Nancy,
27 giugno 1994
Miei cari Amici,
un
professore di teologia di un’università romana mi ha suggerito di
farvi conoscere un documento piuttosto singolare.
È
un testo che ha ricevuto l’imprimatur
del vicario generale di Roma ed è stato dichiarato conforme alla
“sana teologia e al Vangelo.” La Gerarchia non può farsi garante
della sua origine, e nemmeno io posso farlo. Tuttavia, il professore
di teologia sostiene che in ogni caso non può essere stato scritto
che sotto una illuminazione profetica e con l’assistenza dello
Spirito Santo.
In seguito, questo testo che era stato pubblicato anche nella diocesi di Bayeux con l’imprimatur del Vicario generale nel 1964, accompagnato da una prefazione di Mons. L. Cristiani, è stato ripreso da padre Jean-Marc Bot nel suo libro Osons reparler de l’enfer, pubblicato nel 2002 per le Éditions de l’Emmanuel, con l’imprimatur del Vicario generale della diocesi di Versailles (ndt).
Sotto questo punto di vista si può affermare che questo documento viene dall’aldilà. Quale aldilà? Ognuno giudichi liberamente: è una questione importante, ma non la più importante. La
questione
più importante riguarda l’assistenza dello Spirito Santo che, come
ho già detto, qui sembra certa.
Vi
trasmetto il testo così com’è, senza commento. Sono responsabile
della traduzione: ho modificato leggermente lo stile, in nessun modo
la dottrina. Io per primo mi sono sorpreso della coincidenza fra
questa dottrina e la teologia tomista, le intuizioni di Teresa di
Gesù Bambino... e le mie.
In
una lettera successiva risponderò alle vostre domande su questo
documento, se avranno il dono di ispirarmi una risposta giusta.
Giunga
a tutti la mia fraterna benedizione,
Fr.
M.D. Molinié, o.p.
UNA LETTERA DALL’ALTRO MONDO
IMPRIMATUR
E
Vicariatu Urbi, die 9-IV-1952
Aloisius
Traglia
Archiep.
us Caesarien. Vicesgerens
Ex
parte Ordinis nihil obstat quominus imprimatur.
Romae,
2 nov. 1952
Fr.
Benignus a S. Ilario M.
Min.
Gen. O. F. M. Cap.
Fra le carte di una giovane, morta in un convento, è stato trovato il seguente manoscritto. Esaminato e munito dell’imprimatur, lo si dichiara conforme alla sana Teologia e al Vangelo.
Avevo un’amica. Ci frequentavamo a ***, dove lavoravamo una di fianco all’altra nella stessa ditta.
Poi
Annette si sposò e non la vidi più.
Nell’autunno
del 1937 ero in vacanza sul lago di Garda. Mia madre mi scrisse verso
la fine della seconda settimana di settembre: “Pensa! Annette N. è
morta! È stato un incidente automobilistico. L’hanno sepolta ieri
nel Waldfriedhof
[cimitero del bosco].
Questa
notizia mi spaventò. Sapevo che Annette non era mai stata molto
cristiana. Era pronta a comparire davanti a Dio che la chiamava così
all’improvviso?
Il
mattino dopo, nella cappella delle suore che mi ospitavano, assistei
alla Messa per lei, pregai con fervore per la pace della sua anima e
mi comunicai con quella intenzione.
Per
tutto il giorno provai un certo malessere che aumentò nel corso
della serata.
Dormii
un sonno agitato finché non fui svegliata come da un violento
bussare alla porta.
Accesi
la luce. L’orologio sul comodino segnava mezzanotte e dieci. Non
vidi nessuno. Nella casa non si sentiva alcun rumore. Solo le onde
del lago si frangevano monotone contro il muro di riva del giardino.
Non c’era un alito di vento.
Ero
incerta se alzarmi o no, ma poi mi dissi decisa: “Sono solo
fantasie, la mia immaginazione è turbata da quella morte.” Mi
voltai dall’altra parte, recitai qualche Pater per le anime del
Purgatorio e mi riaddormentai. E feci un sogno.
In
questo sogno mi alzavo verso le sei del mattino per scendere in
cappella.
Nell’aprire
la porta della mia camera inciampai su un fascio di fogli sparsi. Li
raccolsi e riconobbi la scrittura di Annette. Mi sfuggì un grido.
Tutta tremante, tenevo i fogli in mano. Mi sentivo incapace di dire
un “Pater,” ero presa alla gola e mi sentivo soffocare. Corsi
fuori, sistemandomi i capelli come potevo,
misi
la lettera nella borsetta e lasciai la casa. Presi il sentiero che
partendo dalla strada principale
(la
famosa “Gardesana”), si inerpica tra gli ulivi, i parchi delle
ville e i cespugli di alloro.
