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domenica 9 aprile 2017

La Passione di nostro Signore Gesù Cristo - Commento al Vangelo di S. Matteo - vol. ° 3 - San Giovanni Crisostomo




Mt. 26, 51-66


Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio.
Allora Gesù gli disse: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada.
Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?
Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?".
In quello stesso momento Gesù disse alla folla: "Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti". Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono. Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione.
I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte; ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: "Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni". Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: "Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?".
Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio".
"Tu l'hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo". Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: "Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?". E quelli risposero: "È reo di morte!".

Chi è colui che mozza l’orecchio del servo? Giovanni dice che è Pietro . Il gesto infatti denota il fervore del suo temperamento. Ma ciò che vale la pena di indagare è per qual motivo i discepoli hanno delle spade. Che le portino con sé risulta non solo da questa circostanza, ma anche dalla risposta che precedentemente hanno data al Maestro che li interrogava: “Ci sono qui due spade”. Perché Cristo permette loro di portarne? Luca riferisce che, a un certo momento, Gesù chiede ai discepoli: “Quando vi mandai senza borsa, senza bisaccia, e senza calzari, vi è forse mancato qualcosa?”. “Niente” essi rispondono. Ed egli allora: “Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così pure una bisaccia; e chi non l’ha, venda il suo mantello e compri una spada”. E quando essi dicono: “Ci sono qui due spade”, egli risponde loro: “Basta”. Come mai, dunque, consente loro di avere delle spade? Perché i discepoli credano veramente che egli sarà preso. Perciò dice loro: “compri una spada”, non certo perché si armino - scacciate questo pensiero! – ma per dimostrare anche in tal modo la sua prossima cattura. E perché li esorta a prendere anche una borsa? Per insegnar loro che ormai dovranno essere attenti e vigilanti e usare personalmente grande accortezza e diligenza. All’inizio, infatti, essendo inesperti, il Maestro li ha sostenuti e confortati con la sua grande potenza; ma in seguito, facendoli uscire, come uccellini, dal nido, ha ordinato loro di servirsi delle proprie ali. Infine, perché non pensino che li abbandona per debolezza, esortandoli a fare anch’essi la loro parte, ricorda il passato dicendo: “Quando vi mandai senza borsa, vi è mancato forse qualcosa?”. Vuole insomma che i discepoli siano convinti in due modi della sua potenza: sia per il fatto che dapprima li ha sostenuti e confortati, sia perché ora li lascia gradualmente.


Ma, come mai sono là quelle spade? Gli apostoli vengono dalla mensa e dalla cena. È naturale quindi che là vi fossero anche delle spade per tagliare l’agnello. E siccome essi hanno sentito dire che alcuni verranno a catturare il Maestro, le prendono per portargli aiuto in caso di bisogno e per difenderlo. Ma tale decisione proviene esclusivamente da loro. Per questo Gesù rimprovera Pietro, quando usa la spada, e aggiunge al rimprovero una dura minaccia. Pietro, infatti, respinge con veemenza il servo che avanza; non certo per difendere sé, ma compiendo questo atto a favore del Maestro. Cristo tuttavia non tollera che il servo sia danneggiato da questa ferita e lo cura operando un grande miracolo, sufficiente a dimostrare da un lato la sua mitezza e la sua potenza e dall’altro l’amore e l’obbedienza dell’apostolo. Per amore Pietro ha sguainato la spada; per obbedienza la ripone nel fodero. Quando sente il Signore dirgli: “Rimetti la tua spada nel fodero”, egli obbedisce immediatamente e non ripete più il gesto. L’evangelista Luca riferisce che gli apostoli chiedono a Gesù: “Dobbiamo colpire di spada?”. Il Maestro, tuttavia, impedisce loro di farlo, guarisce il servo ferito e rimprovera l’apostolo Pietro, minacciandolo, perché obbedisca: “Perché tutti quelli che prendono la spada, moriranno di spada”, e aggiunge il motivo, dicendo: “Credi forse che io non possa pregare il Padre mio che mi darebbe più di dodici legioni di angeli? Come dunque si compirebbero le Scritture?”