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sabato 9 luglio 2016

SANTA VERONICA GIULIANI - Mercatello, Urbino, 27 dicembre 1660 - Città di Castello, 9 luglio 1727 - Breve biografia



INTRODUZIONE
Avvicinandoci all'esperienza terrena di S. Veronica Giuliani, la cosa che più ci sorprende è quella di scoprirla una persona come noi, vicina alla nostra esperienza di creature fragili e imperfette. Forse questa affermazione a qualcuno sembrerà un paradosso, ma immergersi nella lettura del suo dia­rio, fin dalle prime pagine che narrano la sua infan­zia, è un po' come ritrovare qualcosa di noi stessi. A soli 17 anni Orsola, questo è il suo nome di battesimo, diventa sr. Veronica entrando, nel Monastero delle Cappuccine di S. Chiara, a Città di Castello, monastero che oggi porta il suo nome. Per obbedienza al suo confessore, e poi al vescovo, lì ella ricorda gli anni dell'infanzia, la sua vocazio­ne che sembra essere nata con lei; descrive minu­ziosamente i suoi colloqui con Dio e con la Madonna. Ogni giorno registra fedelmente ciò che vive nell'intimità del "giardino chiuso" della clau­sura conventuale: le prove e le aridità di spirito; le sofferenze fisiche e interiori; l'infinita varietà di espe­rienze mistiche che, passando attraverso la stimma­tizzazione, culminano nello sposalizio celeste.
Il silenzio rigoroso della Regola cappuccina, è il fondamento necessario della sua vita di preghiera e in lei diviene ascolto di Dio che le parla, applica­zione prima, rapimento, poi unione trasformante: "Dio fa con l'anima mia come il ferro con la cala­mita".
Procedendo nella lettura del Diario, ci succede­rà di affezionarci a tal punto a Veronica da farne la nostra compagna di viaggio, amica e confidente, guida e maestra, in una vita che sarà a poco a poco sempre più trasfigurata; sofferta sì, ma offerta nella gioia, nella pace, nell'abbandono incondizionato alla Sapienza e Misericordia di Dio.
"A maggior gloria di Dio e per adempiere il suo santo volere, con mia mortificazione e rossore, incomincio dunque a mettere in esecuzione il comando che VR. m'impone in virtù di santa obbedienza, di manifestar­vi il principio della mia vita".
 
Capitolo I
L'INFANZIA
"Da piccola tutti mi chiamavano fuoco"
"Così a cinque anni ... a chi facevo un dispetto, a chi un altro. Non so cosa vi fosse: penso venisse dalla bontà delle mie sorelle, perché più le crociavo [impor­tunavo], più bene mi volevano; non solo loro, ma tutti di casa. Io ero di proprio capo, e, come volevo una cosa, non mi quietavo mai finché non l'avevo vinta. Ero la più piccola, ma volevo stare sopra tutte, e tutte volevo che facessero a mio modo; e in effetti mi contentavano in tutto".

Orsola, nasce a Mercatello sul Metauro il 28 dicembre 1660. È graziosissima: capelli biondi; gran­di occhi azzurri, profondi e penetranti; un viso per­fetto, dolcissimo, dai lineamenti delicati e, quando ride, le vengono le fossette nelle gote. Il suo carat­tere vivace riempie di gioia e di vita tutta la casa.
Ci diverte e ci consola sapere che anche la santa da bambina gioca, ride, piange, si arrabbia, vive tra i contrasti del suo carattere irruente e delle incli­nazioni naturali, anche se decisamente orientate verso un unico interesse: Dio.
"Il mio vivere era il mangiare, il bere e il dormire: il lavoro tutto quel poco. Quel tempo che avevo, tutto lo mettevo nel fare gli altarini; bensì godevo che tutte le mie sorelle vi venissero a fare l'orazione e anch'io mi mettevo a farla con loro, benché non facevo niente: solo stavo in loro compagnia".
Orsola ama moltissimo la sua famiglia, le sue so­relle, specialmente dopo aver perso la mamma Be­nedetta a soli sei anni. Ultimogenita di sette figlie, in casa è il centro dell'attenzione di tutti, soprattut­to del papà Francesco che l'ama con predilezione:
"Nostro padre poi voleva che io andassi più adorna delle altre; e bene spesso mi portava quando una vani­tà e quando un'altra. Mi voleva tanto bene! Come stava in casa, sempre mi voleva appresso di sé. Tutto ciò io gradivo ...".
È normale che anche lei, crescendo, senta il fascino sottile delle cose di questo mondo: è bella, elegante, simpaticissima, facoltosa, con una carica affettiva al di sopra della normalità, consapevole di valere, affascinante, piena di corteggiatori, insom­ma: Veronica ci conquista perché è così incredibil­mente umana!
Ma proprio entrando in confidenza con questa donna, nonostante tutto vicina alla nostra quoti­dianità, ci sorprendiamo ancora di più nel consta­tare la singolarità degli interventi divini, delle gra­zie ordinarie e straordinarie che, usando le sue paro­le, hanno diluviato nella sua vita.
Conoscendo Veronica, ci troviamo di fronte al mistero dell'uomo e di Dio: al grande mistero del­l'amore immenso di Dio per l'umanità!
 
