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mercoledì 14 gennaio 2015

La guarigione di un lebbroso - Seconda parte - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton

 

Mc 1, 40-45

Stranezza

Possiamo considerare adesso un fatto strano, uno dei tanti che si incontrano nel Vangelo e nella vita. La stranezza è nel contrasto fra il comportamento che umanamente avrebbe chi passa da una malattia grave alla completa guarigione, dalla desolazione alla consolazione, dalla morte alla vita, e il comportamento che invece Gesù con severità chiede a colui che ha appena beneficato. Umanamente parlando sembrerebbe naturale e giusto che il lebbroso esulti per la sua guarigione, che racconti a tutti il cambiamento straordinario avvenuto nella sua vita e diffonda la fama di colui che possiede una bontà e un potere così grandi. Gesù invece con severità gli ordina di non dire niente a nessuno e di andare dal sacerdote a compiere il rito di purificazione previsto dalla legge. L'esito di questo contrasto non è secondo le indicazioni del Signore, ma secondo le inclinazioni naturali dell'uomo appena guarito, il quale non prende minimamente in considerazione le severe parole di Gesù. Evidentemente il lebbroso era stato guarito nel corpo, ma non completamente guarito nello spirito. Aveva ricevuto la guarigione fondamentale, ma aveva ancora bisogno di molta guarigione progressiva. Doveva imparare ad ubbidire alle indicazioni del Signore anche quando queste erano in contrasto con le sue vedute e il suo sentire.
La conseguenza di questa disubbidienza è che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori in luoghi deserti, e venivano a Lui da ogni parte. Se invece avesse ubbidito le cose, probabilmente, sarebbero andate diversamente e: Gesù avrebbe potuto entrare pubblicamente in città e la gente per incontrarlo non avrebbe dovuto inoltrarsi nel deserto. Vediamo così che l'agire del lebbroso secondo l'emozione e l'esaltazione del momento e in contrasto con le raccomandazioni del Signore, complica e rende più disagevole sia la missione di Gesù, sia il cammino di chi vuole incontrarlo. Inoltrarsi nel deserto per incontrare Gesù è molto più scomodo che poterlo incontrare nella propria città.
Conviene ancora osservare che la disobbedienza del lebbroso rende Gesù impotente: Gesù non poteva più entrare. Quando la volontà dell'uomo preferisce agire secondo le sue luci e i suoi criteri, nonostante le siano noti i comandamenti di Dio, Dio rispetta la libertà dell'uomo e si tiene in disparte, fuori, in luoghi deserti; lascia che le conseguenze delle scelte umane abbiano il loro corso. Normalmente seguono disagi e complicazioni.

Il primato dell'obbedienza e il fraintendimento delle parole e delle opere di Gesù


In questo episodio possiamo inoltre chiaramente vedere come la prima cosa che Gesù chiede a chi ha sperimentato la sua guarigione e la sua liberazione non è di parlare di Lui, di diffondere la sua fama, ma di imparare ad obbedirgli, perché chi non sa obbedire al Signore non è adatto a parlare di Lui e solo chi avrà imparato ad obbedirgli sarà eventualmente abilitato a proclamare pubblicamente il Vangelo.
Possiamo osservare ancora ciò che normalmente accade alle parole e alle azioni miracolose del Signore: le parole vengono trascurate e i miracoli vengono fraintesi. La missione di Gesù nel mondo risulta quindi piuttosto impegnativa e complicata a causa della durezza della nostra cervice e del nostro cuore. Da un lato è bene che Gesù compia miracoli per mostrare il suo potere e la sua volontà di liberare l'uomo da tutte le malattie che lo affliggono e da tutte le situazioni impossibili in cui si è cacciato, ma l'esercizio di questo potere scatena anche delle aspettative, dei desideri di liberazione e di felicità che sono troppo secondo i nostri corti pensieri e non corrispondono alla liberazione e alla felicità che il Signore può e vuole darci. In generale la nostra idea di liberazione e di felicità è molto legata alla fruizione e all'abbondanza dei beni terreni, mentre l'intenzione del Signore è di staccarci dai beni terreni per farci desiderare ed acquistare quelli celesti.
L'impresa non è facile perché siamo nati sulla terra, siamo fatti anche di terra ed è naturale e giusto che tendiamo a quei beni materiali che ci servono per vivere. Ciò che non è naturale e non è giusto è cercare di placare la nostra fame e sete di felicità solo con i beni materiali attaccandoci avidamente e disordinatamente ad essi. Ciò che non è naturale e non è giusto è trascurare le esigenze della nostra parte spirituale. Esigenze di senso, di verità, di amore, di rettitudine… Non trascurare e non reprimere queste esigenze è l'inizio della ricerca di Dio, del suo progetto, delle sue leggi; è avviarsi sulla strada che conduce verso la luce, la pace, la vera gioia, la vera vita. Possiamo ancora osservare che per Gesù è molto facile guarire l'uomo dalla lebbra o da qualsiasi altra infermità del corpo, ma anche per lui è un'impresa complicata e difficile guarire la nostra radicata tendenza a cercare la vita e la felicità secondo i nostri troppo umani e insufficienti desideri, dalla tendenza ad agire di testa nostra trascurando tranquillamente i suoi più severi ammonimenti. Questi ammonimenti prevedevano il silenzio e un rito di purificazione che un sacerdote doveva compiere dopo aver constatato la guarigione. Ed è come se il Signore volesse dirci che senza questi adempimenti la guarigione ottenuta non era completa, non era stabile e quindi a rischio di ricadute.

