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venerdì 23 gennaio 2015

L’INDURIMENTO del cuore - Sac. Cornelio A Lapide



CHE COSA È L'INDURIMENTO. - «Qual è che si chiama cuore indurito? domanda S. Bernardo, e risponde: È quello che non inorridisce di se medesimo, perché non sente più nulla. È quello che la compunzione non ispezza, la pietà non ammollisce, le preghiere non commuovono, le minacce non scuotono, i flagelli intristiscono. Esso è ingrato ai benefizi, sordo ai buoni consigli, spietato nel giudicare, spudorato nelle cose disoneste, temerario nei pericoli della salute, inumano con i suoi simili, superbo con Dio, dimentico del passato, non curante del presente, imprevidente del futuro. Del passato altro non ricorda che le ingiurie ricevute, perde il presente, chiude gli occhi sull'avvenire, eccetto che per vendicarsi. E per comprendere tutti in una parola i mali di così orrendo male, si chiama cuore indurito quello che non ha nessun timore di Dio, nessun rispetto agli uomini (De Consid., lib. I)».
L'indurimento è: 1° la malizia di colui che vuole peccare e non fare il bene; 2° un così forte ed ostinato attaccamento a ciò che è proibito, che non si vuole abbandonarlo né per ammonizioni, né per consigli, né per minacce, né per promesse, né per ricompense, né per castighi, né per ispirazioni, né per grazie.
Un cuore indurito: 1° non vuole comprendere, per timore di dover fare il bene (Psalm. XXXV, 3). Medita l'iniquità ad animo calmo, tiene il piede in tutte le strade non buone; non si rifiuta ad alcuna ribalderia (Ib. 4). 2° Si rallegra quando fa il male e gode dei più enormi delitti (Prov. II. 14). Quando uno si compiace delle cose vergognose è arrivato al fondo della disgrazia; poiché è disperata la guarigione di colui che fa dei vizi un affetto, un abito... 3° Il cuore indurito corre tutta la via del male, si burla di Dio e della virtù... 4° Il suo peccato diventa quasi indistruttibile, incurabile la sua piaga... 5° Non arrossisce dei suoi fatti per quanto maliziosi e vergognosissimi... 6° E incorreggibile... 7° Dio l'abbandona, lo rigetta. lo disprezza, lo maledice... 8° Flagellato da Dio, non sente più nulla, ha soffocato perfino i rimorsi... 9° L'abito gagliardo e inveterato di fare il male gli rende quasi impossibile fare il bene e schivare il peccato... 10° S. Paolo dice che un tal cuore accumula sopra di sé il furore di Dio, che è abbandonato al reprobo senso; lo chiama figlio di perdizione, vaso destinato all'esterminio. pieno di furore, che trabocca nei peggiori misfatti... 11° Questo cuore aggiunge iniquità ad iniquità, peggiora di più in più la deplorevole e disperata sua condizione, macchiandosi di sempre nuove immondizie, tuffandosi di ora in ora, di momento in momento, sempre più profondamente nella sterminata cloaca delle più vituperose e laide passioni...



SI VA ALL'INDURIMENTO PER GRADI. - L'abitudine è il primo grado che mena in fondo all'abisso dell'indurimento...; il secondo è la cecità dello spirito che nasce dall'abito del peccato...; il terzo è l'impudenza, l'ostinazione nella volontà di peccare, l'impenitenza...; il quarto è il disprezzo di Dio...; il quinto è la disperazione e dov'è la disperazione tutto è perduto per il cielo, non vi resta più che un inferno eterno...

I giusti ascendono al cielo per gradi opposti, che sono i gradi delle virtù, poiché vanno da una virtù ad un'altra e la pratica della virtù diventa una santa abitudine da cui vengono tanti lumi soprannaturali. Rischiarati dall'alto, non hanno più volontà propria, ma la volontà di Dio è la loro volontà; essi non amano altri che Dio, non sperano che in lui; perseverano in questo invidiabile stato e vi crescono e la loro unione con Dio va crescendo di giorno in giorno, di modo che mentre sono ancora in terra col corpo, la loro anima è nel cielo, si tengono il paradiso in pugno, secondo quelle parole del Profeta: «Andranno di virtù in virtù, finché giungano a vedere il Dio degli dèi in Sion» (Psalm. LXXXIII, 7).

