«Qualsiasi
sia la forma, la sofferenza è per così dire inseparabile
dall'esistenza terrena dell'uomo... La sofferenza umana ispira
compassione, ispira anche il rispetto e, in un certo senso,
intimidisce. Infatti, essa porta in sè la grandezza di un mistero
specifico... Attraverso i secoli e le generazioni umane, si è
constatato che nella sofferenza si cela una forza particolare che
unisce interiormente l'uomo a Cristo, una grazia speciale. Ad essa
molti santi devono la loro profonda conversione, come san Francesco
d'Assisi, sant'Ignazio di Loyola, ecc. Il frutto di tale conversione
non è soltanto il fatto che l'uomo scopre il senso salvifico della
sofferenza, ma soprattutto il fatto che, nella sofferenza, egli
diventa un uomo totalmente nuovo...» (Lettera apostolica Salvifici
doloris, SD, Giovanni Paolo II, 11 febbraio 1984, nn. 3, 4, 26).
La vita della beata Anna Schäffer illustra particolarmente la
constatazione del Santo Padre.
Anna
Schäffer nasce a Mindelstetten, paesetto della Bassa Baviera, nella
diocesi di Ratisbona (Germania del Sud), il 18 febbraio 1882, in una
famiglia numerosa; suo padre fa il falegname. I Schäffer sono buoni
cristiani. Fedeli alle preghiere del mattino, di mezzogiorno e della
sera, si recano tutte le domeniche e feste in chiesa per la Messa, ma
ci vanno anche durante la settimana, quando possono. Anna è una
bambina riservata, dolce e timida, portata per gli studi e abile nei
lavori manuali. Nel 1896, suo padre muore, a quarant'anni, lasciando
la famiglia in una grande povertà. Anna, che desidera farsi Suora,
se possibile in una Congregazione missionaria, deve lavorare per
costituirsi la dote (contributo finanziario indispensabile a
quell'epoca, per entrare in convento). A quattordici anni, si impiega
come «tuttofare», inizialmente a Ratisbona in casa di una
farmacista, poi a Landshut, presso un consigliere della Pretura. Lì,
riceve per la prima volta, una sera del giugno 1898, un messaggio del
Cielo: un Santo le appare (è incapace di dirne il nome) e le dice:
«Prima di arrivare a vent'anni, comincerai a soffrire molto. Recita
il rosario». Essa parlerà più tardi dei pericoli per la sua
purezza verginale, che è riuscita a sormontare, grazie al santo
Rosario.
Nella
sera del 4 febbraio 1901, la ragazza, impiegata nella casa forestale
di Stammham, fa il bucato con una compagna, Wally Kreuzer. Il tubo
della stufa che passa sopra al pentolone si è staccato dal muro; per
riparare tale guasto, Anna sale su un muretto sporgente.
Improvvisamente, perde l'equilibrio e cade con le due gambe, fino al
ginocchio, nell'acqua bollente del bucato. Presa dal panico, Wally,
invece di soccorrere la compagna, corre in cerca di aiuto. Un
vetturino accorre e toglie la ragazza ferita dal pentolone; la
sventurata viene condotta all'ospedale più vicino, a sette
chilometri, su un carretto. Alle undici di sera, finalmente, un
medico si occupa di lei e la opera per due ore. Le settimane seguenti
saranno terribili: bisogna tagliare senza posa pezzi di carne andata
in cancrena.
Più
di trenta interventi chirurgici
Tre mesi
dopo, l'assicurazione contro le malattie che copriva Anna, cessa il
rimborso delle cure. La Signora Schäffer non può assumersi le spese
di degenza; deve riportarsi a casa la povera figliola. Grazie
all'intervento del Dottor Wäldin, un istituto per invalidi si
incarica dell'ammalata; Anna sarà ricoverata dall'agosto 1901 al
maggio 1902 nella clinica universitaria di Erlangen (vicino a
Norimberga). Tuttavia, le cure non producono alcun risultato. Di
ritorno a casa, Anna viene curata con competenza dal Dott. Wäldin.
Con più di trenta interventi chirurgici, il medico proverà invano a
praticare trapianti di pelle. Non potendo dar sollievo all'inferma,
si rassegna finalmente ad avvolgerle le gambe in fasciature sterili.
Le cure si limiteranno, per i vent'anni che rimangono da vivere ad
Anna, al rinnovo settimanale di tali fasciature.
Il
progetto di vita religiosa di Anna Schäffer diventa quindi
irrealizzabile. La ragazza non si rassegna facilmente alla sua sorte:
grida la propria sofferenza e si aggrappa alla speranza di guarire.
