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venerdì 20 gennaio 2017

Alcune pagine, le più belle, di Don Orione – Tratto da “Nel nome della Divina Provvidenza”



DIO E MIA MADRE

...Dio e mia madre! Ecco i due grandi pensieri che sono la luce, la guida, il freno delle giovinezze non ancora corrotte. Ma ogni giovane deve un giorno uscire dalla famiglia per entrare nella società. In quel giorno difficile egli deve trovarsi di fronte ad uomini che gli parlano un linguaggio tutto opposto a quello udito nella famiglia o nel collegio cristiano dove venne educato; uomini che disprezzano tutto ciò che la madre e il prete gli hanno insegnato a stimare. Questi uomini, le loro massime, i loro esempi, la loro influenza, il loro disprezzo, sono ciò che si chiama il mondo. Allora bisogna che ognuno faccia la sua scelta. O vincere il rispetto umano, e seguire, miei cari giovani, il primo amico della nostra infanzia, Gesù, che ci addita la via della croce, – o soffocare la voce della coscienza e mettersi nelle vie del mondo.
Moltissimi abbracciano il secondo partito. Perché? Perché Gesù Cristo impone una legge d’umiltà e di mortificazione, e promette una felicità futura, mentre il mondo promette una libertà senza confini e una felicità presente. A seguir il mondo, se lo seguite, avrete grande libertà di mente, non avrete il disturbo di tanti pensieri dell'anima.
Avrete una grande libertà di vita; non avrete l’incomodo di tanti doveri che la religione impone. Avrete una gran libertà di soddisfazioni; giacché mentre Gesù Cristo ci dice che chiunque fa un peccato commette un’iniquità, il mondo ci assicura che anche facendo ciò che il Vangelo chiama peccato si può essere uomini onesti e camminare a fronte alta. Ecco le promesse del mondo. Ma è poi vero che si ottengano questa felicità e questa libertà? Ah no, figliuoli miei, no! Vedete, io ne ho conosciuti tanti ragazzi! Erano buoni e mi volevano bene, e nel Signore anch'io volevo bene a loro, ed erano felici. Poi è venuto come un soffio arido, e vari se ne sono andati, perduti tra la folla, in cerca di una vaga e ben diversa felicità, poveri figli! Ed ora, ogni tanto, qualcuno, disilluso e pentito, si ricorda del tempo felice e scrive... e sono lettere che fanno piangere, poveri e cari i miei antichi ragazzi!

E vero che sulle prime, al giovane che si abbandona alle sue passioni par di respirare più liberamente. Non sente più i legami dei precetti di Dio e delle Osservanze della Chiesa, e questo gli pare un grande acquisto, come al puledro che ha rotto la cavezza pare gran diletto correre all'impazzata, calpestando ogni erba e ogni fiore. Ma poi? Poi, bisogna cadere sotto una servitù peggiore della prima. Gesù Cristo è un Padre, ma il mondo è un tiranno e ci tratta da tiranno. Perciò il giovane che, ribellandosi alla fede dei suoi padri, credeva d'aver guadagnata la sua indipendenza, presto cadrà nelle mani di perversi compagni che lo domineranno; e bisognerà che pensi come essi pensano, che vada dove essi vanno, spenda come essi spendono... Maledirà il suo giogo, ma bisognerà portarlo. Ecco la libertà che ha guadagnato! Oh, Dio vi liberi, miei giovani, dalla libertà e dalla felicità che questo mondo sciagurato promette! Bisognerebbe vedeste al letto di morte come esso mantenga le sue promesse!
Ricordo la morte di un giovane che avrebbe potuto diventare un valentissimo letterato, e invece scrisse soltanto per bestemmiare ed offendere i buoni costumi.
Avvicinandosi alla sua fine precoce, sentiva il bisogno dell'antica sua fede, ed esclamava:
«Dei miei semplici padri, antico Iddio Dio di mia madre, in cui fanciullo anch'io innocente sperai!».
Ma, infelice, non ebbe poi tanta virtù da romperla col mondo. Ebbene? Ebbene, sentite. «Non si potranno mai dire – scrive nella prefazione ai suoi versi un suo amico – le profonde disperazioni di quell'anima: la sua agonia fu orribile, straziante».
Morì disperando.
Che giova dunque, o miei figli, abbandonare Gesù Cristo per credere al mondo?