IL CUORE INDURITO È CIECO. - L'uomo indurito giace in un abisso oscuro, privo di ogni luce e la pietra del suo indurimento chiude l'entrata del baratro in cui è sepolto (IOANN. XI, 38). Parlare di Dio, di religione, di virtù a un cuore indurito è opera vana; è come parlare una lingua sconosciuta... Il cuore indurito non vede più né i suoi doveri, né la legge, né le grazie, né i castighi di Dio. Di lui può dirsi quello che Isaia diceva del popolo giudeo: il suo cuore è accecato; i suoi occhi sono chiusi; nulla tanto teme quanto di vedere la luce, d'intendere la verità, di avere il buon senso, di convertirsi, di essere guarito dei suoi mali (ISAI. VI, 10). Egli può applicarsi quel lamento di Geremia: «L'anima mia è caduta nella fossa, mi seppellirono sotto un macigno» (Thren. III, 53).
Chi non esclamerà con l'Apostolo: «O Galati insensati, chi v'accecò lo spirito così che non vogliate più obbedire alla verità?» (Gal. III, 1).

IL CUORE INDURITO È RIBELLE. - Invece di guardare l'Oriente che è Dio, l'indurito si volge all'Occidente che è il mondo, il demonio, la carne, dice S. Agostino (Homil.). Egli tiene con Dio la condotta di Vasti col re Assuero; come questa, all'invito che le fece il re di andare a lui, rispose con disprezzante rifiuto (ESTH. I, 12), così l'indurito all'invito del Re dei re, che lo chiama a sé con la grazia, con le sante ispirazioni, con le prediche, con i benefizi, risponde con ischerno e con superbia: «No, non mi piegherò mai al tuo volere» (IEREM. II, 20).
Ma ascoltiamo quello che dice il Signore: «Io vi ho chiamati, così si lagna per bocca del Savio, e voi mi avete volto le spalle; ho steso la mano e non vi fu chi ponesse mente: avete sdegnato i miei consigli, non avete curato le mie minacce» (Prov. I, 24-25).
«Essi indurirono i loro cuori più che macigno, dice per bocca di Geremia, non vollero ritornare a me; ruppero il mio giogo, spezzarono i miei vincoli di amore» (IEREM. V, 3-5). «A chi parlerò io, a chi domanderò che mi ascolti? le loro orecchie sono incirconcise e non possono udire; la parola del Signore fa loro onta, e non l'accoglieranno punto» (Id. VI, 10). «Ah! cuori di pietra! io vi ho chiamati e voi non mi avete risposto» (Id. VII, 13).
«Io ho comandato loro che ascoltassero la mia parola, che camminassero per le strade che aveva loro indicato ed io sarei stato loro Dio, ed essi, mio popolo, avrebbero goduto ogni bene. Ora essi invece di ascoltarmi ed obbedirmi, si sommersero sempre più nei depravati desideri della loro carne; invece di avanzare, indietreggiarono» (Id. VII, 23-24). «E non contento di chiamarli io con sante ispirazioni, ho ancora inviato ad essi di buon mattino i miei servi, i profeti, dicendo: Lasci ognuno la cattiva strada e si applichi a fare il bene, ma non mi ha dato retta nessuno» (Id. XXXV, 15).
Profeta Ezechiele, «la casa d'Israele non vuole udire la tua parola, perché ha fronte di bronzo e cuore di macigno» (EZECH. III, 7). Anche per mezzo di Zaccaria il Signore si lagna che alle esortazioni da lui fatte al suo popolo, di convertirsi ed emendarsi dei pessimi suoi desideri e costumi, egli aveva risposto col disprezzo e con la noncuranza (ZACH. I, 4).
Sì, Iddio dice continuamente al mondo, io vostro Dio, vostro creatore e redentore, vostro padrone e re, voglio regnare su di voi, colmarvi di beni, salvarvi; ma il mondo indurito gli risponde: No, non vogliamo che voi regniate sopra di noi; altro re né vogliamo, né riconosciamo eccetto la nostra volontà, il demonio, le passioni (LUC. XIX, 14), (IOANN. XIX, 15).

