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venerdì 24 marzo 2017

La guarigione del cieco nato e l’inquisizione dei farisei – Commento del Sac. Dolindo Ruotolo – Tratto da “Nuovo Testamento - I quattro Vangeli”.


Dopo la discussione avuta con i farisei nel recinto del Tempio e dopo essersi eclissato dal loro sguardo quando erano già pronti a lapidarlo, Gesù Cristo si allontanò dal sacro luogo insieme ai suoi discepoli e passò per una delle porte dove ordinariamente sostavano i poveri e gli infelici per domandare l'elemosina.
L'essersi trovato là con i suoi discepoli e l'esservisi fermato conferma che Egli si eclissò miracolosamente da quelli che volevano lapidarlo.
Passando, vide un poverello, cieco dalla nascita, il quale, per essere portato là ogni giorno dall'infanzia a chiedere l'elemosina, era conosciuto da tutti ed era una di quelle figure che, nella loro medesima piccolezza, finiscono per interessare il pubblico e per essere quasi come un motivo insostituibile di certi ambienti.
Dal contesto del racconto si rileva l'indole di questo cieco: di facile parola, affettuoso, riflessivo e un po' psicologo o conoscitore dell'ambiente del Tempio. Abituato a raccogliere tanti discorsi che facevano i pellegrini e forse tante mormorazioni di quelli che erano addetti al sacro luogo, si era formato un concetto abbastanza chiaro di quelli che ne avevano il comando. I ciechi s'informano di tutto nel loro piccolo ambiente, proprio perché non vedono, e questo giovane doveva pur sapere che quasi mai i Sacerdoti, gli scribi e i farisei facevano scivolare nelle sue mani qualche elemosina, essendo sommamente venali. Questo doveva aver disposto l'anima sua a diffidenza e disistima per essi, perciò quando fu interrogato da loro si mostrò franco e non mancò di ribattere loro con una certa vivacità che rivela questo suo stato d'animo.
La sua vita era monotona: al mattino era accompagnato al Tempio e vi rimaneva a chiedere l'elemosina, a sera era riaccompagnato a casa. Raccoglieva spesso le espressioni pie dei pellegrini o gli insegnamenti dei dottori della Legge e aveva una certa cultura religiosa, per la quale gli doveva essere familiare il sentenziare e anche l'ammonire. Era di indole buona, di natura semplice, di carattere espansivo e timorato di Dio.
Passando vicino al cieco nato, i discepoli, considerandone l'infelicità e attribuendola a castigo di Dio, domandarono a Gesù: Rabbi, chi ha peccato, costui o i suoi genitori, da nascere cieco? Era infatti persuasione comune, tra i Giudei, che i mali fisici fossero mandati da Dio in punizione di peccati commessi o che fossero il castigo dei peccati dei genitori. I discepoli però facevano una domanda insulsa, chiedendo se avesse peccato il cieco prima di nascere, perché questo sarebbe stato impossibile. Essi forse si confusero e, nel domandare se quella cecità fosse stata effetto di colpa, coinvolsero anche il cieco nella responsabilità. Gesù rispose che né quel poveretto né i suoi genitori avevano peccato, ma che quella cecità era stata disposta e permessa da Dio per manifestare in quell'infelice la sua potenza, la sua gloria e la realtà del suo Figlio Incarnato; Gesù, infatti, soggiunse che Egli doveva compiere le opere di Colui che lo aveva mandato e, con questo, mostrò chiaramente l'intenzione di guarire quel cieco.


Nonostante le minacce dei suoi nemici e nonostante quel miracolo li avrebbe più malignamente aizzati contro di Lui, Egli non avrebbe mancato di compiere quell’opera buona e di dare un nuovo argomento della verità della Sua missione. Era per lui ancora giorno, cioè non era ancora giunta l’ora oscura della sua passione, quando non avrebbe potuto compiere miracoli, volendo subirla fino all'estrema immolazione. Egli doveva ancora per poco rimanere nel mondo, е finché vi dimorava voleva dare argomenti di luce a tutti i secoli, nonostante che i malvagi ne avrebbero preso motivo per odiarlo e per irrompere contro di Lui.
Gli scribi e i farisei avrebbero voluto che Egli avesse taciuto per sempre e si fosse eclissato, rinunciando alla sua missione, ma Egli questo non poteva farlo, perché era la Luce delle anime e la Luce dei secoli. Aveva detto poco prima: Io sono la luce del mondo, e volle confermare questa grande e fondamentale verità con miracolo d'illuminazione materiale, simbolo dell’illuminazione spirituale. Volle donare la vista a quel povero cieco per significare la vista che voleva dare e che avrebbe dato alle anime; compì esternamente il miracolo che voleva compiere internamente e si servì di un mezzo inadeguato, anzi contrario, perché si fosse capita l'importanza del mezzo del quale voleva servirsi per redimere il mondo, cioè l'umiltà e l'obbrobrio della croce.
