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domenica 24 gennaio 2016

Beato Francesco Zirano Sacerdote francescano, martire - Sassari, 1564 - Algeri, 25 gennaio 1603 - Papa Francesco il 7 febbraio 2014 ha riconosciuto il suo martirio in odio alla fede.



La vita e l’insegnamento di p. Francesco Zirano
Della sua vita abbiamo pochi dati sicuri ma, alcuni, particolarmente eloquenti. Di certo nac­que a Sassari; molto probabilmente nel 1564. Conosciamo il nome della mamma: Margherita, e la data della sua morte, il 1598. Ignoriamo il nome del babbo; di lui indirettamente veniamo a sapere che morì ancora giovane (è la mamma infatti che com­pie atti giuridici, normalmente riservati al marito). Probabilmente fu colpito anch’egli dalla peste del 1582 che, solo nella città di Sassari, fece ventimila vittime. E questa la peste che diede occasione al voto che impegna ancora oggi la municipalità di Sassari ad offrire ogni anno alcuni ceri (i famosi candelieri) alla Vergine Assunta.
Ebbe due sorelle e probabilmente un fratel­lo. Di famiglia povera, ancora giovane fu tuttavia avviato agli studi, cosa molto rara per quei tempi, quasi sicuramente presso il convento di Santa Maria di Betlem, dove a 14 anni, secondo la consuetudine del tempo, fu ammesso al noviziato e a 15 alla pro­fessione.
La sua formazione religiosa e teologica si svolse negli anni in cui, a Sassari, operava come docente e come rinomato oratore p. Francesco Sanna, ministro provinciale negli anni 1583-1587. Sono anni impegnativi anche per la riforma dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali secondo le indicazioni del Concilio di Trento.
Con molta probabilità venne ordinato pre­sbitero il 30 maggio del 1586. Nel frattempo lo ha raggiunto a S. Maria, anch’egli come religioso, il cugino, figlio di una zia materna, fra Francesco Serra; questi avrà molta importanza nelle vicende degli ultimi 13 anni della vita di p. Zirano.
La vita ordinata e laboriosa del convento di Santa Maria nel 1590 viene turbata da un tragico episodio: fra Francesco Serra, il cugino di p. Zirano, mentre è in viaggio, viene rapito e ridotto in schia­vitù dai corsari turchi che in Algeri hanno la base per le loro incursioni.

Tali incursioni avvenivano nelle coste sarde frequentemente e non di rado erano rapiti pure sacerdoti e religiosi. Anche in periodi in cui non erano in corso guerre dichiarate, mondo islamico e mondo cristiano si combattevano con queste rapide incursioni per fare razzia di persone, di alimenti e di altri beni.
Uno dei centri islamici più attivi nell’attività corsara, in quegli anni, era Algeri. Le persone rapite venivano vendute come schiavi e sottoposte ad ogni genere di lavoro e di umiliazioni e, a seconda del padrone, venivano trattate senza alcuna umanità; quando, invece, si riusciva a comunicare con i paren­ti, veniva indicato il prezzo del riscatto, che variava in base dell’importanza della persona rapita.
Se il rapito era benestante al riscatto provve­deva in proprio la famiglia. Il riscatto dei poveri era tentato da alcuni istituti religiosi sorti con questa finalità (Mercedari, Trinitari, ecc.) e da varie confra­ternite dedite esplicitamente a tale opera caritativa.
Ci dispiace dirlo ma, in quel tempo, anche navi di cristiani operavano incursioni di pirateria e, peggio ancora, erano tollerate e, qualche volta, autorizzate dalle legittime autorità.
Spesso gli schiavi cristiani, pur di sfuggire alle umiliazioni e liberarsi dalla schiavitù si conver­tivano all’islamismo. P. Francesco Zirano temeva che qualcosa di simile potesse succedere anche al cugino, per cui, dopo aver sperato e atteso altre pos­sibili soluzioni, decise di affrontare personalmente la fatica e i rischi della liberazione di fra Francesco Serra.
Nonostante tale decisione, egli continua a dare il proprio contributo di lavoro e di impegno nella sua comunità di Sassari. Nel gennaio del 1598 c’è un avvicendamento negli uffici e negli incarichi comunitari del convento di Santa Maria; p. Zirano è nominato economo e procuratore: vale a dire addetto a trattare gli affari pubblici del convento. A quei tempi, questo era un incarico talmente impor­tante che la nomina del p. Zirano viene registrata dal notaio.
È amministratore di una riserva di grano della comunità e svolge il compito di questuante in alcuni paesi del circondano di Sassari.