Tuttavia, la sua anima si innalza alla dura scuola della Croce. Il
Parroco di Mindelstetten, don Rieger, che sarà il suo padre
spirituale, testimonierà di non aver mai sentito un lamento uscire
dalla sua bocca. Fra dolori incessanti, Anna è fortificata e
consolata dal Dio vivente e particolarmente dalla Santa Eucaristia.
«Vari
sono gli stati d'animo con cui gli uomini affrontano la sofferenza,
scrive Papa Giovanni Paolo II. Si può tuttavia senz'altro affermare
che ogni persona entra quasi sempre nella sofferenza con una protesta
perfettamente umana e ponendosi la domanda: «Perchè?» Ciascuno si
chiede quale sia il senso della sofferenza e cerca una risposta a
tale domanda sul piano umano. Rivolge certamente questa domanda a Dio
molte e molte volte e la rivolge anche a Cristo. Inoltre, la persona
che soffre non può non notare che colui a cui chiede una spiegazione
soffre lui medesimo e le vuol rispondere dalla Croce, dal più
profondo della sua propria sofferenza. Eppure, ci vuole talvolta
tempo, e addirittura molto tempo, perchè la risposta cominci ad
esser avvertita interiormente... Cristo non spiega astrattamente le
ragioni della sofferenza, ma dice prima di tutto: «Seguimi! Vieni!
Partecipa con la tua sofferenza all'opera di salvezza del mondo che
si compie per mezzo della mia sofferenza! Per mezzo della mia Croce!»
A mano a mano che l'uomo assume la sua croce, unendosi spiritualmente
alla Croce di Cristo, il senso salvifico della sofferenza gli si
manifesta maggiormente» (SD, n. 26).
Dal 1910
al 1925, Anna Schäffer scrive i suoi pensieri, riempiendo dodici
quaderni; inoltre, sono state conservate 183 lettere e messaggi. Il
suo linguaggio è dei più semplici; tuttavia, l'originalità ed il
carattere personale dei suoi scritti colpisce il lettore, che vi
scopre un'anima fissata solidamente nella fede in Gesù Cristo morto
e risuscitato, e nella Comunione vivente con tutti gli eletti di Dio.
Tale fiducia indefettibile in Dio, la certezza del suo amore infinito
che le si manifesta attraverso le sofferenze, irradiano su coloro che
la avvicinano per affidarle le loro intenzioni o per chiederle
incoraggiamenti o consigli. I visitatori, in un primo tempo poco
numerosi, un po' alla volta si moltiplicano. Le persone più
prevenute contro Anna sono comunque impressionate dalla sua pazienza
e dalla sua bontà.
La
«vendetta» di Anna
Suo
fratello Michele, povero ragazzo dedito al bere, non è l'ultimo,
quando ha bevuto, a prendere in giro «la Santa». Anna si «vendica»
sforzandosi di convertirlo a forza di dolcezza. Tuttavia, il
comportamento di Michele obbliga la Signora Schäffer a prendere in
affitto un piccolo appartamento nel paese, per traslocarvi insieme
alla figlia. A questa madre ammirevole, che assisterà Anna fino alla
morte e le sopravviverà quattro anni, Anna scrive: «O mia cara
mamma, che grazia averti accanto senza posa! Il nostro caro Salvatore
manda ai suoi figli il soccorso al momento opportuno, quando glielo
domandiamo con fiducia; ed è spesso quando una prova o un'afflizione
ci schiaccia maggiormente che è più vicino a noi con il suo aiuto e
la sua benedizione».
Si
accede per una scala molto ripida alla stanza dell'ammalata, stanza
che ha come solo ornamento un crocifisso, un «Ecce Homo» e immagini
di santi. Anna non lascia quasi mai la stanza ed il letto (che chiama
anche letto-croce). In certe rare occasioni la si conduce in chiesa
in una poltrona. Non appena Papa san Pio X autorizza la Comunione
quotidiana, don Rieger le porta ogni giorno l'Eucaristia, da cui essa
trae forza.