IL CUORE INDURITO DISPREZZA TUTTO. - L'uomo caduto nell'indurimento di cuore, si ride di tutto, disprezza tutto; la legge, la grazia, i sacramenti, la parola di Dio, la religione, la coscienza, la vita, la morte, il giudizio, il cielo, l'inferno, il tempo, l'eternità, Dio medesimo, sono per lui nomi vani. Nessuno poi disprezza tanto se medesimo, quanto l'indurito... Inoltre abbiamo veduto che egli non dà retta a nessuno; ora il non ascoltare nessuno, vuol dire disprezzare tutti.
«I cuori induriti, dice S. Cipriano, disprezzano i precetti di Dio, unico farmaco alle loro piaghe: non vogliano fare penitenza; impudenti e sventati prima di commettere il male, vi si ostinano caparbi dopo che l'hanno commesso. Quando dovevano tenersi in piedi, caddero; e quando dovrebbero prostrarsi e umiliarsi, vogliono stare in piedi (Lib. de Lapsis)».
«Quando uno è giunto, nel suo indurimento, a tale audacia e impudenza che più non esita, più non teme, più non trema al commettere il male, si deve ritenere disperato», scrive S. Bernardo (In Declamat). Infatti, secondo l’osservazione del Savio, l'empio dà segno di essere caduto nel profondo dell'empietà, quando tutto disprezza (Prov. XVIII, 3). Dal fondo della loro malvagità, i cuori induriti non solamente non cercano il Salvatore, ma lo fuggono non appena egli si avvicina a loro. Essi stanno infinitamente lontani da Dio, e quando egli viene a loro, lo disprezzano. La malattia del cuore indurito è un'avversione al rimedio, una nausea, un disgusto dei beni eterni. Voi gli mostrate la terra promessa ed egli si volge all'Egitto; la manna celeste gli mette schifo e ribrezzo. La pecora sbrancata non riconosce più la voce del pastore che la chiama e le tende le braccia, ma si ostina a starsene tra le zanne del lupo che la divora...
Il cuore indurito è morto; egli è divenuto simile a un sasso, dice la Scrittura (I Reg. XXV, 37). Niente può smuoverlo, né carezze, né minacce, né premi, né pene; sfida perfino i fulmini ed i castighi di Dio, sotto i quali, invece di rompersi, s'indurisce come macigno, dice Giobbe, e s'insalda come incudine battuta dal martello (IOB. XLI, 15). «Sono sommersi, nel profondo, scrive S. Bernardo, gli induriti non si svegliano punto al tuono delle minacce divine, non tremano dello spaventoso loro pericolo (In Declamat.)».
Gesù disse che i defunti nei sepolcri avrebbero inteso la voce del Figliuolo dell’uomo e sarebbero usciti dalla caligine della morte (IOANN. V, 25). Or dunque non vi sarà più mezzo di richiamare a vita i cuori induriti, troppo più veramente morti che non i defunti stessi, morti quatriduani, le cui viscere già corrotte da abiti invecchiati, mettono orrore? non vi sarà modo da rimpolpare queste ossa aride e disseccate?..

IL CUORE INDURITO ABUSA DEI MEZZI DI SALUTE. - L'indurito abusa della grazia, della preghiera, del tempo, ecc. La sua ingratitudine la sua disobbedienza, la sua ostinazione lo intristiscono e peggiorano. Ne è esempio Faraone, il quale quando vide cessare la pioggia e la grandine e le folgori, si ostinò nel suo peccato e lo aggravò (Exod. IX, 34).
Di loro scrive S. Paolo, che per quanto si cerchi d'istruirli, non si arriva mai a far capire loro la verità. Sono uomini di spirito corrotto, che hanno perduto la fede (II Tim. III, 7-8). Non possono più offrire quello che loro si dice (Hebr. XII, 20).
Avviene nell'ordine spirituale come nel materiale; la cera esposta al sole o al fuoco si fonde e il fango s'indurisce; così i giusti che sono come cera innanzi a Dio, si sciolgono sotto l'influsso dell'amor divino, mentre i cuori induriti copia del cuore di Faraone, i quali non sono che fango, tanto più disseccano e s'induriscono, quanto più Dio cerca d'infiammarli del fuoco del suo amore. Ah sì! è pur troppo vero che il cuore indurito non fa che indurirsi di più, quando o si avvisa con carità, o si minaccia della collera di Dio, come già deplorava Geremia: «Voi li avete percossi, o Signore, ed essi non si compunsero; indurirono la fronte loro più che sasso e non vollero ritornare a voi» (IEREM. V, 3). Quanto più si studia attorno a loro la grazia, la pazienza, la bontà, la giustizia di Dio, tanto più cresce la loro durezza e ostinazione.
Questi tali diventano più malvagi e più empi a proporzione che Dio loro offre più validi e più preziosi mezzi di salute. Osservate coloro che non vogliono soddisfare al precetto pasquale, che resistono ad una grazia straordinaria di missioni, di giubileo, di esercizi spirituali, e li vedrete più tristi che prima; giungono perfino a burlarsi di quelli che corrispondono alla grazia... «In essi vi è il furore del serpente, dice il Salmista, il furore dell'aspide sordo, ma che è tale perché si tura le orecchie per non intendere» (Psalm. LVII, 4).