Gesù non domandò al cieco se voleva essere guarito né il cieco lo supplicò di guarirlo: andò Egli stesso incontro al povero infelice, come Egli stesso veniva incontro all'uomo peccatore e, dopo aver sputato in terra, fece con lo sputo un po' di fango, impastando la polvere della strada, lo spalmò sugli occhi del cieco e gli comandò di andarsi a lavare alla piscina di Siloe.
Il Sacro Testo fa notare che Siloe significa mandato, perchè questo nome aveva un significato mistico che ricordava precisamente Colui che doveva essere mandato, ossia il Messia.
La piscina o fontana di Siloe si trovava nella parte sud-est di Gerusalemme, fuori delle mura, tra il monte Ofel e il Sion; il cieco, per recarvisi, dovette essere accompagnato da qualcuno. Andò, si lavò e acquistò subito la vista.
Gli occhi del cieco si aprono e vedono
Quale sorpresa dovette avere nel vedere la luce e nel vedere quello che lo circondava! I ciechi nati si formano un concetto tutto soggettivo del mondo e delle cose che li circondano; non concepiscono proprio quello che non può essere oggetto del tatto e che non può essere apprezzato da una loro esperienza. Certe cose sembrano loro più grandi della realtà, certe altre più piccole; possono concepire un monte come un semplice rialzo e un palazzo come un monte. A volte sembra loro di stare a grande distanza e credono immensa una strada, a volte un grande spazio sembra loro ristretto.
Il cieco si trovò in un mondo che non immaginava; si guardò attorno stupefatto, vide la strada per la quale era venuto, vide le case, ammirò i campi, volse lo sguardo al cielo, ne contemplò la magnificenza, sentì una nuova vita interiore, formata in lui dal riflesso di tutto ciò che vedeva e, poiché aveva il cuore buono abituato alla preghiera dalle lunghe dimore fatte alla soglia del Templo, ritornò sui suoi passi per andare a ringraziare Dio. Che felicità sentiva a non andare a tentoni; che gioia nel saper dove mettere il piede; che gioconda curiosità nel notare tutti quelli che incontrava, nello squadrarli da capo a piedi, nel considerarne la bellezza o la bruttezza!
Era stato un povero schiavo di quanto lo circondava e si sentiva libero; era stato inceppato dalle tenebre e si sentiva come guidato dalla luce, nella quale godeva, quasi respirandola; era povero e si sentiva ricco, poiché gli sembrava d'essere venuto in possesso del mondo che percepiva e del quale godeva.
Psicologicamente, quel fare franco e, se si può dire, un po' spavaldo, che ebbe con i giudici che dopo ripetutamente lo interrogarono, era conseguenza anche di quel senso di libertà e di padronanza che gli dava la vista acquistata. Egli vide, per la prima volta, quelli che aveva conosciuto per esperienza duri e sprezzanti, e potendoli squadrare nel loro volto arcigno, sospettoso e ipocrita, si sentì autorizzato a dar loro una lezione.
Ritornato sui suoi passi, egli dovette andare prima di tutto a dare la bella notizia ai suoi genitori, e fu subito notato dai vicini di casa, che si stupirono a vederlo camminare senza guida. Lo guardarono con attenta curiosità e si scambiarono le loro impressioni mentre egli si avvicinava. Alcuni dicevano: Non è questi colui che stava a sedere e cercava l'elemosina? Altri, vedendolo avvicinare, esclamavano: “Sì è proprio lui”; altri ancora, ai quali sembrava assurdo che potesse vedere, dicevano:“No, è impossibile; forse è uno che gli somiglia”. Egli poi, giunto nel crocicchio della gente che, incuriosita, già andava raccogliendosi, affermò con sicurezza che non ammetteva equivoci: Sono proprio io, ero cieco e ora ci vedo per misericordia di Dio. A quest'affermazione si accertarono che fosse lui e crebbe in loro la curiosità di sapere come avesse avuto la vista, ed egli rispose: Quell'uomo che si chiama Gesù fece del fango, unse i miei occhi e mi disse: Va' alla piscina di Siloe e lavati. Sono andato, mi sono lavato e ci vedo. Chiamò Gesù quell'uomo perché non lo conosceva ancora, ma ne aveva sentito parlare, e la gente stessa non doveva essergli familiare, perché tutti gli chiesero: Dov'è quest'uomo? Ed egli rispose che non lo sapeva.
Un miracolo sconcertante per i nemici del Signore
Tra la gente che si era affollata c'erano alcuni che avevano autorità e, sentendo parlare di Gesù Cristo e del fango che aveva fatto in giorno di sabato, sembrando loro questo una violazione della legge, accompagnarono il giovane dai farisei, cioè dinanzi al sinedrio, per far fare un'inchiesta accurata sul fatto.