Il
mattino sorgeva luminoso. Di solito, ogni cento passi, mi fermavo
estatica davanti alla magnifica vista del lago e dell’isola di
Garda, bella come una favola. L’azzurro profondo dell’acqua mi
rianimava. Contemplavo piena di meraviglia il grigio monte Baldo che,
dall’altra parte del lago, si eleva lentamente da 64 metri fino
oltre i 2.200 sul livello del mare.
Quella
volta, invece, non concessi nemmeno uno sguardo a tutto questo. Dopo
un quarto d’ora di cammino, mi lasciai cadere meccanicamente su una
panca posta tra due cipressi, proprio là dove il giorno prima avevo
letto con tanto piacere la Jungfer
There-se
di Federer.
Presi
la lettera.
Riporto
qui questo scritto dall’altro mondo, parola per parola, così come
l’ho letto.
“Clara,
non pregare per me! Sono dannata. Se te lo faccio sapere e te ne
parlo a lungo, non credere che sia per amicizia. Qui non amiamo
nessuno. Lo faccio contro la mia volontà, in quanto “parte di
quella potenza che vuole sempre il Male e opera il Bene.”
In
realtà vorrei vedere anche te finire in questo stato, dove io ho
ormai gettato l’ancora per sempre.
Non
dispiacerti di questo desiderio. Qui la pensiamo tutti allo stesso
modo. La nostra volontà è pietrificata nel male – precisamente
quello che voi chiamate “il male.” Anche quando facciamo
qualcosa di “buono,” come faccio io adesso aprendoti gli occhi
sull’inferno, l’intenzione non è mai buona.
Ti
ricordi ancora che ci siamo conosciute quattro anni fa a ***? Tu
avevi 23 anni ed eri già lì da sei mesi quando arrivai. Mi hai
tolto da qualche impiccio; ero una principiante e tu mi desti dei
“buoni” consigli. Ma cosa vuol dire “buono”?
Allora
io ammiravo il tuo “amore per il prossimo.” Ridicolo! Il tuo
aiuto era pura vanità, cosa che d’altra parte già sospettavo. Qui
non riconosciamo niente di buono. In nessuno.
Il
tempo della mia giovinezza lo conosci. Colmo qui alcune lacune. Non
sono stata “desiderata,” e non avrei neanche dovuto esistere:
sono stata “un incidente.” Le mie due sorelle avevano 14 e 15
anni quando vidi la luce.
Se
almeno non fossi mai esistita! Se potessi ora annientarmi, sfuggire a
questi tormenti! Nessuna voluttà potrebbe eguagliare quella con cui
lascerei la mia esistenza, come un vestito di cenere che si perde nel
nulla.
Ma
io devo esistere. Devo esistere come mi sono fatta io stessa: con
un’esistenza sciupata.
Quando
papà e mamma, ancora giovani, si trasferirono dalla campagna in
città, ormai non frequentavano più la Chiesa. Tanto meglio.
Frequentavano solo persone estranee alla Chiesa. Si erano conosciuti
a una serata danzante e sei mesi dopo “dovettero” sposarsi.
Nella
cerimonia nuziale ricevettero tanta acqua benedetta che la mamma si
mise ad andare a Messa due volte all’anno. Ma non mi ha mai
insegnato a pregare veramente: anche se non versavamo in cattive
condizioni economiche, viveva immersa nelle preoccupazioni della
vita quotidiana.
Le
parole pregare, messa, acqua benedetta, chiesa, le scrivo con una
ripugnanza interiore senza pari. Ho orrore di tutto questo, come ho
orrore di tutti quelli che vanno in chiesa e in generale di tutti
gli uomini e di tutti gli esseri. Tutto ci tormenta. Ogni conoscenza
ricevuta in punto di morte, ogni ricordo di cose vissute o
conosciute è per noi un fuoco divorante.
E
tutti i nostri ricordi manifestano la grazia che abbiamo
disprezzato. Che tormento! Noi non mangiamo, non dormiamo, non
camminiamo materialmente. Spiritualmente incatenati, guardiamo
inebetiti “con pianto e stridore di denti” la vita che abbiamo
sprecato: pieni di odio e nel tormento!
Capisci?
Qui beviamo l’odio come acqua. Anche tra di noi.
Ma
più di ogni altra cosa noi odiamo Dio.
Su
questo ti devo dei chiarimenti.
I
beati in Cielo non possono che amarlo, perché lo vedono senza velo,
nella sua abbagliante bellezza. Questo li beatifica in un modo che è
impossibile descrivere. Noi lo sappiamo bene e questo ci rende folli.
Sulla
terra chi conosce Dio alla luce della natura e della Rivelazione può
mettersi ad amarlo, ma non è costretto. Il credente (lo scrivo
digrignando i denti) che medita e contempla Gesù Cristo in Croce,
con le braccia distese sulla Croce, finirà per amarlo.
