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sabato 26 aprile 2014

Inno all’umiltà - Lettera n° 29 - Fr. M.D. Molinié, o.p. Nancy, 22 Marzo 1993



Il XIX secolo è stato quello delle speranze messianiche e prometeiche, il XX secolo quello dei castighi e della disperazione. Dopo l‟Olocausto e l‟Arcipelago Gulag, davanti ai milioni di bambini che muoiono di fame, o sono condannati ai lavori forzati dal capitalismo selvaggio, davanti alle atrocità che si perpetuano, i fanatismi che si sbranano a vicenda, le vittime dell‟Aids, si ha ancora il diritto di cercare la felicità, oppure il solo porsi tale questione è indecente? E tuttavia Arthur Rimbaud, profeta di questo XX secolo folle, ha cantato “la magique étude du bonheur, que nul n’élude.” Non si crede più alla felicità, ma si crede alla magia: magia dei ciarlatani e magia degli artisti, che portò Rimbaud a passare una “stagione all‟inferno.” Il sesso, l‟alcool, la droga, il rock, dispensano ai disperati delle ore di sogno, dei momenti di estasi, degli istanti di euforia e dei giorni di sballo. Più che della poesia, Rimbaud aveva bisogno di camminare: ha fatto delle fughe nella sua infanzia, ha continuato da adulto, era la sua unica droga o la sua sola felicità. Quando si è visto condannato all‟immobilità, a Marsiglia, si è veramente disperato: “sono troppo infelice.” Ha sopportato delle sofferenze fisiche incredibili finché ha potuto camminare: non ha sopportato di doversi fermare. Sul letto di morte ha ritrovato il dono poetico della sua infanzia, era trasfigurato, diceva la sorella, più bello che mai... forse ha ritrovato Dio ma questo è avvenuto attraverso la porta stretta di una vera disperazione umana. Un altro grande camminatore fu Charles de Foucault. Ha conosciuto l‟ebbrezza del piacere: le feste folli, il foie gras, le prostitute... del piacere non gli interessava che l‟ebbrezza e non si curava del piacere stesso, divorato com‟era da un fuoco interiore. “Il magico studio della felicità, cui nessuno sfugge,” tratto da Arthur Rimbaud, La Felicità (ndt). Dopo il piacere ha conosciuto le marce attraverso le montagne del Marocco, ha scoperto l‟adorazione, ha tremato davanti a qualcosa che superava la sua disperazione. L‟unica possibilità che abbiamo di trovare la felicità è l‟adorazione. 
Quelli che adorano non sono necessariamente felici, un cupo orgoglio li può accecare ancora a lungo, ma hanno una possibilità  quelli che non adorano non ne hanno alcuna. Chi vuol salvare quaggiù la sua felicità la perderà, ma chi la perde a favore dell‟infinito la ritroverà e avrà il centuplo fin da quaggiù (queste sono le beatitudini), e riceverà la vita eterna, che è la Beatitudine. In questo tempo di disperazione e d‟indicibile miseria le beati- tudini sono la sola risposta a chi è infastidito davanti alla ricerca della felicità come se si trattasse di un‟indecenza. Le beatitudini sono la promessa folle, fatta ai “dannati della terra,” che sono in verità i beati, i soli beati, in questa valle di lacrime e di orrore. I miliardi di vittime che popolano il pianeta hanno una sola cosa da fare, o piuttosto da non fare: cancellare, con la libertà di una rivolta sempre possibile, la beatitudine inaudita che è loro offerta su un piatto d‟argento. Il vero problema incombe su coloro che non sono proprio vittime, e che hanno il tempo, il pericoloso tempo, di dedicarsi al “magico studio della felicità cui nessuno sfugge”... salvo precisamente quelli che piangono e sono perseguitati, quelli che hanno fame e sete, i poveri e i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace, che non hanno nient‟altro da fare che gemere senza perdere ogni speranza, perché il Regno dei Cieli appartiene a loro. Gli altri... ah! Gli altri, e cioè voi ed io, quelli che hanno la ricchezza del tempo, della cultura, di un minimo di salute, come so- no in pericolo! “È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel Regno dei Cieli.” Questi ricchi siamo noi, è