Pagine statiche

domenica 6 settembre 2015

IL SEGRETO DEL VANGELO di Marie Dominique Molinié o.p.



Qualcuno ha un grande interesse a vederci perseverare nei nostri errori e nelle nostre tenebre, quindi ci permette tutto quello che vogliamo (in una certa misura perfino la virtù) purché perseveriamo, cioè purché induriamo il nostro cuore. Questo indurimento, di cui la Scrittura parla di continuo, è qualcosa di anormale, di misterioso e di temibile che non siamo in grado di fronteggiare. Dovrebbe essere facile convertirsi, lasciarsi fare, lasciarsi invadere dalla luce dello Spirito Santo, ma... qualcuno si aggira attorno a noi, e specialmente attorno a noi cristiani! Una cosa lo attira: Dio. A modo suo, è assetato di Dio. L'incontro con Gesù Cristo lo scatena, perciò si aggira soprattutto attorno a coloro che vivono per questo incontro. Il suo unico desiderio è che noi rifiutiamo di capire, che i nostri occhi non si aprano alla luce della Salvezza. Anche coloro che hanno già intravisto ed accolto tante luci, non sono al riparo da questo pericolo: corrono il rischio di non sospettare che tutto resta da scoprire.
Il demonio ci permetterà molti risultati in ogni campo, favorirà addirittura alcune delle nostre qualità, purché i nostri occhi non si aprano; invece è solo quando i nostri occhi si aprono che ci viene dato tutto senza limiti.
Non dobbiamo credere troppo presto di aver capito. Sarebbe probabilmente il segno che abbiamo sostituito al Vangelo una nostra religione. Presentiamoci alla Parola come bambini ignari di tutto, i quali sentono che i propri sforzi sono insufficienti a far aprire loro gli occhi. Gli sforzi umani sono necessari (non bisogna tentare Dio) ma, dopo, tutto resta da fare. Gli sforzi umani sono fruttuosi solo se capiamo e accettiamo questo fatto.
Dovremmo leggere il Vangelo in modo totalmente disteso, come si legge un romanzo, lasciandoci impressionare da questa luce come una lastra sensibile.
Oggi si parla molto di kerigma, parola dotta per designare una cosa essenziale ma anche semplicissima che Cristo, con molta insistenza, ha detto inaccessibile ai sapienti e agli intelligenti; la troviamo nel Vangelo dove aleggia un certo segreto, un qualcosa che gli uomini non conoscono e che Gesù Cristo cerca di farci intuire: le Beatitudini, il Regno dei Cieli, la porta stretta...
Ed è a questo punto che ritroviamo il demonio, perché questo segreto lo scatena; egli fa di tutto perché non lo capiamo, anche se ne parliamo sapientemente. Siamo suoi complici perché le nostre opere sono malvagie: colui le cui opere sono malvagie, non ama la luce (cf. Gv 3, 19).
La lotta tra Cristo e i farisei è grave perché sono due religioni che si affrontano, e non vi è pietà per il vinto. Non vi è pietà per Cristo: i farisei hanno riconosciuto che era un uomo grande, forse un profeta, ma non hanno potuto accettare la sua dottrina. Colui che condanna il pensiero di Dio finisce col condannare Dio stesso. Quando il pensiero di Dio gli si presenta troppo chiaramente, condanna le sue opere e il suo pensiero; allora, messo con le spalle al muro, egli è costretto a condannare Dio per non cedere: è il peccato contro lo Spirito Santo.
L’aristocrazia dei peccatori
Qual è questo segreto? Di che cosa si tratta? Si tratta di un'aristocrazia. "Chi ha orecchi per intendere, intenda" (Lc 14, 35). Anche tra coloro che accettano la luce c'è una gerarchia. Dobbiamo però essere attenti. Questa gerarchia non è quella del mondo, non è né di destra né di sinistra, è l'aristocrazia della Croce.
All'ultimo posto ci sono coloro che vanno chiamati giusti. Essi accolgono la Parola, ma non hanno radici perché non hanno l'intensa consapevolezza di aver bisogno di una misericordia infinita: contano sulla misericordia e sulla loro giustizia. A costoro verrà dato uno strapuntino nel Regno dei Cieli.