Capitolo II
PRIMI PASSI VERSO DIO
"Mi pare di ricordare che, di età ben piccola, anche se non camminavo da me, quando vedevo le figure, che v'era dipinta la Beata Vergine con Gesù in braccio, io facevo tanto finché mi facevano accostare ivi, acciò gli potessi dare un bacio. E questo l'ho fatto più volte; ma, una volta in particolare, mi parve di vedere detto Bambino come creatura vivente, che mi porgeva la mano.
Camminando ancora carponi, ogni giorno va a visitare quelle sacre immagini; non sa ancora par­lare bene ma, gesticolando per attirarne l'attenzio­ne, chiama il Bambino che è tra le braccia della Vergine: "Tatto, venite con me".
Siamo davanti a una bambina precoce attratta da tutto ciò che è divino, anche se, forse, per lei Gesù è ancora il compagno di giochi. Ma è proprio attraverso questi giochi, che il Signore l'attira a Sé: le si dona e le sfugge per accrescere in lei il deside­rio del possesso di Lui.
" ... Se poi quelli di casa mi davano da far colazio­ne, io, avanti di mangiare, andavo a quella immagine e dicevo: - Gesù mio, venite che io non voglio man­giare senza voi. ...
Più volte mi ricordo che, vedendo il Bambino dis­tendere giù la mano per pigliare dette cose, io non gli volevo dare niente, se non veniva con me. Io ripiglia­vo dette cose e fuggivo via ...".
Accomodando sedie e banchetti a mo' di scala, Orsola vuole arrivare a dare un bacio al Bambino ma cade e sembra farsi molto male: "Io mi stizzivo con il Bambino Gesù. Gli andavo avanti con il capo legato e gli dicevo: Vedete cosa mi avete fatto! A causa vostra ho rotto il capo. E perché non venite da me?
Lasciavo questa, e andavo da qualche altra imma­gine. Montai in una sedia e banchetta, che appunto vi potevo arrivare, e pregavo Gesù Bambino che volesse mangiare con me. Ma pensate! Non potevo avere que­sto contento. Mi rivoltai alla Beata Vergine, e gli dissi: Diteli voi che mangi, che così mangerà. Di novo [gli porsi] il boccone: Gli dicevo che lo pigliasse. Mi pare di ricordarmi che lo prese. Io dal contento non sapevo cosa mi facessi. Gli volevo dare un bacio, perché aveva fatto ciò. Appena v'arrivavo! Ma anche esso lo diede a me".
Ora ci sembra di capire meglio cosa intenda il Vangelo laddove dice: Se non saprete farvi come bambini nella novità del cuore e della vita, non entrerete nel Regno dei cieli.
Una volta durante la Messa, Orsola vede Gesù Bambino nell'Ostia, al momento dell'elevazione; gridando, vorrebbe correre verso l'altare, ma la mamma riesce a trattenerla.
"Questo Bambino nell'Ostia, mentre si dicevano le Messe, l'ho veduto più volte; e delle volte vedevo il sacerdote risplendente come un sole".
Sicuramente uno dei più sbalorditivi attributi di Dio è la semplicità, e proprio nella semplicità Egli si rivela.
Così un giorno mentre Orsola raccoglie i fiori nell'orto di casa, ...
"... per portarli al Bambino Gesù, mi parve vede­re Gesù Bambino ivi vicino, che anche esso coglieva fiori, e mi disse: Io sono il vero fiore. E parve che di volo andasse su in casa. Io corsi dietro con passi così veloci, che non toccavo terra. Lo cercai per tutto, dietro le porte, in tutti i luoghi; non fu possibile tro­varlo".
La madre le corre dietro ma non riesce a rag­giungerla per quanto è veloce: le chiede però cosa stia cercando. Orsola tace: " Solo ridevo tanto di cuore, che essa ancora si mise a ridere; e mi disse: Non sei già pazza?
Ed io di novo andavo cercando per vedere se lo pote­vo ritrovare. ... Andai giù nell'orto ma non lo trovai più. Solo dissi così: Per me state pure tutti voi fiori; io non voglio altro fiore che Gesù. Mi restò così al vivo quella bella immagine di Gesù! Ad altro non pensavo né altro bramavo".
Orsola cresce, ma l'innocenza dell'infanzia con­tinuerà a permearla sempre e a trasparire da tutti i suoi racconti, ed è proprio quest'innocenza che la rende un prodigio di grazia.
 