Per i nemici del Salvatore quel miracolo era sconcertante, perché non poteva essere effetto d'illusione e perché poteva avere una grande influenza sul popolo. Perciò cominciarono col volerne bene assodare le circostanze, nella speranza di trovarvi qualche punto debole per poterlo negare. Interrogarono perciò il giovane per sentirsi ripetere com'era stato guarito, ed egli, già annoiato da tante domande, ripeté più sinteticamente il fatto, dicendo: Mise il fango sui miei occhi, mi lavai e ci vedo.
Parlò con tanta sicurezza che i farisei, in quel momento, non misero in dubbio la sincerità del racconto della guarigione e cominciarono a discutere fra loro. I più ostili dicevano che Gesù non poteva essere da Dio perché non osservava il sabato; altri, più temperati e logici, facevano riflettere che un peccatore non avrebbe potuto fare questo miracolo e gli altri dei quali avevano conoscenza, perché Dio non avrebbe confermato l'inganno di un impostore. La discussione si animò talmente che ci fu una scissura fra loro e, non potendo venire ad una conclusione, pensarono di approfondire meglio la questione e domandarono al giovane che cosa egli pensasse di Colui che l'aveva guarito. Egli rispose: Io dico che è un profeta,
È profondamente psicologica la domanda dei farisei, e mostra tutto l'imbarazzo della loro mente e della loro coscienza; chi, infatti, è titubante in una questione grave sulla quale non sa decidersi, domanda anche ai più umili che cosa ne pensano, e spera di avere un argomento plausibile per attenersi alla risoluzione che, inconsciamente, più lo attrae.
Essi avrebbero voluto condannare Gesù ma non osavano, e speravano che una parola di disprezzo che avrebbe potuto dire il giovane li avrebbe tolti d'impiccio. Forse furono alcuni di quelli meno sfavorevoli e più titubanti nella coscienza che rivolsero al giovane quella domanda, quasi oziosamente e indifferentemente, senza mostrare di volergli dare importanza, ma con la speranza di una testimonianza a loro favorevole. Il giovane si sentì lusingato e rispose col tono di chi sta alla pari con chi lo interroga: Io dico che è un profeta. La risposta per i più scalmanati non aveva nessun valore giuridico: anzi, il mostrarsi il giovane entusiasta di Gesù diede loro il pretesto per sospettare un trucco. Misero in dubbio l'autenticità del fatto e non vollero ammettere che proprio quel giovane fosse il cieco nato che chiedeva l'elemosina senza prima chiamare e interrogare i suoi genitori.
Depongono i genitori
Dal contesto si può rilevare che i messaggeri che andarono a chiamarli dovettero spaventarli con minacce e avvertirli che, se avessero in qualunque modo parlato bene di Gesù, si sarebbero esposti ad essere espulsi dalla sinagoga. Essi perciò assunsero un atteggiamento estremamente prudente, sapendo che I'essere espulsi dalla sinagoga equivaleva all'essere come scomunicati.
Introdotti dinanzi al sinedrio, furono rivolte loro due domande, una per l'identificazione del giovane: “È questo quel vostro figlio che voi dite essere nato cieco ?”, e un'altra per conoscere in qual modo fosse guarito: “Come dunque ora ci vede?”. Le domande le fecero insieme, perché essi sapevano che quegli era il giovane e premeva loro conoscere dai genitori com'era guarito, sperando di controllare, nel racconto, una qualunque contraddizione che potesse offrire loro il pretesto di condannare Gesù come un impostore. Frattanto, fecero uscire il giovane per evitare qualunque intesa, fatta magari a cenni, con i suoi genitori. Questi, cercando di dissimulare la paura che avevano di trovarsi dinanzi all'autorità, risposero con calma che sapevano benissimo che quel giovane era loro figlio e che era nato cieco, ma ignoravano come ora vedeva e chi gli aveva aperto gli occhi. Soggiunsero che il giovane aveva un'età sufficiente per dar conto di ciò che lo riguardava e che perciò avessero interrogato lui stesso, che doveva saperlo. Con questo, uscirono dall'imbarazzo in cui erano e furono licenziati.
Il miracolato con impeto difende Gesù e mette in imbarazzo il sinedrio
Rimaneva così assodato giuridicamente che realmente quel giovane era stato cieco e quindi che realmente era guarito.
I farisei, perciò, lo richiamarono in udienza con la speranza di farlo schierare contro Gesù e quindi di far svalutare da lui stesso Colui che l'aveva guarito o, almeno, di strappare dal suo labbro qualche contraddizione sul miracolo, che ne avesse sfatato l'importanza. Avutolo davanti, cercarono di prenderlo con le buone, dicendogli: Dà gloria a Dio, cioè: “Di la verità e pensa che si tratta della gloria di Dio, dovendo essere smascherato un impostore; non ti far ingannare dal beneficio ricevuto e non mentire, se non sei un falsario anche tu e fingi una guarigione che non è mai esistita; noi sappiamo, infatti, che quest'uomo è peccatore”. E volevano continuare e dire che, come tale, non aveva potuto fare quel miracolo, ma il giovane non li lasciò continuare e, urtato da quell'ingiuria rivolta al suo benefattore, li interruppe, dicendo: Se sia peccatore io non lo so; questo solo conosco: che ero cieco e ora io vedo. E voleva dire: “Voi affermate che è peccatore, e della vostra affermazione siete responsabili voi; io non lo so, cioè non lo ammetto, perché ero cieco e ora vedo; un peccatore non avrebbe potuto fare questo miracolo”.
