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domenica 9 aprile 2017

La Passione di nostro Signore Gesù Cristo - Commento al Vangelo di S. Matteo - vol. ° 3 - San Giovanni Crisostomo


Mt. 26, 26-35


Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.
Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio".
E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Allora Gesù disse loro: "Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge, ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea".
E Pietro gli disse: "Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai".
Gli disse Gesù: "In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte".
E Pietro gli rispose: "Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò". Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.

Ahimè, quant’è grande l’accecamento del traditore! Pur partecipando ai misteri, rimane tale e non cambia neppure dopo aver fruito di quella sublime cena. Appunto questo vuol sottolineare Luca dicendo che, dopo di ciò, “entrò in lui Satana”, non certo per disprezzare il corpo del Signore, bensì per stigmatizzare la vergogna del traditore. In realtà il suo peccato è doppiamente grave: sia perché si è accostato ai misteri con tale disposizione d’animo, sia perché, dopo, né il timore né il beneficio né l’onore lo rendono migliore. Tuttavia Cristo, pur sapendo ogni cosa, non glielo impedisce, per dimostrare che non trascura niente di quanto può servire a correggere. E, sia prima di questo momento che in seguito, ricorda continuamente a Giuda il suo delitto, cercando di distoglierlo con le parole e con gli atti, con il timore e con le minacce, manifestandogli le sue attenzioni e rendendogli onore. Ma niente riesce ad allontanare Giuda da quell’ostinata e terribile infermità. Ecco perché alla fine, abbandonatolo a se stesso, per mezzo dei misteri che celebra ricorda ai suoi discepoli la sua morte e, durante la cena, parla della croce ripetendone la predizione, per rendere più accettabile la sua passione. Se, dopo tutto quanto ha fatto e detto, i discepoli si turbano, quale sarebbe stato il loro turbamento se non fossero stati preavvertiti.


Or, mentre mangiavano, Gesù prese del pane e lo spezzò”. Perché istituisce questo mistero nel tempo della Pasqua? Lo fa per mostrarci con ogni suo atto che egli è il legislatore dell’antica alleanza e che tutto quanto è contenuto in essa è stato adombrato in vista della nuova. Dov'è la figura, Cristo sovrappone la verità. Qui, la sera è come il simbolo della pienezza dei tempi e indica che gli avvenimenti stanno per avere ormai la loro conclusione. Gesù, inoltre, rende grazie per insegnarci come dobbiamo celebrare questo mistero e per farci intendere che egli va volontariamente alla sua passione. Vuole che noi sappiamo soffrire i nostri dolori ringraziando, e ci offre infine le migliori speranze. Se la figura fu la liberazione da una grande schiavitù, tanto più la realtà libererà tutta la terra e beneficherà la nostra natura. Per questo motivo Gesù non istituisce prima questo mistero, ma lo realizza nel momento in cui devono cessare le prescrizioni legali. E così abolisce la più importante delle feste giudaiche, trasferendo i suoi discepoli a un’altra mensa, molto più sacra e che ispira un grandissimo timor di Dio. “Prendete e mangiate – egli dice – questo è il mio corpo, che per molti si spezza”. Come mai non si turbano udendo queste parole? Perché, già prima Cristo aveva detto loro molte e grandi cose di questo sacramento. Perciò, ora, non sta più a prepararlo e a farlo accettare, dato che ne hanno sentito parlare sufficientemente. Dichiara invece la causa della passione, cioè la remissione dei peccati. Chiama il suo sangue sangue del Nuovo Testamento, vale a dire della promessa, dell’annuncio, della nuova legge. L’aveva infatti già promesso in antico ed è appunto questo sangue che stipula la Nuova Alleanza. Come il vecchio Testamento offriva pecore e vitelli, così il Nuovo offre il sangue del Signore.