Ma
colui che un giorno Lo rigettò (e il nostro caso è questo), non può
che odiare Dio quando Egli si presenta soltanto nell’uragano, come
giusto vendicatore. E lo odia con tutta la violenza
della sua volontà malvagia. Eternamente. In virtù della sua libera
decisione di essere separato da Dio: decisione nella quale, morendo,
abbiamo reso l’anima e che neppure ora rinneghiamo; né avremo mai
intenzione di rinnegare.
Capisci
ora perché l’inferno è eterno? Perché la nostra ostinazione è
irrevocabile.
Mio
malgrado devo aggiungere che Dio è misericordioso anche con noi.
Dico “mio malgrado” perché, anche se scrivo volontariamente
questa lettera, non mi è però permesso di mentire, come invece
vorrei. Scrivo molte cose contro la mia volontà. Devo soffocare
anche il furore delle ingiurie che vorrei vomitare.
Dio
è stato misericordioso non permettendo che nella nostra vita terrena
giungessimo fino al fondo della nostra volontà malvagia, come
saremmo stati disposti a fare. Questo avrebbe aumentato le nostre
colpe e le nostre pene, ma Lui ci fa morire prima del tempo, come è
capitato a me, o fa intervenire altre circostanze che mitigano la
pena.
Ora
si mostra misericordioso non obbligandoci ad accostarci a Lui più di
quanto già non lo siamo in questo luogo infernale e lontano. Questo
attenua i nostri tormenti: ogni passo che mi avvicinasse di più a
Dio causerebbe in me una sofferenza più grande che se mi
avvicinassi a un braciere.
Tu
ti spaventasti un giorno quando, durante una passeggiata, ti riferii
le parole di mio padre nell’imminenza della mia prima Comunione:
“Mia piccola Annette, cerca di farti regalare un bel vestito,
tutto il resto è un bluff e un’impostura.” Di fronte alla tua
reazione impaurita mi sono quasi vergognata. Ora ne rido.
L’unica
cosa ragionevole in quell’impostura
era
di non ammettere i bambini alla comunione prima dei dodici anni. Io
allora avevo già preso gusto al veleno dei divertimenti mondani,
mettevo da
parte senza troppi scrupoli le cose religiose e non davo molta
importanza alla prima Comunione.
Che
tanti bambini facciano oggi la prima comunione a sette anni ci
riempie di furore. Facciamo di tutto per far credere alla gente che i
bambini non abbiano ancora una conoscenza sufficiente. Il nostro
scopo è che commettano prima qualche peccato mortale. Allora quella
bianca particola non produce più in loro così gran danno come
quando i loro cuori vivono ancora nella fede, nella speranza e nella
carità (puah! Queste cose!) ricevute nel battesimo. Ti ricordi che
avevo già sostenuto sulla terra la stessa tesi?
Ho
menzionato mio padre. Litigava spesso con mia mamma. Te nei parlai
molto raramente perché mi vergognavo. Che cosa ridicola vergognarsi
del male! Qui per noi è tutto uguale.
I
miei genitori dormivano in camere separate; io dormivo con la mamma,
mio padre nella camera accanto, dove poteva rientrare liberamente
all’ora che voleva. Beveva molto e scialacquava il patrimonio. Le
mie sorelle lavoravano come impiegate ma dicevano di aver bisogno
dei soldi che guadagnavano, e così anche mia madre dovette mettersi
a lavorare per guadagnarsi da vivere.
Nel
suo ultimo anno di vita mio padre picchiava spesso mia mamma, quando
si rifiutava di dargli denaro. Con me, invece, fu sempre affettuoso.
Un giorno (te lo raccontai e tu fosti urtata dal mio capriccio... da
cosa non sei stata urtata a mio riguardo?), dovette riportare al
negozio, due volte di seguito, delle scarpe che avevano una forma e
dei tacchi poco moderni per i miei gusti. La notte in cui mio padre
ebbe un colpo apoplettico successe qualcosa che non sono mai
riuscita a confidarti per paura della tua reazione. Ora la devi
sapere.
È
importante, perché per la prima volta fui assalita dallo spirito
che attualmente mi tormenta.
Ero
nella camera di mia madre, che dormiva profondamente. Tutto a un
tratto mi sentii chiamare per nome. Una voce sconosciuta mi disse:
“Cosa succederà se tuo padre muore?”
Io
non gli volevo più bene da quando maltrattava mia madre; del resto
non amavo già più nessuno, ero solo attaccata a certe persone che
si mostravano benevole nei miei confronti. L’amore gratuito, che
non si aspetta ricompense sulla terra, non c’è che nelle anime in
stato di grazia. E io non ero in stato di grazia.
Senza
chiedermi da dove potesse venire risposi a quella domanda
imprevista: “Non morirà!” Dopo qualche istante di silenzio di
nuovo intesi chiaramente la stessa domanda. “Ma non morirà!” mi
uscì ancora di bocca bruscamente.