Siccome il giovane ricordava il miracolo avuto come argomento per negare che Colui che glielo aveva fatto fosse un peccatore, lo interrogarono nuovamente sul miracolo per tentare di svalutarlo e per dimostrargli che Gesù aveva violato il sabato ed era veramente un peccatore; dissero perciò di nuovo: Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi? Domandarono prima che cosa avesse fatto, per dargli subito l'impressione della violazione del sabato. Ma il giovane, annoiato della nuova inquisizione sull'accaduto, disse con vivacità, come appare dal contesto: Già ve l'ho detto e l'avete ascoltato; perché volete sentirlo di nuovo? E, per pungerli sul vivo e per farli smettere, soggiunse: Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? Ma essi, adirati al sommo, lo ingiuriarono e dissero in tono di disprezzo e di odio: Sii tu discepolo di Costui, quanto a noi, siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio, mentre costui non sappiamo di dove sia. L'odio stesso che avevano per Gesù li fece scendere a competizione con quel giovane, il quale cominciò a discutere con loro alla pari e disse: Qui appunto sta la stranezza: che voi non sapete di dove Egli sia, eppure mi ha aperto gli occhi. E voleva dire: “Agisce tanto soprannaturalmente per virtù di Dio che, senza far capo a voi o aver da voi l'approvazione, ha operato un miracolo così strabiliante. Dunque ha un'autorità e una potenza superiore a voi. Voi affermate che è un peccatore, ma noi sappiamo bene che Dio non ascolta i peccatori per confermare la loro malvagità o le loro imposture; ascolta operando cose straordinarie solo chi lo onora e fa la sua volontà. Dacché mondo è mondo non si è udito dire che alcuno abbia aperto gli occhi ad un cieco nato. Se questi non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Rosso in volto, concitato, entusiasta, senza riflettere più a quelli che lo interrogavano come giudici, il giovane si accalorò nella discussione e diede una solenne lezione a quegli ipocriti.
Alcuni hanno affermato che egli non parlasse in modo giusto dicendo che Dio non ascolta i peccatori, ma questo è falso, perché se Dio ascolta anche le preghiere dei peccatori, non li ascolta quando pretendono che Egli avalli con miracoli le loro malvagità. L'argomentazione era quindi stringata, e poiché Dio aveva operato quel miracolo per glorificarsi in quell'infelice e manifestare in lui le opere sue, come disse Gesù (versetto 3), noi crediamo che il giovane parlasse per impulso di grazia e che il Signore umiliasse così la superbia del sinedrio. In fondo, il ragionamento del giovane era quello che avrebbero dovuto fare i giudici che lo interrogavano: ciò che compie quest'uomo è straordinario e miracoloso, cioè suppone l'intervento di Dio. Ora, il Signore non interverrebbe se Egli fosse un peccatore, violatore della Legge; dunque quest'uomo è da Dio, e senza di Dio non potrebbe far nulla di ciò che fa.
Nell'ascoltare quella vivacissima difesa che il giovane fece di Gesù, gli scribi e i farisei montarono su tutte le furie e, non potendogli rispondere direttamente perché a corto di argomenti, lo vituperarono, dicendo: Sei tutto un impasto di peccati e pretendi d'insegnare a noi? Con questa ingiuria sanguinosa lo cacciarono fuori, ossia probabilmente gli applicarono la scomunica, per impedirgli di propagare il miracolo avuto o per togliere ogni prestigio alla sua testimonianza.
Gesù dona al giovane miracolato la "vista" dell'anima egli si rivela Figlio di Dio
Il fatto produsse grande scalpore per la notorietà del giovane guarito, e ci fu chi andò a riferirlo a Gesù. Il Redentore ne fu addolorato e, avendo dato a quell'infelice la vista del corpo, volle dargli anche quella dell'anima, illuminandolo pienamente. Quel giovane lo credeva un profeta ed era necessario che lo riconoscesse per Figlio di Dio; l'aveva confessato e difeso come santo e doveva confessarlo e adorarlo come Santo dei Santi; perciò, incontratolo, gli disse: Credi tu nel Figlio di Dio? Ed egli rispose: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Aveva la volontà di credere ma gli mancava la luce, come prima voleva vedere fisicamente e gli mancavano gli occhi. Gesù Cristo, illuminandolo interiormente con un grande fulgore di grazia, gli disse solennemente: Lo hai visto, Colui che parla con te è proprio lui. Il giovane lo guardò, ne vide in quello sguardo la maestà, ne sentì la potenza, e riconobbe la gloria; si sentì l'anima tutta piena di soave unzione, sentì nel cuore una gran fiamma d'amore, esultò nello spirito, si sentì come schiacciare dalla grandezza di Colui che gli parlava, si prostrò fino a terra e, adorandolo come Dio, disse: Credo, o Signore.