Un gradino sopra troviamo i peccatori. La loro superiorità consiste appunto nella coscienza che hanno bisogno di essere perdonati: sono appesi alla misericordia. Per questo sono accolti molto meglio dei giusti, vedi la Maddalena, il buon ladrone, il figliol prodigo... (cf Lc 8, 2; 23, 39-43; 15, 11-32).
Se potessimo leggere questi episodi con un cuore e un’intelligenza vergini, ci convertiremmo all'istante. Il Vangelo è fatto per il popolo e non per gli intellettuali, ed è facendoci un po popolani che ci lasceremo toccare (l'aristocrazia di Dio non è la nostra!). Se qualcuno legge il Vangelo senza esserne completamente sconvolto, è segno che non lo ha capito. È un dato di fatto che il popolo a cui si predica il Vangelo lo comprende molto meglio degli specialisti della religione. Per i santi è pressappoco la stessa cosa: guardate come il popolo accoglie Giovanna d'Arco, e come l'accolgono i vescovi...
Non serve a niente spiegare il Vangelo se non si sente qualche cosa. Prima di tutto bisogna vibrare, semplicemente vibrare. Ma per vibrare con semplicità è necessario essere un po bambini.
Questo ci conduce al vertice dell'aristocrazia del Cielo: i peccatori avranno una poltrona in platea, ma i bambini saranno nel palco reale, seguiranno l'Agnello ovunque vada e canteranno un cantico che nessuno può cantare (cf. Ap 14, 34).
I bambini comprendono tutto e subito. Questo è molto consolante, e ci libera completamente dalla gerarchia del mondo, dove la più piccola conquista è aspra e difficile. Dio non mette la luce fuori dalla nostra portata. Per impadronirsene non c'è da attraversare il mare né da elevarsi fino al ciclo. È molto meno difficile che superare il muro del suono. Non è difficile essere bambini ed essere piccoli. Non è difficile, ma non lo siamo, e questo è appunto il peccato, il nostro peccato. Su questo punto Dio non può transigere: o siamo piccoli o non lo siamo; se lo siamo possediamo tutto, altrimenti nulla.
Perciò non abbiamo altra scelta che quella di rifugiarci nella categoria dei peccatori che si convertono. Non si mercanteggia con Dio, bisogna convertirsi: "Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 18, 3). Non dobbiamo perseguire un altro scopo nella nostra vita. Se ne perseguiamo un altro, perseveriamo nella nostra follia e siamo dei farisei: Dio rivolgerà su di noi lo stesso sguardo che rivolse su di loro.
Nel giorno del giudizio, Egli darà appena un'occhiata a tutto ciò che ci affligge e ci inquieta nella nostra vita: è miseria , e la miseria è fatta per la Misericordia come il grano per il mulino.
Il segreto del Vangelo è dunque l’aristocrazia dei piccoli e dei peccatori. Suor Genoveffa del Santo Volto (Céline, la sorella di Teresa del Bambin Gesù) diceva poco prima di morire: "Si parla sempre della via dell'infanzia a proposito di Teresa, insistendo sul fascino dell'infanzia, ma si potrebbe altrettanto bene chiamarla la via del buon ladrone". Il segreto del Vangelo è, in definitiva, il mistero insondabile della Misericordia. Ed è per questo che, al di là dei peccatori e degli stessi bambini, nel Vangelo c'è ancora qualcosa di più profondo, o meglio, c’è Qualcuno, c’è un certo Volto.
Rileggete le scene in cui Cristo sceglie i suoi discepoli. Se oggi vi sono ancora dei cristiani, è perché alcuni uomini hanno incontrato il volto di un uomo e non hanno mai più potuto fare a meno di Lui. È successo talvolta in un secondo, come per Matteo, in quel momento: né prima, né dopo. Perfino prima che Cristo aprisse la bocca, questi uomini sono stati sedotti, affascinati per sempre; appena il loro sguardo si è incrociato con quello di Gesù, in un lampo, hanno intravisto il Regno, hanno presentito il segreto, Lo hanno seguito.
