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venerdì 19 maggio 2017

“La Croce ha le ali”... Tratto da “Trionfo del Cuore” - LA SOFFERENZA CHE DIVENTA BENEDIZIONE - Opera di Gesù Sommo Sacerdote - Famiglia di Maria



Il giornalista spagnolo, Manuel Lozano Garrido (1920-1971), chiamato “Lolo”, è riuscito ad accettare la sua malattia incurabile come un dono dalle mani di Dio, diventando così un vero apostolo della gioia. In modo mirabile ha creduto al mistero della “corredenzione” come vocazione di tutti i sofferenti. Nel 2010 è stato il primo giornalista beatificato.

Manuel Lozano Garrido nacque come quinto di sette fratelli e sorelle nella cittadina di Linares, in Andalusia, nel sud della Spagna. Era un bambino gaio, birichino, che amava la recitazione, il calcio e tanto la natura. In seguito alla prematura morte dei genitori, profondamente credenti, per i fratelli e le sorelle ebbe inizio un periodo molto duro. A undici anni Manuel entrò a far parte di un gruppo giovanile di Azione Cattolica, divenuto poi la sua famiglia spirituale. Qui si sviluppò il suo carattere altruista e pieno di buon umore, con il quale conquistò i suoi contemporanei, e la sua luminosa capacità di giudizio come anche i suoi alti ideali. Qui furono poste le fondamenta di un amore ardente verso Cristo, l’Eucaristia e la Madonna, un amore che diede le ali al suo zelo di guadagnare uomini per Cristo. Qui scoprì anche la sua passione per la scrittura: “A quindici anni mi fu abbastanza chiara la scelta della mia futura professione ... volevo diventare giornalista”.

Riusciremo!

Lolo aveva sedici anni quando nel 1936 scoppiò la Guerra Civile in Spagna e con essa una forte persecuzione della Chiesa. Furono proibite le funzioni religiose, molti sacerdoti e laici vennero arrestati e uccisi. Anche alcuni amici di Lolo, giovani di Azione Cattolica, subirono il martirio. Dall’unico sacerdote non arrestato della città Lolo fu incaricato di portare ai cattolici perseguitati la S. Comunione. Questa esperienza di portare con sé il Signore Eucaristico, durante la guerra, lasciò tracce profonde nel giovane Manuel. Fu presto scoperto, arrestato e imprigionato per tre mesi. Ma anche in prigione non perse il suo buon umore! Dopo la sua liberazione, Manuel, ad appena diciassette anni, dovette andare al fronte repubblicano.
Nel 1939, terminata la guerra, oltre agli studi per diventare insegnante, riprese il suo apostolato. Da quel momento operò instancabilmente come catechista, faceva visita ai malati, scrisse i suoi primi articoli, come responsabile della propaganda del centro giovanile di Azione Cattolica, e addirittura condusse un programma radiofonico. Nell’estate del 1940 Manuel partecipò ad un grande pellegrinaggio per giovani al Santuario della ‘Vergine del Pilar’ a Saragozza. Lì, davanti all’immagine della Madonna, un sacerdote ricordò ai presenti quei loro coetanei che, solo pochi mesi prima, avevano sacrificato la loro vita per Cristo e rivolse ai ragazzi la domanda che Gesù aveva posto a Giacomo e Giovanni: “Potete bere il calice che io bevo?”. Nel loro affetto ed entusiasmo i giovani risposero: “Lo possiamo!”. Manuel aveva vent’anni. Tre anni dopo il Signore gli affidò un calice colmo fino all’orlo, molto diverso da come Lolo se l’era immaginato. Nel 1942, mentre prestava di nuovo servizio militare a Madrid, comparvero progressivamente i segni di una grave malattia. Inizialmente accusò forti dolori alle gambe; poi in breve tempo non riuscì più a salire le scale. Solo dopo una visita a Madrid, la diagnosi fu terrificante: morbo di Bechterew, una malattia reumatica della spina dorsale, fino ad oggi incurabile, che, accompagnata da dolori insopportabili, porta inarrestabilmente alla paralisi totale! Manuel accettò questa croce incondizionatamente. Fu dimesso dal servizio militare con la diagnosi di ‘malato inguaribile’. Forse all’inizio prese il congedo come un dono, tuttavia, con il peggiorare della malattia, per i dolori e i periodi bui, dovette crescere sempre più nell’accettazione della croce. “Accettare la volontà di Dio... Noi diciamo: accetto, accetto! Ma lo facciamo come qualcuno che dà a Dio un assegno in bianco, sperando che la somma che Egli scriverà sarà la più bassa possibile. Accettare: una bella parola, nel nostro immaginario è un contatore a gocce. L’accettazione cristiana è molto di più che un accettare. Significa amare come un dono la volontà di Dio, sia quando Egli ci dà che quando ci toglie qualche cosa. Significa fidarsi completamente che tutto ciò che Dio fa o permette è pura bontà”. Egli chiese a Gesù solo questo: “Prestami il Tuo cuore per l’uno, i tre, i cinque anni che mi restano di vita. Il Tuo cuore, non per l’egoismo di poter realizzare tutto facilmente e senza sforzo, ma per adempiere al mio dovere di amarTi senza misura” .