Il paradosso del silenzio

Potrebbe sorgere a questo punto l'interrogativo: come mai il Signore chiede il silenzio e l'ubbidienza a chi ha ricevuto una liberazione, una guarigione, una gioia, così grandi? Che senso ha fare l'esperienza del Signore e della sua gioia e non poter diffondere questa conoscenza e questa gioia? Conviene intanto osservare che queste disposizioni non sono sporadiche ed eccezionali, ma vengono espresse a più riprese e in diverse circostanze. Un episodio molto significativo in cui incontriamo nuovamente il paradosso del silenzio dopo l'esperienza della gioia è quello della trasfigurazione. Pietro Giacomo e Giovanni rimangono talmente affascinati nel vedere svelatamente la bellezza di Gesù che vorrebbero rimanere sempre sul monte a contemplare quello spettacolo. Ma dopo che lo spettacolo è finito Gesù ordina di non dire niente a nessuno di quanto avevano visto, aggiunge però che dopo la sua risurrezione avrebbero potuto divulgare la notizia.
Apprendiamo così che c'è un tempo in cui Gesù chiede di tacere e un tempo in cui chiede di parlare. Il passaggio da un tempo all'altro è caratterizzato dalla partecipazione agli eventi che Gesù ha vissuto durante la sua passione, morte e risurrezione e che i discepoli hanno vissuto fino al giorno in cui hanno ricevuto la luce e la forza dello Spirito Santo. Questo sta ad indicare che c'è una conoscenza di Gesù prima della sua passione, morte e risurrezione, e c'è una conoscenza di Gesù che si ha dopo che si sono attraversati questi eventi. La prima conoscenza rischia di generare un equivoco, ossia l'idea che la bontà e i poteri straordinari del Signore libereranno senz'altro i singoli e il popolo da tutte le malattie, da tutte le oppressioni e da tutte le schiavitù in una maniera un po' magica e un po' troppo a buon mercato. Come non sperare queste cose da chi guarisce i lebbrosi, dona la vista ai cechi, risuscita i morti, sfama le folle, placa le tempeste? Ma, con il volgere degli eventi, questa idea viene frantumata. Colui che doveva liberare il popolo è fatto prigioniero, colui che guariva ogni malattia è ricoperto di piaghe, colui che sfamava le folle e risuscitava i morti viene abbandonato da tutti e si ritrova agonizzante e morente su una croce. Le attese e le speranze suscitate dalle parole e dalle opere di Gesù muoiono con Lui e con Lui vengono rinchiuse nel sepolcro. Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele (Lc 24, 21) dicono amaramente i discepoli di Emmaus… Ma la storia non è finita, le parole inascoltate di Gesù, quelle che preannunciavano la sua risurrezione, si realizzano e le apparizioni del Risorto sconvolgono nuovamente le menti e i cuori sia dei discepoli che dei suoi nemici.
Non basta però attraversare gli eventi della passione per comprenderne in profondità il significato. Quando si giunge all'apice dello scontro fra il Mistero di iniquità e il Mistero della bontà di Dio ci si ritrova impauriti, inadeguati e sconcertati di fronte a ciò che accade. Ci vogliono poi del tempo e luce dall'alto per riprendersi dallo sconvolgimento e per iniziare a comprendere il senso di quanto è accaduto. Conviene inoltre considerare che non solo la conoscenza che si ha di Gesù è diversa prima e dopo la passione, ma anche dell'uomo dopo la passione si ha una più profonda e sconcertante conoscenza.