Gesù mi ha guardato
L'atto di fede del buon ladrone suscita ammirazione e stupore in sant'Agostino al punto di interrogarlo: "Come hai fatto a riconoscere la divinità del Messia nel momento in cui i nemici di Cristo trionfavano palesemente e gli apostoli stessi erano diventati incapaci di riconoscerLo nel suo volto d'agonia? Gli uni come gli altri avevano studiato le Scritture, eppure non hanno visto che le Scritture si compivano. Come hai fatto tu, a capirlo? Tra una furfanteria e l'altra, avevi forse avuto il tempo di studiare questi Libri che gli specialisti non avevano saputo leggere?". Sant'Agostino presta allora al buon ladrone questa stupenda risposta: "No, non avevo scrutato le Scritture; no, non avevo meditato le profezie; ma Gesù mi ha guardato e nel suo sguardo ho capito tutto!"
Lungo tutta la storia della Chiesa, lo sguardo dei santi ha ricevuto lo stesso potere di quello di Cristo. Così lo sguardo del Curato d'Ars, all'uscita della sagrestia per celebrare la Messa, fu sufficiente per folgorare e convertire uno scienziato incredulo venuto per curiosità. Allo stesso modo Padre Ratisbonne, ebreo libertino che detestava il cristianesimo, fu convertito in un attimo da un'apparizione della Madonna; anch'egli ripeteva fra le lacrime: "L'ho vista! L'ho vista! E nel suo sguardo ho capito tutto".
Certo tutto resta da imparare, quando non si ha, come il buon ladrone, la fortuna di arrivare la sera stessa in paradiso, e si ha quella, come gli apostoli, di servire Cristo per parecchi anni. Bisogna allora imparare poco a poco, parola per parola, e in ginocchio, ciò che si è già compreso in un lampo, ma lo si può imparare appunto perché lo si è compreso. Gli Apostoli furono istruiti da Cristo, i santi e noi stessi lo siamo dalla Chiesa, ed è esattamente la stessa cosa.
Pensate anche a Edith Stein, ebrea, filosofa (discepola di Husserl) e agnostica. Una sera cominciò a leggere l'autobiografia di Teresa d'Avila. Non poté più staccarsi dal libro. Lo richiuse verso le quattro del mattino affermando semplicemente: "Questa è la Verità". Poi comprò un messale e un catechismo prima di farsi battezzare; in ginocchio si mise a imparare, proprio perché sapeva già tutto.
Dato che per noi tutto dipende da questo volto, abbiamo nel modo più assoluto bisogno che si manifesti agli occhi del mostro cuore. Non dobbiamo aver paura di chiedere questa grazia assolutamente indispensabile: "Mostraci il tuo Volto e saremo salvi" (Sal 79, 4). Questo non è il frutto di uno sforzo, ma avviene cosi... perché fa piacere a Dio: "Non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell'uomo, ma da Dio che usa misericordia" (Rm 9, 16). Bisogna dunque ottenere che Dio si intenerisca; ma poiché nulla può obbligarLo a farlo, la sola cosa da fare è dirGli: "Riconosco che Tu non me lo devi, che non ne sono degno, ma Te lo chiedo per il tuo Nome che è Misericordia".
Affinché questa preghiera scaturisca sinceramente dal cuore di un uomo - fosse pure un religioso - sono necessari talvolta degli anni, perché è una preghiera da bambino. Ora quando un bimbo chiede qualcosa ai genitori discutendo, essi non cedono fintanto che egli discute (o almeno non dovrebbero farlo); quando però chiede con dolcezza, accettando di dire per favore, non a fior di labbra, ma dal profondo del cuore, essi non possono resistere. Dio resiste perché noi discutiamo. Il giorno in cui non discuteremo più, otterremo tutto. Egli ci mostrerà il suo volto, e cominceremo ad amarLo.
Cosa vuol dire amare? Molti diffidano dei sentimenti. L'amore effettivo, dicono, consiste nel fare la volontà di Dio. Infatti, questo è il frutto più sicuro dell'amore, il segno col quale lo si riconosce, e che viene esercitato nella carità fraterna ("Da questo segno tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri", Gv 13, 35). Ma il segno dell’amore non è l'amore stesso. Se poi cerchiamo di compiere la volontà di Dio e di amare i nostri fratelli con una tensione eroica della volontà, rischiamo di voler strappare dal nostro cuore i frutti dell’amore senza avervi piantato il suo albero (il quale è all'inizio il più piccolo di tutti i semi).