L'INDURITO IMITA IL DEMONIO. - Del cuore indurito si può dire: «So dove abiti, tu abiti col demonio» (Apoc. II, 13). L'uomo indurito vive con i demoni, alla loro scuola, sotto la loro tutela e vive della vita dei demoni e dei dannati. Parecchi dottori dicono che è tale l'orgoglio: di Satana, tanta e cosi ostinata la sua perfidia nel male, che se Dio gli dicesse: Umiliati, chiedimi perdono ed io ti libererò dal fuoco eterno, egli preferirebbe di rimanersene eternamente infelice, piuttosto che confessarsi colpevole, umiliarsi, pentirsi e implorare perdono. Ora anche i cuori induriti preferiscono l'inimicizia di Dio, la dannazione, al pentirsi, all'umiliarsi e al mutar vita. «Essi strinsero un patto con la morte, come dice Isaia, si allearono con l'inferno» (XXVIII, 15).

L'INDURITO STUDIA IL MALE PER COMMETTERLO E SE NE VANTA. ­ I cuori incalliti nel peccato meditano il delitto e vi si addestrano come ad un lavoro (Psalm. LXIII, 6); si vantano della loro malizia (Psalm. LI, 1); si rallegrano del male che commettono e godono delle cose più infami (Prov. II, 14).
Il loro indurimento è come un letto in cui stanno comodamente dormendo; come il diavolo, essi non provano più nessun gusto per il bene e godono soltanto del male e solo in questo trovano contentezza e gioia; vi sono attratti come da naturale, irresistibile istinto; il male è loro familiare, se ne compiacciono, vi si dibattono e vi dimorano soddisfatti come i porci nel brago.
Questa razza di peccatori, che non vuole convertirsi, non solamente pretende scusare e giustificare i suoi delitti, ma li esalta e se ne vanta (ISAI. III, 9), e quasi le pare di non gustare tutta la soddisfazione delle sue intemperanze, se non le espone, come dice Tertulliano, alla luce del giorno, in faccia al cielo e alla terra (Ad Nation. lib. I. n. 16). Vedeteli quei superbi cuori induriti che si vantano della loro licenza; che credono di innalzarsi sopra tutte le cose umane col disprezzo di tutte le leggi divine; che hanno il pudore medesimo in conto di cosa puerile e indegna, perché vi è in esso un certo qual timore; vedeteli come non solamente disprezzano, ma oltraggiano pubblicamente la Chiesa, il Vangelo, la coscienza dell’umanità!
Disgraziati! essi sono davvero in fondo dell'abisso e perciò tutto disprezzano, ma badino che invece di gloriarsene, dovrebbero pensare alla vergogna e all'ignominia che li aspettano (Prov. XVIII, 3). Essi scherniscono le ammonizioni e chi le fa; ridono dei misfatti e non conoscono rossore; si burlano del pudore e della modestia, mettono in ridicolo i pericoli, le perdite, l'anima, lo spirito, il cielo, si beffano di ogni diritto divino ed umano, del sacro e del profano, degli angeli e di Dio di cui arrivano a negare la Provvidenza ed anche l’esistenza medesima. Si burlano della coscienza, dei supplizi, della virtù, di ogni correzione, del perdono, del rimedio. Sono frenetici disperati che ridono di tutto; coperti d'infamia e di disonore, se ne vantano; sono questi, dice Malachia, i confini estremi dell’empietà (I, 4). E chi arriva a tali estremi, si può paragonare alla femmina spudorata, la cui fronte non è più capace di rossore (IEREM. III, 3).

IL CUORE INDURITO È UNA SENTINA DI VIZI. – E’ sentenza del Savio, che l’uomo di cuore duro, di mente caparbia, cadrà in tutti i peccati (Prov. XXVIII, 14); tutto in lui è sozzura, dice S. Paolo, l'anima e la coscienza (Tit. l, 15). All'uomo indurito si possono applicare quelle parole d'Isaia: «Dalla testa ai piedi egli è tutto una piaga e le sue piaghe inverminiscono tutti i giorni. Or dov’è la benda per fasciarle, il rimedio per medicarle?» (ISAI. l, 6). Egli non vuole lasciare questo deplorevole e spaventoso stato: ecco l'ultimo eccesso del male!