Balbettii su alcuni aspetti del Mistero

Possiamo a questo punto cercare di cogliere alcuni aspetti del mistero che è la formidabile lotta fra la Luce e le Tenebre, anche se la sua comprensione piena e la sua assimilazione saranno possibili solo nella luce della gloria celeste. Una prima considerazione è che i comportamenti umani e le loro conseguenze, possono giungere in certi momenti a manifestare un'atrocità e un orrore sconcertanti. L'orrore sconcertante è la malvagità o la tragedia che si abbattono senza scampo sull'innocente. Questo è un fatto e la ragione di questo fatto è che le conseguenze dei comportamenti umani devono condurre inevitabilmente a due possibili stati: la felicità o l'infelicità. La felicità si deve raggiungere come premio per i comportamenti buoni, mentre l'infelicità deve essere la conseguenza dolorosa dei comportamenti cattivi. Questo stato di cose, questa legge, questo giudizio sulle vicende umane, non l'abbiamo stabilito noi, ma è stato pensato e voluto da Colui che ha deciso di dare origine e portare a compimento la storia in cui siamo coinvolti.
Ora, gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi sono afflitti da molteplici dolori e tribolazioni, e questo è il segno che le loro opere non sono buone. Per liberarsi con le sue forze da questo stato di cose l'uomo compie svariati e disperati tentativi, tutti destinati a complicare ed aggravare la sua situazione. Uno di questi tentativi è quello di cambiare le regole del gioco. Così, per cercare di apparire giusti, ciò che è male lo si chiama bene e ciò che è bene male. E per placare la propria fame e sete di vita si è disposti ad escogitare le soluzioni più stravaganti e a violare le leggi morali più evidenti. Quando poi si è raggiunti dalle conseguenze dolorose delle proprie azioni cattive, come il ladrone sulla croce, si vorrebbe venir liberati dalla tribolazione facendo appello al potere che Dio ha di compiere miracoli. La passione e la morte in croce di Gesù ci dicono invece che non è possibile sfuggire alla giustizia divina la quale ha stabilito che ai comportamenti cattivi e malvagi seguano tribolazioni e morte. Ma la passione e morte di Gesù manifestano anche l'immenso, sconcertante e imprevedibile amore di Dio per noi peccatori. Amore che lo spinge a prendere su di se, innocente, le conseguenze dolorose dei nostri peccati, così che mediante il suo esempio e la sua grazia anche noi possiamo seguirlo sull'unica via che conduce alla felicità eterna.
L'apostolo Pietro che in un primo tempo voleva evitare per se e per il Signore la via della croce, dopo aver attraversato gli eventi della passione e dopo aver ricevuto luce dall'alto così si esprime: Carissimi, se, facendo il bene, sopportate con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio… perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme…Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti (1 Pt 2, 20b-25).
La passione e la morte del Signore manifestano così, sia la sconcertante malvagità a cui gli uomini possono giungere quando ostinatamente si rifiutano di accogliere le parole, le leggi e gli inviati di Dio, sia lo sconcertante amore di Dio che, nonostante tutto, continua ad offrire il suo perdono e a mendicare il nostro amore. Ma la via della croce sarebbe improponibile, senza senso e senza speranza se Gesù con la sua risurrezione non proclamasse inequivocabilmente la vittoria della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell'amore sull'odio, della consolazione sulla disperazione. Possiamo allora considerare la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù come la manifestazione suprema della Giustizia e della Misericordia di Dio.

Giustizia e Misericordia

Le nostre azioni cattive producono tribolazioni, disperazioni e morte, tutte cose a cui ci ribelliamo e da cui vorremmo fuggire, ma non è possibile compiere azioni malvagie e non subirne le conseguenze dolorose. Queste conseguenze dolorose ci schiaccerebbero e ci porterebbero alla disperazione se la Misericordia di Dio non decidesse di prendere su di sé gran parte di questo dolore che, come dice il buon ladrone sulla croce, giustamente noi meritiamo. La giustizia di Dio non può evitarci le tribolazioni e la morte che ci sono dovuti, ma la misericordia di Dio può aiutarci a portarne il peso ed assicurarci, nonostante tutto, un approdo di vita e di gioia.
Dalla passione, morte e risurrezione del Signore, possiamo allora cogliere l'invito a sperare contro ogni speranza. La speranza per un esito positivo della nostra vita e della vicenda umana è messa a dura prova dalle tribolazioni e dalla morte che sembrano smentire sia la capacità di Dio di governare la storia, sia la sua bontà. Le tribolazioni e la morte smentiscono e vincono il nostro desiderio di vita e di felicità. La sproporzione di certe tribolazioni che implacabilmente si abbattono sugli innocenti smentiscono l'esigenza di giustizia secondo cui le sofferenze e i castighi spettano ai malvagi, mentre il premio e la felicità spettano ai buoni. A tutte queste smentite, a queste contraddizioni che ci affliggono e ci paralizzano, c'è un'unica risposta che non è data da nessuna filosofia né da nessuna religione del mondo, ma è data unicamente dalla risurrezione di Gesù. La risurrezione di Gesù ci assicura che, anche per noi, se seguiamo Lui, tutte le tribolazioni e le contraddizioni avranno una fine e troveranno una risposta quando, attraversata la morte, giungeremo nel Regno della Vita, della Luce e dell'Amore; allora, le tenebre e la morte non potranno raggiungerci mai più.
Questi sono alcuni aspetti del mistero della vita presente che il lebbroso guarito, i discepoli e gli apostoli dovevano imparare a conoscere con l'aiuto e la luce dello Spirito Santo. Senza una qualche comprensione del Mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù, si rischia di dire su di Lui cose poco solide, fuorvianti e illusorie. Cose che rischiano di allontanare o di rendere più difficoltosa la sua ricerca. Questo è quanto è successo nell'episodio che stiamo meditando. La disubbidienza del lebbroso a proposito del silenzio che gli era stato ordinato, ha costretto Gesù a stare fuori in luoghi deserti e di conseguenza coloro che erano alla sua ricerca dovevano percorrere un cammino più austero e disagevole.
Anche in altre circostanze è possibile constatare che quanti hanno subito il fascino o hanno beneficiato della guarigione di Gesù disubbidiscono tranquillamente alle sue parole o costituiscono un impedimento per altri che hanno un urgente bisogno di Lui o vogliono godere della sua presenza. Possiamo pensare agli apostoli che impediscono ai bambini di andare a Gesù, o ai discepoli e alla folla che vogliono far tacere il grido del cieco Bartimeo, o ancora alla folla che impedisce l'accesso a Gesù del paralitico che verrà poi calato dal tetto. Ancora gli apostoli volevano impedire ad un tale di scacciare i demoni nel nome di Gesù. Questo accade perché sia la conoscenza di Gesù, del suo messaggio e del suo amore, sia la conoscenza della propria miseria e povertà non è ancora così solida e profonda come sarebbe auspicabile. È nell'ora del trionfo delle tenebre che l'amore e la fedeltà dei discepoli vengono messi a dura prova, e se l'esito della prova non è molto incoraggiante, molto di più lo è lo sguardo misericordioso di Gesù che continua ad offrire il suo perdono e il suo amore a quanti onestamente riconoscono la loro miseria e accolgono con gratitudine la sorprendente misericordia che li salva.