Per
la terza volta mi fu chiesto: “Cosa succederà se tuo padre muore?”
Rividi mio padre che spesso rientrava ubriaco: faceva un gran
baccano, maltrattava mia madre e ci faceva fare brutta figura davanti
agli altri. Di colpo gridai furiosa: “Ben gli sta!”
Allora
tutto tacque.
Il
mattino dopo mia madre voleva andare in camera sua a far le pulizie,
ma trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno la sfondarono.
Mio padre, mezzo nudo, giaceva morto sul letto. Doveva avere avuto un
malore mentre andava a prendere della birra in cantina. Era malato da
tempo.
(Così
Dio avrebbe legato alla preghiera della figlia, verso cui quest’uomo
in un certo senso era stato buono, un’ultima occasione di
convertirsi?)
Tu
e Marthe K. mi avete spinto a entrare nell’Associazione
delle Giovani.
I giochi erano divertenti. Come sai ebbi subito un ruolo di
animatrice: ero dotata per questo. Anche le gite mi piacevano.
Qualche volta mi lasciai anche trascinare a confessarmi e a comunicarmi.
A dire il vero non trovavo niente da confessare. I miei pensieri e le
mie parole non avevano per me nessuna importanza. Quanto ai peccati
più gravi, non ero ancora abbastanza corrotta per commetterli.
Un
giorno mi desti un avvertimento: “Annette, se non preghi di più,
ti perderai!” In effetti non pregavo molto, e solamente con
ripugnanza. Oggi so che purtroppo avevi ragione. Tutti quelli che
ardono all’inferno non hanno mai pregato, o non abbastanza. La
preghiera è il primo passo verso Dio, quello decisivo. Specialmente
la preghiera alla Madre di Cristo, il cui nome qui non viene mai
pronunciato. La devozione verso di Lei strappa al demonio
innumerevoli anime, che il peccato gli avrebbe immancabilmente
consegnato.
Continuo
questo racconto schiumando di collera, e sotto costrizione. Pregare
è la cosa più facile che l’uomo possa fare. Ed è proprio a
questa cosa molto facile che Dio ha legato la salvezza di ognuno. A
chi prega con perseveranza dà poco a poco tanta Luce, lo fortifica
in modo tale che alla fine anche il peccatore più impantanato può
rialzarsi definitivamente, anche se è immerso nel fango fino al
collo.
Negli
ultimi anni della mia vita non ho pregato come avrei dovuto, e mi
sono così privata delle grazie senza le quali nessuno si può
salvare.
Qui
non riceviamo più nessuna grazia. E anche se Dio ce l’offrisse, la
rifiuteremmo con cinismo. Tutte le fluttuazioni dell’esistenza
terrena qui hanno termine. Da voi sulla terra si può passare dallo
stato di peccato allo stato di grazia e poi ricadere nel peccato.
Spesso per debolezza, talora per malizia.
Con
la morte tutte queste vicissitudini finiscono, perché esse sono
radicate nell’imperfezione della libertà umana. Ormai abbiamo
raggiunto il termine.
Con
il passare degli anni i cambiamenti si fanno sempre più rari. È
vero che fino alla morte ci si può sempre orientare verso Dio, o
voltargli le spalle. Ma nell’ora del trapasso, come trascinati
dalla corrente – e con la poca volontà che resta – si segue la
piega presa durante la vita. L’atteggiamento buono o cattivo
diventa una seconda natura che ci porta con sé.
È
quello che capitò anche a me. Da anni vivevo lontano da Dio. Per
questo motivo, all’ultimo richiamo della Grazia, io mi schierai
contro di Lui.
Non
sono stati dei peccati abituali ad essermi fatali, ma l’aver
respinto la grazia della conversione. Tu mi hai più volte esortato
ad ascoltare delle prediche e a leggere libri di pietà. “Non ho
tempo” era immancabilmente la mia risposta. Non serviva altro per
alimentare i miei dubbi profondi !
Del
resto devo constatare che poco prima della mia uscita
dall’Associazione
delle Giovani,
le cose erano arrivate ad un punto per cui mi sarebbe stato
estremamente difficile cambiare strada. Mi sentivo insicura e
infelice ma si levava un muro tra me e la conversione.
Non
sembra che tu te ne sia accorta. Trovavi tutto questo così semplice
il giorno in cui mi hai detto: “Ma insomma fa’ una buona
confessione e tutto si sistemerà!” Sentivo che era vero, che una
buona confessione mi avrebbe liberato, ma il mondo, il demonio e la
carne mi tenevano già troppo saldamente nelle loro grinfie.