Ad Anna
non piace far parlare di sè. Le sue giornate trascorrono nella
preghiera, nel lavoro manuale e nella scrittura. «Ho tre chiavi del
paradiso, dice: la più grande è di ferro grezzo ed è molto
pesante: è la mia sofferenza. La seconda è l'ago da cucito, e la
terza è la penna. Con queste varie chiavi, mi sforzo ogni giorno di
aprire la porta del Cielo; ciascuna di esse deve esser ornata di tre
piccole croci, che sono la preghiera, il sacrificio e la dimenticanza
di me stessa». Spesso, i bambini del paese vengono a far visita ad
Anna. Si sentono attirati da lei; l'ammalata parla loro del
Salvatore, della Santa Vergine, dei Santi. Spiega loro come si vada
in Cielo. Nell'insieme, la gente di Mindelstetten si comporta con
simpatia nei suoi riguardi; le si vuol bene, si ha pietà di lei e si
cerca di farle piacere. Nei giorni di festa, una rappresentanza del
paese viene a farle visita; talvolta, tutta la banda le offre una
serenata passando sotto alle sue finestre.
È la
carità verso il prossimo, sofferente anch'esso, che fa uscire Anna
dal suo silenzio abituale. Non appena vede una persona provata, trova
mille parole allegre e amichevoli per riconfortarla e sembra, essa
medesima, la più felice delle creature. Conserva preziosamente tutte
le intenzioni di preghiera che le vengono affidate e le presenta
instancabilmente a Dio. Tutti gli scritti di Anna manifestano una
profonda sottomissione alla divina Provvidenza ed un'accettazione
gioiosa delle croci. Molto spesso, le sue lettere portano una piccola
miniatura disegnata a penna, di due o tre colori, che rappresenta la
Croce, un calice circondato di spine, o anche qualche altra scena
della Passione. «Cara Fanny, scrive il 14 dicembre 1918 ad un'amica,
dobbiamo considerare le nostre sofferenze come se fossero le nostre
più care amiche, che ci vogliono accompagnare senza posa, notte e
giorno, per ricordarci di volgere lo sguardo verso l'alto, verso la
santa Croce di Cristo».
Giobbe
non è colpevole
Da
sempre, gli uomini hanno cercato il senso della sofferenza. «Nel
libro di Giobbe, la questione ha trovato la sua più viva
espressione, sottolinea Papa Giovanni Paolo II. Si conosce la storia
di quell'uomo giusto che, senza colpa personale, è messo alla prova
da molteplici sofferenze... Nella sua terribile situazione, vede
arrivare tre vecchi amici che cercano di convincerlo che, poichè è
colpito da varie e terribili sofferenze, deve aver commesso qualche
colpa grave... Tuttavia, Giobbe contesta la verità del principio che
identifica la sofferenza con la punizione del peccato... Alla fine,
Dio stesso rimprovera agli amici di Giobbe le loro accuse e riconosce
che Giobbe non è colpevole. La sua sofferenza è quella di un
innocente, deve essere accettata come un mistero che l'intelligenza
dell'uomo non è in grado di penetrare a fondo... Se è vero che la
sofferenza ha un senso come punizione quando è legata alla colpa,
non è vero, al contrario, che tutte le sofferenze siano una
conseguenza della colpa ed abbiano un carattere punitivo...»
«Per
essere in grado di percepire la vera risposta al «perchè» della
sofferenza, dobbiamo rivolgere lo sguardo verso la rivelazione
dell'amore divino... Dio, infatti, ha tanto amato il mondo
da dare il suo Figlio unigenito, perchè chiunque crede in lui non
muoia, ma abbia la vita eterna (Giov. 3, 16)... L'uomo muore
quando perde la vita eterna... Il Figlio unigenito è
stato dato all'umanità per proteggere l'uomo prima di tutto contro
tale male definitivo e contro la sofferenza definitiva...
«Cristo
soffre volontariamente, e soffre pur essendo innocente... La
sofferenza umana ha raggiunto il sommo nella passione di Cristo. E,
simultaneamente, essa ha rivestito una dimensione nuova ed è entrata
in un ordine nuovo: è stata legata all'amore, all'amore che crea il
bene, facendolo scaturire perfino dal male, facendolo scaturire per
mezzo della sofferenza, come il bene supremo della Redenzione del
mondo è scaturito dalla Croce di Cristo... È nella Croce di Cristo
che dobbiamo porre nuovamente la domanda del senso della sofferenza e
trovare fino in fondo la risposta a tale domanda» (SD, nn.
10, 11, 13, 14, 18).
Come
passa in fretta il tempo!