Non ci sono alternative

Dopo la passione, morte e risurrezione di Gesù è possibile avere una consapevolezza più acuta sia delle proprie miserie e delle proprie colpe, sia della vittoria che l'amore e la sapienza di Dio riescono a riportare sulle nostre tenebre e la nostra morte. Questo percorso o questo programma può essere considerato piuttosto austero e poco attraente ed allora molti preferiscono dare ascolto ai maestri che promettono percorsi senza tribolazioni e sofferenze, in cui le miserie dell'uomo vengono accuratamente mascherate e le colpe dichiarate inesistenti. In realtà non ci sono alternative alla verità dei fatti e all'unica via di salvezza che ci è offerta dal Signore Gesù. Pietra scartata dai costruttori che diviene testata d'angolo. Pietra che riduce in frantumi sia coloro che vi inciampano, sia coloro su cui cade (Sal 117, 22; Mt 21, 44).
L'alternativa non è fra un percorso senza sofferenze e senza colpe e uno in cui sono previste tribolazioni esteriori ed interiori, ma fra un percorso in cui per le tribolazioni, le miserie, le colpe, la morte, è previsto il soccorso e il sollievo della grazia di Dio, e un percorso in cui queste realtà dovranno essere affrontate senza il soccorso della grazia. Nel primo caso abbiamo la speranza certa della vittoria finale, nel secondo si giunge prima o poi ad uno stato di disperazione senza rimedio.

Ma che male abbiamo fatto?…

Abbiamo prima osservato che non è possibile compiere azioni malvagie senza che prima o poi seguano complicazioni e tribolazioni. Potremmo allora chiederci: ma quali sono le azioni malvagie causa di tante sofferenze? A questa domanda c'è una risposta immediata e a tutti evidente. È infatti evidente che furti, rapine, uccisioni, corruzioni, tradimenti, menzogne, ubriachezze, lussurie… sono azioni malvagie e producono sofferenze a non finire. Ma a monte di queste malvagità, e loro causa, ce n'è un'altra che non è così evidente e che al suo inizio non produce nessuna sofferenza o tribolazione, anzi, sembra produrre e promettere esuberanza di vita. Questa malvagità iniziale consiste nella superficiale, imprudente e affrettata decisione di voler gestire la propria esistenza trascurando di approfondire le parole, le leggi e il progetto di Dio sulla realtà o sulle situazioni di fatto esistenti. Se questa decisione non muta è destinata a radicarsi sempre più profondamente nel cuore dell'uomo, il quale diventerà duro come la pietra e capace delle più imprevedibili e atroci malvagità.
Conviene allora chiedersi il perché della decisione di trascurare le parole e le leggi di Dio. La risposta va ricercata nell'evidente possibilità di godere immediatamente di un qualche bene che sembra avere il potere di saziare la nostra fame e sete di felicità o di espandere e accrescere la pienezza di vita a cui ognuno di noi tende. A questa possibilità si contrappone però una parola di Dio che limita o vieta la sua fruizione. Questo è quanto succede in ogni peccato e lo possiamo constatare anche nel comportamento del lebbroso guarito.