In quell’anno, molto probabilmente muore anche la mamma.
Il 1598 è soprattutto l’anno della trepida attesa della risposta del papa ad una sua supplica di poter questuare in tutte le chiese della Sardegna per reperire i fondi necessari al riscatto del cugino. Egli infatti non ha altre possibilità per trovare i 200 scudi, la somma assegnata per il riscatto del cugino, e poter, sostenere le spese del viaggio e andare incontro a tanti altri molteplici imprevisti di una simile impresa.
In Sardegna la questua finalizzata alla redenzione degli schiavi era riservata ai religiosi Mercedari di Bonaria. Di conseguenza egli ha biso­gno di una facoltà esplicita del papa. Presenta la supplica al papa Clemente VIII negli ultimi mesi del 1597 o nei primi del 1598, come si evince dal Breve del papa, firmato il 19 marzo 1599, detto Ortatorio, nel quale si concede la facoltà di recarsi alla questua per tre anni; la persona del p. Zirano è indicata come “uomo di circa 33 anni, di bassa statura, occhi neri e barba castana”.
Ottenuta la licenza, senza perdere tempo, prese a percorrere i paesi della Sardegna questuan­do, oltre che negli atri delle chiese, di casa in casa; ha modo così di incontrare e confortare varie perso­ne che avevano parenti nelle stesse condizioni del cugino.
Alla fine del triennio, nella primavera del 1602, non potendo partire per l’Africa direttamente dalla Sardegna, egli si reca in Spagna. Il re Filippo III gli offre un passaggio in una nave spagnola che porta ad Algeri p. Matteo de Aguirre, frate minore osservante, già schiavo in quella città, conoscitore della lingua del posto e della situazione politica, che si è fatto promotore di un progetto per la presa di Algeri con l’aiuto del re di Cuco, che ha un parente convertito al cristianesimo.
P. Francesco approda in Africa il 28 luglio del 1602 e si affretta subito a compiere la sua missione. Purtroppo il momento non è proprio quello più adatto. Ad Algeri tutti quelli che vengono dal Cuco sono considerati nemici o spie. Le trattative per i riscatti sono state sospese. In città si è saputa la notizia dell’arrivo di p. Matteo de Aguirre e dello stesso p. Zirano ed anche il suo nome è inserito nel­l’elenco dei ricercati.
Tuttavia egli non desiste dal suo progetto: travestito da mercante moro venditore di lino, riesce a liberare 4 schiavi che lavorano nelle aziende agricole fuori le mura della città.
In attesa degli eventi, per ben 4 mesi, da set­tembre a dicembre del 1602, p. Zirano si ferma nella città di Cuco e svolge il ministero sacerdotale a favore dei cristiani riscattati o fuggiti da Algeri e di alcuni rinnegati che sostano a Cuco in attesa di rien­trare in patria. In questo periodo incontra anche i coniugi Gavino Pinna e Margherita Escano con il loro figlio Pedro, nativi di Tempio. Essi gli confida­no il profondo dispiacere di aver rinnegato la fede cristiana, sebbene solo esteriormente. Bastava infat­ti che un cristiano entrasse nella moschea o nomi­nasse Maometto ed era obbligato a farsi maometta­no, diversamente veniva bruciato vivo.
Di fatto, nel loro intimo, i coniugi Pinna-Escano rimasero sempre cristiani convinti e lo dimostrarono facilitando il compito ai redentori di schiavi e aiutando i sacerdoti con offerte di messe e in vari altri modi. Rientrati in patria ebbero la gioia di vedere il figlio Pedro ordinato sacerdote1.
Intanto il 10 gennaio, Sid Amar ben Amar, giocando sulla sorpresa attacca battaglia ed infligge un’umiliante sconfitta all’esercito di Algeri. Il re di Cuco ci tiene a far sapere la notizia al re di Spagna ed invia proprio p. Zirano a portare una lettera al sovrano spagnolo.
Nel tragitto dalla zona montagnosa verso il porto di Asofon, forse tradito, certamente abbando­nato dalla scorta che avrebbe dovuto difenderlo da eventuali imboscate dei soldati di Algeri, venne arre­stato. Gli viene subito tolta la missiva per il re di Spagna, spogliato delle vesti, percosso e incatenato viene condotto ad Algeri, dove entra il 6 gennaio 1603 “..... mezzo morto di freddo e di fame, ricoperto delle sole brache, scalzo, con una grande catena al collo e manette ai polsi” (RAMIREZ, Relacion A, c. 5v).