Da molto
tempo, Anna era terziaria di San Francesco. A partire dal 4 ottobre
1910 (festa di san Francesco d'Assisi), essa porta per qualche tempo
le stimmate della Passione, ma prega Dio di far in modo che tali
ferite mistiche non siano apparenti; cosa che le viene accordata. Non
sembra che abbia letto molto la Sacra Scrittura, ma, figlia della
Chiesa cattolica, ha fatto propria la sua dottrina e la sua liturgia,
che rivive per tutto l'anno, grazie ai ricordi d'infanzia. «Pregare
per la santa Chiesa ed i suoi pastori, è per me la cosa più
importante», afferma. Intende la sua vita di ammalata come una
partecipazione alla Croce di Cristo. «Nelle ore di sofferenza e
nelle numerose notti insonni, ho la più bella occasione per mettermi
in ispirito davanti al tabernacolo e per offrire al Sacro Cuore di
Gesù espiazione e riparazione. Oh, come il tempo passa in fretta
allora per me! Sacro Cuore di Gesù, celato nel Santissimo
Sacramento, ti ringrazio per la mia croce e per le mie sofferenze, in
unione con le azioni di grazia di Maria, Madre dei Dolori».
«Il
Redentore ha sofferto al posto dell'uomo e per l'uomo... Ciascuno è
chiamato a partecipare personalmente alla sofferenza attraverso la
quale la Redenzione si è compiuta... Operando la Redenzione
attraverso la sofferenza, Cristo ha elevato nello stesso tempo la
sofferenza umana al punto di darle valore di Redenzione. Qualsiasi
uomo può dunque, nella sofferenza, partecipare alla sofferenza
redentrice di Cristo... Colui che soffre in unione con Cristo...
completa con la sua sofferenza quello che manca ai
patimenti di Cristo (Col. 1, 24)... La sofferenza di Cristo ha
creato il bene della Redenzione del mondo. Tale bene in se stesso è
inesauribile ed infinito. Nessun uomo vi può aggiungere qualcosa.
Ma, nello stesso tempo, nel mistero della Chiesa che è il suo corpo,
Cristo, in un certo senso, ha aperto la propria sofferenza redentrice
a tutta la sofferenza dell'uomo... Infatti, la Redenzione vive e si
sviluppa come il corpo di Cristo – la Chiesa – e, in tale
dimensione, ogni umana sofferenza, in virtù dell'unione nell'amore
con Cristo, completa la sofferenza di Cristo. La completa come la
Chiesa completa l'opera redentrice di Cristo» (SD, nn. 20,
24).
Nostro
Signore Gesù Cristo, la Santa Vergine ed i Santi parlano spesso ad
Anna, durante i suoi sogni notturni, e tali messaggi celesti sono per
lei una frescura e come un saggio del Paradiso. Ma queste
consolazioni non le danno mai un'impassibilità sovrumana. Fino alla
fine, accetta con riconoscenza lo scarso sollievo che le dà la
medicina. Nel corso di tutti i venticinque anni del suo «martirio»,
si compie un progresso nell'accettazione interiore delle prove.
Scopre, a poco a poco, il segreto della pace interiore, che esprime
così, nel suo linguaggio molto semplice: «Oh, quanta letizia e
quanto amore sono celati nella croce e nella sofferenza!... Non
rimango un quarto d'ora senza soffrire, e da molto tempo non so più
cosa voglia dire esser senza dolore... Spesso, soffro talmente, che
posso appena dire qualche parola; in quegli istanti, penso che il mio
Padre Celeste deve amarmi particolarmente». Secondo quel che dice
san Paolo: Sono pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione (2
Cor. 7, 4), essa soffre con una gioia misteriosa, non percettibile.
Una
fonte di gioia
«Sormontare
il senso dell'inutilità della sofferenza... diventa fonte di gioia.
Non soltanto la sofferenza rode la persona interiormente, ma sembra
anche fare di essa un peso per gli altri. La persona si sente
condannata a ricevere l'aiuto e l'assistenza degli altri e, nello
stesso tempo, appare a se stessa come inutile. La scoperta del senso
salvifico della sofferenza in unione con Cristo trasforma questo
sentimento deprimente... Nella prospettiva spirituale dell'opera
della Redenzione, l'uomo che soffre è utile, come Cristo, per la
salvezza dei fratelli e delle sorelle... Coloro che partecipano alle
sofferenze di Cristo conservano nelle loro sofferenze una particella
del tutto particolare del tesoro infinito della Redenzione del mondo,
e possono condividere tale tesoro con gli altri» (SD, n. 27).
Tre anni
e mezzo prima della morte, Anna deve interrompere i lavori di cucito,
che le offrivano uno svago ed un'occasione di rendersi utile.