UNA PICCOLA PAROLA ILLUMINA IL CAMMINO


Fiat! E una piccola parola, dolce ricovero innalzato dal buon Dio in mezzo a questo deserto sì arido e difficile da attraversare, che si chiama la vita.
Fiat! Esprime l'atto del fanciullo che si getta con amore sul seno del padre finché passa l’uragano: l'atto del povero abbandonato che, dopo lunghi anni di vita triste e solitaria, ritrovala sua madre; l'atto dell’esiliato che, ricondotto sotto il tetto della sua infanzia, e rivedendo commosso tutto ciò che egli ha amato, non sa altro ripetere che: Io qui voglio morire!
Fiat! Pronunciatela questa parola, cuori spezzati dalla sofferenza e dalla lotta o straziati dalla sofferenza dei vostri più cari, e sarà per voi un balsamo che vi guarirà.
Fiat! Pronunciate questa parola, cuori rattristati dalla solitudine, scoraggiati per l'abbandono, e sarà per voi l'amico che consola, l'appoggio che sostiene!
Fiat! Pronunciate questa parola, cuori timidi, che siete incerti sulla strada da scegliere e non sapete a chi indirizzarvi, e per voi sarà la luce che vi mostrerà il cammino.
Fiat! Pronunciate questa parola, o voi che volete allontanare da coloro che amate il timore che li agita od il male che li minaccia, ed essa li ospiterà sotto le sue ali, e l’uragano passerà senza toccarli.
Fiat! Pronunciatela questa soave parola, o figli e amici miei, pronunciatela ad ogni respiro, ad ogni battito del cuore, ad ogni movimento delle labbra. Dio la comprenderà sempre nel modo in cui volete ch’egli la comprenda, ora come preghiera, ora come atto di fede, nel dubbio, come atto di speranza nel timore, e sempre come atto di amore.
Fiat! Questa parola non si può dire che a Voi, o mio Dio, perché a Voi solo possiamo pienamente confidarci, dedicarci, abbandonarci, interamente.
Fiat! Nelle vostre mani dunque, nelle vostre mani, o mio
Dio!
Fiat! Fiat! In questi giorni di mortale tristezza, io ve la grido dal fondo dell’anima desolata, m’inabisso in questa parola suprema con tutto ciò che più amo: Fiat! Fiat!
Lavorate, lavorate questo fango, o mio Dio, dategli una forma e poi spezzatela ancora: essa è vostra e di chi fa per Voi, e non avrà mai più nulla a ridire. O quanti sforzi, o
Signore, per arrivare sino a questo punto! Quanto di umano si è dovuto abbattere e calpestare! Ora vi ringrazio dal profondo del cuore!
Fiat! Fiat! Sofferente, innalzato, abbassato, utile a qualche cosa od inutile a tutti, io vi adorerò sempre e sarò sempre vostro, o mio Dio! Nessuno mi staccherà da Voi!
Nelle gioie e nei dolori sarò sempre tuo, o dolcissimo mio amore Gesù.
Solitario ed ignorato, come il fiore del deserto, errante come l’uccello senza nido, sempre, sempre, Signore e Amore soavissimo dell’anima mia, uscirà dalle mie labbra la parola sottomessa di quella che mi hai dato per Madre: Fiat! Fiat!
Sia fatto di me secondo la tua parola!