Sarebbe troppo lungo riassumere le vicen­de degli ultimi 20 giorni della sua vita! Fu rinchiuso nel carcere situato all’interno del palazzo del pascià. Qui, pur essendo in mezzo ad altri cristiani, fu proibito a tutti di parlargli. Lo si voleva isolare perché ritenuto erroneamente un personaggio molto importante (fra Matteo de Aguirre l’amba­sciatore del re di Spagna Filippo III), tanto che il prezzo del suo riscatto venne fissato in tremila ducati d’oro; per il riscatto di fra Francesco Serra bastavano duecento scudi.
Nonostante la strettissima sorveglianza, il cugino fra Francesco Serra riuscì a fargli visita due venerdì di seguito, nell’ora in cui i carcerieri erano intenti alla preghiera, nella moschea.
Il 22 gennaio del 1603, i giannizzeri (la mili­zia che presidia Algeri) lo vorrebbero far arrivare con una nave inglese a Costantinopoli come trofeo di guerra per il Gran Visir che comanda anche su Algeri; il tentativo fallisce perché il pascià preferi­sce i soldi del riscatto.
Due giorni dopo riprende il braccio di ferro tra il pascià Solimàn che, in vista del riscatto, ne vuole salva la vita e i giannizzeri che ne vogliono la morte. Il verdetto definitivo viene pronunciato la mattina del 25 gennaio ed è terribile: sarà scorticato vivo; condan­nato quindi a morire dissanguato e fra atroci dolori.
Alla notizia di tale condanna il commento di p. Zirano è di ringraziamento al Signore: “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio, perché ha scelto me indegno servo” (ANONIMO, Relacion, p. 3). Non mancano gli inviti pressanti a rinnegare la fede cristiana per avere salva la vita, sempre rifiutati con grande decisione.
Segue la lunga Via crucis attraverso la strada principale di Algeri, affollata per il mercato, fatto oggetto di insulti, sputi e percosse, fino al luogo del­l’esecuzione, fuori della porta di Babason. Giunti sul luogo del supplizio, riceve ancora un ultimo invi­to a rinnegare la fede, ma la sua risposta è più che mai ferma: “Io sono cristiano e religioso del mio padre san Francesco e come tale voglio morire. E supplico Dio che illumini voi perché lo abbiate a conoscere” (ANONIMO, Relacion, p. 3).
Infine viene scorticato vivo. Quando gli viene strappato l’ultimo brandello di pelle esclama: “Nelle tue mani, o Signore, raccomando l’anima mia... - e con queste parole spirò” (ANDREA SARDO, Deposicion 29.03.1606, p. 258).
La virtù che più di ogni altra risalta dal breve sunto della sua biografia è senza dubbio la carità autenticamente cristiana e fraterna. Dal momento dell’incursione corsara del 1590 non lo abbandonò più il pensiero del cugino fra Francesco Serra che si trovava schiavo tra i musulmani di Algeri, costretto a faticosi e umilianti lavori con il timore che, in tali condizioni, potesse vacillare la sua stessa fermezza nella fede cristiana. Il primo pensiero al risveglio e l’ultimo la sera prima di pren­dere sonno era quello del cugino. Probabilmente anche i suoi sogni erano tormentati dalle immagini dei famosi bagni turchi dove vivevano ammassati migliaia di schiavi cristiani. Nella preghiera non mancava mai un invocazione per la perseveranza nella fede del cugino fra Francesco.
Dalla carità scaturiscono le altre sue virtù umane e cristiane: il coraggio e l’intraprendenza, la fortezza d’animo e la disponibilità all’azione dello Spirito. Egli, umile frate di una lontana provincia del suo ordine, trova il coraggio di rivolgere una supplica al papa con la richiesta di poter ricorrere alla questua per il riscatto del cugino, di percorrere poi per tre lunghi anni i paesi della Sardegna mostrando a prelati, abbati, parroci e rettori di chie­se il breve del papa che lo autorizzava a stendere la mano negli atri delle chiese come gli umili mendica­ti, e a bussare timidamente alle porte dei pastori e dei contadini per ricevere quel piccolo obolo, neces­sario per raggiungere la cifra richiesta.
Il coraggio lo sostiene nel chiedere aiuto al re di Spagna Filippo III per poter arrivare in Africa, e, giunto nel luogo della sua missione, nell’affidarsi a guide e interpreti sconosciuti, pur di raggiungere lo scopo del suo viaggio.
Manifesta lo stesso intrepido coraggio nel­l’affrontare le sofferenze dell’arresto e della bar­bara uccisione.
