatire la Passione del Maestro, e conforto nell’amore dei suoi concittadini del Cielo. ( Col. 1, 24).
Spogliato di tutto quello che non è di Dio, desideroso di comunicare Dio, afflitto per aver offeso Dio, e abbandonato e odiato dal mondo per la sua unione con Dio: ecco il cammino segnato da Cristo ai suoi discepoli (Lc 9, 23-26). Chiediamo la grazia e la voglia di vivere secondo Cristo, affinché possiamo un giorno gioire con Cristo.
Tratto dal libro “ Meditazioni sui misteri” di don Fernando Maria Cornet