Con tali parole, inoltre, il Signore manifesta che la sua fine è prossima; per questo parla di Testamento e ricorda anche l’Antico; pure quello, infatti, era stato inaugurato per mezzo del sangue. E indica la causa della sua morte dichiarando che il suo sangue sarà “sparso per molti in remissione dei peccati”. Aggiunge infine: “Fate questo in mia memoria”. Osservate come ritrae e allontana gli apostoli dalle osservanze giudaiche. È come se dicesse: Nello stesso modo in cui celebravate la Pasqua a ricordo dei miracoli operati da Dio in Egitto, così fate questo in mia memoria. Quel sangue fu sparso per la salvezza dei primogeniti; questo sarà versato per la remissione dei peccati dell’umanità intera. “Questo infatti – egli dichiara – è il mio sangue, che sarà sparso in remissione dei peccati”. E afferma ciò per dimostrare che la passione e la croce sono un mistero e per confortare in tal modo nuovamente i suoi discepoli. Come un tempo Mosè disse: “Questo sia per voi un memoriale eterno”0, così il Signore ora dichiara: “Fate questo in mia memoria” finché io venga. E afferma anche: “Con desiderio ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi”, cioè ho desiderato donarvi queste nuove realtà e darvi una Pasqua con cui vi renderò uomini spirituali.
Ed egli stesso beve del suo sangue. Per evitare che, udendo tali parole, dicano: Che cosa? Beviamo sangue e mangiamo carne? E perché non si turbino, - come era accaduto quando tempo prima aveva parlato di questi misteri e molti s’erano scandalizzati a quelle stesse parole, - egli stesso per primo ne dà l’esempio inducendoli a partecipare con animo sereno a questi misteri. Per questo beve egli stesso il proprio sangue. Ma allora – voi mi chiederete – è necessario celebrare anche l’antica Pasqua? No, assolutamente. Se il Signore ha detto “Fate questo”, è stato per eliminare quell’altra. Se la nuova Pasqua opera – come è vero che opera – la remissione dei peccati, l’altra è ormai superflua. Come un tempo presso i giudei, così anche qui il Signore collega il ricordo del beneficio alla celebrazione del mistero, chiudendo anche in tal modo la bocca degli eretici. Quando essi chiedono: Come si dimostra che Cristo fu immolato?, noi possiamo ridurli al silenzio adducendo, insieme alle altre prove, anche questi misteri. Se Gesù non fosse morto, di che cosa sarebbe simbolo la celebrazione che noi compiamo?
Notate con quanto impegno il Signore ha voluto che avessimo sempre presente che lui è morto per noi? Dato che sarebbero sorti Marcione, Valentino e Manes a negare l’economia della redenzione. Cristo ricorda continuamente la sua passione anche per mezzo dei misteri, in modo che nessuno possa essere tratto in inganno; così, con questa sacra mensa, il Signore contemporaneamente ci salva e istruisce: è infatti il più grande di tutti i beni questo mistero! Perciò anche Paolo ne parla ad ogni momento.
Dopo aver dato quel mistero, Gesù dice: Non berrò del frutto di questa vite fino a quel giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio . Poiché ha parlato agli apostoli della passione e della croce, fa ora un accenno anche alla risurrezione richiamandola col nome di regno. Per qual motivo Cristo berrà dopo la sua risurrezione? Perché gli spiriti più grossolani non pensino che la risurrezione sia una fantasia. Molti, infatti, considerano questo fatto come prova della sua risurrezione. Ecco perché gli apostoli stessi per persuadere la folla dell’avvenuta risurrezione diranno: “Abbiamo mangiato e bevuto con lui”. Per dimostrare dunque agli apostoli che lo vedranno gloriosamente risorto, che starà di nuovo con loro e che essi stessi renderanno testimonianza dei fatti che avranno visto e ai quali avranno partecipato, dice: “fino a quel giorno in cui lo berrò nuovo con voi”, con voi che ne sarete testimoni. Voi, infatti, mi vedrete risorto. E che significa “nuovo”? Vuol dire in modo nuovo, cioè insolito, avendo il Signore non più un corpo passibile, ma un corpo immortale, incorruttibile, che non ha più alcun bisogno di nutrimento. Dopo la risurrezione, infatti, Gesù non mangia né beve per necessità – ormai il suo corpo non ha più bisogno di queste cose, - ma per confermare pienamente la sua risurrezione. E perché dopo esser risuscitato, Cristo beve vino e non acqua? Perché vuol eliminare radicalmente un’altra pericolosa eresia. Dato che alcuni usano l’acqua nella celebrazione dei misteri, volendo far vedere che quando istituì questo sacramento egli offrì il vino e che dopo la risurrezione, consumando un pasto comune, che non comporta la celebrazione del mistero, usò vino, qui precisa: “non berrò del frutto della vite…”, e la vite produce vino e non acqua.
