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martedì 4 ottobre 2016

LA GOLA - Tratto da “ I 7 vizi capitali “ di Dag Tessore


LA GOLA
La gola è il rapporto irrazionale con il cibo. È golosità. È voracità. È bisogno di mettere sempre qualcosa in bocca. «La gola è illusione degli occhi».(1) dinanzi alle pietanze.
Innanzi tutto è fondamentale prendere atto che la gola è un vizio, cioè una passione. Come il fumo, così la voracità crea assuefazione. Ci rende dipendenti dai gusti, dai capricci, da un irrazionale anelito a mangiare continuamente. I gusti poi, che crediamo tanto “nostri”, sono in genere il frutto dei condizionamenti dell'abitudine, delle mode, della pubblicità, o anche delle sostanze quasi narcotiche (per es. il glutammato) presenti in molti alimenti industriali. Chiediamoci: “Sono capace di mangiare cibi che non mi piacciono o di rinunciare a quelli che amo o di non mangiare per cinque ore o per un giorno (tutte cose che non danneggiano la salute, ma anzi la beneficano)?”. Se non ci riesco, significa che non sono padrone di me, ma che la gola mi rende dipendente.
La golosità è dunque un fattore esterno a me, un “demone”, un vizio.
Lo vedo, se mi metto in osservazione di me stesso. Dopo un pranzo abbondante cammino per strada e passo di fronte a una pasticceria. In vetrina vedo dolci alla crema e altre prelibatezze. Mi fermo e mi guardo dentro: subito vedo all’opera il meccanismo che agisce in me. Non avevo fame, eppure l’inveterata abitudine mentale ad assecondare sempre la gola mi porta a reagire in maniera automatica alle stimolazioni esterne. Mentre passavo dinanzi alla vetrina, forse pensavo a tutt'altro, ma in me, senza che me ne accorgessi, ha agito un meccanismo psicofísico, il quale, proprio in virtù del suo ripetersi ogni giorno a mia insaputa, si consolida sempre più.
Se però affino l’occhio della consapevolezza, imparo a scovare questa “abitudine” ogni volta che comincia ad operare in me. Quando compro degli alimenti o quando mi accingo a mangiare, mi chiedo: “Sto agendo per golosità o voracità o abitudine?”. Se mi accorgo di sì, ne prendo coscienza, e così, piano piano, questo roditore segreto che è il vizio della gola si troverà sempre una luce puntata addosso e quindi, anche se continuerà ad agire in me, non sarà però più a mia insaputa. In tal modo verrà a mancare il fattore essenziale che costituisce la passione e il vizio: il costruirsi di un’abitudine automatica e inconsapevole.