LAVORARE CERCANDO DIO SOLO


Ieri mi trovavo nella camera di un buon prete e là mi cadde lo sguardo su queste parole: Dio solo! Il mio sguardo in quel momento era pieno di stanchezza e di dolore, e la mente ripensava a tante giornate piene di affanno come quelle di ieri, e sopra il turbinio di tante angosce, e sopra il suono confuso di tanti sospiri, mi pareva fosse la voce affabile e buona del mio angelo: Dio solo!, anima sconsolata, Dio solo!
Su d'una finestra c’era una pianta di ciclamini, più avanti un corridoio e alcuni preti piamente a meditare e più avanti un crocifisso, un caro e venerato crocifisso che mi ricordava anni belli e indimenticabili, e lo sguardo pieno di pianto andò a finire là ai piedi del Signore. E mi pareva che l'anima si rialzasse, e che una voce di pace e di conforto scendesse da quel cuore trafitto, e mi invitasse a salire in alto, a confidare a Dio i miei dolori e a pregare.
Che silenzio dolce e pieno di pace...! e nel silenzio Dio solo! andavo ripetendo tra me Dio solo! E mi pareva sentire come un’atmosfera benefica e calma attorno alla mia anima!... E allora vidi dietro di me la ragione delle pene presenti: vidi che invece di cercare nel mio lavoro di piacere a Dio solo! era da anni che andavo mendicando la lode degli uomini, ed ero in una continua ricerca, in un continuo affanno di qualcuno che mi potesse vedere, apprezzare, applaudire, e conclusi tra me: bisogna cominciare vita nuova anche qui: lavorare cercando Dio solo!
Lavorare sotto lo sguardo di Dio, di Dio solo! oh! sì c’è in queste parole tutta la regola nuova di vita, v'è tutto ciò che basta per l’Opera della Divina Provvidenza: lo sguardo di Dio! Bisogna incominciare vita nuova, e bisogna incominciare da qui: lavorare cercando Dio solo!
Lavorare sotto lo sguardo di Dio! di Dio solo! Lo sguardo di Dio è come una rugiada che fortifica, è come un raggio luminoso che feconda e dilata: lavoriamo dunque senza chiasso e senza tregua, lavoriamo allo sguardo di Dio, di Dio solo! Lo sguardo umano è raggio cocente che fa impallidire i colori anche i più resistenti: sarebbe per il nostro caso come il Soffio gelato del vento che piega, curva, guasta il gambo ancor tenero di questa povera pianticella. Ogni azione fatta per far chiasso e per essere visti, perde la sua freschezza agli occhi del Signore; è come un fiore passato per più mani e che è appena presentabile. O povera Opera della Divina Provvidenza, sii il fiore del deserto che cresce, si apre, fiorisce, perché Dio glielo ha detto, e che non si altera, se l’uccello che passa lo scorge, o se il vento che soffia disperde le sue foglie appena formate. Per l'anima nostra e per tutta la nostra vita: Dio solo! Dio solo! La solitudine senza Dio farà riposare lo spirito, ma inasprisce il cuore: è una pianura fiorita ed odorosa, ma che non ha se non un sole pallido e mortuario.
La solitudine invece con Dio è atmosfera tiepida e dolce che sola sa guarire gli strazi del cuore! Dio solo! oh com’è utile e consolante il volere Dio solo per testimonio! Dio solo, è la santità nel suo grado più elevato! Dio solo, è la sicurezza meglio fondata di entrare un giorno nel cielo. Dio solo, figli miei, Dio solo!


CI VUOLE PIÙ FEDE!