La prova della fede

Dopo la sorprendente guarigione, il lebbroso si trova in uno stato di gioia, di consolazione, di esultanza, di eccitazione. La sua vita è passata dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dall'isolamento e dall'esclusione alla possibilità della libertà e delle relazioni. A questo punto però è messo di fronte a una scelta o una prova: la prova della fede. Il lebbroso deve scegliere fra ciò che lui vede, capisce, sperimenta, e ciò che la parola di Gesù gli dice di fare. Ciò che Gesù gli dice di fare lui non lo comprende pienamente, non lo vede come un bene, anzi, lo vede chiaramente in contrasto con la reale possibilità di espandere e accrescere la sua gioia condividendola con il maggior numero possibile di persone. Così, Colui che gli ha ridato la vita è anche Colui che sembra voler limitare o mortificare il suo espandersi. Ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 'Guarda di non dir niente a nessuno'. Ma il lebbroso superficialmente e imprudentemente decide di regolarsi secondo il suo sentire, il suo capire e l'esaltazione del momento. Decide di sfruttare l'immediata e reale possibilità di accrescere la sua gioia andando in giro a proclamare e divulgare quanto gli era accaduto.
La prova della fede invece prevede sempre dei momenti in cui è chiesto di rinunciare ad appoggiarsi su ciò che uno sente e comprende per aderire a qualcosa che non si sente e non si comprende. Prevede sempre di rinunciare a qualche bene immediatamente fruibile in vista di beni maggiori ma non immediatamente fruibili. In fondo è chiesto di rinunciare a un progetto di vita e di felicità secondo il nostro pensiero per aderire a un progetto di vita e di felicità secondo il pensiero di Dio.
Qualcuno potrebbe pensare che è poco ragionevole rinunciare ad appoggiarsi su ciò che uno vede e comprende per aderire a ciò che non si vede né si comprende. In realtà ogni giorno noi prestiamo fede a cose che altri ci dicono e noi non vediamo né comprendiamo. Questo avviene perché è ragionevole basarsi sulla presumibile onestà o credibilità di chi ce le dice, e poi perché è evidente che non possiamo vedere e comprendere tutto, inoltre possiamo constatare la stoltezza di coloro che non vogliono credere a cose di cui noi abbiamo una conoscenza certa. L'alternativa non è fra credere e non credere, perché è impossibile regolare la propria esistenza solo su ciò che siamo in grado di comprendere. L'alternativa è a chi decidiamo di prestare fede: ai saggi o agli stolti? Sempre ci saranno dei momenti in cui dovremo scegliere se fidarci di quanto ci viene detto o proposto da altri. In questi momenti il compito della ragione è di valutare o discernere chi è degno di fiducia e chi non lo è. Questo compito è tanto più importante e delicato quanto più le cose da credere si propongono di incidere sui nostri comportamenti e riguardano in varia misura gli aspetti più vitali e profondi della nostra esistenza.
Quando poi è Dio a proporre qualcosa da credere è ragionevole aspettarsi di essere posti di fronte a cose particolarmente oscure e incomprensibili. Bisogna allora evitare sia di trascurare o lasciar cadere quanto ci viene proposto, come ha fatto il lebbroso, sia di voler a tutti i costi comprendere per poi aderire alle parole di Dio. Il compito doveroso e legittimo della ragione è quello di valutare se è credibile o no chi sollecita la nostra adesione a cose che sono per noi invisibili e incomprensibili. Per imparare a discernere chi è credibile e chi non lo è, è indispensabile che diventiamo noi stessi credibili, ossia che ingaggiamo una lotta senza tregua verso ogni forma di simulazione, di ipocrisia o di menzogna che vediamo sorgere in noi in tutte le situazioni in cui ci veniamo a trovare, sia nelle grandi come nelle piccole cose. In questo modo la nostra capacità di discernimento si affinerà sempre più; allora, per connaturalità o per similitudine, sapremo distinguere coloro che meritano fiducia da quelli che non la meritano.

Sconcertanti contraddizioni

Visto che il lebbroso non si è fermato a riflettere se Gesù, nonostante la sua imprevedibile richiesta, era degno di fiducia oppure no, potremmo cercare di fare noi, al suo posto, alcune riflessioni in merito. Intanto il lebbroso aveva ricevuto da Gesù solo del bene. Questo bene inoltre era così grande e stupefacente che nessun uomo comune poteva donarglielo. Lui dunque aveva sperimentato che una cosa umanamente incredibile e impossibile era successa. Inoltre non aveva solo sperimentato la potenza di Gesù, ma anche la sua bontà e umiltà. L'umiltà e la bontà di chi aveva voluto ascoltare la supplica di un disperato, di chi aveva avuto compassione di lui, un'umiltà e una bontà che avevano vinto il ribrezzo nei confronti di una malattia ripugnante come la sua. Una bontà che si era spinta fino a toccare il suo corpo malato e a guarirlo. Ora, a questo punto, succede un fatto sconcertante, quasi incredibile, ed è che con i fatti Gesù viene dichiarato stolto e non degno di fede. Forse il lebbroso non si accorge che, disubbidendo a Gesù e comportandosi in maniera opposta al suo ammonimento, è come se affermasse di essere più saggio e sapiente di colui che aveva appena dimostrato una bontà e una potenza mai visti sulla faccia della terra. Vediamo qui un esempio del fatto che il cuore dell'uomo è un abisso difficilmente guaribile (Sal 63,7; Ger 17, 9).