La carità cristiana e le virtù morali da essa derivanti scaturiscono e sono sostenute da una grande fede, alla cui luce per p. Francesco Zirano è importante non solo il riscatto del cugino dalla schiavitù, ma ancora di più l’opportunità di arreca­re conforto a lui e agli altri prigionieri, sostenerne la fede e richiamare a questa i rinnegati.
P. Zirano sa che la fede cristiana è un dono talmente grande che illumina e dà significato a tutta l’esistenza e che, quindi va difesa, custodita e accre­sciuta in se stessi e negli altri.
Egli sa che, recandosi ad Algeri, anche la sua fede potrebbe essere messa a dura prova. Da qui l’impegno ad accrescerla con l’umile preghiera e a chiedere il dono della perseveranza innanzitutto per se stesso.
Si spiega così il fatto che di fronte alle indici­bili sofferenze di un crudele martirio egli non abbia avuto un momento di esitazione nel confessare la sua fedeltà a Cristo.
Per le autorità di Algeri era un trofeo molto ambito fare prigionieri importanti personaggi cri­stiani e p. Zirano, sebbene per errore, era ritenuto tale; più esaltante, però, era farne dei rinnegati. Anche a lui fu promesso di avere salva la vita se fosse diventato musulmano. Di fronte a tale provo­cazione non solo la sua fede fu irremovibile, ma colse l’occasione per testimoniarla pubblicamente e per invitare i suoi aguzzini al cristianesimo: “Io sono cristiano e religioso del mio padre san Francesco e come tale voglio morire. E supplico Dio che illumini voi perché lo abbiate a conoscere”
(ANONIMO, Relacion, p. 3).
        La carità cristiana del p. Zirano, oltre che dalla fede, è sostenuta poi dalla speranza. Potremmo aggiungere da una molteplice speranza. Dapprima egli spera di portare a compimento il progetto della liberazione del cugino e di qualche altro schiavo; una volta caduto egli stesso prigionie­ro e condannato a morte, si sente sostenuto dalla speranza che il suo sacrificio, per grazia di Dio, rav­vivi la fede dei rinnegati e mantenga salda quella del cugino e degli altri cristiani schiavi ad Algeri, e a lui apra le porte del paradiso.
L’iniziativa di p. Francesco Zirano alla luce dell’in­segnamento di
san Francesco su coloro che vanno tra i saraceni e gli altri infedeli”
L’opera del p. Francesco Zirano può esse­re meglio capita e apprezzata se vista alla luce del comportamento suggerito da san Francesco a “colo­ro che vanno tra i saraceni e altri infedeli”. Per utili­tà di coloro che non conoscono il testo del serafico padre lo riporto qui di seguito:
Dice il Signore: Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe.
Perciò quei frati che, per divina ispirazione, vorranno andare fra i Saraceni e altri infedeli, vada­no con il permesso del loro ministro e servo.
Il ministro poi dia loro il permesso e non li ostacoli se vedrà che essi sono idonei ad essere mandati; infatti dovrà rendere ragione al Signore, se in queste come in altre cose avrà proceduto senza discrezione. I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono ordinare i rapporti spirituali in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani.
L’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si fac­ciano cristiani, poiché, se uno non rinascerà per acqua e Spirito Santo non potrà entrare nel regno di Dio.
Queste ed altre cose che piaceranno al Signore possono dire ad essi e ad altri; poiché dice il Signore nel Vangelo: Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, Io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; e: Chiunque si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando tornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli.
E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che hanno consegnato e abbandonato il loro corpo al Signor nostro Gesù Cristo, e per il suo amore devo­no esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: Colui che perderà l’anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna”2.
Tra gli esperti si discute se questo capito­lo sia stato scritto prima o dopo l’esperienza dell’in­contro che san Francesco ebbe con il sultano Al­Malik-al-Kamil. Se fosse stato scritto prima indiche­rebbe la grande intuizione di Francesco, se dopo riporterebbe il frutto della sua personale esperienza.
Lungo i secoli sono stati tanti i francescani che si sono recati tra i saraceni, ma non tutti con gli atteggiamenti suggeriti da san Francesco in questo capitolo della regola. Alcuni vi si recarono a segui­to e con lo spirito battagliero dei crociati. Altri par­ticolarmente assetati di martirio e tanto semplici (forse anche non molto prudenti) da oltraggiare pubblicamente Maometto.
Altri ancora, e forse più numerosi, vi andarono con lo spirito di san Francesco per realizzare un’umile e silenziosa testimonianza di vita cristiana, fatta di rispetto per la buona fede di molti maomet­tani e per alcuni loro atteggiamenti autenticamente religiosi, quali il senso della trascendenza divina, la fedeltà alla preghiera, il senso dell’ospitalità, ecc.