Più fede! Fratelli, non siamo spiriti scoraggiati; abbiamo fede, più fede! Che cosa manca un po' a tutti, a noi tutti, oggi, per adoprarci, nel nome di Dio e in unione con Cristo, a salvare il mondo e ad impedire che il popolo si allontani dalla Chiesa? Che cosa ci manca perché la carità, la giustizia, la verità non siano vinte, e non rientrino nel seno di Dio, maledicendo all’umanità, che avrà rifiutato di dare il suo frutto? Ci manca la fede! «Se aveste della fede soltanto come un grano di Senape, ha detto Gesù, voi trasportereste le montagne, e niente vi sarebbe impossibile» (cfr. Mt 17, 20).
Fede, fratelli, più fede! Chi è di noi, che crede si possano trasportare le montagne, guarire i popoli, far predominare la giustizia nel mondo, far risplendere la verità allo spirito umano, unire nella carità di Cristo tutta la terra? Dove sono questi credenti? Più fede, fratelli ci vuole più fede! Manca la fede in quelli che bisogna salvare, e la fede manca, talora –ah, con quanto dolore dell'animalo dico! –, manca o langue assai la fede in me e pur in altri di noi che vogliamo o crediamo di voler illuminare e salvare le folle. Siamo sinceri. Perché non sempre rinnoviamo la società, perché non abbiamo sempre la forza di trascinare? Ci manca la fede, la fede calda! Viviamo poco di Dio e molto del mondo: viviamo una vita spirituale tisica, manca quella vera vita di fede e di Cristo in noi, che ha insita in sé tutta l’aspirazione della verità, e al progresso sociale; che penetra tutto e tutti, e va sino ai più umili lavoratori.
Ci manca quella fede che fa della vita un apostolato fervido in favore dei miseri e degli oppressi, com'è tutta la vita e il vangelo di Gesù Cristo. Ecco la piaga! Se vogliamo oggi lavorare utilmente al ritorno del secolo verso la luce e la civiltà, al rinnovamento della vita pubblica e privata, è necessario che la fede risusciti in noi e ci risvegli da questo sonno «che poco è più morte»; è necessaria una grande rinascenza di fede, e che escano dal cuore della Chiesa – nuovi e umili discepoli del Cristo, anime vibranti di fede – i facchini di Dio, i seminatori della fede! E deve essere una fede applicata alla vita.
Ci vuole spirito di fede, ardore di fede, slancio di fede; fede di amore, carità di fede, sacrificio di fede! La preghiera che è necessario fare è questa: «O Signore, accresceteci la fede!».