Dio che limita e mortifica

Abbiamo prima osservato che Gesù, dopo avere ridato la vita e la gioia al lebbroso, è anche colui che limita o mortifica il loro espandersi ordinando di non divulgare quanto è accaduto. Questo è un fatto strano ma non occasionale, anzi è una caratteristica costante dell'agire di Dio. Nel racconto della Genesi Dio dona la vita all'uomo, gli mette a disposizione innumerevoli beni, ma si preoccupa anche di indicare un albero i cui frutti non si devono mangiare. Eppure quei frutti sono belli e buoni, capaci di procurare una gioia e una pienezza di vita maggiori. E, come il lebbroso, anche Adamo ed Eva decidono di trascurare il comando di Dio e di regolarsi secondo la loro collaudata saggezza. Ad Abramo vengono fatte delle promesse stupefacenti, ma poi viene a trovarsi in una situazione paradossale in cui Dio stesso vuole distruggere l'unico mezzo per cui quelle promesse si possono realizzare. Dio libera il suo popolo dall'opprimente schiavitù dell'Egitto, ma poi lo conduce in un deserto aspro e terribile in cui è sempre a rischio di morire di fame e di sete. Israele si stanca presto del cibo con cui viene nutrito, mormora contro Dio e rimpiange le cipolle d'Egitto; e anche Mosè amaramente constata: Tu non hai per nulla liberato il tuo popolo (Es 5, 23). Il figlio maggiore della parabola del padre misericordioso decide di rimanere in una casa ricca e prospera, ma non riesce a raggiungere quella pienezza di vita e di gioia a cui il suo cuore aspira, e il padre gli nega quel capretto e quella festa con gli amici che, secondo lui, riuscirebbero a saziare il suo cuore.
Questi fatti, che senso hanno, cosa ci indicano, che cosa ci rivelano? Ci rivelano che Dio dona sì la vita, la liberazione, la guarigione, la gioia, ma non tutta la vita e la gioia possibili. Dio mette anche nel profondo del nostro cuore un'aspirazione o un desiderio per una vita più piena e una gioia più grande. Per raggiungere la pienezza di vita e di felicità a cui aspira, l'uomo ha due sole possibilità e queste sono una prova per la sua libertà. L'uomo è chiamato a decidere se ricercare la pienezza di vita facendo la fatica di accogliere e praticare i comandamenti di Dio , oppure tentare la più facile via di decidere da solo ciò che è bene e ciò che è male per lui. La prova della libertà è anche la prova della fede, l'uomo deve scegliere se credere a quanto gli viene detto e proposto da Dio oppure scegliere di regolarsi secondo la sua volontà trascurando le parole di Dio. La gravità e le conseguenze di questa scelta sono magnificamente descritti nel racconto del peccato originale, nella parabola del figlio prodigo, in quella della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia… La bellezza e la ragione profonda di questo progetto sta nel fatto che all'uomo Dio chiede di metterci del suo per raggiungere la pienezza della vita e della felicità, vuole che la pienezza della beatitudine, ossia la contemplazione del suo volto, sia un bene liberamente scelto e non un bene calato dall'alto in cui l'uomo riceverebbe tutto e non darebbe nulla. Così nella vita presente, che è essenzialmente un periodo di prova, l'uomo è chiamato a scegliere se fidarsi e affidarsi a Dio oppure a tentare da solo l'impossibile impresa di trovare qualcosa che riesca a dare senso alla sua vita e a saziare il suo cuore inquieto.
Credere in Dio e affidargli la nostra vita costa; ogni giorno è chiesta la fatica di imparare ad appoggiarsi su ciò che non vediamo né comprendiamo e questa è una croce per la nostra intelligenza e la nostra volontà. Ci sono poi dei periodi più o meno lunghi in cui bisogna attraversare situazioni particolarmente contrarie alle nostre inclinazioni e ai nostri gusti, periodi in cui più che liberazione e gioia si sperimenta prigionia e tristezza. Bisogna allora credere che quando Dio chiede qualcosa che sembra limitare o mortificare la vita, in realtà offre un'occasione per meritare una maggiore pienezza di vita. La risposta di Dio alla fatica che facciamo per conformarci alla sua volontà accettando di passare dove non vediamo e non comprendiamo è la beatitudine eterna. Se invece non vogliamo fare la fatica di conformarci alla sua volontà, nel breve periodo le cose possono anche andare assai bene e darci l'illusione di poter continuare a godere la beatitudine terrena che siamo riusciti a raggiungere, ma, a lungo andare, questa beatitudine crollerà, come crolla una casa costruita sulla sabbia quando è investita dalla tempesta.