PERSEVERANZA NELL'INDURIMENTO. - «I peccatori induriti nel male vorrebbero sempre vivere, per peccare sempre, scrive S. Gregorio; e lo dimostrano chiaramente col non cessare mai di peccare per tutto il tempo in cui vivono. Vuole dunque la giustizia di Dio, che quelli i quali non vollero cessare dal peccato mentre vissero, siano puniti con un supplizio che mai non cessi (De Poenit. c. LX)». Vogliono peccare con audacia e sfrontatezza e non cessare mai di peccare; peccano del continuo e, sempre amando il peccato, stringono un patto eterno col peccato, con la morte, del demonio, con l'inferno.
Di questi tali parla Iddio quando dice: «Violatori della mia legge, io vi ho conosciuti fin dall'utero di vostra madre; io sapeva che sareste stati ostinati peccatori» (ISAI. XL VIII, 8). «Io vi ho chiamati e voi non mi avete risposto; ho parlato e voi non mi avete dato ascolto» (ISAI. LXV, 12). Io ho detto loro: ascoltate la mia parola ed io sarò vostro Dio, e voi sarete mio popolo; ma essi non vi badarono e corsero sfrenati dietro le depravate cupidigie del loro cuore corrotto... Ed ai miei profeti che in ogni tempo ho loro inviato per invitarli a me, voltarono le spalle, li caricarono di molestie, non vollero chinare il capo e fecero peggio dei padri loro (IEREM. VI, 23, 36). E quando mai questa genia penserà a convertirsi? (OSE. VIII, 5). Quanto tempo durerà questa volontà perversa? E dove trovare una pazzia più stolta che quella di rifiutare la guarigione offertaci dal Signore? chiede stupito S. Girolamo (Sup. Math.).
Chi vuol averne un esempio, risponde S. Gregorio, osservi l'indurimento dei Giudei i quali non riconoscono ancora Gesù Cristo per Messia, benché leggano tutti i giorni le profezie che lo dinotano e vedano i miracoli ch’egli opera in loro adempimento. Gli elementi insensibili riconobbero il loro autore e il cuore dei Giudici, più duro dei macigni, si è rifiutato di riconoscerlo; non vollero fare penitenza (Moral.). Osservate Giuda, dice il Crisostomo, nonostante la bontà di Gesù Cristo egli si ostinò nel suo colpevole indurimento, vendette il suo maestro, e disperato s'impiccò. Peccatori induriti, non imitate Giuda! (Homil. I, in prodit. Judae).

È QUASI IMPOSSIBILE USCIRE DALL'INDURIMENTO. - «È impossibile (cioè difficilissimo), scriveva S. Paolo agli Ebrei, che coloro i quali furono già illuminati, che provarono il dono del cielo, ricevettero lo Spirito Santo e si nutrirono della parola di Dio e delle meraviglie del secolo avvenire e che poi caddero, ritornino a penitenza: poiché riceve la benedizione di Dio quella terra che, coltivata e innaffiata, produce quel che è necessario al coltivatore, ma se altro non dà che spine e rovi, essa è abbandonata, maledetta e destinata al fuoco». (Hebr. VI, 4-8). E più oltre il medesimo Apostolo ripete: «Se noi pecchiamo volontariamente dopo di aver conosciuto la verità, non c'è ormai più vittima per i nostri peccati» (Hebr. X, 2.6). Ora che cosa dobbiamo dire di coloro che non solo caddero, ma tanto spesso ricaddero, da formare l'abitudine e indurirvisi?
«L'uomo pervertito difficilmente si emenda», leggiamo nell'Ecclesiaste (I, 15). Udite infatti come parla di sé un tale che ne fece la triste esperienza: «Io mi sentiva incatenato non da vincoli esterni, ma dalla mia ferrea volontà. Il mio nemico teneva prigioniera la mia volontà e quindi aveva formato una catena con la quale mi costringeva a suo talento (Confess.)». L’uomo incallito nel male rarissimamente si converte, perché non vuole; egli vuole continuare a offendere Dio, si ritira e lo maledice. E senza Dio, come è possibile ravvedersi?... Tuttavia non bisogna disperare: tutto è possibile a Dio; egli è onnipotente insieme e misericordiosissimo; il perdono da lui concesso ad altri grandi peccatori ci è caparra della sua volontà di salvare anche gli induriti, ma non bisogna perseverare nel peccato.

CAUSE DELL'INDURIMENTO. - Una prima causa dell'indurimento, notata già da S. Agostino, sta nella forza dell'abitudine cattiva che accascia e soffoca l’anima, così che le toglie perfino il respiro (Confess.). Una seconda cagione, è la trascuranza nell'ascoltare la parola di Dio... Una terza proviene dall'accecamento della mente e dall’affetto al peccato, per cui si rigetta e si disprezza il timor di Dio... Una quarta, e principalissima, è l'orgoglio. Il cuore superbo è duro ed inflessibile.