Amare non è prima di tutto essere eroici nel disinteresse. Al contrario! Questa perfezione viene solo alla fine. Amare è prima di tutto essere attirati, sedotti, catturati. Il primo atto libero e meritorio che ci viene chiesto, è cedere a questa seduzione, a questa attrazione, è lasciarsi prendere, lasciarsi vincere... lasciarsi fare. Si tratta ancora una volta di qualcosa di molto semplice, che scatta nel nostro cuore, non si sa perché né come, e che rende tutto il resto facile ("Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero", Mt 11, 30).
I nostri sforzi più duri sono talvolta disperati e disperanti, perché procedono pochissimo dall'amore, ma molto dalla volontà di convincerci che amiamo: è come voler compiere le opere dell'amore senza amare. Spesso cerchiamo di imitare i santi, ci costruiamo un ideale (come la rana che vuol farsi grossa come il bue), chiamandolo perfezione cristiana o evangelica, ma la vita cristiana non è in primo luogo un ideale: è una realtà. L'unico vero ideale è che questa realtà si realizzi pienamente ("Desidero che abbiate la gioia in pienezza", Gv 15, 11).
È molto pericoloso fare del vangelo per prima cosa un ideale, perché ne facciamo un nostro ideale. Perseguire un ideale è spesso cercare di imitare l’amore con sforzi estenuanti, i quali rendono faticosa la vita e non hanno un grande valore agli occhi di Dio, perché non corrispondono al suo desiderio. Non dobbiamo comportarci come se avessimo raggiunto un gradino più alto di quello in cui siamo in realtà. Non avere un ideale del nostro io è ancora una volta un frutto dello spirito d’infanzia.
Diventare un operaio dell’ultima ora
Bisogna quindi che succeda qualcosa nel nostro cuore, qualcosa di insostituibile. Dobbiamo essere ciò che siamo: un piccolo seme del Regno. Abbiamo la nostra parte da compierne. Se vogliamo che cresca, non trascuriamolo, ma neppure torturiamolo tirando le foglie affinché cresca più in fretta. Non dobbiamo stare a dire: "A che punto è? Cresce? Non cresce? Si, cresce...". -
In fin dei conti, forse, la cosa più pericolosa non è farsi delle illusioni o affliggersi quando crollano, perché allora si grida verso Dio; no, la cosa più pericolosa è, dopo aver faticato per anni, constatando che non si è progrediti, scoraggiarsi per davvero e dire a se stessi: "La vita è fatta così! Non bisogna chiederle troppo! Non sono un santo! Pazienza, non è dato a tutti!". Questo è grave perché è una nostra idea, non è affatto quella di Dio.
Può benissimo accadere che, perfino nella vita religiosa, uomini giusti e retti ricevano solo all'ultimo momento la rivelazione del volto di Cristo. Sono operai dell'ultima ora, e se l'accettano, la loro ricompensa sarà magnifica. Avranno faticato tutta la vita per diventare operai dell'ultima ora, per poter dire come quella giovane battezzata a diciannove anni e morta a ventiquattro: "Umanamente non ho fatto niente; soprannaturalmente non ho fatto nulla: sono pronta per la Misericordia di Dio".
Vale la pena vivere cent'anni per compiere un atto di fede come questo, l'unico che conti e che Gesù aspetta. Quando però si è vissuti a lungo, questo atto è forse più difficile, a causa di tutto ciò che bisogna abbandonare, soprattutto quanto a pretese. Siamo carichi di bagagli - le spine della parabola che rendono la vita difficile - con i quali non passeremo mai per la porta stretta. Lasciate quindi i bagagli al deposito, e prendete il treno senza preoccuparvi di ciò che accadrà loro.
Cos’è questo amore che ci afferra, ci solleva e ci libera?
Consideriamo innanzitutto lo slancio del buon ladrone, quello di Maria Maddalena, e quell’emozione che ha fatto piangere Padre Ratisbonne e che potrebbe farci piangere un giorno o l'altro.