E dopo aver cantato l’inno, s’incamminarono verso il monte degli Ulivi . Ascoltino con attenzione coloro che, dopo aver mangiato come porci, prendno a calci la tavola e si alzano ubriachi, anziché render grazie e terminare con un canto di lode. Ascoltate tutti voi, che ve ne andate senza aspettare l’ultima preghiera dei misteri, simbolo di questa preghiera del Signore. Egli infatti rende grazie e lode insieme all’offerta del pane, perché facciamo la stessa cosa anche noi. Ma perché, ora, Gesù si dirige verso il monte degli Ulivi? È evidente che lo fa per essere preso e per mostrare che non vuole nascondersi. S’affretta infatti a raggiungere quel luogo, che Giuda ben conosce.
Allora Gesù disse loro: “Voi tutti resterete scandalizzati per causa mia”, e menziona successivamente anche la profezia: Sta infatti scritto: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”, per persuaderli a prestar sempre ascolto alle Scritture, e chiarir loro che, per volontà di Dio, sta per essere crocifisso. Vuole inoltre dimostrare, in ogni modo, che non si oppone alla legge antica, né a Dio che l’ha istituita, che ciò che sta accadendo è nell’economia della redenzione e che tutti quegli avvenimenti che i profeti hanno da tempo predetto stanno per realizzarsi: così incoraggia gli apostoli anche riguardo agli avvenimenti più lieti del futuro. E ci fa conoscere come sono gli apostoli prima della crocifissione e come saranno dopo. Essi, infatti, che non sono capaci neppure di stare in piedi quando egli è crocifisso, dopo la sua morte divennero coraggiosi e più forti del diamante. D’altra parte, la stessa fuga e la viltà degli apostoli sono un’ulteriore prova della morte del Salvatore. Se dopo tutto quanto è accaduto ed è stato detto, alcuni sono ancora tanto impudenti da dire che il Signore non è stato crocifisso, in quale abisso d’iniquità cadrebbero, se non si fosse verificata nessuna di queste circostanze? Gesù, pertanto, conferma la realtà della sua morte non solo con la sua passione, ma anche con il comportamento dei discepoli e mediante i misteri, confutando con ogni mezzo i seguaci di Marcione. Per questo egli permette che il corifeo degli apostoli lo rinneghi. Se Cristo non fosse stato realmente legato e crocifisso, perché mai Pietro e gli altri apostoli sarebbero stati colti da tanto spavento?
Ma Gesù non permette che essi rimangano nell’afflizione. Che dice allora? Dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea . Egli non apparirà d’improvviso ai discepoli discendendo dal cielo e neppure se ne andrà in una regione lontana, ma rimarrà in mezzo al popolo presso cui sarà crocifisso e quasi negli stessi luoghi, onde rassicurarli che colui che è risorto è lo stesso che è stato crocifisso, e confortare nel miglior modo gli apostoli in afflizione. Perciò dichiara che li precederà “in Galilea”, affinché essi, liberi finalmente dal timore dei giudei, prestino fede alle sue parole. Proprio per questo motivo apparirà anche là.