I farisei a Gesù, ironicamente: Siamo forse ciechi?
Quelli che lo circondavano, al vedere quel profondo atto di adorazione rimasero meravigliati, perciò Gesù soggiunse: Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi. E voleva dire: Voi vi stupite? Gli orgogliosi, gonfi della loro sapienza che credono di vedere, rifiutano la verità e diventano interiormente ciechi; gli umili, invece, che vengono a me con semplicità, vedono la luce di Dio, ricevono la fede e si salvano. Io, così, divento per gli uni tenebre e per gli altri luce”. Egli voleva scuotere i farisei che erano con Lui, ma essi se ne offesero e soggiunsero: Siamo forse ciechi anche noi? Essi si credevano illuminati, scienziati, dottori della Legge, perfetti, e dissero ironicamente: “Vuoi trattare da ciechi anche noi che siamo luce d'Israele?”. E Gesù rispose con profondo dolore: "Oh, foste voi ciechi”, ossia "Foste veramente accecati in buona fede nel rinnegarmi e nel rifiutare la luce della Verità! Voi allora non avreste sull’anima il peccato. Ma poiché affermate di vedere, agite in malafede, rinnegate con malizia la verità e rimanete nel peccato”.
I farisei di oggi ripetono ironicamente: Siamo ciechi anche noi?
Pronunciando queste parole, Gesù era profondamente addolorato; non era Lui a dare la cecità spirituale agli orgogliosi, ma per la loro malizia Egli costituiva per loro un’occasione di cecità; è in questo senso che dice d'essere venuto a fare un giudizio.
Quelli che vicino a Lui si accecano, mostrano di avere l'anima lontana da Dio; Egli è per loro come la rivelazione della loro perversità, e quindi la manifesta, come un giudice, col suo criterio, e con la luce della legge smaschera le colpe dei rei. Quelli che vicino a Lui vedono la luce mostrano di avere l'anima retta, e quindi Egli è per loro come la rivelazione della loro bontà. Essendo poi giudice di giustizia, Egli priva della luce quelli che vi pongono ostacolo e, senza luce, essi sono ciechi spiritualmente; dona la sua luce a quelli che la desiderano ed essi vedono, vedono nello splendore della Verità.
Chi ha gli occhi e sta al buio non è come cieco? Si volge intorno e non vede nulla, poiché le tenebre lo avvolgono. Chi, stando al buio, ha una lampada, subito vede e la luce gli fa come ritornare la vista.
Questo giudizio di accecamento e di illuminazione Gesù non lo fece solo con gli Ebrei, ma lo fa nel mondo e lo farà in tutti i secoli. Quelli che rifiutano la verità divina e si credono nella luce della scienza sono poveri ciechi; anche quando vedono le cose materiali e ne scrutano i misteri, non ne vedono la ragione, la causa, l'armonia e il fine ultimo, e brancolano nelle tenebre. Sono come ciechi che vedono col tatto e percepiscono solo le dimensioni di ciò che toccano, senza vederne i colori e la bellezza.
Quale tremendo giudizio ha fatto Dio a questa nostra generazione superba che si è creduta nel secolo dei lumi e vive nella più tetra e oscura caligine di errori! Quale umiliazione all'orgoglio incretinito è tutto il “filosofame”balordo che sostituisce alle visioni della fede sul mondo, sulle cose e sulla vita le panzane di cervelli infermi e tumultuanti nelle incomposte follie dei loro pensieri! Quale avvilimento è il conoscere la materia e ignorare lo spirito, è il rinnegare la fede e il rendersi schiavi di errori banali, dogmatizzanti nella loro stoltezza! Quale abiezione è il rinnegare il Cristo e la Chiesa e il prostrarsi ai farabutti ed ai tiranni che non salvano e non illuminano ma perdono e accecano!
Anche nel campo cattolico avviene questo giudizio di Dio, ogni volta che per cercare luce si va nelle umide e tenebrose grotte dell'errore. I modernisti, i neo-critici, i pomposi cultori dei cosiddetti alti studi, i pedissequi di quei pazzi sfrenati che rinnegano il patrimonio santo della Chiesa per accogliere le stoltezze dei supercritici razionalisti tedeschi, francesi o della Mecca, sono cechi che non vedono più nella Scrittura, non capiscono la storia, non approfondiscono le leggi dello spirito, confondono l'eresia con le Verità, l'idolo con Dio, la realtà con le ipotesi e scorrazzano da pazzi nelle branche della cultura, cogliendovi le ciaccate catarrose o come perle, le aberrazioni del pensiero come oro splendente, solo perché raccolgono i riflessi rossigni d'una vampata che non è luce ma parte delle devastazioni d'un incendio!