. Con tali parole smorza il furore degli apostoli, facendo vedere che le Scritture prevedono anche questo. Prima Gesù ha pregato perché essi sopportino con mitezza d’animo ciò che sta per accadere, sapendo che avviene per volontà di Dio, e ora conforta gli apostoli con queste due considerazioni, manifestando cioè il castigo che subiranno i suoi persecutori: “Tutti quelli che prendono la spada, periranno di spada”, e dimostrando che egli si sottomette volontariamente alla morte: “Posso pregare il Padre mio”. Ma perché non dice: Credete forse che io non possa sterminare tutti costoro? Gesù non si esprime così perché pensa che gli apostoli siano più disposti a credere alle altre parole, in quanto non hanno ancora un’idea adeguata della sua gloria. Poco prima infatti egli ha detto: “Triste è l’anima mia fino alla morte”, e: “Padre, passi da me questo calice”; inoltre si è lasciato vedere angosciato, mentre sudava sangue ed era confortato da un angelo. Avendo quindi dimostrato in molti modi la sua umanità, pensa che ora non sarebbe creduto se dicesse: Credete forse che io non possa sterminare i miei nemici? Perciò afferma: “Credi forse che io non possa” ora “pregare il Padre mio?”, e aggiunge umilmente: “mi darebbe più di dodici legioni di angeli”. Me, se un tempo un solo angelo sterminò centottantacinquemila uomini armati , occorrono forse dodici legioni di angeli contro un migliaio di uomini? Certamente no. Gesù qui adatta il suo parlare allo spavento e alla debolezza degli apostoli: erano infatti quasi morti dalla paura. Per questo pone loro davanti le Scritture dicendo: “Come dunque si adempirebbero le Scritture?”, e li intimorisce anche in tal modo. Se infatti questo è stabilito nelle Scritture, perché voi volete opporvi e far loro guerra?
E dopo aver rivolto agli apostoli queste parole, Gesù si rivolge ai suoi avversari dicendo: Siete venuti come contro un bandito, con spade e bastoni a prendermi. Ogni giorno ero seduto nel tempio a insegnare e non mi avete preso . Vedete quante cose compie Gesù, tali da poter cambiare il loro animo? Li getta a terra, guarisce l’orecchio del servo, minaccia che moriranno di spada: “Quelli che prendono la spada, periranno di spada”. Il fatto che cura l’orecchio del servo conferma le sue parole. Qui Gesù manifesta il suo potere con ogni mezzo, con ciò che compie sul momento, sia con la predizione sul futuro; mostra inoltre che non è opera delle loro forze il fatto che ora lo catturano. Ecco perché aggiunge: “Ogni giorno ero con voi e sedevo a insegnare e non mi avete arrestato”, facendo loro notare che per sua permissione ora lo prendono. Tralasciando di ricordare i miracoli, parla del suo insegnamento, per non sembrare vanaglorioso. Quando insegnavo – egli dice in altri termini – non mi avete preso, ma mi assalite ora che sono in silenzio; stavo nel tempio e nessuno mi mise le mani addosso, e ora, intempestivamente, nel mezzo della notte, mi assalite con spade e bastoni? Che bisogno c’era di queste armi per catturare uno che è sempre stato con voi? Con tali parole dimostra loro che, se non avesse voluto darsi spontaneamente, essi non avrebbero alcun potere su di lui. Quelli infatti che non avevano potuto trattenerlo quando era nelle loro mani e, avendolo in mezzo ad essi, non erano riusciti ad aver potere su di lui, neppure ora potrebbero catturarlo, se egli non volesse.
E subito dopo Gesù risolve la difficoltà che sorge dal fatto che ora egli vuole questo. Dichiara infatti: Ma tutto ciò è avvenuto affinché si adempiano le Scritture dei profeti . Vedete come sino all’ultima ora, e fin nel momento stesso d’esser catturato, il signore compie tutto in funzione di correggerli, guarendo, profetando, minacciando: “di spada periranno”; dimostrando che patisce volontariamente: “Ogni giorno ero con voi e sedevo a insegnare”; e dichiarando la sua consonanza con il Padre: “affinché si adempiano le Scritture dei profeti”. Perché – mi chiederete – non lo presero quando si trovava nel tempio? Perché nel tempio non avrebbero osato a motivo della folla. Perciò il Signore esce fuori, offrendo ai suoi avversari un’occasione favorevole quanto al luogo e quanto al tempo. E togliendo loro, fino all’ultimo istante, ogni pretesto per giustificarsi: chi si consegna ai propri avversari al fine di adempiere le Scritture dei profeti, come può insegnare cose contrarie?
Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono . Quando viene afferrato e trattenuto, gli apostoli rimangono; ma dopo che il Maestro ha rivolto quelle parole a quella schiera di gente, essi fuggono. Capiscono che oramai non esiste possibilità alcuna di rimedio, dal momento che Gesù si offre volontariamente ai suoi avversari e dichiara che tutto ciò accade secondo le Scritture.