SEGNI DELL'INDURIMENTO. - Cinque sono i segni, che si possono, anche chiamare effetti, dell'indurimento: 1° la cecità spirituale, alla quale accenna Giobbe: «Andranno brancolando come nelle tenebre e vacillando come ubriachi» (IOB. XII, 25); 2° la sordità volontaria la quale ci fa dire a Dio: «Allontanatevi da noi, che non ne vogliamo sapere della scienza dei vostri precetti» (IOB. XXI, 14); 3° il disprezzo di Dio e degli uomini: «L'empio, quando è giunto in fondo all'abisso, disprezza» (Prov. XVIII, 3); 4° l'ostinazione a non volersi correggere...; 5° il torpore ed il sonno spirituale...

DISGRAZIE E CASTIGHI DELL'INDURIMENTO. - Quando le vergini stolte si presentarono alla porta dello sposo evangelico, trovandola chiusa, si diedero a bussare e gridare: Apriteci, o Signore; ma n'ebbero per risposta: Andatevene, perché non vi conosco (MATTH. XXV, 11-12). Or se vi è un essere che Dio non conosca è l'uomo indurito. Ma chi non è conosciuto da Dio, non è nemmeno conosciuto dal cielo, né dagli angeli, né dai beati; non è conosciuto che dal demonio, dalla morte, dall’inferno; vedete dunque in quale disgrazia si trova l'uomo indurito nel male.
«Guai, esclama S. Agostino, a quei cuori di sasso, dai quali Iddio si allontana e fugge! (Confess.)». Infatti, dice Isaia, il cuore dell'empio è un mare sempre in burrasca (LVII, 20), e la pace non è fatta per lui (XLVIII, 22). Ah! lo stato di una persona incallita nel male è uno stato di morte già da questa vita! Abbandonata al reprobo senso, essa è come una barca sconquassata che fa acqua da tutte le parti, abbandonata alle onde.
Ma se è infelice in vita, per la mancanza di ogni vera gioia, molto più disgraziato sarà in morte l'uomo dal cuore duro, dice il Savio (Eccli. III, 27); infatti molte volte non si osa nemmeno avvisarlo del pericolo che corre, per timore che non si possa indurre a ravvedimento e così Dio permette che muoia com'è vissuto... In quell'istante supremo, il suo cuore si inaridisce a tal punto, che non ha più nessuna fiducia e la speranza passata si cambia, dice Giobbe, in una punta acutissima di dolore e di disperazione per il presente (XI, 20): «Egli vedrà, dice il Salmista, si arrabbierà, batterà i denti e schizzerà livore e il desiderio suo andrà perduto» (Psalm. CXI, 9).
«Questi peccatori mormorano e bestemmiano contro Dio, continua il Profeta, ma il Signore li ode, l'ira sua s'infiamma e scoppia su di loro il fuoco della sua vendetta» (Psalm. LXXVII, 19-20); «ed essi precipiteranno nell'abisso della perdizione, dove non vedranno più luce in eterno» (LIV, 23). - In aeternum non videbit lume» (XLVIII, 19). «Essi amarono la maledizione e l'avranno; rigettarono la benedizione e si allontanerà da loro. La maledizione li investirà da capo a piedi, entrerà come acqua nelle loro interiora, penetrerà come olio fin dentro le loro midolle» (Psalm. CVIII, 16-17).
A questi tali domanda S. Paolo: «Forse vi credete di misconoscere impunemente le ricchezze della bontà e sapienza e longanimità di Dio, non sapendo che la sua benignità fa così, per chiamarvi a penitenza? Ah! sappiate che con la vostra durezza e impenitenza vi accumulate un tesoro di collera per il giorno della vendetta e della manifestazione del giusto giudizio di Dio» (Rom. II, 4-5).