LA LEGGENDA DI FRATE AVEMARIA


Fu volontario di guerra, e poi brillante ufficiale del nostro esercito, e dalla guerra tornò cieco e decorato.
La luce di Dio risplendé su la sua anima, che aveva respirato la tenebra del secolo; e la mano del Signore lo condusse, attraverso le mirabili vie della Provvidenza, sino al nostro Eremo di Sant’Alberto di Butrio, in Val Staffora, ove, tra valli e montagne boscose, è solitudine grande e pace Soavissima.
O beata solitudo! O sola beatitudo!
Quella solitudine, quella semplicità di vita rispondevano mirabilmente ai desideri del suo cuore. Amava le rocce, le messi, i boschi e la freschezza delle fonti, l’aria, il sole, i fiori. Egli scopriva per tutto i rapporti eterni che legano i misteri della natura a quelli della fede, e si sentiva trasformato dallo Spirito del Signore.
Diffuso sul volto e su la fronte alta e serena gli splendeva un raggio di divina bellezza e di predestinazione, e viveva infiammato di Gesù come un serafino. E chiese e ottenne d’essere Eremita della Divina Provvidenza: di vivere nascosto a tutti, di rendersi negletto e servo di tutti, per l’amore di Cristo benedetto.
E così visse, da povero fraticello. Visse semplice e pio, d’una pietà lieta, là nell'antico e diruto cenobio che vide passare Santi e guerrieri. La vita di lui parea si andasse infervorando ogni di più, tutta amore di Dio e degli uomini, tutti abbracciando, e vincitori e vinti. E, morto al mondo e a se stesso, bruciandogli fortissima la fiamma dell'amore divino, correva frequente ad abbracciare i piedi del Crocifisso e gridava: Perché voi in croce, o mio dolcissimo Signore, e io no? Si seppe mai chi fosse quel monaco cieco, che Sorrideva a tutti, quel cieco che aveva una parola buona, delicata per tutti. Lo vedevano i montanari e i pellegrini, raccolto in profonda meditazione, disteso sul crudo Sasso ove l’abate Alberto si fe santo; lo vedevano dritto con le braccia tese cantare a Dio in ardore di carità: «Laudato sii, mi Signore, – per quelli che perdonan per lo tuo amore! – Laudato sii, mi Signore, – per sora nostra morte corporale!».
Lo vedevano prostrato a l’urna miracolosa del Santo o all’altare, lapideo, preziosissimo per venerabilità, dove, pochi anni innanzi il suo morire, che fu nel 1444, Bernardino da Siena, peregrino all’Eremo di S. Alberto di Butrio, volle consacrare il Corpo e il Sangue del Signore, e confortarne i monaci pur con quella sua voce di pace insieme e di mistico fervore, ma anche, e più frequente, di formidabile profeta. La natura, lungi dalle agitazioni e dagli inganni della società, nel silenzio della solitudine, ammaestra di Dio più che non i libri degli uomini. E fu tutta una vita nascosta con Cristo in Dio: vita di penitenza, di adorazione, di elevazione sublime dello spirito: fu come la voce della preghiera, la vita del nostro eremita cieco. Egli sapeva di lettere, sapeva di musica, sapeva di armi, ma venne all'Eremo per sapere solo e umilmente di Dio.
«Vànitas vanitatum, et òmmia vànitas!». Vanità delle vanità, e ogni cosa è vanità, fuori che l’amare Dio e il servire a Lui solo. E si fe stolto, per essere sapiente di Cristo, lasciando le Vanità ai vani, níuna cosa bramando, fuorché vivere in semplice obbedienza, con libertà di spirito e carità grande nella servitù di Dio, grata e gioconda. O servitù amabile e desiderabile sempre! O santo stato del religioso servizio, che rende l’uomo pari agli Angeli, terribile a demoni, e a tutti i fedeli onorevole! E seguendo Gesù con la croce sua, e lietamente amando Cristo in croce, il nostro valoroso cieco di guerra seppe nascondersi sì ch'ei fu il minimo di tutti, e ti pareva che solo sapesse dire: Ave, Maria! Ave, Maria! al coro; Ave, Maria! lungo il chiostro; Ave, Maria! al bosco; Ave, Maria! alla cella; Ave, Maria! sul poggio che mena alla grotta di S. Alberto; sempre Ave, Maria!
Si chiamava Fratello Avemaria.
E così, conformando la sua vita a quella di Cristo, compì la sua «giornata innanzi sera». Era un tramonto, e venne a morire. Volle essere portato nella primitiva chiesetta di Santa Maria; volle essere disteso là sulla nuda terra, ai piedi degli affreschi, bellissimi, della Madre di Dio; incrociate le braccia, aprì le labbra a un sorriso luminoso. Evidentemente era la Vergine, celeste e pia, che dal Paradiso se lo veniva a prendere.