la prima cosa da sapere e da dire in merito alla felicità. In altre parole, siamo partiti male. Per fortuna che si tratta di arrivare e non di partire: l‟operaio dell‟ultima ora riceve quanto quelli della prima, il Buon Ladrone si è salvato in extre mis, chi vuole camminare al seguito di Cristo deve calcolare la spesa, nel timore di partire bene, ma di non perseverare. Il magico studio della felicità, per i ricchi, è quello della rinuncia da cui i miserabili sono appunto dispensati. L‟amore chiede tutto, ma la misericordia pazienta con la situazione pietosa dei ricchi: il minimo bicchiere d‟acqua non resterà senza ricompensa, il più piccolo gesto gratuito porta già sulla strada del Cielo, anche se l‟amore che si accontenta di una goccia d‟acqua finisce sempre per divorare tutto. Ma la rinuncia più crudele richiesta ai ricchi è appunto quella della sicurezza promessa ai poveri. Ecco perché ho sempre detto che la prima cosa richiesta da Gesù Cristo ai ricchi che noi sia- mo, è il coraggio d‟aver paura: paura dell‟inferno, paura del Purgatorio, paura dell‟illusione, paura dell‟orgoglio, paura delle tene- bre, paura di ferire il cuore di Dio. Se questa paura diventa morbosa e ossessiva fino a generare il martirio degli scrupoli conosciuto da Teresa, allora smettiamo di colpo di essere ricchi, per diventare uno di quei poveri cui il Regno è promesso senza condizioni. Non abbiamo però il diritto di gettarci nella miseria e nella malattia: dobbiamo aver paura nella calma, direi anche gioiosamente, perché è la condizione della fiducia straordinaria cantata da Teresa e offerta da Maria fin dall‟inizio. Questa fiducia va più lontano, è più bella di quella dei poveri: è la fiducia dei ricchi che hanno paura della loro ricchezza, ma che si gettano nella misericordia, perché “ciò che è impos- sibile agli uomini è possibile a Dio,” e si rallegrano di cantarlo in un Alleluia eterno. Ben pochi, ahimè, accettano di aver paura in questo modo, nella calma e nella gioia. I più vogliono delle assicurazioni, vogliono essere tranquillizzati, vogliono il burro e i soldi del burro: la ricchezza dei sazi e la sicurezza dei poveri. Ebbene no, non si può avere tutto, il meglio e il peggio. La sicurezza dei poveri è meno bella, in fin dei conti, meno regale e meno esplosiva dell‟insicurezza tremante dei ricchi, che lavorano, gemendo, tutta la vita per divenire alla fine, a forza di lacrime, degli operai dell‟ultima ora, e che vogliono in questa corsa travolgente, folle, verso la Beatitudine, attraverso le beatitudini, raggiungere il Buon Ladrone, per sentire un giorno con lui: “Questa sera sarai con me in Paradiso.” Allora esplode in loro il Magnificat della Beata Vergine Maria: “Ha guardato l‟umiltà della sua serva.” Il Magnificat è un inno all‟umiltà, come c‟è un inno alla carità nella Prima lettera ai Corinzi, e un inno alla fede nella Lettera agli Ebrei l‟umiltà dei ricchi che hanno saputo trovare la porta stretta: L‟umiltà non è una saggezza, è una follia. Non è una debolezza, è una forza terribile. Non è una prostrazione, è una Resurrezione, la gioia del nulla che esplode nell‟infinito, la gioia del ribelle che si dissolve nella dolcezza di Dio. L‟umiltà non è una dolcezza, è una violenza, la più implacabile di tutte le violenze, capace di divorare quella dei potenti. Non è acqua, è fuoco: l‟umiltà, in fondo, è Dio... è anche il solo punto in comune fra la creatura e Dio. Queste verità sono fondamentalmente trinitarie: ogni Persona divina non è che Relazione all‟altra, la sua umiltà infinita dissolve implacabilmente quello che chiamiamo affermazione della nostra personalità. Ma è soprattutto necessario sperimentare queste verità come Dostoevskij, Teresa di Gesù Bambino, san Giovanni della Croce: “Così in basso, così in basso mi abbassai...” C‟è una violenza cattiva che si svilisce e si denigra, e che viene dal demonio: “Sono un essere ignobile, non valgo niente, sono una nullità, un fallito, sono un rifiuto, un