All’influsso
del demonio non ci ho mai creduto. Oggi posso testimoniare la sua
potente influenza sulle persone che si trovano nella condizione in
cui ero io. Solo molte preghiere, mie e degli altri, con molti
sacrifici e sofferenze, avrebbero potuto strapparmi da lui. E solo a
poco a poco.
Se
sono pochi i posseduti visibili, quelli invisibili sono una legione.
Il diavolo non può togliere la libertà a coloro che si mettono
sotto il suo influsso, ma come castigo della loro apostasia quasi
sistematica, Dio permette che il “Maligno” penetri in loro.
Odio
anche il demonio. Tuttavia mi piace, perché cerca di farvi cadere:
lui e i suoi subalterni, gli spiriti caduti con lui fin dalle
origini. Si contano a milioni. Vagano per tutta la terra densi come
moscerini, e voi non ve ne rendete neanche conto.
Non
sta a noi reprobi tentarvi, spetta agli spiriti decaduti e quando
riescono a trascinare un’anima all’inferno il loro tormento si
accresce: cosa non fa fare l’odio!
Anche
se camminavo per vie lontane da Dio, Lui mi inseguiva. Da parte mia
preparavo la strada alla grazia con atti di carità naturale, che
facevo abbastanza spesso per inclinazione del mio carattere. Talora
Dio mi attirava in una chiesa. Allora sentivo come una nostalgia.
Quando curavo mia madre, malgrado la fatica di una giornata di
lavoro, e in un certo senso mi sacrificavo veramente, questi richiami
di Dio agivano potentemente.
Una
volta, nella chiesa dell’ospedale dove mi avevi portato durante la
pausa di mezzogiorno, mi capitò qualcosa che mi portò a un
millimetro dalla conversione: piansi!
Ma
i piaceri e le preoccupazioni mondane passarono come un torrente
sulla grazia: il seme buono fu soffocato dai rovi e dalle spine.
Dichiarando che la religione è una questione di sentimento, come
dicevano tutti al lavoro, cestinai anche quel supremo appello della
grazia.
Una
volta mi sgridasti perché invece di fare una vera genuflessione
abbozzai un inchino molto disinvolto, piegando appena il ginocchio.
Ci vedesti della pigrizia e della negligenza. Non sembravi
sospettare minimamente che ormai non credevo più nella presenza
reale. Ora ci credo, ma con una fede puramente naturale, come si
crede in un temporale quando se ne vedono gli effetti.
Nel
frattempo mi ero fatta una religione secondo i miei gusti.
Come
tutti i miei colleghi credevo nella reincarnazione, l’anima rinasce
in un altro individuo dopo la morte, indefinitamente. La questione
dell’aldilà riceveva una risposta inoffensiva e cessava di essere
angosciosa.
Perché
non mi hai mai ricordato la parabola del ricco cattivo e del povero
mendicante Lazzaro, dove il narratore, Gesù, manda immediatamente,
dopo la morte, uno all’inferno e l’altro in paradiso?... Del
resto cosa avresti ottenuto? Niente di più che con i tuoi altri
discorsi da bigotta!
A
poco a poco mi fabbricai un idolo sufficientemente elevato per
chiamarsi Dio e abbastanza lontano perché non dovessi intrattenere
relazioni con Lui; abbastanza vago perché al bisogno, senza cessare
di dichiararmi cattolica, divenisse simile al Dio del panteismo o a
un Dio inaccessibile e senza rapporti con il mondo.
Questo
Dio non aveva né un paradiso da offrirmi né un inferno da
infliggermi. Lo lasciavo in pace e Lui lasciava in pace me: questo
era il culto che gli rendevo. Dicevo: “Ciascuno crede in ciò che
più gli piace.” Nel corso degli anni divenni piuttosto sicura
della mia “religione.” In questo modo era vivibile.
Una
sola cosa avrebbe potuto convertirmi: una sofferenza lunga e
profonda, ma questa sofferenza non venne. Capisci cosa vuol dire:
“Dio castiga chi ama?”
Una
domenica di luglio, l’Associazione
delle Giovani
organizzò una gita a ***. La gita mi sarebbe anche piaciuta, ma
tutti quei discorsi insulsi, quegli atteggiamenti da bigotte!
Inoltre un’altra “icona,” molto diversa da quella della
Vergine di ***, si innalzava
da
qualche tempo sull’altare del mio cuore: il seducente Max N. del
negozio accanto.
Qualche
giorno prima avevamo scherzato assieme e proprio quella domenica mi
aveva invitato a fare una passeggiata con lui. La sua fidanzata di
turno era ricoverata all’ospedale. Aveva capito che gli avevo messo
gli occhi addosso. Quanto a sposarlo, non ci pensavo ancora. Era di
condizione agiata, ma faceva troppo il galante con tutte le ragazze.
Fin d’allora volevo un uomo che appartenesse solo a me. Non solo
sposa, ma la sola sposa. Ho sempre avuto, infatti, un certo codice
naturale di condotta.