Non si creda che esageriamo o che usiamo un linguaggio troppo duro; noi, invece, con l'anima in fiamme dal dolore, usiamo un linguaggio molto blando. Non ci sono espressioni capaci di fulminare le aberrazioni di quelli che rinnegano la Verità e sposano l’errore! Bisognerebbe unire insieme le espressioni più... forbite di tutti i dialetti, le irruzioni maledicenti di tutte le ire egli impeti di tutte le battaglie, per ricacciare nell'inferno, dal quale sono uscite, tutte le infami stoltezze della nostra generazione, in tanti campi! Bisognerebbe porre queste stoltezze nei raggi divini, per vedere che sono come lebbra purulenta, muffa di putrefazione, posteme cancrenose, lupus divorante!
O Gesù, fa lavare gli occhi ciechi del mondo di oggi nelle acque della grazia e fa' che si aprano alla luce
Gesù Cristo compie il suo giudizio anche oggi: vedono i veri figli della Chiesa, vedono gli umili, vedono quelli che pregano, ma i cosiddetti dotti, avvelenati dalle moderne stoltezze, non vedono sono ciechi e rimangono ciechi.
O Gesù, o Gesù, sputa su questa terra di errori, impastala, mostra che è fango e non è oro, fanne sentire il bruciore e il fastidio agli occhi ciechi che non ti vedono, falli lavare nelle acque della grazia che ci hai meritato con la tua redenzione e fa' che si aprano alla tua luce! Compi un giudizio di misericordia, affinché quelli che non vedono vedano; apri fino allo splendore dell'evidenza i tesori delle tue verità; facci conoscere i tesori delle Sacre Scritture, i tesori della fede, i tesori delle armonie della tua grazia nel povero greto umano; guidaci al Cielo per la diritta via della giustizia e della tua Legge; facci comprendere e approfondire la verità storica di tutto lo sviluppo della Divina Provvidenza nelle vicende umane, e al criticismo balordo che, come tutti i mormoratori e calunniatori, demolisce e non edifica, sostituisci la luce della Verità che intuisce e scopre la Verità nei fulgori della tua sapienza e nelle intuizioni dell'esperienza e della logica. Compi il tuo giudizio di misericordia, o Gesù, e fa' rifulgere nuovamente le arti come ancelle del tuo trono e come voci gentili di bellezza, di forza, di virtù e di bene, affinché le mostruosità impure o le deformazioni del bello non deturpino più questa terra che è tutta un capolavoro dell'arte divina del Creatore. Rinnovaci, fa' che vediamo, aprici la via della vita, rendici veggenti nella fede, luminosi nella speranza e accesi di fiamma nel tuo dolcissimo amore!
I profondi insegnamenti che ci vengono dal racconto evangelico
Seguiamo passo passo il racconto evangelico per trarne almeno una parte dei grandi insegnamenti dei quali è ricco. Non sono insegnamenti che ricaviamo per accomodazione o per la fecondità della nostra mente, ma fluiscono dalla fecondità della Parola di Dio.
Sant'Agostino ci ammonisce che Gesù con i suoi miracoli ha insegnato, e quindi le applicazioni spirituali stanno nelle divine intenzioni di Gesù e fluiscono dal Sacro Testo. Tutto il Vangelo è, infatti, più una raccolta di fatti che di massime, è un codice vivo di esperienza che si ricava dalla vita vissuta da Gesù Cristo e dall'ambiente nel quale l'ha vissuta. Se si prescindesse da questo nel commento dei Vangeli, essi letteralmente sarebbero non un codice, ma un racconto.
Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita. Egli, venendo in terra, ha visto tutti gli uomini, ha visto l'uomo cieco dalla nascita perché macchiato e ferito dal peccato originale, nato nella cecità dello spirito, impossibilitato a spingere lo sguardo nei Cieli eterni e a riceverne la luce. Gesù venne in terra per poco tempo, passò per la nostra valle e vi si fermò per guarire la cecità umana.
La privazione della vista nell'infelice che Gesù guarì era certamente una sventura. Gli Apostoli la attribuirono ai peccati del cieco o dei suoi genitori, supponendo che ogni sventura sia il castigo di colpe commesse; ma Gesù rettificò questa loro opinione, che era generale, e disse che quel poveretto era nato cieco perché si fossero manifestate in lui le opere di Dio. Prima di nascere non avrebbe potuto peccare, era un assurdo; la cecità avrebbe potuto essere un effetto dei peccati dei genitori come lo sono tante infezioni luetiche, conseguenza di colpe, ma in quel caso Gesù esclude questa causa e parla di un disegno particolare di Dio. Dunque vi sono delle sventure, delle croci e delle tribolazioni che costituiscono un privilegio di grazia e di Provvidenza per la manifestazione e il compimento delle opere di Dio. Dunque anche nei miracoli, come dicemmo ampiamente nel II volume di quest'opera, il Signore ha un disegno di Provvidenza che nella sua onniscienza e prescienza armonizza gli stessi eventi e le forze naturali ai suoi fini d'amore. Il miracolo non è un evento quasi capriccioso o arbitrario, ma è ponderato e disposto mirabilmente da Dio in ogni sua circostanza e particolare, e s’incunea, per così dire, in tutti gli eventi naturali e vi si incastona come una gemma di particolare splendore. Nel caso del cieco nato, questo giovane era stato prescelto da Dio come un soggetto delle manifestazioni del Verbo Incarnato, come una parte viva delle opere che Egli doveva compiere e come un argomento luminoso della sua Verità. Non era un disgraziato ma un prediletto; era come una delle comparse più splendide di una scena di misericordia e di amore. Era una comparsa di fiducia, diremmo, scelta con amore e preparata con tante piccole grazie interne per renderla capace della sua parte. Dio previde la vita di quel giovane, lo volle cieco perché servisse alla sua gloria, ma lo volle anche per dargli la vista come una gioia ineffabile.