essere immondo,” ecc. ecc. Altrettante formule demoniache che sono la caricatura dell‟umiltà. Ancor prima che in Dostoevskij, la formula dell‟umiltà l‟ho trovata inizialmente in un romanzo da quattro soldi: “Si vive veramente solo quando si prova un sentimento di dissolvimento, quando in apparenza non si è più se stessi, ma si è interamente versati in un altro essere.” Forse i romanzi rosa sono la scuola migliore: essi, infatti, raccontano la stupidità di amare, di vivere per un altro, nel modo delle prostitute che hanno cuore...Dimenticarsi non per virtù, ma per ebbrezza, perché si è assa- porata la droga dell‟amore: Gesù, Maria, Maria Maddalena, la lavanda dei piedi, Nazareth, le follie dei santi non fanno altro che renderla fruttuosa. Non c‟è un cammino per arrivarci: una persona possiede questa ebbrezza, oppure no. Ma se la possiede, più la possiede, più è sbigottita dall‟orrore di essere abitata in tal modo dall‟orgoglio, dalla durezza di cuore e dal demonio, persecutori instancabili di questa umiltà. Allora cominciano il combattimento spirituale, le strategie, la saggezza degli Antichi, i consigli della Chiesa, le tradizioni monastiche, l‟ascesi quotidiana, ecc. ecc. Al termine di questo periplo c‟è un oceano di lacrime, che è nello stesso tempo l‟Oceano di Dio. Ma all‟inizio bisogna piangere almeno una prima volta, come Zampanò alla fine de La Strada. Non conosco ricetta per giungere a questo punto: “Non è questione di sforzi né di correre, ma che Dio s‟intenerisca” (Rm 9, 16). Perché, come dice san Giovanni, in questo sta l‟amore: “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ci ha dato il suo Figlio” (1 Gv 4, 10). Dio dà a ciascuno la Beati- tudine anche prima che abbia potuto solo desiderarla o concepirla: non si sceglie di far parte dei perseguitati, di coloro che muoiono di fame e si ritrovano nel cuore delle beatitudini che portano alla Beatitudine. Non si sceglie di piangere: o si piange, o non si piange, con lacrime che, troppo umane forse in principio, diventano presto l‟inizio della beatitudine delle lacrime. Non si sceglie di essere miti, umili, ecc. Però si possono rifiutare tutti questi doni, si può rifiutare di essere perseguitati, di aver fame, di piangere, di essere miti: ci si può indurire. Il timore di questo potere terribile della libertà in- dusse Dostoevskij a creare un Grande Inquisitore, che vuole preservare gli uomini da una dignità così temibile, e propone insie- me a tutti i tiranni di farne degli alienati, di lobotomizzarli, di farne degli schiavi. È vero che questo dono regale ha qualcosa di terribile, perché Dio non rifiuta mai la grazia: siamo noi che, nove volte su dieci, rifiutiamo di accoglierla. C‟è motivo di aver paura e di aver voglia di diventare degli schiavi, di unirci ai porci soddisfatti per evitare i travagli dei Socrate tormentati. Ma Dostoevskij ignora il segreto suggerito da Teresa di Gesù Bambino: invece di respingere questa libertà che ci fa, a ragione, così paura, doniamola... gettiamola nell‟Oceano della Misericordia. E la Misericordia ci dirà (è la grande Rivelazione cristiana che non comprendiamo mai abbastanza): “Sì, tu mi respingi nove volte su dieci, e per questo piango lacrime di sangue, per questo muoio sulla Croce. Ma purché soltanto, purché almeno una sola volta, una sola piccola volta tu lasci parlare il tuo cuore! Un secondo di dolcezza, un secondo di disattenzione sfuggito alla prigione di questo cuore indurito in cui il demonio ti tiene rinchiuso... questo istante basterà alla mia misericordia per riversarsi in te e immergerti nella mia tenerezza! Un secondo di disattenzione, un secondo in cui il nostro orgoglio abbassa la guardia, in cui dimentica di indurirsi e tutto il Sangue di Cristo ci inghiottirà nella sua Gloria: chiediamolo senza tregua, questo secondo di disattenzione, per noi e per tutti gli altri, con la Chiesa e con Maria, “adesso e nell‟ora della nostra morte.”
Padre Marie Dominique Moliniè O.P