(È
vero! Annette, con tutta la sua indifferenza religiosa, aveva
qualcosa di nobile nel suo comportamento. Mi spavento al pensiero
che anche delle persone “ben educate” possano andare all’inferno
– dal momento che sono tanto “male educate” da sfuggire a Dio.)
Durante
quella gita Max si prodigò in gentilezze. Beh, non facevamo certo
discorsi da preti, come voi. Il giorno dopo in ufficio mi
rimproverasti di non essere venuta con voi a ***. Ti raccontai della
nostra gita. La tua prima domanda fu: “Sei andata a Messa?” Che
stupida! Come avrei potuto se eravamo partiti alle sei ?”
Ti
ricorderai ancora che aggiunsi, esasperata: “Il buon Dio non è
meschino come i vostri preti!” Oggi devo riconoscere che, benché
infinitamente “buono,” Dio pesa le cose con molta più precisione
di tutti i sacerdoti messi insieme.
Dopo
quella prima uscita con Max, venni ancora una sola volta
all’Associazione,
a Natale. Qualcosa mi spingeva a tornare. Ma interiormente ero già
lontana. Cinema, ballo e gite si avvicendavano senza tregua. Max ed
io qualche volta litigavamo ma seppi sempre recuperarlo e legarlo a
me.
La
mia rivale fu molto sgradevole: uscita dall’ospedale, si comportò
come una furia. Questo costituì una buona occasione per me. La mia
nobile serenità fece molta impressione su Max, che finì per
preferirmi. Avevo saputo rendere la mia rivale odiosa mantenendomi
perfettamente calma: esteriormente oggettiva, interiormente piena di
veleno. Sentimenti e comportamenti di questo tipo preparano in modo
eccellente all’inferno. Sono diabolici nel senso stretto del
termine.
Perché
ti racconto queste cose ? Per spiegarti come mi staccai
definitivamente da Dio. Max ed io non spingemmo mai la nostra
intimità fino ai limiti estremi: capivo bene che mi sarei abbassata
ai suoi occhi se mi fossi data a lui prima del tempo, perciò seppi
trattenermi. Ma è chiaro che ogni volta che lo ritenevo utile, ero
sempre pronta a tutto. Bisognava che conquistassi Max. Per questo
niente sarebbe stato troppo caro.
Inoltre,
un po’ alla volta, eravamo arrivati ad amarci veramente, poiché
entrambi avevamo qualità preziose che alimentavano una stima
reciproca. Io ero abile, capace e sapevo essere gradevole. Così
tenevo Max saldamente in mano e riuscii, almeno negli ultimi mesi
prima del matrimonio, a tenermelo solo per me.
La
mia apostasia è consistita nell’elevare una creatura al rango di
idolo. Quando l’amore per una persona dell’altro sesso rimane
impantanato nella dimensione temporale si realizza perfettamente
come in nessun altro caso, questa idolatria. In essa risiede il
fascino, lo stimolo e il veleno di questo amore. L’ “adorazione”
che consacravo a me stessa nella persona di Max divenne per me
religione vissuta.
In
quel periodo, al lavoro, mi scatenavo riversando il mio veleno
contro chi andava in chiesa, i sacerdoti, le indulgenze, il Rosario
e altre stupidaggini. Tu hai tentato, più o meno abilmente di
difendere queste cose. Apparentemente non sospettavi che non era
questo il nocciolo del problema. Cercavo piuttosto un alibi per
la mia coscienza: ne avevo ancora bisogno per giustificare la mia
apostasia.
In
fondo ero in piena rivolta contro Dio. Tu non lo capivi, mi credevi
ancora cattolica. Del resto io stessa rivendicavo questo titolo e
versavo le offerte per il culto. Una certa “controassicura-zione,”
pensavo, non può nuocere.
Talvolta,
forse, le tue risposte hanno colpito il segno. Ma non avevano presa
su di me perché non dovevano averla. A causa di queste relazioni
falsate tra noi due, fu lieve il dolore del distacco quando ci
separammo, in occasione del mio matrimonio.
Prima
della cerimonia, mi confessai e mi comunicai ancora una volta. Era
obbligatorio. Mio marito ed io, su questo punto la pensavamo allo
stesso modo: perché non adempiere a questa formalità come gli
altri?
Voi
definite sacrilega una tale comunione. Ebbene, dopo questa comunione
“indegna,” la mia coscienza fu lasciata tranquilla. Del resto fu
l’ultima.
La
nostra vita coniugale si svolgeva generalmente in perfetta armonia.
Eravamo dello stesso parere su tutto. Anche sul rifiuto del peso di
un figlio. Mio marito ne avrebbe anche voluto avere uno, non di più:
seppi dissuaderlo.