Ho fatto il primo passo: non ho ancora liberato il pollaio dagli assalti della faina, ma ho preso atto della sua esistenza, ne studio i movimenti e le tattiche, vedo da dove arriva e la osservo mentre si introduce attraverso il buco della rete. La gola, come ogni vizio, danneggia l'uomo. È risaputo quanto faccia male alla salute una scorretta alimentazione: mangiare troppo e troppo spesso, mangiare cibi grassi, zuccherati, manipolati industrialmente e con aggiunte di ogni genere di conservanti, coloranti, dolcificanti artificiali, nonché mangiare troppa carne e bere alcolici. E la causa di questa cattiva nutrizione è appunto la golosità, a sua volta provocata dalla pessima «tirannia dell'abitudine» (2) (l'educazione ricevuta e il forte condizionamento delle consuetudini sociali), dalla pubblicità che cerca di vendere i suoi prodotti a qualunque costo, dall’assuefazione e dalla mancanza di lucidità mentale prodotte dall'eccesso stesso di cibo, specialmente di cibi pesanti. «Non è solamente l’eccesso del vino che inebria la mente, ma anche l'eccedenza in tutte le vivande la rende vacillante e instabile e la priva della capacità di una contemplazione completa e pura»”(3). Come ogni “demone”, la gola è ingannevole e si presenta in maniera piacevole e innocua.
La gola ci asservisce perché ci offre una sensazione di piacere. Ma anche qui basterebbe aguzzare la vista e osservare quale sia veramente il piacere che ci dà: rapido, effimero, non esente da fastidi e che dopo poco si trasforma in senso di pesantezza, nausea, stanchezza, fatica, dolori di digestione, gonfiore (cf. Sir 31, 20; 37, 30-31). Non bisogna però lasciarsi ingannare dal semplice concetto di salute. I vizi — come abbiamo visto – sono atteggiamenti passionali, indipendentemente dall’oggetto a cui si dirigono. Chỉ mangia solo crusca, yogurt, piadine di soia e altri cibi biologici e sani, può essere schiavo della gola come chi mangia salsicce e paste alla crema, anche se quasi sempre il “demone” della gola preferisce i cibi meno sani. I vizi si travestono. Uno crede di aver vinto la gola, ma la passione in lui rimane e si manifesta in altre forme meno appariscenti: ha sempre una gomma in bocca, beve continuamente caffè, non smette di succhiare caramelle, fuma. Tutti questi — lo ripetiamo — non sono “peccati”, quanto piuttosto probabili sintomi di uma “malattia”. I vizi si danno il cambio. Uno non è goloso né vorace, ma in compenso è libertino, iracondo, attaccato al denaro, arrogante. In lui la passione, che è la sostanza del vizio, è ben lontana dall’essere spenta, anche se egli appare irreprensibile nel regime aliÎmentare.
I vizi cercano pretesti ragionevoli per non essere censurati dalla coscienza: «Oggi devi cucinare carne e manicaretti, perché ci sono ospiti», «Domani bisogna comprare dei dolci, perché ci sono i bambini»... È certamente giusto accogliere al meglio gli ospiti, ma se con ciò rinforzo in me il potere del vizio, vale la pena? A questa obiezione, dunque, che ci pone la scelta tra due beni (la carità dell’ospitalità e la lotta contro la passione), bisogna rispondere: si può essere ospitali anche con cibi parchi e una parola gentile.
Inoltre, i vizi capitali si chiamano così perché producono altri vizi. L’assuefazione alla golosità e alla voracità comporta grandi spese e quindi può condurre all’avidità di denaro, all’insensibilità verso i poveri e all’inaridimento nel fare l’elemosina; può creare curiosità verso nuovi prodotti, dipendenza dalla pubblicità e consumismo; può far perdere tempo che si potrebbe dedicare ad attività più utili; può impedire alla mente di essere lucida e concentrata, allontanandoci così anche dalla preghiera e dalle sane letture; l'eccesso di cibo può surriscaldare la lussuria; ci rende meno padroni di noi stessi e quindi incapaci di dominarci anche in altre situazioni (la tentazione di adulterio, di vendetta, di frode...).
La gola si può dunque considerare un danno sia personale che sociale. Preso atto di tutto ciò, decido di combattere in me la gola. Ma è chiaro che «non è possibile vincere tutt’a un tratto una o più passioni, come non è possibile di fatto guarire in un attimo da una lunga malattia» (4). Di un peccato commesso, è sufficiente, in un certo senso, pentirsi con sincerità di fronte a Dio e il peccato non esiste più; ma con i vizi non è così. Occorre un lungo e faticoso lavoro. La prima arma, ovvero la prima medicina, è l’ascesi, che vuol dire allenamento alla rinuncia. Come un tossicodipendente in terapia, comincio con l'astenermi dall'oggetto del vizio. La tradizione cristiana ha elaborato a questo proposito numerose pratiche: astenersi completamente da ogni cibo per un certo lasso di tempo (sei ore, un giorno, tre giorni...); mangiare solo a ore stabilite; astenersi dagli alimenti pesanti e poco sani (specialmente carne, grassi, fritti, dolciumi); imporsi come disciplina di evitare certi cibi particolari (per esempio non mangiare carne, latte e uova durante la Quaresima); vincere la golosità astenendosi volutamente da una pietanza che piace molto o viceversa scegliendo volontariamente una che non piace; Smettere di mangiare prima di aver raggiunto la completa sazietà.
Queste forme di rinuncia hanno trovato una sistemazione organica nell'antica disciplina ecclesiastica del digiuno . Anche se quest’ultima non è oggi più normativa nella Chiesa cattolica, rimane tuttavia molto consigliabile seguirla o, per lo meno, praticare queste varie forme di rinuncia di propria iniziativa. In tal modo infatti si ottengono tre importanti risultati: recido le cattive conseguenze concrete della gola (il consumismo, la perdita di tempo, i danni alla salute); comincio a liberarmi dalla dipendenza meccanica dal vizio; disintossico non solo il corpo, ma anche la mente. I vizi sono come piante: se si vuole che non crescano fino a diventare alberi robusti, bisogna smettere di innaffiarle. Innaffio la pianta della gola ogni volta che mi reco in luoghi dove essa viene stuzzicata visivamente od olfattivamente; ogni volta che guardo o ascolto una pubblicità, rendendomi così permeabile ai suoi sofisticati metodi di persuasione subliminale; disponendo di denaro, che rende la tentazione più seducente e irresistibile, in quanto ce la presenta come immediatamente realizzabile. Bisogna dunque cominciare a non dare più acqua al vizio, evitando ciò che lo alimenta. La gola è la deformazione viziosa di un istinto naturale, e in quanto tale buono. Bisogna quindi riportare l’alimentazione alla sua modalità e al suo scopo naturali: mangiare per vivere, cioè per fornire al corpo gli elementi vitali di cui ha bisogno per muoversi e mantenersi in salute (carboidrati, vitamine, proteine, ecc.).
Mangiare in conformità non a gusti indotti, ma alle finalità naturali del corpo, non è una penosa mortificazione, ma ci fa anzi riscoprire il sano piacere del cibo: il sapore gustoso della verdura e della frutta così come è in natura, il piacere di uno stomaco leggero, la gioia di poter mangiare serenamente tutto ciò che ci viene offerto, senza dover soggiacere ai dettami capricciosi dei nostri gusti. Quando poi si scoprono i tanti altri piaceri sani della vita, come leggere libri spirituali, pregare, fare gesti gentili verso il prossimo, guardare con amore un bambino o passeggiare silenziosamente nei boschi, le seduzioni artificiali con cui ci accattivava un tempo la gola ci appariranno in tutta la loro banalità.
Come in ogni cosa, però, ci vuole discrezione e oculatezza. È facile, presi dall’entusiasmo, lanciarsi in eroiche mortificazioni della gola, ritrovandosi poi schiavi della superbia (sotto forma di orgoglio per la propria ascesi, di disprezzo per gli altri, di rigorismo fanatico), oppure finendo con il cadere ancor più in balia della voracità dopo aver esaurito quell’effimero e instabile slancio ascetico iniziale. Come chi vuole guarire da una malattia non può intraprendere la terapia di testa propria, così anche il cristiano deve attenersi alle regole della medicina (le direttive contenute nei libri ascetici dei Padri) e affidarsi a un medico esperto (un padre spirituale).

1 Giovanni Climaco, La scala del paradiso, XIV (93).
2 Ibid., XXVI, Append. (169).
3 Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, V, 6.
4 Giovanni Climaco, La scala del paradiso, Recapitulatio (175).

Tratto dal libro “ I 7 vizi capitali “ di Dag Tessore