Inoltre, è diventato assolutamente impossibile trasportarla nella
vicina chiesa parrocchiale perchè assista alla Messa; tale rinuncia
è molto dolorosa per lei. Scrive: «La mia vita si spegne a poco a
poco nella sofferenza... l'Eternità si avvicina senza posa; ben
presto, vivrò di Dio, che è la Vita stessa. Il Cielo non ha prezzo,
e mi rallegro ad ogni istante della chiamata del Signore verso la
patria infinitamente bella» (16 marzo 1922). Il 5 ottobre 1925, dopo
aver ricevuto la Santa Comunione ed essersi fatta il segno della
croce, mormorando: «Signore Gesù, ti amo», Anna Schäffer si
spegne serenamente, a 43 anni. Il suo corpo riposa nel cimitero di
Mindelstetten, in attesa della «risurrezione della carne» (ved.
Catechismo della Chiesa Cattolica, 988-1019). «Cristo ha
vinto definitivamente il mondo con la sua Risurrezione; tuttavia,
poichè la sua Risurrezione è legata alla sua passione ed alla sua
morte, ha vinto in pari tempo questo mondo con la sua sofferenza. Sì,
la sofferenza è stata inserita in modo particolare nella vittoria
sul mondo, manifestata nella Risurrezione. Cristo conserva nel corpo
risuscitato le tracce delle ferite causate dal supplizio della croce,
sulle mani, sui piedi e nel costato. Con la Risurrezione, manifesta
la forza vittoriosa della sofferenza» (SD, n. 25).
Come
il buon Samaritano
La forza
della sofferenza è data agli uomini anche per suscitare la «civiltà
dell'amore»: «La prima e la seconda dichiarazione di Cristo a
proposito del giudizio finale (Matt. 25, 34-45) indicano senza
equivoco possibile quanto sia essenziale, nella prospettiva della
vita eterna cui ogni uomo è chiamato, il fatto di fermarsi, come il
buon Samaritano, accanto alla sofferenza del prossimo, di aver pietà
di essa, e infine di darle sollievo. Nel programma messianico di
Cristo, che è il programma del Regno di Dio, la sofferenza è
presente nel mondo per liberare l'amore, per far nascere opere
d'amore nei riguardi del prossimo, per trasformare tutta la civiltà
umana in «civiltà dell'amore». In tale amore, il senso salvifico
della sofferenza si realizza a fondo e raggiunge la dimensione
definitiva» (SD, n. 29).
Il Papa
conclude così la sua esortazione apostolica: «Noi chiediamo a tutti
voi che soffrite, di aiutarci. Proprio a voi che siete deboli,
chiediamo di diventare una fonte di forza per la Chiesa e per
l'umanità. Nella lotta terribile fra le forze del bene e quelle del
male di cui il mondo contemporaneo ci offre lo spettacolo, che la
vostra sofferenza unita alla Croce di Cristo sia vittoriosa!» (SD,
n. 31). La beata Anna Schäffer è stata vittoriosa grazie alla Croce
di Gesù. Prima ancora del giudizio ufficiale della Chiesa, un popolo
numeroso di Baviera, poi di tutta l'Europa, si è recato sulla sua
tomba per implorare il suo aiuto. Nel 1998, sono state inventariate
presso la parrocchia di Mindelstetten 551 grazie ottenute attraverso
la sua intercessione. Dal 1929 in poi, sono state segnalate più di
15000 grazie, attribuite alla sua preghiera.
In
occasione della beatificazione, il 7 marzo 1999, il Papa diceva: «Se
volgiamo lo sguardo verso la beata Anna Schäffer, leggiamo nella sua
vita un commento vivo di quel che san Paolo ha scritto ai Romani: La
speranza non delude, perchè l'amore di Dio è stato riversato nei
nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rom.
5, 5). Certo, la lotta per abbandonarsi alla volontà di Dio non le è
stata risparmiata. Ma le è stato dato di capire sempre meglio che,
appunto, la debolezza e la sofferenza sono le pagine su cui Dio
scrive il Vangelo... Il suo letto di ammalata è diventato la culla
di un apostolato esteso al mondo intero».
Nelle
lettere, tanto quanto nel lavoro manuale, la beata Anna Schäffer
rappresenta preferibilmente il Cuore di Gesù, simbolo dell'Amore
divino. Le raccomandiamo tutti coloro che soffrono, affinchè essa li
aiuti ad unirsi al Cuore di Cristo, in attesa della gloriosa
eternità.
Dom
Antoine Marie osb
"Lettera
mensile dell'abbazia Saint-Joseph, F. 21150 Flavigny- Francia
(Website : www.clairval.com)"
Meravigliosa mistica, poco conosciuta! Grazie per questo bellissimo articolo, Dio vi benedica.
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