Cosa succede? Nessuna psicologia umana lo può spiegare. Vi sono dei momenti nella nostra vita - e ce ne sono stati anche nella vostra - in cui intuiamo il Regno dei Cieli. Immaginate un uomo nato e vissuto fino ai tre, quattro anni in un paese meraviglioso, e che senza averlo mai più rivisto, per un secondo respiri un profumo molto fuggevole, sottile e tuttavia forte, che glielo ricorda... Come quando ci si avvicina al mare: l'aria non è più la stessa. Qui si tratta del vento del Cielo, del soffio dello Spirito Santo.
Noi tutti lo abbiamo sentito passare un giorno. Solo questo può attirarci verso Dio, e non colpi di bastone o ragionamenti! Non si diventa cristiani perché si è convinti che sia più perfetto, ma perché non si può fare altrimenti.
In fin dei conti tutto questo proviene dalla vita trinitaria nascosta nei nostri cuori; a tratti una ventata di questa vita arriva fino alla coscienza e ce ne dà il sapore, il desiderio, l’amore. Per parlare della vita cristiana, bisogna parlare prima di tullo della vita trinitaria.
Si può allora capire perché il combattimento spirituale sia nello stesso tempo così semplice e così complesso. Il segreto del Vangelo è qualcosa di estremamente semplice perché è la vita divina. Non dobbiamo fabbricarla e neppure correrle dietro, basta lasciarla crescere in noi, lasciarla agire, lasciarsi fare dalla formidabile potenza con la quale tende a crescere.
Essa è il più piccolo di tutti i semi, ma se non la ostacoleremo, si incaricherà lei di invaderci. Non dovremo fare piani per ottenere questa invasione, si imporrà da sé, e non avremo che da seguire. Certo questo sarà piuttosto stressante, perché le esigenze interne di questa invasione andranno infinitamente più lontano di tutto quanto gli uomini ci possano chiedere...
molto più lontano persino dei nostri sogni di perfezione.
Questo germe soffoca nelle nostre tenebre e ci supplica: "Lasciami respirare! Nonne posso più di essere in un cuore di pietra. Sto alla porta e busso". Ma lo dice dal di dentro, come un naufrago che bussa sullo scafo di un relitto dove è rinchiuso. Non si tratta di un ideale, ma di una realtà: è un dato di fatto che la Parola risuona nel nostro cuore per chiedere di uscire, come un pulcino chiede di uscire dal guscio quando la sua ora è venuta.
Allo stesso tempo, la vita cristiana sulla terra è qualcosa di estremamente complicato, proprio a causa del vaso di argilla e del cuore di pietra nel quale deve vivere la vita divina. Possiamo dire che la vita cristiana è l'insieme delle disavventure della vita divina smarrita nel cuore dell'uomo.
L'uomo infatti è l'essere più strano della creazione, una macchina infinitamente delicata, più complessa di miliardi di computer e, come se non bastasse, la macchina è rotta. Ne risulta una lotta molto misteriosa tra questa semplicità della Vita e le complicazioni della morte: "Sento due uomini in me" (Rm 7, 15-27). È vero per tutti noi e non abbiamo il diritto di agire come se ce ne fosse soltanto uno: "Siate semplici come colombe e prudenti come serpenti" (Mt 10, 16).
Vedremo successivamente:
1 - La vita divina in se stessa.
2 - La vita divina vissuta da una creatura.
3 - La vita divina sottoposta alla prova. La vita divina infatti dev'essere vissuta nell'oscurità della fede prima di sfociare nella luce. Perciò è soggetta a pericolo.
4 - La prova è andata a finire male per noi, e ormai la vita divina si scontra quaggiù con le profondità del peccato, secondo la sapienza della Croce e della Redenzione. In questo combattimento non abbiamo altra arma che il Sangue di Gesù. Tutto il resto appartiene - più o meno - al nemico, e finché ci appoggiamo su di esso, costruiamo sulla sabbia.

Tratto da “Il coraggio di avere paura” di Marie Dominique Molinié o.p. (da pag 15 a pag 26 )