Quello che negli altri è un dono che non si pondera, non si apprezza e non si gode, quello che negli altri è un organo qualunque, in lui, per la privazione che ne ebbe, costituì un beneficio particolare e gli diede un godimento ineffabile.
Di tutte le nostre croci e tribolazioni possiamo pensare: Ecco un fatto nel quale può e deve manifestarsi l'opera di Dio e la sua gloria. Ecco per me un'occasione di rendere testimonianza alla bontà e alla gloria di Dio. Eccomi nella scena della vita come un attore che serve al disegno della divina Grandezza”. Anche quando le croci sono frutto dei nostri peccati, anche allora servono alla gloria di Dio, perché ristabiliscono l'ordine e la giustizia e ci fanno dare frutti di pazienza, di rassegnazione e di amore.
Anche noi, finché è giorno, solo finché è giorno possiamo operare
Bisogna che io compia le opere di Colui che mi ha mandato – disse Gesù –finché è giorno, poi viene la notte, quando nessuno può operare. Sono parole arcane che riguardano anche noi, poiché come creature di Dio e come parte del Corpo mistico del Redentore anche noi abbiamo una missione da compiere nella vita finché è giorno, cioè nel tempo che il Signore ci concede. Noi possiamo immaginare che la vita sia un divertimento o un gioco di ventura che dipende dai nostri capricci: dobbiamo vivere nella divina Volontà, seguire i disegni che Dio ha su di noi e non farci sorprendere dalla notte della morte in uno stato di oziosità pratica.
Quale vita oziosa conducono i poveri mondani, tutti intenti alle opere del peccato e della carne! Che ozio c'è nell'assordante frastuono delle attività umane, tutte volte alla materia!
Finché sono nel mondo – soggiunse Gesù – sono la luce del mondo, e ciò dicendo sputò in terra, fece con lo sputo del fango e lo spalmò sugli occhi del cieco nato, ingiungendogli d'andarsi a lavare alla fontana di Siloe.
Gesù Cristo è Luce del mondo con la sua sapienza, e finché gli uomini non lo ricacciano Egli li illumina.
Nell'apostasia universale, il mondo cade in tenebre fitte – come già dolorosamente vediamo in tante nazioni scellerate -, e l'assenza di Gesù significa per esso la cecità più profonda. Gesù è, nel mondo, vivente nell'Eucaristia e nel sacerdozio, nella Chiesa e nel Papa; ora, le nazioni che rinnegano l'Eucaristia, il sacerdozio, la Chiesa e il Papa sono destinate alle tenebre, che s'infittiscono talmente da renderle come cieche.
Gli antichi credevano che la saliva fluisse dal cervello e la prendevano come simbolo della sapienza; Gesù Cristo utilizzò questa credenza per farsi comprendere e sputò in terra quasi per esprimere in un simbolo accessibile al popolo in qual modo era luce del mondo: impastò la saliva con la terra e mise sugli occhi del cieco il fango che ne formò; poi lo fece lavare alla fontana di Siloe, la fontana del Messia, e il cieco vide. È il simbolo popolare di un mistero profondo.
L'eterna Sapienza assunse la povera polvere umana e, come Dio plasmò l'uomo dal fango, così l'eterna Sapienza, in cui termina la natura assunta nel seno immacolato di Maria per opera dello Spirito Santo, plasmò l'uomo nuovo. Si donò all'uomo, e l'uomo lo assorbì quasi in sé e si unì a Lui nelle acque del Battesimo, diventando parte del suo Corpo mistico; in questa fusione avvenuta attraverso l'acqua ricevette la fede, e vide.
Gesù, quando guarì il sordomuto, gli toccò la lingua con lo sputo e gliela sciolse (cf. Mc 7,33); quando guarì il cieco di Betsaida gli mise lo sputo negli occhi e quel cieco riacquistò a gradi la vista (cf. Mc 8,23); con la sua sapienza donò la vista a chi non l'aveva, aprì gli occhi a chi li aveva perduti e sciolse la lingua alla lode di Dio, perché incarnandosi nella polvere umana ci illuminò e rischiarando gli occhi abbuiati dal fango umano li riaprì alla luce eterna.