Frate Avemaria apparve trasfigurato. Egli la chiamò, la salutò ancora; l'ultimo respiro fu: Ave, Marias «Morte bella parea nel suo bel viso», e rivelava tutta la sua beatitudine. Dalla torre antica corse «su l’aure l’umil Saluto». Quella campana che, fiera, dal Carroccio aveva chiamati i popoli a raccolta contro il despota del Medioevo, Federico Barbarossa, quella stessa campana, che aveva suonata la libertà dei Comuni sui piani lombardi, parve, in quell’ora, che dall’alto della torre venisse mossa dalla mano d’un angelo. Con voce dolcissima si mise a squillare alle valli e ai clivi, Ave, Maria! Ave, Maria! Una «soave volontà di pianto» invase l'animo dei monaci bianco vestiti, e subito una gioia, una pace, un ardore indistinto si diffondeva d’intorno; le ultime tinte del tramonto sfumavano nella notte, e scorreva sulle cime delle montagne, per le pendici, e giù, fin su le acque della Stàffora, scendeva a valle il murmure dolce: Ave, Maria! Si fece il mortorio.
Gli Eremiti, piangendo, cantarono al fratello i salmi del suffragio e della requie sempiterna. Quando tacquero, dalla bara fonda una voce, quale di cigno lontano, s’intese distinta; diceva: Ave, Maria! Finite le esequie, fu portato al cimitero, a mano, dai fratelli in lacrime; al cimitero, lì, presso l’eremo; ma dovei passava, le erbe e sin le pietre fiorivano e gli uccelli cantavano a gloria. La bara posò nella fossa, e la terra la ricoperse, e vi fu piantata una croce di legno che egli s’era fatta con le sue mani, già cieco. Si nascosero i passerotti al cipresso; ai folti castagni del bosco di Butrio quietarono i cardellini. Era silenzio. Di sotterra, nella pace della notte, una voce sommessa s’intese; veniva verso l’Eremo, e si andava perdendo lungo quella stradicciola che conduce alla chiesetta Solitaria. Diceva, la voce dolce e sommessa: Ave, Maria!
Passarono dei giorni, e gli Eremiti della Divina Provvidenza si raccolsero a pregare sulla tomba di Frate Avemaria. Erano venuti anche di lontano, dalla Calabria di S. Bruno e di Cassiodoro, dalla Sicilia che vide i primi Eremi e fu terra di Santi, e pur dalla Palestina lontana ne vennero, di là dove visse il Signore.
Vennero e videro, meraviglia! Sulla tomba del fratello, un giglio candidissimo apriva l’odoroso calice; e attorno alla corolla, in lettere d’oro recava scritto: Ave, Maria! Vollero svellere il fiore per recarlo alla Madonna, ma era forte; scavarono, e videro che aveva poste le radici entro la bocca di Frate Avemaria, e andavano giù giù fino al cuore.
Piangendo di commozione, «pieni di meraviglia e di pietade», caddero i buoni Eremiti in ginocchio avanti a Fratello Avemaria, che era là bello come un giacinto, incorrotto, sorridente come un angelo, e compresero allora che, ad ogni nostra Ave, Maria!, fiorisce un giglio in terra, e odora in grazia al cospetto della Madonna.
Ma ecco, sulle loro teste, un alitare di vento, e passare soave la nota voce, che andava al cielo, ripetendo Ave, Maria! Ave, Maria! Ed oh, gioia d'una nuova aurora! L'azzurro si era tutto gemmato di stelle, e le stelle che fiorivano nel cielo erano le molte, le dolci, le care Ave, Maria!
Perché, o giovani miei, dovete sapere che, ad ogni nostra Ave, Maria, si accende una stella in cielo e risplende in omaggio alla Madonna.
Gigli e stelle le possono essere offerti da noi, o miei cari. Gigli afar tappeto ai suoi passi, a dar corona a Lei da presso; stelle a far diadema alla sua fronte verginale, ad aggiungere luce alla sua aureola.
Gigli che gli angioli colgono; stelle che gli angioli intessono in ghirlanda per Lei. Gigli che vanno così innanzi a prepararci la strada per la quale noi passeremo un giorno per salire alla Madonna; stelle che illumineranno la nostra via al cielo, come fu già di San Benedetto, e un po' della loro luce daranno poi a farci corona eternamente.
Far sbocciare molti di questi gigli, far risplendere molte di queste stelle equivale per noi ad onorare Maria, e ottenerne sicuro favore e materno patrocinio per la nostra salvezza.
A fasci crescano, dunque, su i nostri passi í gigli; a costellazioni s’illuminino adunque sul nostro capo le stelle.
E ogni giorno e ogni ora della nostra vita e ogni battaglia del cuore siano segnati, siano suggellati dalla nostra preghiera: Ave, Maria!
«Taccian le fiere e gli uomini e le cose,
roseo il tramonto ne l’azzurro sfumi,
mormorin gli alti vertici ondeggianti: Ave, Maria!».
O giovani: Ave, Maria! Sempre!
O giovani: Ave, Maria! e avanti! O giovani: Ave, Maria! sino al beato Paradiso!


Don Orione – Tratto da “Nel nome della Divina Provvidenza”