La Consolatrice di Lourdes e la forza della Santa Eucaristia


Dopo la diagnosi del 1943, Lolo ebbe presto la possibilità di partecipare ad un pellegrinaggio a Lourdes, accompagnato dalla sorella Lucia. Lì si accostarono alle sorgenti dalle quali egli avrebbe dovuto riprendere le forze per la sua via dolorosa. Lucia raccontò: “Siamo arrivati alla grotta con una gioia folle... Ho poggiato uno specchietto sulle ginocchia di Lolo, in modo che egli potesse vedere la statua della Madonna nella nicchia della roccia, perché non riusciva ad alzare la testa. Quando ho tolto lo specchio, era pieno di lacrime”. L’amore entusiasta per Maria creò in Manuel non solo coraggio per le sofferenze; egli riuscì anche a distendersi alla Sua presenza consolante. Una volta fece dire a Gesù le parole: “Da una madre fuoriesce qualcosa che è come fuoco, come zucchero, pace, felicità e gioia. Vi do la garanzia che non sarete mai senza tenerezza,perché vorrei che voi, anche da anziani, aveste un cuore che diventa tenero quando volete piangere. Vi do mia Madre, che ha un cuore grande quanto una montagna, e questo basta” . Manuel considerò la profonda esperienza della benedizione eucaristica il culmine del suo soggiorno a Lourdes. Egli visse totalmente d’Eucaristia. Unito a Lei, vivo e immobile, la sua vita divenne un unico e permanente sacrificio. Negli anni successivi i sacerdoti di Linares dovettero alternarsi per portare quotidianamente la S. Comunione a Manuel. Nel settembre del 1962 il vescovo diede il permesso di celebrare la Santa Messa nella sua casa. Un sacerdote testimoniò: “A me sembrava ci fossero due altari e due sacrifici. Cristo era nel pane che avevo appena consacrato, ma era anche in quel corpo tanto devastato da quasi 30 anni di sofferenza felice” .

Soffrire con amore significa redimere

L’esperienza della sofferenza, portata con fede da tante persone a Lourdes, e l’esperienza dell’amore quasi tangibile della Madonna e del Signore nell’Eucaristia, con lo sguardo rivolto alla sua propria croce, fecero comprendere a Manuel qualcosa di decisivo: “A Lourdes ho compreso la portata e il senso universale della sofferenza” . Egli capì che il suo dolore accettato non aveva solo per lui “un senso purificante e santificante, che crea pace e gioia nel cuore” , ma diventava anche per altri fonte di luce soprannaturale. Più tardi scrisse: “Cristo è in tutti coloro che soffrono... non solo per condividere queste sofferenze e renderle più sopportabili, ma per unirle con le sue, per dare ad esse la stessa forza redentrice che aveva la sua croce, per redimere il mondo... Per questo sono necessarie due cose: la nostra volontà e il nostro amore” . Perciò il dolore divenne per Lolo vocazione e mezzo per diventare missionario, nonostante la sua immobilità. In questa felice comprensione, con un sorriso Lolo poté dire: “Sì, la croce pesa un po’, però ha le ali” . Un altro meraviglioso frutto di Lourdes fu l’opera “Sinai”, un’associazione di preghiera per la stampa, che Lolo fondò e che in breve tempo contò più di 300 malati in circa 20 gruppi di preghiera; inoltre numerosi monasteri offrirono le loro preghiere e sofferenze per la stampa cattolica. Lolo implorò i giornalisti di comprendere il loro lavoro come vocazione: “Il giornalista sa, come nessun altro, quanto sia difficile servire la verità. Egli sente come nessun altro la responsabilità di comunicare ogni giorno con migliaia di lettori; egli conosce e teme i suoi errori. Egli sa che esiste un ambito molto difficile per essere e rimanere cristiano: la stampa” .