Peccatori induriti, voi fuggite Dio, ma non vi sottraete alle sue vendette... La paga di una volontà ostinata e caparbia sarà la pena eterna dell'inferno. «Benché commesso nel tempo, dice S. Bernardo, il peccato di un cuore ostinato nell'indurimento ha per castigo una pena eterna, perché quel misfatto che fu breve nel tempo o nell'azione è di lunga durata, se si guarda nella pertinacia della volontà, per cui il peccatore se non morisse, mai cesserebbe dal voler peccare; vorrebbe anzi sempre vivere per peccare sempre (Epistola CCLIII)».
Dio stesso dice: «Se voi non mi ascoltate e non osservate tutti i miei precetti; se calpestate i miei comandi e non fate conto dei miei giudizi nell'adempimento di quello che vi ho ordinato, se violate la mia alleanza, io per prima cosa vi porrò tra le strette della povertà e vi accenderò in seno tale ardore, che ne avrete consumati gli occhi; mi volgerò contro di voi e cadrete mietuti dal ferro nemico; verserò sopra di voi, per castigarvi del vostro indurimento, sette volte più di mali che su gli altri; spezzerò l'orgoglio della vostra durezza e renderò per voi il cielo di ferro e la terra di bronzo; ogni vostro lavoro riuscirà infecondo, la terra non darà più messi, gli alberi non porteranno più frutto. Scatenerò le fiere che divorino voi e i vostri greggi. Se vi rifiutate ancora al pentimento e vi ostinate nel contrariarmi, anch'io vi avverserò e vi percuoterò senza tregua; menerò la spada vendicatrice, vi colpirò con la peste e vi consegnerò schiavi in potere dei vostri nemici. Voi perirete e terra straniera consumerà i vostri cadaveri» (Levit. XXVI). «Udite quel che dice il Signore degli Eserciti, il Dio d'Israele: Io farò piovere su questo paese e su tutte le sue città tutti quei mali che ho annunziato; perché s'indurirono nel non dare ascolto alle mie parole» (IEREM. XIX, 15). «Voi vi siete rifiutati ai miei comandi e perciò io vi dichiaro che vi abbandonerò, voi che pretendete di restare liberi alla spada, alla peste, alla fame» (IEREM. XXXIV, 15-17). E, quasi per incarnare e mostrare viventi sotto gli occhi di tutti, queste sue minacce, ordina al profeta Osea d'imporre ad una sua figlia il nome di - Senza misericordia; - perché, dice, «io non avrò più oltre compassione della casa d'Israele; ma mi dimenticherò affatto di loro» (OSE. I, 6).
Il danno più terribile che possa toccare a un peccatore è quello di essere abbandonato da Dio; è questa la prova dell'impenitenza e dell'ostinazione per parte del peccatore, dell'abbandono e della riprovazione per parte di Dio. Dimenticato da Dio, l'uomo indurito non ha più nulla da sperare da Dio, dalla sua grazia, dalla sua sapienza. La causa di quest'abbandono del Signore è che l'uomo indurito si allontana lui per il primo da Dio e chi dimentica e abbandona Dio, ben si merita di essere alla sua volta abbandonato e dimenticato da Dio. Tale fu il castigo inflitto ai Giudei deicidi...
L'indurito Faraone è percosso da dieci terribili piaghe e finisce con l'annegare travolto in fondo al Mar Rosso. Il braccio della divina giustizia non si è ancora irrigidito e gl'imitatori di Faraone nell'indurimento incontreranno come lui severissimo castigo.
L'accecamento è proprio dell'intelligenza; l'indurimento della volontà; ma l’uno e l’altro sono attaccamento al peccato, causa di peccato, pena del peccato... L'uno e l’altro conducono direttamente all'abbandono di Dio, all'impenitenza finale, alla riprovazione eterna...