P. Francesco Zirano andò tra i saraceni come redentore di schiavi cristiani e con lo spirito di quanto suggerisce san Francesco nella regola del 1221.
Egli va tra i saraceni con l’animo sgombro da ogni forma di ostilità, va per esercitare una virtù cri­stiana, anzi quella per eccellenza: la carità. Non avendo trovato altre soluzioni, utilizza il passaggio di una nave militare, ma lo scopo del suo viaggio non tende a minare i poteri costituiti di Algeri.
È vero che, costretto all’inattività per lo stato di belligeranza tra il regno di Cuco e Algeri, nel frat­tempo egli accetta una missione che potremmo definire diplomatica; essa tuttavia non venne sugge­rita da sentimenti di ostilità nei confronti degli isla­mici. Si trattava di portare in Spagna una lettera con l’annuncio di una significativa vittoria da parte del re di Cuco, alleato della Spagna contro i turchi di Algeri. E fu proprio mentre compiva questa missio­ne che, per fatalità o tradimento, venne arrestato, sommariamente processato e condannato alla morte.
Nei venti giorni che trascorrono dal giorno del suo arresto a quello del supplizio egli vive in pieno quanto suggerisce san Francesco ai frati che vanno tra i saraceni: “Un modo è che non facciano liti o dispute ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino d’essere cristiani”.
L’intento del suo viaggio in Africa, secondo quanto già detto, era esclusivamente caritativo (riscattare il cugino dallo stato di schiavitù, sostene­re nella fede i cristiani schiavi ad Algeri e esortare i rinnegati a tornare alla fede cristiana).
Inoltre, quando partì dalla Sardegna, era suo intento riscattare il cugino non con la forza o l’in­ganno, ma seguendo le procedure allora in vigore: giungere sul posto munito dei salvacondotti dovuti, pagare la somma pattuita per riavere la persona da riscattare e rientrare pacificamente in patria. Purtroppo tutto questo non fu possibile a motivo della guerra in atto tra il regno di Cuco e Algeri.
Incatenato, come Cristo sulla via del Calvario, egli percorreva le strade di Algeri “mezzo morto di freddo e di fame, ricoperto di un sommario perizoma, scalzo, con una grande catena al collo e manette ai polsi” (RAMIREZ, Relacion A, p. 3).
Non un lamento, non un’imprecazione. Non era venuto a cercare il martirio, anche se la sua devozione ai martiri Gavino, Proto e Gianuario sta ad indicare che in lui da sempre era grande l’ammi­razione per i confessori della fede, ma davanti alla prospettiva del martirio egli si dimostra pronto e grato.
Quando il cugino fra Francesco Serra lo viene a trovare in carcere, approfittando dell’ora della pre­ghiera del venerdì, mentre tutti i musulmani sono nella moschea, e gli comunica che probabilmente verrà bruciato vivo, egli esclama: “Non merito da Dio tanta grazia. Ma piaccia a Lui che io venga bruciato per essere cristiano” (ANONIMO, Relacion, p. 2).
E quando, la seconda volta che gli fa visita, gli rende noto che quasi sicuramente l’indomani sarà giustiziato, rinnova la sua gratitudine al Signore ed offre la sua vita per il ritorno alla fede dei rinnegati: “Piaccia a Dio che con la mia morte i rinnegati riconoscano quanto male han fatto rinne­gando il proprio Dio in mezzo a questi infedeli. Ma, ti prego, conducimi un confessore” (Ivi).
Alla risposta del cugino che non era possibi­le trovargli il confessore, aggiunge: “Accolga Dio la mia intenzione” (Ivi).
S. Francesco poi aggiunge: “Quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché credano in Dio onnipotente Padre Figlio e Spirito Santo...”.
P. Zirano capisce che tale opportunità a lui si presenta proprio nel momento in cui è condotto al supplizio. Ecco cosa afferma al riguardo la testimo­nianza di Giovanni Andrea di Cagliari, resa a voce sotto giuramento: “E questo teste vide come i Mori e i Turchi, quando lo conducevano al martirio, cerca­vano di convincerlo a rinnegare la nostra santa fede cattolica. Ma il detto fra Francesco, cercando di per­suaderli col predicare la nostra santa fede cattolica, diceva: ‘In essa sono nato e in essa voglio morire’ ” (Deposicion 29.03.1606, p. 258).
E quando gli promettono di salvargli la vita se diventerà maomettano egli esprime la propria irremovibile professione di fede cristiana e, indiret­tamente, rivolge l’invito perché essi si convertano a Cristo: “Io sono cristiano e religioso del mio padre san Francesco e come tale voglio morire. E supplico Dio che illumini voi perché lo abbiate a conoscere” (ANONIMO, Relacion , pA3).