Del soggiorno con Manuel alla Grotta, Lucia disse: Lolo non ha mai pregato per la sua guarigione. Egli ha detto lì alla Madonna: 'Ti offro anche la mia gioia ... la gioia tanto feconda'. Lei lo avrebbe aiutato a conservarla fino alla fine.

Professione: paralizzato, giornalista ... 
 
Fin dal 1943 Manuel fu costretto sulla sedia a rotelle, le sue mani e i suoi piedi iniziarono a deformarsi, il busto, piegato in avanti, assunse una posizione rigida, paragonabile ad un “4”. In questa posizione visse per 28 anni, con dolori continui. Durante gli ultimi nove anni divenne anche cieco. La sua vita si svolse in un unico piccolo ambiente, nel quale era curato dalla sorella Lucia e in cui dormiva, pregava, mangiava e lavorava. Lolo soffrì molto per la solitudine, ma mai si lamentò dei suoi grandi sacrifici. Più aumentavano le sofferenze, più la sua volontà si sforzava a vivere una vita possibilmente “normale”, senza qualsiasi forma di auto-compassione. La sua giornata fino al primo pomeriggio era dedicata alla preghiera, spesso in meditazione davanti al suo Crocifisso, il rosario sempre appeso al bracciolo della sua sedia a rotelle. Manuel,poi, lavorava, leggeva, scriveva e correggeva instancabilmente; quando non poté più usare le mani, dettava alla sorella o su un registratore. I suoi colleghi di lavoro, che lo stimavano molto, dissero di lui: “Era un giornalista da capo a piedi”. Pubblicò nove libri e più di 300 articoli, nei quali descrisse le sue esperienze per dare speranza ad altri. Così si realizzò ciò che aveva scritto sulla sua malattia: “Apparentemente il dolore cambiò radicalmente la mia vita. Lasciai le aule, il mio titolo, fui ridotto alla solitudine e al silenzio. Il giornalista che avrei voluto essere ... il piccolo apostolo, che sognavo di diventare, smise di camminare per i quartieri della città. Il mio ideale e la mia vocazione, però, li ho ancora davanti con una pienezza che mai avevo potuto sognare”. “Da uno dei miei articoli è nata una vocazione monastica. Una ragazza, che stava ancora riflettendo sul suo futuro, ha trovato attraente il mondo che io avevo descritto e ha fatto il passo decisivo. Forse è l’unico benefico frutto dei miei sforzi. Sempre rinchiuso nella mia camera, mi dico che comunque posso essere soltanto un umile seminatore... Seminare in silenzio e nella solitudine, sempre da lontano; ciò che ci unisce è: se ci sarà una primavera, il suo frutto maturerà anche a distanza”.

Quando fu celebrata la prima S. Messa nella sua camera, Lolo spontaneamente chiese: “Portate la macchina da scrivere e mettetela sotto il tavolo che funge da altare. Così il tronco della croce del Golgota può penetrare nella tastiera e mettere radici.