Ma Pietro rispondendo disse: “Quand’anche tutti restassero scandalizzati per causa tua, io non mi scandalizzerò mai” .
Che dici, o Pietro? Il profeta ha predetto che le pecore saranno disperse, Cristo ha confermato questa profezia, e tu sostieni il contrario? Non ti bastano i rimproveri di prima, quando dicesti “Non sia mai”0 e fosti ridotto al silenzio? Cristo permette che Pietro cada per far apprendere all’apostolo con questa lezione a obbedirgli in tutto e a ritenere la sua parola più degna di fede della sua stessa coscienza. Ma gli altri trarranno un vantaggio non piccolo dal rinnegamento di Pietro, in quanto riconosceranno in esso la debolezza umana e la verità di Dio. Quando infatti egli preannunzia il verificarsi di qualcosa, non si deve discutere oltre e neppure innalzarsi sopra gli altri. Dirà infatti Paolo: “Avrai il tuo vanto in te stesso e non a confronto degli altri”. Pietro, anziché pregare e chiedere a Gesù: Aiutaci, affinché non siamo separati da te, fidando in se stesso, dice: “Quand’anche tutti restassero scandalizzati per causa tua, io non mi scandalizzerò mai”; anche se tutti patiranno questo scandalo, io non lo patirò. Il che lo spinge a rasentare l’arroganza. Cristo volendo quindi reprimerla, permette il suo rinnegamento. E poiché Pietro non si è lasciato convincere né dal Maestro, né dal profeta – Cristo infatti aveva deliberatamente citato il profeta, perché non lo contraddicessero – Gesù, vedendo che non ha potuto persuaderlo a parole, lo ammaestra a fatti.
Ma ora ascoltate le parole di Cristo e costaterete che solo per correggere l’apostolo ha permesso il rinnegamento: “Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno”. Gesù dice questo per toccarlo fortemente e per dimostrare che la sua caduta è più grave di quella degli altri e ha bisogno di un aiuto maggiore. Pietro ha infatti commesso due colpe: ha contraddetto il Maestro e si è anteposto agli altri apostoli. Anzi ha commesso una terza colpa, attribuendo a sé la capacità di resistere allo scandalo. Ebbene, volendo risanare queste colpe, Gesù permette la sua caduta; e, in vista di questo, trascurando gli altri, si rivolge a lui personalmente dicendo: “Simone, Simone, ecco Satana ha chiesto che gli foste consegnati per vagliarvi come il grano”, cioè per turbarvi, per spaventarvi, per tentarvi: ma “io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno”. Come mai, se il diavolo ha chiesto di tentare tutti gli apostoli, Gesù non dice che ha pregato per tutti? Non è evidente che è per il motivo già detto? Che, cioè, si rivolge a Pietro personalmente perché vuole toccarlo profondamente e fargli intendere che la sua colpa è più grande di quella degli altri apostoli? E perché Cristo non dice: Io ho permesso, ma “io ho pregato”? Ormai, andando alla passione, Gesù parla in maniera umile e dimessa, per manifestare la sua umanità. Colui, infatti,  che ha edificato la Chiesa sulla confessione di fede di Pietro e l’ha così fortificata da renderla invincibile, nonostante infiniti pericoli e morti, colui che ha dato a questo apostolo le chiavi e così grande autorità, senza aver bisogno per questo di nessuna preghiera, - allora infatti non disse: “io ho pregato”, ma con autorità affermò: “Io edificherò la mia Chiesa e a te darò le chiavi dei cieli”, - come è possibile che abbia ora necessità di pregare per fortificare l’anima vacillante di un solo uomo? Perché Gesù dice queste parole? Per il motivo che già vi ho indicato e per accondiscendere alla debolezza degli apostoli, che ancora non hanno di lui l’opinione che debbono avere. Come mai allora Pietro rinnega il Maestro? Sta di fatto che Gesù non ha pregato per impedire che Pietro lo rinneghi, ma perché la sua fede non venga meno e non si estingua del tutto. Questo infatti è opera della sua misericordia. La paura aveva eliminato tutto: era infatti una paura smisurata, divenuta tale perché Dio l’aveva completamente spogliato della sua protezione; e con veemenza l’aveva spogliato perché violenta era in lui la passione dell’arroganza e della contraddizione. Per distruggere, quindi, dalle radici tale passione, il Signore permette che l’angoscia lo invada.