Più saggi del Creatore

Abbiamo ancora osservato che il lebbroso pur avendo riavuto da Gesù la salute e la vita, disubbidendo ai suoi comandi praticamente dichiara di essere più saggio e sapiente del suo benefattore e quindi che quei comandi non favorivano il suo bene ma erano piuttosto una costrizione e limitazione all'espandersi della vita. Questa è una stoltezza tipica dell'uomo nei confronti del suo Creatore. Infatti, l'uomo che è chiamato dal nulla all'esistenza dalla bontà, dalla magnanimità e dalla sapienza di Dio, riceve anche da Lui alcune direttive o comandamenti; direttive a cui pensa bene di disubbidire perché, a suo parere, evidentemente contrastano con la possibilità di espandere e di accrescere la sua vita e la sua gioia. L'uomo si ritiene sufficientemente esperto per sapere ciò che è bene e ciò che è male per lui.
Esempio: come al lebbroso anche a noi è chiesto una volta alla settimana di andarci a presentare davanti al sacerdote per offrire un sacrificio di ringraziamento e di lode. Ma a questo comando disubbidiamo tranquillamente perché è evidente che è molto più bello e piacevole andare ai monti o al mare o occuparsi dei propri interessi o coltivare le proprie passioni. Alla Messa ci si annoia mentre altrove ci si diverte. Ai tempi del profeta Amos c'era chi viveva con disagio il giorno di sabato perché non si poteva vendere il grano. Aspettavano allora con impazienza il suo termine per riprendere i commerci diminuendo le misure e usando bilance false. Oggi si è molto meno timorosi e più disinvolti. Perché tenere chiusi i negozi di domenica? Molto meglio lasciarli aperti, si guadagna di più e tutti possono fare i loro acquisti con maggior comodità, con piena soddisfazione dei commercianti e dei clienti.
Al lebbroso viene chiesto il silenzio su quanto gli è accaduto, così all'uomo, a cui è capitata la fortuna eccezionale di essere passato dal nulla all'esistenza, Dio chiede silenzio e discrezione. Questa richiesta è fatta a tutti in maniera implicita, ma a Israele e ai cristiani anche in maniera esplicita. Ogni uomo che viene al mondo ha la sensazione più o meno lucida di essere immerso in una realtà più grande di lui, sente che la vita è sicuramente un bene ma presenta contemporaneamente aspetti magnifici e terrificanti, luci e ombre che suscitano interrogativi a cui non è facile rispondere e, a volte, si imbatte in fatti o è coinvolto in situazioni per cui si chiede se sarebbe stato meglio non essere mai nato. Questi sono alcuni aspetti che fanno sorgere quel Timor di Dio di cui è detto che è inizio e fondamento della saggezza (Pr 9, 10; Sal 110, 10). Infatti, non mortificare e non vanificare questo sentimento preserva l'uomo dall'arroganza e lo mantiene nell'umiltà, inoltre viene stimolato ad indagare e a cercare di comprendere per quanto gli è possibile il senso o la ragione delle vicende e delle realtà che gli capita di incontrare. L'esito inadeguato e insufficiente delle sue ricerche lo spinge infine a supplicare e a sperare che dall'alto gli sia data la luce per non smarrirsi e per intravedere la meta del suo cammino, il senso del suo esistere.
Nell'antico testamento il comandamento fondamentale dell'amore di Dio è introdotto da un'accorata esortazione a fare silenzio: Ascolta Israele…(Dt 6, 4). Anche il profeta Isaia così si esprime: Ascoltate e voi vivrete (Is 55, 3) e nel profeta Baruc troviamo ugualmente: Ascolta, Israele, i comandamenti della vita… (Bar 3, 9). In molti luoghi e a più riprese l'invito ad ascoltare è ripetuto con insistenza. Evidentemente per ascoltare bisogna fare silenzio, se non si fa silenzio non si ascolta bene e non si capisce bene ciò che Dio ha da dire, ed allora nasceranno inevitabilmente malintesi, complicazioni, guai, tribolazioni e morte. Gesù poi, invita al silenzio sia con l'esempio che con le parole. I suoi insegnamenti infatti sono preceduti da un lungo silenzio di circa 30 anni. A 12 anni lo troviamo fra i dottori del tempio mentre li ascoltava e li interrogava (Lc 2, 46). Uno dei tratti caratteristici di sua madre è proprio il silenzio. Silenzio che le consente di conservare nel cuore e meditare le grandi cose che Dio opera nella sua vita. Lo stesso si può dire di San Giuseppe. Maria, la sorella di Marta, viene elogiata perché seduta ai piedi di Gesù Ascoltava la sua parola (Lc 10, 39). Quanto all'insegnamento sull'uso della parola così dice il Signore: Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno (Mt 5, 37). E sulla gravità del parlare a vanvera così si esprime: Di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio (Mt 12, 36).
Se Gesù, al lebbroso come a noi, chiede il silenzio dopo il dono della vita è perché, nonostante la magnificenza del dono, non tutto ci è stato ancora dato, beni molto maggiori e molto più pregiati ha intenzione di darci, ma per venirne in possesso è fondamentale ascoltare e capire bene le sue direttive. Noi invece, come il lebbroso, trascuriamo senza riflettere i comandamenti di Dio e corriamo a destra e a sinistra a godere delle creature con ardore giovanile. La vita passa presto, dopo non c'è più nulla, allora bisogna godere fin che si può tutto quello che si può. In questa prospettiva i comandamenti sono considerati un limite e un impedimento all'espandersi della vita, e Dio che li ha dati è considerato il nemico numero uno. A tanto giunge la stoltezza dell'uomo che reprime o mortifica il timor di Dio e non si cura di riflettere con intelligenza sul mistero della vita che ha ricevuto in dono.
Quando l'uomo disubbidisce ai comandamenti e alle leggi contenute nella natura delle cose, Dio è reso impotente ed è come se gli si impedisse di entrare nella città, allora Lui sta fuori in luoghi deserti e lascia che le conseguenze delle scelte umane abbiano il loro corso. Prolificano così filosofie strampalate e inconsistenti, comportamenti morali sempre più degradati ed aberranti che producono un'impressionante quantità e varietà di afflizioni, tribolazioni e morte. In generale, troppo presto gli uomini pensano di aver capito il significato della vita che hanno ricevuto; questo è anche dovuto al fatto che, un po' per loro colpa, un po' per inesperienza, pensano di riuscire a cavarsela da soli ricercando e godendo quei beni che con una certa facilità la natura può offrire.
In realtà le cose non sono così semplici e non è così facile nutrire il proprio cuore solo con i beni naturali. Allora il Signore chiede il silenzio perché si possa ascoltare ciò che Lui ha da dire sul mistero della vita. E l'obbedienza che chiede, quella che sembra mortificare e impedire l'espandersi della vita, è indispensabile per staccarci dai beni presenti e per orientarci verso quei beni soprannaturali che soli alla fine renderanno beato il nostro cuore. La strada verso l'invisibile Sommo Bene Lui solo la conosce e solo ubbidendo e seguendo Lui giungeremo a possederlo.