Fuggiti gli apostoli, viene condotto da Caifa . Pietro, però, l’aveva seguito da lontano, ed entrò per vedere quale sarebbe stata la fine . Dobbiamo riconoscere che l’ardore di questo apostolo è davvero grande; vedendo gli altri disperdersi, non fugge, ma rimane ed entra nel palazzo del sommo sacerdote. Se anche Giovanni fa altrettanto, dobbiamo ricordare che egli era conosciuto dal sommo sacerdote . Ma per qual motivo Gesù è condotto nel luogo ove i sacerdoti sono riuniti? Per far tutto secondo la decisione dei gran sacerdoti. Caifa è sommo sacerdote dell’anno e tutti costoro si trattengono nel suo palazzo; così passano la notte in attesa di questo avvenimento. Non celebrano la Pasqua, ma vegliano attendendo Gesù. Giovanni, infatti, dopo aver detto che era mattino presto, aggiunge: “Non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua”. Che si deve dunque dire di ciò? Essi rimandano la celebrazione della Pasqua al giorno successivo e infrangono la legge per il furioso desiderio di questa uccisione. Cristo non ha rinviato la celebrazione della Pasqua, ma l’hanno rimandata questi uomini temerari, abituati a violare le leggi in mille modi, ardenti di furore contro Gesù perché, avendo tentato varie volte di ucciderlo, non vi sono riusciti. Ora che insperatamente l’hanno catturato, preferiscono rinviare la celebrazione pasquale pur di soddisfare la loro passione sanguinaria. A tale fine si riuniscono tutti insieme – sinedrio pestilenziale – e interrogano qualche testimonio, volendo dare a questa insidia l’apparenza di un giudizio. “Le testimonianze non erano concordi”, riferisce un evangelista, dato che quel tribunale era basato sulla finzione e così piena di tumulti e di confusione era l’assemblea.
Presentatisi dei falsi testimoni dichiarano: Costui ha detto: Io distruggerò questo tempio e in tre giorni lo riedificherò. È vero che Gesù aveva affermato “in tre giorni lo riedificherò”, ma non aveva detto: Io distruggerò, bensì “distruggerete”; e non si riferiva al tempio, ma al suo corpo.
Che fa ora il sommo sacerdote? Volendo indurre Gesù a difendersi per poterlo accusare attraverso la sua stessa risposta, si rivolge a lui dicendo: “Non senti che cosa questi depongono contro di te?”. Ma egli taceva : è inutile infatti ogni difesa, perché nessuno l’ascolta ed è solo un’apparenza di giudizio quello che si sta svolgendo ora; in realtà si tratta di un assalto di banditi che, riuniti in una spelonca, irrompono senza motivo su di una strada.
Per questo Gesù tace, mentre il sommo sacerdote insiste: «Ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo”. Gesù gli risponde: “Tu l’hai detto; anzi vi dico che d’ora in avanti voi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire sulle nubi”. Allora il sommo sacerdote si strappò le vesti dicendo: “Ha bestemmiato” . Col gesto di stracciarsi le vesti, il sommo sacerdote vuol aggravare la colpa di Gesù e confermare con questo atto le sue parole. Dato che la risposta di Cristo ha riempito di terrore i presenti., il sommo sacerdote si comporta ora come i giudei si comporteranno in seguito nel caso di Stefano, quando si tureranno le orecchie per non sentire le sue parole.
Ma qual è la bestemmia di cui parla il sommo sacerdote? In passato Cristo aveva detto alla loro presenza: “Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io non ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”, ed aveva interpretato quelle parole. I suoi avversari, allora, non avevano osato ribattere, ma avevano taciuto e da quel momento non l’avevano più contraddetto. Come mai ora definiscono “bestemmia” le sue parole? E perché Cristo dà loro tale risposta? Lo fa per togliere agli avversari ogni possibile scusante, e in tal modo insegna fino all’ultimo momento che egli è il Cristo, che siede alla destra del Padre e verrà di nuovo a giudicare tutta la terra: il che manifesta la sua perfetta conformità con il Padre.