In Pietro questa passione è tanto grande, che egli non solo contraddice il profeta e Cristo, ma dopo che Gesù gli preannunzia: In verità ti dico: “Questa stessa notte, prima che canti il gallo, mi rinnegherai tre volte”, egli ancora ribatte:Dovessi morire con te, io non ti rinnegherò . Luca precisa che quanto più Cristo lo dissuade, tanto più Pietro lo contraddice. Ma che è questo, o Pietro? Quando Gesù disse: “uno di voi mi tradirà”, hai avuto il timore di essere tu il traditore e hai costretto un altro discepolo ad interrogare il Maestro,  sebbene non ti sentissi colpevole. Ed ora che il Signore dichiara esplicitamente: “Voi tutti resterete scandalizzati”, tu lo contraddici non una sola volta, ma due e più volte. Questo riferisce Luca. Ma donde deriva tale ostinazione? Dal grande amore e dalla grande gioia. Quando finalmente si è liberato dall’angoscia per il tradimento e conosce il traditore, allora parla con grande fiducia e si leva sopra tutti, affermando arditamente: “Quand’anche tutti restassero scandalizzati per causa tua, io non mi scandalizzerò mai”. Tacitamente si tratta anche di una certa ambizione. Del resto gli apostoli, durante quella stessa cena, discutono su chi tra loro sia il più grande , tanto questa passione li agita. Per questo Gesù cerca di reprimerla, non certo inducendo Pietro a rinnegarlo – Dio ci guardi da simile pensiero – ma ritirando il suo aiuto e dimostrandogli in tal modo la debolezza della natura umana. Ma notate come in seguito egli si dimostra più umile e dimesso. Dopo la risurrezione, infatti, quando Pietro chiederà a Gesù: “E di lui che sarà?” e verrà fatto tacere, non oserà più ribattere come ha fatto qui, e non dirà più parola. E quando sentirà dire da Cristo poco prima dell’ascensione: “Non tocca a voi conoscere i tempi e i momenti”, anche allora resterà in silenzio, senza contraddire. E quando, in seguito, salito sulla terrazza, alla visione della grande tela, udrà una voce che gli dirà: “Ciò che Dio ha purificato, tu non considerarlo impuro”0, accetterà serenamente l’ordine e, pur non comprendendo chiaramente il senso di quelle parole, non discuterà.
È appunto quella caduta che opera in Pietro tutto ciò. Prima egli attribuiva tutto a sé: “Quand’anche tutti restassero scandalizzati, io non mi scandalizzerò”; e aggiungeva poco dopo: “Dovessi morire con te, non ti rinnegherò”, mentre avrebbe dovuto dire: Se godrò della tua grazia. Dopo la caduta, invece, egli si comporterà in modo del tutto diverso e dirà: “Perché ci guardate come se avessimo fatto camminare quest’uomo per la nostra forza o per un nostro particolare potere?”. Da tutto questo apprendiamo una grande verità. Apprendiamo che il fervore dell’uomo non è sufficiente per operare il bene, se esso non è sostenuto dalla grazia dall’alto, e che, viceversa, questo aiuto del cielo non giova a nulla se manca la buona volontà. Giuda e Pietro dimostrano, ambedue, questa verità. Giuda, pur avendo ricevuto tante grazie, non ne ha tratto alcun vantaggio, perché non ha voluto e non ha corrisposto personalmente all’aiuto divino; Pietro, al contrario, pur essendo pieno di fervore, è caduto perché gli è venuto meno l’aiuto del cielo. La virtù infatti è fondata su questa duplice base. Ecco perché vi scongiuro di non dormire, gettando tutta la responsabilità su Dio; e se, al contrario, lavorate con ardore, vi prego di non credere che tutto sia effetto delle vostre fatiche. Dio non vuole che siamo supini e indolenti: per questo egli non opera tutto; d’altra parte non vuole che noi siamo superbi: perciò non fa dipendere tutto da noi. Di queste due cose egli toglie ciò che può nuocerci e lascia ciò che ci torna utile. A tale scopo, quindi, Gesù permette che il corifeo degli apostoli cada: per renderlo più umile e per indurlo a un più grande amore. Ama, infatti, di più chi maggiormente è stato perdonato .