L'INDURIMENTO È OPERA DELL'UOMO. - Quantunque si dica talora che Dio acceca, indurisce, abbandona l’uomo, questo avviene però solo indirettamente, perché l'indurimento è un'affezione, un attaccamento colpevole, diretto, per il quale l'uomo rigetta la grazia, vi frappone ostacoli volontari per impedire l'azione della misericordia divina; ora essendo questo impedimento un frutto della volontà e dell'ostinazione dell'uomo, non si può negare che sia un peccato grave il quale obbliga, per così dire, Iddio ad allontanarsi dall'anima e, ritirandosi Dio, l’uomo non può più rialzarsi, e cade nell'indurimento; perciò è l'uomo che propriamente, direttamente, attivamente si acceca, s'indura e si abbandona al suo reprobo senso.
Dio acceca e indurisce l'uomo: 1° permettendo che si accechi e s'indurisca...; 2° togliendogli a poco a poco, perché se lo merita, non la grazia sufficiente, ma la grazia efficace e l'abbondanza delle sue grazie...; 3° lasciando al demonio maggior potere su l'uomo,..; 4° presentando all'uomo occasioni di caduta, occasioni che del resto sono circostanze in se stesse o buone, o indifferenti, come per esempio, la vista di persone di diverso sesso, le ricchezze, gli onori, le avversità, la fortuna; Dio prevede che per queste occasioni l'uomo cadrà nel peccato, ma liberamente, di suo proprio volere e che vi si indurerà; ma egli non gli porge quelle occasioni per farlo cadere, poiché Dio non tenta nessuno, e non vuole direttamente la perdita di alcuno, essendo morto per la salute di tutti, ma per provarlo, per dargli occasione di merito, per fargli un bene. Così per esempio, Dio indurò Faraone, percotendolo con le piaghe d'Egitto, in questo senso che, sebbene l'intenzione sua nell'inviargliele fosse che Faraone si umiliasse ed obbedisse, tuttavia questo re, irritato per i castighi che lo flagellavano, divenne più ostinato e indurito contro Dio, Perciò l'indurimento di Faraone proviene direttamente dalla sua volontà, è tutta sua colpa...
Dio indurisce il peccatore non avendo pietà di lui, abbandonandolo al suo indurimento ed ai suoi peccati. Supponiamo che un padre adottivo voglia colmare di ricchezze e di beni il figlio che ha adottato; se questo figlio si ride del suo benefattore, lo burla, lo disprezza, chiameremo noi colpevole il padre quando abbandoni e discacci questo ingrato? e se questo ribelle diventa infelice, di chi sarà la colpa?... In Dio, indurire, significa non avere pietà, abbandonare perché quel tale merita di essere abbandonato; Dio non abbandona mai per il primo; se si allontana dall’uomo, lo fa perché l'uomo l'ha costretto ad allontanarsi...
Isaia e Davide spiegano in modo chiaro ed evidente come i peccatori s'induriscono essi stessi propriamente e direttamente per loro malizia. «Quando voi stenderete le mani verso di me, dice Iddio, io distoglierò gli occhi miei da voi; voi pregherete ed io non vi darò ascolto, perché le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, cancellate dagli occhi miei la malizia dei vostri pensieri, cessate dall'ingiustizia, imparate a fare il bene, amate la giustizia, sollevate l'oppresso, proteggete l'orfano, difendete la vedova. Poi venite e doletevi di me, se i vostri peccati, ancorché più rossi dello scarlatto non diventeranno più bianchi della neve, più candidi che lana monda» (Isai. I, 15-18). Ed il Salmista ci dice: «Se oggi udite la voce del Signore, non indurite i vostri cuori» (Psalm. XCIV, 8). Dunque non è Dio che indurisce direttamente l'uomo; ma è l'uomo che lo costringe a negargli la sua grazia.
Questo si vede chiaramente in Faraone, infelice modello di tutti gli induriti, poiché dalla Scrittura apertamente si ricava: 1° che Dio gli spedì ben dieci volte Mosè con intimazione che desse libertà agli Ebrei di uscirsene dall'Egitto; Iddio voleva dunque l'uscita, la partenza del suo popolo, non l'indurimento di Faraone e se lo percosse delle piaghe lo fece per obbligarlo con i flagelli a fare quello a cui non poteva persuaderlo con le parole... 2° «Iddio, come riflette San Fulgenzio, punì severamente la caparbietà di Faraone; ora Dio non è autore di quelle cose ch'egli vendica e punisce (Epistola IV)». 3° Il testo sacro lascia a Faraone tutta intera la colpa del suo indurimento; infatti si legge nell'Esodo, che «vedendo Faraone che gli si dava tregua, aggravò il suo cuore» (VIII, 15); e poco dopo ripete: «Vedendo Faraone, che la pioggia, la grandine e i tuoni erano cessati, aggravò il suo peccato e indurì il suo cuore» (IX, 34-35).
Né a questo si oppone il testo di S. Paolo: «Dio fa misericordia a chi gli talenta e indurisce chi vuole» (Rom. IX, 18), se si prende nel suo vero senso che risulta dal contesto ed è che i Giudei incrudeliti e quanti ne seguono le orme, furono rigettati per effetto di giustizia; i cristiani che hanno creduto e quanti credono, sono giustificati, i Giudei furono rigettati per essere condannati, perché i cristiani abbracciarono la fede di Gesù Cristo, che i Giudei non vollero accettare... Sono i Giudei che s'indurirono positivamente e direttamente essi medesimi, ed ecco perché divennero vasi di collera e di dannazione, ma sono essi che si resero tali per loro colpa e per volontaria impenitenza.
Dio è sempre pronto ad avere compassione e ad usare misericordia con chi la implora, anzi non cessa mai di offrircela... Il bene e la predestinazione vengono da Dio; il male e la dannazione dall'uomo... L'uomo solo può peccare e pecca; Dio solo lo libera dal peccato, quando l'uomo non metta né voglia mettere ostacolo all'azione della grazia divina... Sac. Cornelio A Lapide

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