Lo sputare è anche un segno di disprezzo, il massimo segno di svalutazione di una cosa o di una creatura; ora, Gesù sputò sulla terra perché essa non è il termine delle nostre aspirazioni; ne formò il fango per mostrare quello che essa era nello stato di degradazione in cui l'ha ridotta il peccato; spalmò il fango sugli occhi spenti perché, come si accennò, ne avessero sentito il fastidio e avessero bramato l'acqua della purificazione. Egli volle dire alla cieca umanità, tutta rivolta alla terra: “Ecco quello che ti attrae: un po' di fango! Lavati nelle acque rigeneratrici della grazia che ti ho meritato e apri gli occhi alle eterne magnificenze dei Cieli".
Col mezzo più umile e disadatto, Gesù donò la vista al cieco e, con mezzi umili e naturalmente inadeguati, Egli ci dona la grazia sacramentale. Si mostrò onnipotente, donando la vista col fango e si mostra Fonte di vita, donandoci la grazia attraverso la materia e la formula sacramentale. Così specificamente risana i peccatori: unisce al fango dei loro peccati la sua misericordia, lo rende visibile ai loro occhi interni, facendone sentire loro il fastidio ; eccita, col pentimento, il desiderio della purificazione, e il fango, reso da Gesù materia sacramentale, dona all'anima la vista e la vita.
Vediamo lontano con la televisione, con i telescopi, con i cannocchiali... e siamo ciechi perché senza Dio!
Che tristezza è pensare alla nostra cecità in un'epoca che presume di essere epoca di lumi! Chi lo direbbe? Vediamo lontano, a distanza di migliaia di chilometri con la televisione, vediamo nelle profondità del firmamento con i telescopi giganti, vediamo negli abissi con i cannocchiali marini, vediamo nel mondo infinitesimale con i microscopi perfezionati e siamo ciechi, perché non vediamo la luce di Dio.
E perché? Perché l'orgoglio ci acceca! Il cieco nato, di fronte agli scribi e ai farisei, era un veggente acutissimo; ciechi veri erano proprio quegli infelici, perché non si umiliavano. Andiamo da Gesù perché con la sua misericordia ci faccia percepire il fango che siamo e il fango che sono i poveri idoli che sono stati elevati nel mondo per funestarlo, ciechi e guide di ciechi. Se non ci con vinciamo della nostra estrema miseria, non andremo da Gesù per mondarci e non vedremo mai.
Come accolsero gli scribi, i farisei e in particolare il sinedrio il miracolo di Gesù? Era luce vivissima, ed essi, invece di vedere, si accecarono di più. Mentre per il cieco il fango divenne luce, per essi la luce divenne fango e li accecò. Fecero un processo, è vero, un'inchiesta accurata, un giudizio, ma lo fecero per rimanere in tenebre più fitte. Così, spesso, il mondo guarda le luci di Dio e così, dolorosamente, le guardano anche le anime buone, quando si lasciano influenzare dallo spirito del mondo.
È un dato di fatto che, salvo rare eccezioni, i Santi e le opere più belle di Dio sono disconosciuti non solo dalla gente volgare ma anche da quelli che potrebbero e dovrebbero avere la vista interiore meno offuscata. La storia non insegna nulla a questi ciechi volontari, ed è deplorevolissimo perché, almeno una volta, dovrebbe venir loro il dubbio di potersi ingannare, come si sono ingannati in passato i mormoratori dei Santi e gli avversari di tutte le opere di Dio. Nessuno pensa: “E se m'inganno io? Se mi trovo dinanzi ad un fatto straordinario? Se è Dio che opera?”. Si danno giudizi avventati, si crede di essere infallibili e si cade in vera e dolorosa cecità. È così che noi dobbiamo ricordare con rossore la lotta fatta da poveri ciechi ai maggiori luminari della Chiesa e dobbiamo coprire col velo dell'oblio le persecuzioni fatte alle opere suscitate da Dio nella Chiesa, per non coprirci di rossore! I nostri Padri, i santi Pontefici e i santi Vescovi avevano in passato un mezzo d'indagine più efficace per discernere lo spirito vero dal falso e le opere di Dio da quelle fantastiche o diaboliche: pregavano, digiunavano, indagavano con spirito di semplicità e di umiltà e, anche quando volevano provare lo spirito di chi era strumento nelle mani di Dio, lo facevano con quella soave carità che non esponeva al pericolo di strappare il buon grano, volendo strappare la zizzania. A volte l'orgoglio ci acceca, e credendo di rendere onore a Dio c'illudiamo ed emuliamo lo spirito degli scribi e dei farisei.
È tanto bello e salutare umiliarsi e supplicare il Signore di non accorciare la sua mano su di noi, dandoci nella sua bontà Santi pieni del suo spirito e del suo amore che ci aiutino ad aprire gli occhi alla sua luce e ci guidino, con i loro esempi, nel pellegrinaggio terreno!
Sac.Dolindo Ruotolo