Crediamo, dunque, sempre a Dio; non contraddiciamolo, anche se quanto egli dichiara sembra contrario alla logica e alla nostra intelligenza. La sua parola valga più dei nostri ragionamenti e della nostra vista. E comportiamoci in tal modo, anche quando partecipiamo ai misteri, non considerando solo quanto cade sotto i nostri sensi, ma aderendo alle sue parole. La sua parola è infallibile, mentre i nostri sensi possono facilmente ingannarsi. La sua parola non ha mai errato; i nostri sensi sbagliano il più delle volte. Dato quindi che il verbo dice: “Questo è il mio corpo”, persuadiamoci e crediamo, guardando questo sacramento con occhi spirituali. Cristo, in realtà, non ci ha dato niente di sensibile; in quelle realtà sensibili, infatti, tutto è spirituale. Così, anche nel battesimo, è concesso il dono sensibile dell’acqua, ma l’effetto è spirituale, cioè la rigenerazione e il rinnovamento. Se tu non avessi il corpo, Dio ti concederebbe doni puramente incorporei; ma poiché l’anima è congiunta al corpo, Dio ti comunica le realtà spirituali sotto la specie di cose sensibili. Quanti sono coloro che dicono oggi: Vorrei vedere la figura di Cristo, il suo aspetto, i suoi abiti, le sue calzature! Ecco, qui tu lo vedi, lo tocchi, lo mangi. Tu desideri vedere i suoi abiti e lui ti dà se stesso non solo per vederlo, ma per toccarlo anche, per mangiarlo e riceverlo dentro di te. Nessuno, quindi, si accosti con disgusto; nessuno si avvicini con negligenza e con scarso fervore, ma tutti siano infuocati, tutti ardenti e in vivissima attesa. Se i giudei mangiavano l’agnello pasquale in fretta e stando in piedi, calzati e coi bastoni nelle mani, assai di più tu devi essere attento e vigilante. Gli ebrei stavano per intraprendere il cammino verso la Palestina e per questo il loro era un atteggiamento di viandanti; tu, ora, stai per partire per il cielo.
