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domenica 11 dicembre 2016

Tu sei quell’uomo... di padre Marie Dominique Moliniè o.p. - Tratto da “Prigionieri dell’infinito”




Quelli che pretendono di fare a meno dell'obbedienza in nome dell'amore non capiscono l'amore: i consigli evangelici Sono volti della follia dell'amore, insostituibili per esprimerne l’altezza, la larghezza e la profondità. Se li si perde di vista, si è in grave pericolo di cedere alle seduzioni del nemico. Diceva Angela da Foligno: "Quando si parla dell'amore e soprattutto dell'amore di Dio, diffido." Abbiamo bisogno del salvagente della castità, della povertà e dell'obbedienza, unica garanzia - se non assoluta almeno molto seria - che quell'amore quale lo desideriamo, lo vogliamo, lo viviamo, non è pericoloso perché è vero.
Invece sono obbligato a tremare, di quel tremore che provavo a proposito di Jaurès, davanti a quelli che dicono: "Non siamo nella libertà regale dei figli di Dio finché restiamo sottoposti al regime dell'obbedienza." Temo che l'amore, nel loro cuore e sulle loro labbra, sia quella cosa pericolosa di cui parla Angela da Foligno. Cos'è il vero amore? Cosa esige? Per capirlo un po' bisogna mettersi di fronte ai paralitici di cui parlavo prima, di tutti gli uomini che soffrono... e ricordarsi la parabola di Nathan.
A Davide, che aveva fatto uccidere Uria per approfittare tranquillamente della moglie Betsabea, Nathan dice: "Un uomo aveva duecento pecore e il suo vicino non ne aveva che una; si riscaldava vicino a lei, era la sua. Il proprietario delle duecento pecore, dovendo ricevere un amico, invece di far uccidere una delle sue, prese quella del vicino, l'unica..." Davide si indigna, ha un cuore generoso come quello di Pietro: non si indurisce che accidentalmente, quando la passione lo svia.
Dunque si indigna e quando Nathan gli chiede: "Quale trattamento pensi che meriti quell'uomo?" risponde: "Lo si metta a morte! E' una cosa abominevole!" Allora Nathan gli dice "Tu Sei quell'uomo!" Quando pensiamo agli infelici, accettiamo o no che davanti allo spettacolo di questa miseria, una voce in fondo al cuore ci dica: "Tu sei quest'uomo. Ciò che vedi, è un'immagine sensibile della tua condizione, della condizione umana…”
Se il popolo russo, dice Dostoevskij, dà prova di compassione verso i reclusi, non è perché li considera innocenti; sa bene che sono colpevoli. Ma qui prende tutta la sua forza la parola di Nathan a Davide: davanti alla colpevolezza evidente, stigmatizzata, marchiata col fuoco, dei detenuti, il popolo russo sente che gli si può sempre dire: "Tu sei quell'uomo." Dostoevskij lo fa parlare così: "Avete preso su di voi, come un parafulmine e come Gesù Cristo, tutta la colpa del mondo. Non che siate innocenti, come pretendono i liberali utopisti per i quali non siete responsabili di niente. Io dico al contrario, io popolo russo, che siete colpevoli, ma lo siamo quanto voi. In fondo non meritiamo nulla di meglio, siamo ciò che voi siete, e voi vi siete assunti il compito, assegnatovi dalla Provvidenza, di portare il peso dei nostri peccati assieme ai vostri. E' per questo che vi amiamo."