Capitolo III
LA SUA ESPERIENZA MISTICA DI GESÙ SOFFERENTE
È il Signore che le traccia la strada e le infonde il desiderio di soffrire come lui ha sofferto per noi sulla terra. All'età di sette anni, per due volte duran­te la settimana santa, Gesù le appare coperto di pia­ghe esortandola ad essere devota della sua santissi­ma Passione.
"La seconda volta, quando mi comparve il Si­gnore così piagato, mi lasciò così impresse nel cuore le sue pene e dolori, che io ad altro non pensavo; e come potevo ritirarmi in qualche luogo, piangevo di molto e facevo qualche patimento; ma senza cognizione nes­suna".
Dopo quelle due esperienze, tutta la vita di Orso­lina diventa una continua ricerca del patire per amore di Gesù.
E questa è proprio la vocazione specifica di Orsola: seguire le orme di Cristo, in modo partico­lare del Cristo che si offre al Padre per la salvezza dei peccatori.
Gesù stesso la vuole per sé, e la prepara a diven­tare una vera sposa del Crocifisso: "Mi sentivo delle volte tanta brama del patire; e nel sentir leggere le vite dei santi avrei voluto fare tutto quel­lo che essi facevano; e dicevo fra me stessa: Signore anch'io voglio esser santa per amar voi, per servir voi, e per essere tutta vostra. Ve lo dico, Gesù mio, io non voglio altro Sposo terreno; voglio voi per mio sposo. Mi pare di ricordare che mentre dicevo così, sentivo certa voce nel cuore, che come eco replicava: Sta posata, che sarai mia. Queste voci interne le sentivo spesso; ma io come semplice e ignorante non capivo nulla"
Tuttavia lei è in qualche modo consapevole che deve collaborare con le ispirazioni che la grazia le infonde perché: "Sempre l'umanità mi tirava a qualche passatempo. Ma che? Non sentivo nessun piacere, che subito non avessi rimorso e rimprovero internamente. Sentivo un non so che in me che mi destava sempre più di levare via da me ogni intoppo, acciò una volta potessi essere tutta di Dio. Avevo brama di farmi monaca, e questa mi ricordo che l'ho avuta sempre".
 
Capitolo IV
GLI ANNI DI PIACENZA
Dopo la morte della moglie, Francesco Giuliani lascia la milizia pontificia col grado di capitano e con l'aiuto di un amico, da Mercatello si trasferisce a Piacenza come esattore di dazi. Quando poi, dopo qualche anno, egli viene nominato sovrintenden­te delle finanze dei Farnese, vuole con sé tutta la famiglia. Siamo nel 1669: Orsola ha 9 anni.
"Subito che fossimo arrivate diede ordine che andassi­mo vestite secondo che richiedeva lo stato suo, e ci prov­vide di servi e servitori. ... e in effetti ci sentivo gusto".
Ma il Signore, che non ci prova mai al di sopra delle nostre forze, permette che il confessore di Orsolina la ammetta anticipatamente a fare la prima Comunione, cosa da lei ripetutamente richiesta: "... mi pare che in quell'atto uscissi fuori di me. Nel prendere la santissima Ostia sentii un calore così gran­de che mi avvampò tutta: in specie nel cuore sentivo come abbruciare, e non capivo in me. Sentivo da vero che il Signore era venuto in me, e di cuore gli dicevo: Dio mio, ora è tempo che pigliate possesso di me: tutta mi dono a voi, voi solo io voglio.
Mi pare di ricordare che Esso mi rispondesse: Sei mia, ed io sono tutto tuo. A queste risposte mi sen­tivo consumare. Sentivo distaccarmi dalle cose terrene, e più non mi curavo di nulla e dicevo: Dio mio voi solo voglio, voi solo bramo".