Si deve, dunque, senza tregua vigilare perché una terribile punizione attende coloro che si comunicano indegnamente. Pensa quanto ti sei indignato contro il traditore, contro coloro che crocifissero Gesù. Bada quindi di non diventare anche tu reo del corpo e del sangue di Cristo. Quelli trucidarono il suo santissimo corpo, ma tu, dopo tanti benefici, lo ricevi con anima sozza e impura. A lui infatti non è bastato farsi uomo, essere schiaffeggiato e ucciso; egli si mischia e fonde se stesso con noi, e non solo per la fede, ma nella stessa realtà. Di che cosa deve essere dunque, più puro colui che prende parte a tale sacrificio? Di quale raggio di sole dev’essere più pura la mano che distribuisce questa carne, la bocca che viene ricolmata di fuoco spirituale, la lingua arrossata da questo sangue che ispira tanto timore? Renditi conto di quale onore sei stato onorato, a quale mensa tu prendi parte. Colui che gli angeli contemplano tremando e che neppure osano guardare senza timore per lo splendore che da lui emana, è colui che per noi s’è fatto cibo; con lui ci mescoliamo e ci fondiamo, e così siamo fatti di Cristo corpo uno e carne una. “Chi narrerà le potenti meraviglie del Signore e farà udire tutte le sue lodi?”. Quale pastore nutre le pecore con la propria carne? Ma che dico, un pastore? Oggi vi sono tante madri che, dopo aver dato alla luce i figli, li consegnano ad altre nutrici. Cristo non si comporta così, ma egli stesso ci nutre con il proprio sangue e con ogni mezzo ci unisce strettamente a sé. E considera anche che egli è nato dalla nostra sostanza. Ma questo – tu obietti – non riguarda tutti gli uomini. Io ti assicuro, invece, che riguarda tutti. Se egli è venuto nella nostra natura, è chiaro che è venuto per tutti; e se è venuto per tutti, è venuto anche per ognuno di noi. Perché allora – voi mi chiederete – non tutti hanno tratto vantaggio da ciò? Non è causa certo di colui che per tutti ha scelto di farsi uomo, ma di coloro che non hanno voluto accoglierlo. A ciascuno dei fedeli egli si unisce mediante i misteri; egli nutre di sé coloro che ha generati, senza affidarli ad altri e, in tal modo, ti persuade ancora una volta che egli ha veramente preso la tua carne.
Non restiamo dunque indifferenti e pigri, avendo ricevuto così grande amore e onore. Vedete con quanto desiderio i piccoli si attaccano al petto della madre e con quale slancio accostano le loro labbra al suo seno. Con lo stesso ardore avviciniamoci anche noi a questa mensa e a questo calice spirituale; anzi, con desiderio e ardore ancor più grande, come bambini lattanti, attiriamo a noi la grazia dello Spirito, e unico dolore per noi sia l’esser privati di questo cibo. Non è opera di potere umano ciò che ci viene offerto. Ma colui che operò questo prodigio durante quella cena, anche oggi opera lo stesso miracolo. Noi abbiamo l’ordine di ministri, ma è lui che santifica e trasforma le offerte. Che nessun Giuda, che nessun avaro partecipi a questi sacri misteri. Se qualcuno non è discepolo si allontani, perché questa mensa non accoglie chi non è tale. “Faccio la Pasqua con i miei discepoli”, ha detto infatti. Questa mensa è la stessa di allora e non è affatto inferiore a quella. Non è vero che in quella agiva Cristo, mentre in questa agisce un uomo. Questo è lo stesso cenacolo dove, allora, erano riuniti Gesù e gli apostoli; di là essi uscirono per andare al monte degli Ulivi. Usciamo anche noi di qui per andare verso le mani che i poveri ci tendono. Quete sono, ora, per noi il monte degli Ulivi. Ulivi piantati nella casa di Dio sono infatti le moltitudini dei poveri, che stillano quell’olio utile per l’aldilà, quell’olio che le cinque vergini prudenti s’erano procurate; le altre, che non l’avevano portato con sé, si perdettero. Prendiamo dunque quest’olio e andiamo incontro allo Sposo con le lampade accese. Con quest’olio usciamo da questa vita. Nessun uomo, disumano e crudele, si accosti a questi misteri, nessuno che sia senza misericordia e impuro s’avvicini.