Vestiti,
mobili di lusso, ricevimenti, gite, viaggi in auto e distrazioni di
questo genere contavano più di ogni altra cosa. L’anno fra il
matrimonio e la mia morte improvvisa fu un anno di piaceri terreni.
Tutte
le domeniche uscivamo in auto o facevamo visita ai miei suoceri (di
mia madre mi vergognavo), che come noi vivevano superficialmente.
Dentro di me non ero certo felice anche se esteriormente mi mostravo
allegra. C’era sempre qualcosa d’indefinibile che mi rodeva.
Avrei voluto che tutto finisse con la morte (il più tardi possibile
beninteso).
Ma
è vero, come avevo sentito in una predica quando ero piccola, che
Dio ricompensa ogni opera buona che abbiamo compiuto. Quando non può
ricompensarla nell’altra vita, lo fa in questa: ereditai
all’improvviso da mia zia Lotte. Per altro, mio marito riusciva nel
lavoro ed aveva un ottimo stipendio. Così potei arredare con
eleganza la mia nuova casa.
La
religione non mandava più che da lontano una luce pallida, debole e
incerta. I caffè e gli hotel in cui andavamo durante i nostri
viaggi non portavano certamente a Dio. Tutti quelli che
frequentavano questi luoghi vivevano come noi, dall’esterno verso
l’interno e non dall’interno verso l’esterno.
Se
in vacanza visitavamo delle cattedrali, cercavamo di godere della
loro bellezza artistica. Sapevo neutralizzare la suggestione
religiosa che ci ispiravano ancora,
specialmente
le cattedrali romaniche e gotiche, criticando dettagli secondari: un
frate converso impacciato o sporco, lo “scandalo” dei frati che
volevano passare per devoti e vendevano liquori, l’eterno
scampanio durante le funzioni, sempre per far soldi...
In
questo modo seppi sempre scacciare la Grazia quando bussava alla mia
porta. Davo libero sfogo al mio malumore, in particolare davanti
alle rappresentazioni medievali dell’inferno, in cui il demonio
arrostisce le anime sulle braci rosse e incandescenti, mentre i suoi
compagni dalla lunga coda gli portano nuove vittime.
Clara!
Ci si può ingannare raffigurando l’inferno, ma non si esagera mai!
Il fuoco dell’inferno è sempre stato il mio bersaglio
privilegiato. Ti ricordi che una volta, mentre ne discutevamo, ti
misi un fiammifero acceso sotto il naso dicendo con sarcasmo: “Ha
lo stesso odore?” Tu spegnesti subito la fiamma.
Qui
nessuno può spegnerla.
Io
ti dico: il fuoco di cui parla la Bibbia non è il “tormento della
coscienza.” Il fuoco è fuoco! Bisogna prendere alla lettera ciò
che Lui ha detto: “Via da me, maledetti, nel fuoco eterno!” Alla
lettera!
Mi
potresti chiedere come è possibile che lo spirito sia colpito da un
fuoco materiale. In che modo la tua anima può soffrire quando ti
bruci un dito? L’anima non brucia, tuttavia quale dolore! In modo
analogo, qui siamo spiritualmente legati al fuoco, secondo la nostra
natura e le nostre facoltà. La nostra anima è privata delle sue
ali; non possiamo pensare né quello che vogliamo né come lo
vogliamo.
Non
leggere stupidamente queste righe: questo stato che a voi non dice
niente, brucia senza consumare. Ma il nostro più grande tormento
consiste nel sapere con certezza che non vedremo mai Dio.
Come
può essere così grande il tormento, quando sulla terra ci lasciava
del tutto indifferenti? Finché il coltello se ne sta sulla tavola
ci lascia indifferenti: si vede bene che è affilato, ma non lo si
sente. Conficca questo coltello nella carne e ti metterai ad urlare.
Adesso
noi sentiamo la perdita di Dio; prima la pensavamo soltanto.
Non
tutte le anime soffrono allo stesso modo. Più si è peccato con
cattiveria sistematica, più gravemente pesa la perdita di Dio e si è
oppressi dalla creatura di cui si è abusato. I cattolici soffrono
più degli altri, perché hanno ricevuto e calpestato più grazie e
più luci.
Chi
ha saputo di più soffre in misura maggiore di chi sapeva meno. Chi
peccò per malizia soffre in maniera più acuta di chi è caduto per
debolezza.
Ma
nessuno soffre più di quanto non abbia meritato. Ah! Se solo potesse
non essere vero: avrei un motivo per odiare!
Tu
mi dicesti un giorno che nessuno va all’inferno senza saperlo e
che questo era stato rivelato a una santa. In un primo momento ne
risi, poi mi rifugiai nel pensiero segreto che avrei avuto tutto il
tempo per rimediare.