P. Francesco Zirano prega per la conversione dei suoi carnefici e di conseguenza indirettamente li
invita a fare questo salto, ma in lui non è presente alcuna parola di disprezzo per Maometto o per il Corano.
Infine, nella sua regola, san Francesco rivolge ai frati questa esortazione: “E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che hanno consegnato e abbandonato il loro corpo al Signor nostro Gesù Cristo, e per il suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: ‘Colui che perderà l’anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna’ ”.
Abbiamo appena sentito con quale serenità il nostro servo di Dio si disponga al martirio e lasci che il suo povero corpo sia oltraggiato e vilipeso. Nella testimonianza di G. Andrea Sardo leggiamo: “Il detto carnefice si avvicinò con un coltello alla vit­tima ammanettata e ferma nel fosso, e gli diede un colpo aprendo gli una larga ferita dall’orecchio fino alla schiena: e il detto fra Francesco soffriva con grandissima pazienza, invocando i santissimi nomi di Gesù e di nostra Signora e recitando salmi. Proseguendo il carnefice a scorticare con grandissi­ma crudeltà, arrivando alle mani gliele tagliava al polso, e lo stesso faceva per i piedi, dopo aver scorticato le gambe: finché scorticando gli il petto fino alla bocca dello stomaco, il suddetto testimone vide il padre Francesco, levati gli occhi al cielo con grande dolore, dire: - Nelle tue mani, o Signore, raccomando l’anima mia: mi hai redento, o Signore, Dio vero. - E con queste parole spirò” (G. ANDREA SARDO, Deposicion 29.03.1606, p. 258).
Il nostro atteggiamento, oggi, nei confronti dell’Islàm
Oggi, sono soprattutto gli islamici che vengono in mezzo a noi: vengono in massa alla ricerca di un lavoro, spinti dal bisogno.
Salvo rare eccezioni vengono disarmati e senza l’intento esplicito di fare proselitismo. In maggioranza però essi, anche in mezzo a noi, inten­dono vivere i capisaldi della loro religione e inevita­bilmente si arriva ad un certo confronto e, qualche volta, purtroppo, allo scontro, forse perché sia chi viene in mezzo a noi, sia chi li accoglie non è libero da pregiudizi. Del resto, non tutti gli islamici che vengono tra noi conoscono e vivono bene il proprio credo religioso, così come la grande maggioranza dei cristiani non conosce e non professa in modo integro la vita cristiana.
In questa situazione il compito di noi francescani nei confronti di questi emigrati è: acco­gliere, rispettare, aiutare, testimoniare un’autentica vita cristiana, e, all’occorrenza annunciare loro il vangelo.
1) Accogliere. Sappiamo che san Francesco voleva che i suoi frati fossero ospitali verso tutti: “Chiunque verrà da essi, amico o nemico, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà” (Rnb 7, FF 26).
In questo spirito è urgente che noi francesca­ni sensibilizziamo il nostro ambiente perché coloro che, in cerca di un onesto lavoro, vengono in modo regolare in Occidente non siano né ostacolati né emarginati. Se ne avessimo la possibilità, noi stessi potremmo offrire loro un lavoro.
2) Rispettare. La nostra accoglienza va offer­ta con spirito fraterno, umile, con l’atteggiamento di chi accoglie degli amici, anzi molto di più: Cristo stesso.
Dobbiamo rispettare anche e soprattutto il loro credo religioso perché come ha ben detto il Vaticano II, anche in esso è presente “un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini” (Nostra Aetate 2). Come non apprezzare, ad esempio, il senso profondo della trascendenza divina da essi coltivato? la fede nella misericordia di Dio? la fedeltà alla preghiera? lo sforzo per vincere le pro­prie passioni? la lotta contro l’oppressione e l’ingiu­stizia? A questo riguardo è molto significativa la sura 4 del Corano: “O voi che credete praticate la giustizia, praticatela con costanza, in testimonianza di fedeltà a Dio, anche a scapito vostro, o di vostro padre, o di vostra madre, sia che si tratti di un ricco o di un povero perché Dio ha priorità su ambedue”.
3) Aiutare. Non si tratta solo di offrire aiuti materiali, quando ne avessero bisogno. Più impor­tante ancora è favorire il loro inserimento nel nostro ambiente; aiutarli con la nostra cordiale ami­cizia a saper armonizzare i doveri di ogni cittadino con l’osservanza dei precetti della propria religione. Questa conciliazione non è sempre facile per loro, abituati come sono ad identificare lo stato con la religione, a differenza di noi occidentali che da tempo abbiamo distinto queste due dimensioni del vivere sociale.