DUE ANNI E MEZZO DI LOTTE CON SE STESSA

Ma l'umanità di Orsolina è ancora da domare e Francesco Giuliani ha intenzione di giocare tutte le sue carte per farla recedere dal suo proposito: Di già vedevo che mio padre mi voleva contentare; così gli chiesi molti passatempi e cose di mio gusto. Ebbi tutto. Orsola sa andare a cavallo, partecipa a battute di caccia e impara pure a tirare di scherma, con l'aiuto di un suo corteggiatore. Un giorno si reca con il padre al gioco del lotto che si tiene in città, e per carne­vale si traveste da uomo insieme alle sue sorelle.
Ma ...
". . . Ma che? Ogni cosa mi dava più animo di lascia­re tutto, e non vedevo l'ora di ritirarmi in qualche convento. Contuttoché stavo fra le delizie non gustavo nien­te; solo andavo dicendo fra me stessa: Io non voglio altro gusto che contentare il Signore. Colla mia mente rivol­ta a lui dicevo: Dio mio, un sol pensiero voglio, e que­sto sarà voi solo".

LE PROVE DI MERCATELLO

Tornata successivamente alla patria, Orsola va a vivere in casa dello zio Rasi, nominato da Francesco Giuliani curatore e tutore delle figlie: "Di già sapevo che nostro padre aveva scritto allo zio che mi desse tutti i contenti, e nessuno mi nomi­nasse le monache. Così si faceva ... Molto mi affligge­vo e mi immalinconivo, tanto che pensavo mi venisse gran male, come in effetti mi venne".
A questo punto Orsola, decide di scrivere una lettera al padre per dirgli le sue ragioni e... "alla fine videro che io non mi sollevavo con altro che con ragio­nare di monache" per cui le propongono due mona­steri affinché possa scegliere.
"Venute le dette licenze mi levai tosto dal letto, e non ebbi più male alcuno.
Di già ero disposta di andare dove volevano, ché per tutto andavo volentieri. Solo mi sentivo un certo desi­derio di volermi monacare in una religione più stretta. Così il Signore mi provvide il luogo qua, e fu cosa di miracolo".
Nonostante tutti pensino che quello di Città di Castello sia un monastero troppo austero per Orso­lina, il 28 ottobre 1677, ella veste il saio cappucci­no, cambia il nome in sr. Veronica e, con esso, an­che la sua vita: "Il giorno che m'ebbi a vestire ebbi molti contra­sti".
Mentre è già in chiesa per la vestizione, infatti, un gruppo di giovanotti le grida: "Signora Sposa, avete ancora tempo; se volete dire di no potete".
Ma legata ormai dai lacci del vero Amore, Vero­nica risponde risoluta: "V'ho ben pensato; e mi dispiace che non ho fatto ciò molti anni fa".
Poi, strappandosi di dosso tutti i gioielli che le dame del tempo sono solite indossare per dare l'ad­dio al secolo, esclama: "Non voglio pigliare la croce con queste frascherie addosso.
Mentre mi spogliavo di ciò cercavo di stare con la mia mente in Dio, e facevo offerta di me stessa al Signore. So che non volli vedere più nessuno di quanti erano in chiesa. Mai più aprii gli occhi, finché non misi il piede in clausura".
 