Questo io dico a voi che prendete parte ai sacri misteri; e lo dico anche a voi che li amministrate. È necessario infatti parlare anche a voi, affinché dispensiate questi doni con grande cura e attenzione. Vi attende una grande punizione se, conoscendo la malvagità di qualcuno, gli consentite di partecipare a questa mensa. Cristo domanderà conto alle nostre mani del suo sangue. Se si accosta indegnamente il comandante di un esercito o un grande magistrato o quello stesso che cinge la corona imperiale, anche in questo caso, tu devi impedirglielo: la potestà che tu hai è molto più grande della sua. Se ti fosse affidato il compito di mantenere pura l’acqua di una fonte per un gregge di pecore, e vedessi una pecora con il muso tutto insozzato di fango, le impediresti di affondarlo dentro all’acqua e di intorbidare così la corrente. Ebbene, ora ti è stata affidata, perché tu la custodisca, una sorgente non d’acqua, ma di sangue e di spirito. Se, dunque, vedi che a questa fontana si accostano persone macchiate di peccati più orridi del fango, non ti sdegni, e non le allontani? Che perdono speri di ottenere? Dio vi ha onorati di tale dignità affinché sappiate discernere ciò. In questo consiste, infatti, la vostra dignità, la vostra forza, tutta la vostra corona: non nell’andare in giro rivestiti di una bianca e splendente tunica, ma nel saper distinguere tra chi è degno di partecipare a questo sacramento e chi non lo è. Tu mi chiederai: ma come posso conoscere questo o quell’altro? Io non vi sto parlando di quanti vi sono sconosciuti, ma di coloro che conoscete. Vi dico anzi qualcosa che vi sorprenderà e vi spaventerà ancor di più: è minor male che entrino in chiesa degli indemoniati, piuttosto che quegli uomini, di cui parla Paolo, i quali calpestano Cristo e reputano immondo il sangue della sua alleanza e oltraggiano anche la grazia dello Spirito . È infatti ben peggiore di un indemoniato chi, pur essendo peccatore, si accosta ai misteri. Gli indemoniati, essendo tormentati dal maligno, non vengono puniti; quanti, invece, si accostano indegnamente vengono castigati con una punizione eterna. Scacciamo quindi non solo gli indemoniati, ma tutti quanti, senza eccezione, si accostano indegnamente a questi misteri. Nessuno che non sia discepolo di Cristo vi partecipi. Nessun Giuda li riceva, se non vuole essere punito come Giuda. Corpo di Cristo è anche questa moltitudine. Badate, dunque, voi che dispensate questo sacramento, di non suscitare l’ira del Signore trascurando di serbare puro questo corpo; non date una spada per cibo. E se qualcuno, per stoltezza e ignoranza, viene a comunicarsi mal disposto, impediteglielo, senza alcun timore. Temete Dio, non l’uomo. Se temete un uomo, da questo stesso uomo sarete disprezzati; ma se temete Dio, sarete stimati anche dagli uomini. Se poi non avete il coraggio, ditelo a me; io non consentirò che si commettano tali delitti. Perderò la vita piuttosto che dare il sangue del Signore a chi ne è indegno; verserò prima il mio sangue, piuttosto che dare questo sangue venerabile a chi non è in condizioni di riceverlo. E se, dopo esservi accertati a fondo, non riconoscerete chi è malvagio, non ne avrete colpa. Sto parlando infatti di quegli uomini che sono notoriamente indegni. Se noi, pertanto, correggeremo costoro, Dio ci farà conoscere immediatamente anche quelli che non ci sono ancora noti. Ma se noi ammettiamo alla partecipazione dei sacri misteri coloro che sono colpevoli, quale motivo avrà Dio di renderci manifesti anche gli altri? Vi dico questo non per limitare la nostra azione ad allontanare e a separare, ma per ricondurre nuovamente ai misteri quanti ne sono indegni, dopo averli richiamati al loro dovere, e al fine di avere sempre un sollecito zelo per tutti. Così avremo Dio propizio, moltiplicheremo il numero di coloro che partecipano degnamente alla comunione e riceveremo una grande ricompensa per il nostro interessamento e la nostra sollecitudine a favore dei fratelli, ricompensa che io auguro a tutti noi di ottenere per la grazia e l’amore di Gesù Cristo, nostro Signore. A lui la gloria per i secoli dei secoli. Amen.