Ecco la verità. Agli occhi dell'amore ogni essere tormentato da una spina è tormentato dalla nostra spina ... e non abbiamo diritto, neppure minimamente, di dissociarci, e di pensare di cavarcela “facendogli del bene”. Se accettiamo di capirlo ci metteremo forse ad aver paura dell’Amore...
Le attività cosiddette caritative possono essere (come la lingua!) la migliore o la peggiore delle cose. Se ci si dice inconsciamente: "Sono su un palco, un palco modesto, ma un palco; non sono nella fossa dei leoni, delle vipere, nella sventura, nella grande afflizione. Quello che vivo non è brillante ma è umano, vivibile: è la condizione umana normale. Dall'altra parte ci sono gli infelici, di cui non faccio parte, grazie a Dio. Spero di non conoscere mai quella situazione: terribile Sventura, che certamente dovrei accettare, ma insomma non c'è ragione... spero di non diventare mai di questa pasta. Ma proprio perché non sono di questa pasta e poiché degli infelici invece lo sono (notate il razzismo inconscio che si introduce, che non è il razzismo del sangue, della razza o quant'altro, ma il razzismo della disgrazia), questa povera gente, di un altro pianeta, il pianeta del dolore e della sofferenza..., allora bisogna "far qualcosa per loro!"
Ecco un alibi fantastico per essere tranquilli e istallarsi nell'idea: "Essi non sono come noi, io non sono come loro." Sfioriamo le tremende parole della Prima Lettera ai Corinti: se dono i miei beni ai poveri pensando di non essere della loro stessa pasta, di non essere povero come loro, anzi sperando bene e volendo non essere povero come loro, ebbene questo non mi serve a niente. Le mie attività filantropiche, generose, sovrabbondanti, che mi fanno forse ritenere un uomo perbene, non mi servono a niente.
Al contrario, se mi curo del prossimo come se mi curassi di me stesso, perché colui che soffre è ossa delle mie ossa e carne dalla mia carne, perché sono io... e chiunque soffre sono io, egli mi offre l'immagine di ciò che sono io in profondità, al di là delle apparenze. Perché: "Tu dici che sei ricco e non vedi che sei povero, spoglio, nudo; non vedi che sei ciascuno dei miserabili che passano sotto ai tuoi occhi: tu sei quell'uomo... o meriti di esserlo; il che è lo stesso perché vuol dire che lo sei già virtualmente...". Se ci si dice questo, allora, è un'altra cosa: è il mistero della carità.
Questa identificazione deve spingersi fino ai peccatori e ai pubblicani. In fondo a noi una voce ci dice nel segreto: "Tu sei quest'uomo." Il nostro Padre Maestro ci diceva, quando siamo venuti a conoscenza degli orrori dei campi di concentramento e della crudeltà diabolica dei nazisti: "Se non capite che siete capaci di fare lo stesso... non avete capito niente!"
Quei prigionieri ridotti a scheletro siamo noi. Ma soprattutto, i carnefici siamo noi.
E, come ho detto sovente, troveremo la nostra liberazione quando sapremo che siamo amati da Dio perché siamo così. Aldilà della nostra apparenza, gradevole o meno ma sempre in ogni modo "interessante", Dio vede il cadavere virtuale che siamo,l'essere che sta morendo. Noi agonizziamo,  moriamo di fame e di sete: Dio ci ama a questo titolo. Quando si entra in questa luce si amano gli altri come se stessi; e gli altri sentono bene che, ai nostri occhi, non siamo diversi da loro: lo sentono subito, sapete...
E' ancora più vero, misteriosamente e magnificamente nell'ordine del peccato: la Madonna si riconosce in Maria Maddalena. Le Domenicane di Betania vivono questo: quando si vede da che abissi provengono certune, si vede anche che l'amore colma questi abissi e che non c'è differenza fra le "pure" e le "impure". E' la Madonna che dice a Maria Maddalena: "Sono te: sono peccatrice!" Non solo la Madonna non fa differenza ma non prende "eroicamente" su di sé il peccato di Maria Maddalena. E' molto più profondo: Lei sa di essere della sua stessa pasta, sa che questa è la verità, che Lei ha conservato la sua purezza accidentalmente e che è sempre accidentalmente che Maria Maddalena l’ha persa – e che questo accidente non fa differenza sostanziale fra queste due perdonate.
Vedete le follie della carità fraterna. Confesso che questo programma mi supera e condanna me quanto voi e più di Voi. Ma non è una ragione. La grazia ci spingo,la follia della carità ci travaglia e geme, ci contesta o ci strazia: "Non mi lasci fare ciò che voglio; non mi lasci amare come voglio, secondo il mio genio e che ti darà, davanti a questo o a quel dolore, una specie di rammarico di essere preservato da esso. Perché al limite, c'è una menzogna in questo essere preservato: una menzogna da cui è liberato colui che vive questo dolore – anche se fosse nel peccato. Il peccatore che vedi, (al limite l'aguzzino nazista) sei tu."
In fondo, la sventura degli aguzzini è che non vogliono saperne di essere così. Sono persone molto perbene: sono farisei. E questo non perdona, non c’è modo: non si entra nella salvezza che nella misura in cui, qualunque cosa si sia fatto, ci si riconosce annientati come le vittime degli aguzzini e colpevoli come gli aguzzini stessi. Se non percepite questa verità, non fate contorsioni intellettuali o immaginative per convincervene. Siate solo avvertiti che la luce della carità cerca di aprirvi gli occhi. Se la lasciate fare, scoprirete senza sforzo che siete tanto miserabili e peccatori quanto i peggiori peccatori del mondo: basta solo non resistere. Ma non è facile! Qualcosa in noi dice: "No! Non è vero, non è possibile!" e contristiamo lo Spirito Santo...
Finché non permetteremo allo Spirito Santo di introdurci un po' in questa luce, in questa comunione con il male (il peccato e il dolore), non ameremo gli altri, qualunque cosa facciamo. Diffidiamo allora delle attività caritative! Non prendiamole come strumenti per darci l'illusione di amaro. Dio ci risponderebbe: "No. Tu resisti alla mia luce."
Ritorno al tema. Siamo sottomessi alla forza di gravità e ne soffriamo perché siamo fatti per prendere il volo: ma non prenderemo il volo che legati, e legati dall'obbedienza. Così dobbiamo amare i paralitici come l'immagine di cosa bisogna diventare per spiccare il volo, come l'immagine anche di ciò che siamo a causa del peccato. Sono vere entrambe le cose. Dobbiamo diventare come loro per amore... ma già lo siamo a causa del peccato: in fondo dobbiamo diventare liberamente per amore, ciò che segretamente già siamo a causa del peccato.
Conclusione stupefacente. Quando Dio si presenta a una creatura innocente le domanda, per entrare nella gloria, di essere a terra, di varcare una porta stretta, di subire un certo annientamento - preludio alla metamorfosi: si impone l'immagine di una paralisi necessaria perché il razzo decolli.
Ora, questa paralisi è precisamente il frutto del peccato, manifesta il nostro peccato: siamo paralizzati perché siamo rinchiusi nella disobbedienza. Così è il peccato che ci prepara alla metamorfosi della gloria! Questo è il mistero della Redenzione: Dio utilizza il peccato e il male per ricavarne la nostra glorificazione, perché il peccato finisce col metterci nell'immobilità che la gloria richiede.
Il peso del peccato diventa il peso dell'amore: vorrei far esplodere questa verità, che è il segreto della Redenzione. Vedendo che l’uomo non ha accettato una certa immobilità, una certa povertà, una certa miseria“ - che la gloria è obbligata a chiedergli di accettare per un momento - Dio lo abbandona alle conseguenze di questo rifiuto. E le conseguenze stesse di questo rifiuto finiscono col riportarlo alla gloria per mezzo di Gesù Cristo e della Croce. La Croce è il frutto del peccato... e questo frutto sfocia nella gloria.

padre Marie Dominique Moliniè o.p. - Tratto da “Prigionieri dell’infinito”