4) Testimoniare. Il mondo occidentale è ter­rorizzato dall’idea che l’islamismo possa pacifica­mente occupare l’Europa cristiana. E un pericolo reale? Per scongiurarlo o esorcizzarlo è necessaria una maggiore coerenza nella nostra vita di fede e un’autentica testimonianza di carità cristiana.
A contatto con una comunità cristiana che vive con fede, anche gli islamici difficilmente reste­ranno insensibili davanti al messaggio evangelico. È sempre possibile che alcuni cristiani passino all’Islàm, ma, a lungo andare, è più probabile che tanti maomettani si aprano alla fede cristiana: dipende anche da noi.
Alla luce di quanto ha insegnato e vissuto il serafico Padre e nel ricordo di quanto ha operato p. Francesco Zirano, noi francescani dobbiamo sentire come nostro il compito di essere vicini, in nome della Chiesa, ai musulmani.
Anche se, per il momento, nella nostra Isola gli islamici non sono moltissimi, noi della Sardegna, collocati dalla geografia e dalla storia come testa di ponte tra Europa e Africa siamo chiamati ad indivi­duare in tale compito il nostro specifico per i decen­ni a venire.
Doverosa e fruttuosa memoria dei martiri
Il 4° centenario della morte di p. Francesco Zirano, ci ricorda che è doveroso e utile fare memoria di quei cristiani che hanno pagato con la morte la propria fedeltà a Cristo.
In occasione del grande Giubileo del 2000 il Papa volle che nel Colosseo, alla sua presenza, venisse celebrato il ricordo dei martiri del XX seco­lo. Risultò una delle cerimonie più commoventi e significative di quell’anno.
Per la Chiesa è importante e doveroso:
- fare memoria dei cristiani che hanno saputo dare la vita per conservare integra la propria fede e per l’affermazione dei molteplici valori cristiani;
- rendere onore a tutti coloro che per fedeltà a Cristo hanno saputo sacrificare il bene più grande in loro possesso, la propria vita;
- esprimere gratitudine e riconoscenza per il bene spirituale che la testimonianza dei martiri apporta alla Chiesa e a ciascun fedele.
Il loro ricordo, infatti, ravviva la fede, riaccende la speranza, rinnova la carità.
Ravviva la fede. Martire è colui che non solo a parole, ma anche con la vita concreta di ogni gior­no ha fatto di Gesù l’unica ragione della propria esi­stenza, per cui, con la stessa generosità con cui ha saputo vivere per Cristo, per Lui sa anche morire.
L’esempio dei martiri ricorda a tutti i cristia­ni la grandezza e la forza della fede.
L’esempio di p. Francesco Zirano, anche se lontano nel tempo, è ancora più eloquente per il genere di morte che egli ha saputo affrontare. Nonostante fosse a conoscenza delle atrocità a cui stava per essere sottoposto, rimase fermo nel suo proposito di fedeltà a Cristo. Miracolo della fede! Il suo esempio non può lasciarci indifferenti; inevita­bilmente ravviva la nostra fede.
Riaccende la speranza. Sul momento la morte del martire provoca un senso di grande fru­strazione e di impotenza perché da’ l’impressione che la violenza, l’ingiustizia e l’oppressione siano vincenti, poi, gradatamente, il pensiero che nel mondo ci sono uomini e donne che non si piegano alla violenza e alla prepotenza, ma dalla fede in Cristo attingono la forza per resistere al male fino alla morte, riaccende la speranza che il bene e tutti i valori cristiani si affermeranno, e il Regno di Dio si imporrà nelle coscienze al di là di ogni cattiveria umana.
Rinnova la carità. Le virtù teologali non pos­sono essere mai disgiunte l’una dall’altra. E eviden­te che il martire, nell’offerta della sua vita, è soste­nuto dalla fede in Dio e dall’amore verso di Lui.
Alla base di molti martini poi c’è anche la volontà esplicita di venire in aiuto dei fratelli, di difendere i diritti dei più deboli, di sostenere la fede, ecc. In altre parole: la carità verso il prossimo.
Come non sentire di fronte al loro esempio il dovere di uscire dal nostro egoismo e, in nome dell’amore che abbiamo per Dio, curarci di più dei nostri fratelli e dei loro problemi?
A tutto questo ci conduce, in particolare, il ricordo del nostro servo di Dio. In lui risplendono le virtù della fede, della speranza e della carità. Sono le virtù fondamentali del cristiano; egli ne da’ testimonianza non in un contesto di serenità e di pace, ma mentre è sottoposto ad indicibili atrocità.