Gesù opera in incognito?…

L'evangelista annota che dopo la disubbidienza del lebbroso: Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città. L'espressione usata sembra quasi alludere o suggerire che se Gesù non poteva entrare pubblicamente in una città, trovava tuttavia qualche modo per entrarvi in incognito. La sua sapienza e il suo amore non sono privi di mezzi e di trovate per entrare comunque nelle città degli uomini a portare qualche raggio di luce e di speranza.
Penso che uno dei mezzi con i quali il Signore entra in incognito nelle nostre città sia l'arte. Ogni forma artistica infatti, quando è autentica, riesce in qualche modo a trasmettere e suscitare qualche cosa di bello e di vero. La Chiesa dice poi che questa bellezza e questa verità sono il riflesso del volto di Cristo. Così infatti si esprime in una preghiera della Messa: Agli artisti affidi la missione di rivelare lo splendore del tuo volto, fa che le loro opere portino all'umanità un messaggio di pace e di speranza.
Agli artisti viene spesso assegnato il titolo di "maestro". Sono infatti una figura dell'unico "Maestro" e lo aiutano con la loro arte a salvare ed elevare l'umanità. Come il Vangelo e la Chiesa attraversano i secoli e i continenti, così ci sono in tutte le arti alcuni capolavori che non temono l'usura del tempo e sono destinati a durare fino alla consumazione dei secoli portando agli uomini di tutti i continenti: luce, gioia, pace e consolazione. Il cardinale Giacomo Biffi così si esprime a proposito delle "Avventure di Pinocchio": In questa favola, fantasiosamente immaginata e scritta splendidamente, c'è qualcosa di eterno e di cosmicamente vero. Questo pensiero si può applicare ad ogni autentico capolavoro.
Un altro mezzo di cui si serve il Signore per entrare in incognito nelle città degli uomini è la presenza dei laici nei luoghi e nelle attività in cui la Provvidenza li chiama ad operare. Essendo nel mondo ma non del mondo sono come il lievito nella pasta, il seme nascosto, sale e luce per quanti incontrano sul loro cammino. Essendo il Signore la loro vita e la loro meta ne diffondono il profumo anche senza parlare o mostrare segni esterni di speciale consacrazione.
Una conferma di quanto detto ci viene dai colloqui di Gesù con Marta Robin (1902 +1981), una mistica Francese che per 53 anni è vissuta di sola Eucaristia. Ecco alcuni passi riportati dal padre Finet dopo il suo primo incontro con Marta nel 1936. Mi disse che una nuova Pentecoste d'amore e un apostolato laico, avrebbero ringiovanito la Chiesa. Mi parlò a lungo di quello e mi disse pure che il laicato avrebbe avuto un ruolo importante nella Chiesa; molti saranno chiamati ad essere apostoli…ci sarebbero diversi modi per formare questi laici, tra questi, i focolari di luce, di carità e di amore…saranno una delle risposte del cuore di Gesù al mondo, dopo la sconfitta materiale dei popoli ed i loro satanici errori…
Che l'amore misericordioso del Signore possa infine trionfare!

Meditazione di Eugenio Pramotton - Tratta dal libro: "Alla ricerca dell'acqua viva" - ed. Parva