Era
vero. Nell’ora della morte non ho conosciuto l’inferno così
com’è: non è concesso a nessun mortale. Ma ne ebbi piena
coscienza: “Se tu muori vai all’altro mondo dritta come una
freccia contro Dio. Ne sopporterai le conseguenze.” Ma non feci
dietrofront, trascinata, come ho già detto, dalla forza
dell’abitudine. Condizionati dal loro passato gli uomini
invecchiano sprofondando sempre più nella stesse abitudini.
Ecco
ora il racconto della mia morte.
Una
settimana fa, di domenica (secondo il vostro tempo, perché è tanta
la sofferenza che provo che potrei dire che sono in questo luogo da
dieci anni), abbiamo fatto una gita, l’ultima. Era un giorno
radioso, non mi ero mai sentita così bene. Fui invasa da un sinistro
sentimento di gioia che durò per tutto il tempo.
Al
ritorno mio marito fu improvvisamente abbagliato da una macchina che
veniva dall’altra parte a tutta velocità. Perse il controllo.
“Jesses!” [“Gesù” in tedesco], mi uscì di bocca con un
brivido: non era una preghiera, ma un grido. Sentii un dolore
lacerante (niente a confronto di quello che sento ora!), poi persi
conoscenza.
Che
strano! Quel mattino era nato in me, inspiegabilmente, questo
pensiero: “Potresti andare ancora una volta a Messa.” Suonava
come un’implorazione. Chiaro e risoluto il mio “no” troncò
netto il filo di questi pensieri: “Bisogna farla finita una volta
per tutte con queste cose. Me ne assumo tutte le conseguenze.”
Ora
le subisco. Quello che successe sulla terra dopo la mia morte, tu lo
sai. Il destino di mio marito, quello di mia madre,quello
che è successo al mio cadavere e lo svolgimento del mio funerale, mi
è noto in tutti i dettagli grazie alle conoscenze naturali che
abbiamo qui.
Vediamo
in modo nebuloso quello che accade sulla terra, ma conosciamo bene
quello che in qualche modo ci riguarda più da vicino. Così vedo
anche il luogo in cui soggiorni.
Nell’istante
del mio trapasso uscii bruscamente dal buio.
Mi
vidi inondata da una luce abbagliante proprio nel luogo in cui
giaceva il mio cadavere. Avvenne come a teatro quando si spengono le
luci e il sipario si alza su uno scenario imprevisto, terribilmente
luminoso... la scena della mia vita. Come in uno specchio vidi la
mia anima, vidi le grazie calpestate a partire dalla mia giovinezza
fino all’ultimo “no.” Mi sentii come un assassino al quale
venisse mostrata la sua vittima: “Pentirmi? Mai! – Vergognarmi?
Mai!”
Tuttavia
non potevo resistere allo sguardo di quel Dio che avevo respinto.
Non mi restava che una sola cosa da fare: fuggire. Come Caino fuggì
da Abele, così la mia anima fu scacciata lontano dalla vista di
quell’orrore.
Fu
il giudizio particolare. Il Giudice invisibile disse: “Lontano da
me!” Allora la mia anima, come un’ombra gialla di zolfo,
precipitò nel luogo dell’eterno tormento.”
Così terminava la lettera che Annette mi mandava dall’inferno.
Recitai
lentamente tre Ave
Maria.
Tutto divenne chiaro: bisogna aggrapparsi con forza a Lei, alla
Beata Madre del Signore, bisogna onorare Maria in modo filiale, per
non subire la sorte di un’anima condannata a non vedere mai Dio.
Ancora
tremante a causa di quella terribile notte, mi alzai, mi vestii in
fretta e scesi di corsa giù per le scale per andare nella cappella.
Il cuore mi batteva forte. Le poche pensionanti inginocchiate vicino
a me mi guardavano. Potevano pensare che fossi così agitata per
aver sceso di corsa le scale.
Un’anziana
signora ungherese, semplice, provata dalla sofferenza, gracile come
un bambino, miope, ma fervente e piena di esperienza nelle cose
spirituali, mi disse sorridendo il pomeriggio in giardino:
“Signorina,
Gesù non vuole essere servito a tutta velocità!”
Poi
capì che qualcosa mi aveva turbato e mi turbava ancora. Per calmarmi
mi recitò questi versi di Teresa d’Avila :
Niente
ti turbi,
Niente
ti rattristi,
Tutto
passa,
Dio
non cambia,
La
pazienza
Tutto
raggiunge
A
chi possiede Dio
Non
manca nulla:
Dio
solo basta.
Mentre
me li diceva, amabilmente e non in tono saccente, sembrava che mi
leggesse nell’anima.
“Dio
solo basta!” Sì, Lui solo mi deve bastare. Quaggiù e
nell’eternità. Lo voglio possedere un giorno nell’altra vita,
quali che siano i sacrifici che dovrò fare in questa.
NON
VOGLIO ANDARE ALL’INFERNO!
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