Dal credo della sofferenza

Io credo alla sofferenza come a una vocazione.
Io credo che il sacrificio è un telegramma a Dio, al quale Lui infallibilmente risponde con la grazia.
Io credo alla missione salvifica e mi avvicino ai sofferenti come se fossero una reliquia della croce.
Io credo alla necessità della solitudine.
Io credo che l’inutilità fisica si trasforma per tutti in fertilità spirituale.
B. Manuel Lozano Garrído

. . e Apostolo della gioia

La sofferenza di Lolo e il modo con cui l’affrontò lo fecero maturare e divennero una ricchezza interiore, un dono per gli uomini, un apostolato letterario e spirituale. Ma la ricchezza più grande, che impressionò tutti, fu la sua gioia. Egli era convinto: “Quel che caratterizza il cristiano non è la pazienza, la devozione e forse neanche la bontà, ma la gioia. Perché chi subisce una prova con tristezza, non è entrato completamente nel segreto della Croce. Tutte le virtù crescono dalla gioia. Chi la possiede, ha tutto”. Eppure egli ha conosciuto bene anche l’oscurità, creata da paure, la solitudine e l’esperienza della sua inutilità: “Davanti alla finestra del mio cuore svolazza lo scuro passero della tristezza e cerca una spaccatura per entrare”. Quando Manuel era da solo con Lucia, non sempre sorrideva. Per gli altri, però, il suo sorriso sembrava “eterno”. Egli sapeva: “La gioia nel cuore è il risultato di lotta e rinuncia: essa è il frutto permanente di una conquista”. Questa gioia, che ha le sue radici nella volontà di Dio, fu continua, profonda, pacifica e contagiosa. In questo atteggiamento positivo incontrò tutti, i tanti giornalisti, sacerdoti e giovani, che frequentavano la sua casa, con l’offerta della sua generosa amicizia. Quell’“uomo di dolori”, sulla sedia a rotelle, dava loro speranza e fiducia nella bontà di Dio. Verso la fine della vita, Manuel confessò: “Una parola che nasce sinceramente dentro di me è: grazie! A causa della sofferenza, la mia vita è diventata certamente più ricca; grazie all’amore che mi è stato donato da lassù”. Anche il giorno della morte, il 3 novembre del 1971, riuscì ancora a sorridere, nonostante le maggiori sofferenze, prima della sua breve agonia e con la preghiera dell’Ave Maria e del Padre nostro del sacerdote. Con la croce nelle mani, chiuse per sempre i suoi occhi ciechi.

Fonte: Rafael Higueras Alamo e Petro Camara Ruiz, “La gioia vissuta”. Vita, profilo spirituale e opere del servo di Dio Manuel Lozano Garrido, “Lolo”. Edizioni Paoline

Se uno ti domanda come è Dio, rispondigli innanzitutto che è Padre, poi puoi dirgli quello che vuoi.

Nel decreto che dichiara Manuel Venerabile si legge: Il dolore è diventato l‘origine della sua santità, la malattia ne è diventata la cattedra.

Preghiera dei malati

Signore, noi, i malati, veniamo da Te.
Noi siamo gli inutili della società.
Noi diamo fastidio dappertutto.
Non possiamo uscire di casa, per buttarci nel mondo dell’economia. Noi consumiamo i nostri poveri risparmi per le medicine, le iniezioni e le innumerevoli visite dal medico.
Tutti ridono, noi piangiamo in silenzio.
Tutti lavorano, noi riposiamo forzatamente sempre, in un riposo che è molto più faticoso di qualsiasi lavoro!
Non possiamo rispondere al telefono quando suona, non possiamo aprire la porta all’amico, non possiamo rialzare la sedia rovesciata. Non siamo liberi di amare un uomo o una donna.
Non possiamo pensare ad una nostra casa, ad una famiglia, neanche con le dita delle nostre illusioni possiamo accarezzare il ciuffo di capelli dei nostri figli... Eppure un compito immenso ci aspetta: aiutare gli uomini per la loro salvezza!
Signore, facci scoprire questo compito che, in unione con Te, ci è stato assegnato.
Facci comprendere il suo profondo significato.
Signore, accetta la nostra inutilità come un mazzo di meravigliosi gigli.
Prendi questi fiori nelle Tue mani segnati dalle piaghe in modo che contribuiscano alla salvezza universale.
B. Manuel Lozano Garrido

Tratto da “Trionfo del Cuore” - LA SOFFERENZA CHE DIVENTA BENEDIZIONE - Opera di Gesù Sommo Sacerdote - Famiglia di Maria - Marzo - Aprile 2014 N ° 24