Dopo aver strappato le sue vesti, il sommo sacerdote chiede a quelli: Che ve ne pare?  Non pronunzia personalmente la sentenza, ma richiede da quelli come se fosse basata su colpe confessate e sopra una bestemmia evidente. E poiché quelli sanno che se la cosa venisse sottoposta a un esame e a un accertamento rigorosi, Gesù sarebbe prosciolto da ogni colpa, sono essi a condannarlo e a prevenire i presenti, dicendo: Voi avete sentito la bestemmia , il che è poco meno che costringerli e forzarli a pronunziare la sentenza. Che cosa viene risposto allora? È reo di morte . In tal modo, presentandolo come uno già giudicato colpevole, indurranno Pilato a condannarlo definitivamente. Consci perfettamente di questo piano, i presenti rispondono: “È reo di morte”. Essi funzionano da accusatori, da giudici; essi pronunciano la sentenza e tramano tutto. Come mai, voi mi chiederete, non lo accusano di aver violato il sabato? Perché su quella questione Gesù li aveva tante volte ridotti al silenzio. Inoltre, essi mirano a coglierlo in fallo e a condannarlo, prendendo spunto da quanto egli dice nel momento stesso in cui lo giudicano. Dopo averli prevenuti, dopo aver ottenuto la loro sentenza e aver trascinato tutti all’indignazione col gesto di stracciarsi la veste, il sommo sacerdote conduce Gesù, come un reo confesso, da Pilato: così manda tutto ad effetto. Ma, dinanzi a Pilato, essi non dicono nulla di tutto questo. Che riferiscono allora? “Se non fosse un malfattore non te l’avremmo consegnato”. Tentano di farlo morire per reati pubblici. E perché non l’uccidono occultamente? Perché vogliono eliminare anche la sua fama. Dato che molti l’hanno udito parlare e l’ammirano grandemente, essi mettono in atto tutto il loro impegno per farlo uccidere pubblicamente e alla vista di tutti. Cristo d’altra parte non ostacola i loro piani, anzi si serve della loro malvagità per confermare la verità, in modo che la sua morte sia a tutti manifesta. Così accade il contrario di ciò che essi pretendono. Essi vogliono coprirlo d’infamia con quella morte, ma proprio per questo la sua gloria si fa più splendente. Essi hanno detto: “Uccidiamolo, affinché non vengano i romani e distruggano la nostra città e la nostra nazione”, e dopo averlo ucciso, ha luogo proprio la distruzione di Gerusalemme; e così ora, dopo essersi dati da fare in ogni modo per crocifiggerlo pubblicamente e così disonorarlo, avviene tutto il contrario. Che essi avessero il potere di dargli la morte, lo si può capire da ciò che dice Pilato: “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge”. Ma essi non vogliono, perché la sua morte appaia come quella di un nemico della legge civile, di un ambizioso di comando, di un sedizioso. Per questo motivo crocifiggeranno insieme a lui dei ladri, e diranno: “Non scrivere: Costui è re dei giudei, ma: Egli ha detto…”. Tutto ciò risulta invece a favore della verità, così da non lasciare ai giudei neppure un’ombra di difesa impudente. Ed ugualmente, quando Gesù verrà deposto nel sepolcro, i sigilli e le guardie faranno rifulgere ancor di più la verità; la stessa cosa può dirsi delle beffe, dei dileggi, degli insulti. Tale infatti è la falsità: si distrugge con gli stessi mezzi con cui prepara l’insidia; così capita, dunque, anche ai giudei. Costoro che credono di aver vinto, rimangono confusi, vengono sconfitti e si perdono; Gesù, al contrario, benché apparentemente sconfitto, è glorificato sopra tutti e riporta, con potenza, la vittoria.
Non cerchiamo di vincere sempre, Né sempre sfuggiamo alla sconfitta. Vi sono occasioni in cui la vittoria porta danno, mentre la sconfitta reca vantaggio. Nel caso di persone adirate, il vincitore sembra colui che ha offeso più spietatamente, mentre, in effetti, egli è sconfitto e assai danneggiato dalla sua terribile passione. Chi, invece, sopporta coraggiosamente l’offesa, costui riporta la vittoria e trionfa. Il primo non è stato capace di spegnere la sua passione, mentre il secondo elimina anche quella altrui. L’uno soccombe alla propria passione, l’altro vince anche la passione dell’avversario e non solo evita di bruciare egli stesso, ma spegne anche la fiamma dell’altro, fiamma che si leva assai alta. Se volesse guadagnare invece un’apparente vittoria, anch’egli subirebbe una sconfitta e infiammando il suo nemico finirebbe col rendere ancor più forte la sua passione; come donnicciole, che litigano vergognosamente e miserabilmente, si verrebbe sconfitti e prostrati dall’ira. Chi al contrario si comporta filosoficamente, libero da tale vergogna, innalza, proprio per questa magnifica sconfitta, uno splendido trofeo contro l’ira in se stesso e nel prossimo.
