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domenica 8 maggio 2016

L’ASCENSIONE DEL SIGNORE – Omelia di don Fernando Maria Cornet



Non è possibile celebrare degnamente questo santo mistero dimenticando i misteri precedenti della vita di Cristo, poiché oggi arriva alla sua pienezza in gloria ciò che nell’incarnazione era umilmente cominciato. “Il mistero della nostra salvezza, dice San Leone Magno, che il Creatore dell’universo stimò degno del prezzo del suo sangue, si è adempiuto tutto, dal giorno della sua nascita terrena sino alla fine della sua passione, in un’atmosfera di umiltà. E per quanto nella sua natura di servo siano rifulsi anche i segni della sua divinità, l’attività propria di quel tempo fu tutta volta a dimostrare la verità della natura umana da lui assunta. Ma dopo la passione, spezzati i vincoli della morte che aveva dimostrato il suo potere raggiungendo quaggiù anche colui che non conosceva peccato, la debolezza si tramutò in forza, la mortalità in eternità, il disprezzo in gloria. Di tutto ciò il Signore Gesù Cristo diede molte prove manifeste e lo proclamò alla vista di molti, fino a quando trasportò anche in cielo il trionfo della vittoria da lui riportata sulla morte” (Sermo 74, 1).
Ritorna così al Padre chi non ha mai lasciato il Padre; ritorna in Cielo chi non ha mai lasciato il Cielo; ritorna vittorioso chi non è mai stato sconfitto; ritorna carico di gloria il Servo che sempre è stato Signore. Infatti, in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv 1, 1); quando il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1, 14), il Verbo non lasciò di essere ciò che era, Dio, ma cominciò a essere ciò che non era, Uomo. Chi era Uno con il Padre, volendo essere uno con noi, cominciò a essere come noi, simile in tutto a noi, escluso il peccato (Eb 4, 15). Prese su di sé le nostre debolezze, prese su di sé la nostra infermità, e assunse la condizione di servo... facendosi obbediente fino alla morte e morte di croce (Fil 2,7-8).


Perché la sua morte distrusse la nostra morte, e la sua umiliazione divenne gloria nostra, adesso la sua esaltazione genera in noi speranza di sicura salvezza. Non può dimenticare gli uomini per cui ha sofferto Colui che porta nel suo corpo risorto i segni della sua passione, né può disprezzare le sue pecore chi ha voluto diventare il loro Pastore. Se il Verbo si fece uomo, la sua Santissima Umanità richiama accanto a sé, al cospetto del Padre, tutti quanti rese simili a Lui. Chi divenne Capo della Chiesa non vuol restare senza Corpo nella Gloria. Portò con sé il Padre nella discesa (cfr. Gv 8, 29),perché il Figlio e il Padre sono una cosa sola (Gv 10, 30); adesso porta noi con sé nella sua ascesa, affinché dove sia Lui siamo anche noi (cfr. Gv 14,3). E promise d’inviare lo Spirito Santo; in questo modo Padre, Figlio e Spirito Santo saranno in mezzo a noie dentro di noi.
Non è lecito quindi pensare che ci abbia dimenticato Colui che ebbe pietà di noi quando eravamo peccatori (Rm 5, 6). Nemmeno potremmo pensare che ci abbia abbandonato Colui che promise Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28, 20). Perché dunque il Signore ascende mentre noi restiamo ancora qui? Cristo è asceso con la sua Umanità perché sappiamo che si può andare dal Padre, ascende con la nostra umanità perché crediamo che la Chiesa sarà assieme al suo Capo, perché riconosciamo che il mondo non è casa nostra, perché desideriamo i beni che sono eterni e non siamo più sottomessi alle cose mutabili e corruttibili.
Noi ci rallegriamo immensamente nell’ascensione di Cristo, perché giustamente è esaltato chi volontariamente si era umiliato, perché risplende di gloria il corpo che conobbe l’amarezza della morte senza aver conosciuto la colpa, perché comincia a intercedere per noi presso il Padre con la forza del suo Sangue e offre d’ora in poi se stesso come vittima di espiazione per i mostri peccati, e non soltanto per i mostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (I Gv 2,2), poiché se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto (I Gv 2, 1). Gioiamo per la gloria di Cristo, gioiamo nella gloria con Cristo, gioiamo perché glorificato il Figlio con quella gloria che aveva presso il Padre prima che il mondo fosse (cfr. Gv 17,5), per la sua gran misericordia anche noi possiamo un giorno partecipare della sua gloriosa immortalità.
Esultiamo dunque, carissimi, dice San Leone Magno, di letizia spirituale e, godendo nel degno ringraziamento a Dio, eleviamo gli occhi dell’anima a quella altezza in cui si trova Cristo. Le brame terrene non deprimano gli animi chiamati lassù; le realtà mortali non riempiano i cuori eletti ai beni eterni; le voluttà fallaci non attardino le menti entrate ormai nella via della verità. Tutte queste realtà temporali trascorrano per i fedeli in modo che essi sappiano di essere pellegrini in questa valle terrena; e se in essa qualcosa sembra allettare, non la si abbracci peccaminosamente, ma si passi oltre con fortezza” (Sermo 74, 5).

Tratto dal libro " Meditazioni sui misteri " di don Fernando Maria Cornet