Infine il ricordo del martirio di p. Francesco Zirano ci porta, inevitabilmente, ad un’altra considerazione: tanti nostri confratelli vivo­no la propria fede in situazione di ingiustizia e di repressione.
Non possiamo dirci veri cristiani se viviamo dimentichi di tali realtà. Il mistero dell’incarnazio­ne, grazie al quale Gesù Cristo non ha sorvolato la nostra condizione umana ma l’ha assunta in pienez­za, spinge la Chiesa e noi singoli cristiani ad immer­gerci nella realtà concreta, a renderci presenti dove si soffre violenza e oppressione, dove si patisce ingiustizia o si è privati di libertà. Dobbiamo uscire allo scoperto, levare la nostra voce, denunciare le situazioni inumane ancora presenti nel mondo e lavorare perché siano superate, anche a costo di restare noi stessi vittime della violenza e dell’ingiu­stizia, come avvenne per p. Zirano. Non si dica che ci mancano gli strumenti. Nel nostro piccolo tutti possiamo e dobbiamo fare qualcosa.
Forse, è soprattutto questo l’impegno a cui ci richiama il 4° centenario della morte di p. Francesco Zirano.
Alcune iniziative concrete
Per valorizzare adeguatamente la grazia di questo anniversario è necessario dare concretez­za ad alcune suggestioni espresse nel corso della let­tera ed indicare qualche iniziativa in cui impegnarci.­
1) Perché non renderci promotori di un dia­logo intereligioso nella nostra Isola? Il problema del dialogo intereligioso in Sardegna è quasi del tutto ignorato. Eppure gli interlocutori non manca­no. Perché non farcene promotori presso le sedi più opportune?
2) Dobbiamo, inoltre, organizzare una buona commemorazione di p. Francesco Zirano almeno in tutte le città in cui siamo presenti, in collaborazione con la Facoltà teologica, gli Istituti di scienze reli­giose, i Centri culturali di varia natura (Rotary, Lions, Soroptimist, ecc.).
3) Nelle nostre chiese sia stabilito un giorno particolare nel quale in tutte le messe venga ricor­data la figura di p. Francesco Zirano e proposto come modello di vita cristiana ai fedeli.
4) Possiamo poi, proporre ai nostri gruppi ecclesiali in cerca di una qualche attività caritativa o sociale, un’attenzione particolare verso gli emigrati che provengono dal mondo islamico.
  1. Altre iniziativa concrete potranno essere individuate nel corso dell’anno.


Conclusione


Ma più di ogni altra cosa il 4° centenario del martirio di p. Francesco Zirano deve rappresen­tare per noi frati, per i nostri gruppi ecclesiali e per tutti i fedeli che frequentano le nostre chiese e per quelli di tutta la Sardegna un forte richiamo a saper testimoniare con umile fermezza la nostra fede in Gesù Cristo e a ricercare con più decisione la santi­tà: la ricerca esplicita, convinta e costante della san­tità deve essere sempre presente nei nostri proposi­ti; lo esigono la fedeltà alle promesse battesimali, la coerente appartenenza a qualche gruppo ecclesiale e, per noi frati, il rinnovato impegno assunto con la professione religiosa.
Lasciamo risuonare nel nostro animo, fre­quentemente, l’esortazione di san Paolo ai tessalo­nicesi: “Questa è la volontà di Dio, la vostra santifi­cazione” (1 Ts 4, 3) e diamole ascolto. Così facendo, commemoreremo nel modo migliore il 4° centena­rio del martirio di questo nostro eroico confratello.
Oristano, 11 maggio 2003


fra Giuseppe Simbula
Ministro provinciale


Note:
1 GAVIN0 PINNA E MARGHERITA ESCANO, Supplica a Filippo III, conservata da P. GUISO PIRELLA. Chronica Provinciae Sardiniae, Roma, Archivio genera­le OFM, ms T\34, c. 137rv.


­2 Regola non bollata, cap. 16, in Fonti Francescane 42-45, Movimento Francescano, Assisi 1978. Questa regola, scritta nel 1221, è chiamata non bol­lata perché non fu sottoposta all’approvazione di alcuna bolla pontificia, a dif­ferenza di quella scritta nel 1223, detta Regola bollata che fu approvata dal papa Onorio III con la bolla Solet annuere dcl 29 novembre 1223.
La Regola del 1221, pur non avendo carattere giuridico, è ritenuta da tutti i francescani un documento di grande importanza spirituale, a cui orientare il proprio comportamento.