Non dobbiamo quindi desiderare di vincere sempre. Chi froda riporta una vittoria su chi è defraudato, ma si tratta di una pericolosa vittoria, che porta rovina al vincitore. Se l’offeso, apparentemente vinto, sopporta pazientemente l’offesa, è lui in realtà che riporta la corona. Ecco perché a volte è più glorioso essere vinti, e questo è il modo migliore di riportar vittoria. Se infatti uno froda, schiaffeggia, invidia un altro, in pratica il vittorioso è l’offeso che non risponde all’offesa. Ma perché vi parlo della frode e dell’invidia? Anche colui che viene portato al martirio è in realtà il vincitore quando è legato, flagellato, scorticato e ucciso. Ciò che nelle guerre costituisce sconfitta, presso di noi è vittoria. Noi non vinciamo mai facendo il male, bensì sopportando il male. In tal modo la vittoria diventa splendida quando noi, soffrendo, vinciamo coloro che ci fanno del male. Da ciò risulta che la vittoria è di Dio. La natura di questa vittoria è infatti totalmente diversa da quella del mondo; e ciò soprattutto è prova di forza. Come gli scogli marini, lasciandosi flagellare, infrangono le onde, così tutti i santi, vincendo questa pacifica vittoria, si sono resi celebri, hanno riportato corone ed hanno innalzato splendidi trofei. Non muoverti, non affaticarti – sembra dirti il Signore; - Dio ti ha dato la forza di vincere non combattendo, ma resistendo soltanto. Non metterti sulla linea di battaglia, e tu vincerai; non aggredire l’avversario, e la corona sarà tua. Sei migliore e assai più forte del tuo rivale. Perché vuoi disonorarti? Non dar modo al tuo avversario di dire che l’hai vinto aggredendolo, ma lascialo stupito e meravigliato della tua forza pacifica e consenti che dica a tutti che tu l’hai vinto senza combattere. In questo modo anche il beato Giuseppe fu lodato per aver sempre vinto i suoi nemici sopportando il male che gli veniva fatto. I suoi fratelli e la donna egiziana gli avevano teso insidie, ma egli le superò tutte. E non mi parlate del carcere ove egli fu rinchiuso, né della reggia dove quella viveva; ma mostratemi piuttosto chi fu il vincitore e chi il vinto, chi era afflitto e chi gioioso. La donna non solo non riuscì a vincere quell’uomo giusto, ma neppure a dominare la propria passione. Giuseppe invece vinse la donna e una passione violenta. Se vuoi, ascolta le sue stesse parole e vedrai di chi è la vittoria: “Ci hai condotto qui – essa dice – questo schiavo ebreo per insultarci!”. O donna sciagurata e miserabile! Non è stato Giuseppe a burlarsi di te, ma il diavolo dicendoti che si può spezzare il diamante. Non è stato tuo marito a condurti questo ragazzo per tenderti un tranello, ma è stato il demonio maligno a ispirarti questa impura passione. Che fa allora Giuseppe? Tace, e così viene condannato, come è ora di Gesù. Tutti gli avvenimenti del passato sono figura di questi. Ma – voi ribattete – Giuseppe finisce in prigione, mentre la donna vive nella reggia. E che importa? Giuseppe, anche in catene, splende di gloria più d’ogni altro campione incoronato, mentre la donna è coperta d’infamia, più di qualunque vile prigioniero, pur vivendo nelle stanze regali. E non giudichiamo soltanto da questo, dov’è la vittoria e la sconfitta, ma osserviamo anche i fatti successivi. Chi dei due riesce nel suo intento, il prigioniero o la regina? Il primo si è sforzato di conservare la sua castità; la seconda ha tentato di corromperla. Chi dei due ha ottenuto ciò che desiderava? Chi ha sopportato l’offesa o chi l’ha fatta? Evidentemente colui che ha subito l’ingiuria. Egli dunque ha riportato la vittoria.
Sapendo questo, cerchiamo anche noi di riportare quella vittoria che si ottiene soffrendo il male. Fuggiamo invece la vittoria che è frutto dell’ingiustizia e della malvagità. Così trascorreremo la vita presente senza alcuna inquietudine e con grande pace; e otterremo i beni futuri per la grazia e l’amore di Gesù Cristo, nostro Signore. A lui siano la gloria e il potere per i secoli dei secoli. Amen.