Capitolo V
SUOR VERONICA CAPPUCCINA
"La prima notte che fui vestita di questo santo abito, io stavo un poco sossopra per la novità e la mutazione, che avevo fatto. Quando mi vidi fra questi muri, la mia umanità non sapeva quietarsi; ma dall'altra parte lo spi­rito stava tutto contento.
Ogni cosa gli pareva poco per amor di Dio".
E subito, in un tripudio di canti angelici, tra una moltitudine di santi, sr. Veronica vede il Signore che dice a tutti: Questa è già nostra.
Poi Gesù le domanda: Dimmi che cosa vuoi? Veronica chiede tre grazie: la prima di vivere secondo le regole del nuovo stato di vita. L'altra di fare sempre la volontà di Dio. La terza: di rimane­re sempre crocifissa con lui.
"Tutto mi promise di concedermi; e mi disse: Io t'ho eletto per gran cose, ma ti converrà patire di molto per mio amore. Quest'ultima parola restò così impres­sa nella mia mente, che tutti gli anni trascorsi m'ha ser­vito d'aiuto.
Così, venendo qualche patire io penso per chi si deve patire".

LA SPIRITUALITA’ VERONICHIANA

L'autenticità delle esperienze mistiche di Vero­nica, si riconosce proprio dagli effetti che esse pro­ducono: un desiderio di amare sempre meglio Dio; una grande volontà di eliminare tutto ciò che può ostacolare l'azione dello Spirito in lei e un grande distacco dalle cose materiali. Mai in Veronica si per­cepisce vanagloria, ma solo una piena consapevo­lezza delle sue miserie e una sempre maggior com­punzione delle proprie colpe.
La santa sente una particolare attrazione per un Crocifisso miracoloso che sta nell'infermeria: "Non mi sarei mai partita da esso e delle volte mi mettevo a discorrere con lui e di cuore dicevo: Mio Signore mi avete da fare delle grazie. In particolare vi chiedo la conversione dei peccatori. Esso staccò il brac­cio dalla croce e mi fece segno che io mi accostassi al suo santissimo costato. In questo mentre, non so come fosse, mi trovai abbracciata col Crocifisso e mi disse: Tutto questo che adesso faccio con te lo faccio acciocché tu veda quanto mi sono grate le tue preghiere. Tutto ciò avvenne nel terzo anno del noviziato".
S. Veronica si mette come scudo tra Dio e i pec­catori, come ha fatto Gesù, sia per proteggere i pec­catori, prendendo su di sé le pene temporali con­seguenti ai peccati, sia per tutelare Dio da altre offe­se.
Lo stesso vale per le anime del Purgatorio. Naturalmente le sue sofferenze hanno valore pro­prio perché unite al Sacrificio Redentore del Cristo.
Nell'impeto infuocato degli anni giovanili, Veronica va alla ricerca delle penitenze più ecla­tanti per rispondere a tanto Amore di cui è ricol­mata da Dio: "... così, non sapendo cosa fare cominciai a disci­plinarmi......
Ma giunta alla maturità lei stessa definirà quel­le penitenze: "Pazzie che mi faceva fare l'amore". Gesù stesso, a poco a poco, comincia a prepararla ad un altro genere di sofferenza: "Sta posata, le dice un giorno, che tutto quello che farai per la conversione dei peccatori, tutto è di mio gusto e secondo il mio volere, ma il patire che voglio da te non è questo che tu patisci".

CHI NON AMA NON HA CONOSCIUTO DIO

Gesù la vuole perfetta nella carità, e soprattut­to con le sue sorelle, prima ancora che con i pec­catori. La Carità stessa che è Dio: "...mi spinge uni­versalmente, con tutte e in tutto, all'esercizio della cari­tà", scrive Veronica.
Ma non sempre amare è facile, anzi, è un con­tinuo lavoro per superare se stessi, un esercizio in cui la santa è ammaestrata da Gesù: "Mi parve che Iddio mi partecipasse dei dolori che ebbe quando lo flagellarono. In dette pene appresi come si deve patire. Con che spogliamento, con che carità, con che umiltà".
In questa contemplazione ella distingue tre gradi di carità: "La carità, fatta con qualche nostra soddisfazione, è virtù; perché quell'atto sarà sempre caritativo.
Ma ... ad essa si deve dare aiuto facendo atti di cari­tà che siano ripugnanti alla nostra natura; e farli veramente di cuore e puramente per Dio. Oh di quanto più valore è questo secondo grado di virtù".
La carità perfetta però "è amare, servire, dare la vita, per chi sappiamo di certo che ci odia e ci sta per uccidere" ... È questo il comandamento nuovo del­l'amore!
Ma non è ancora finito: Veronica cerca la cari­tà in ogni possibile sfumatura...
"Dev'essere con retta e pura intenzione; disinteres­sata; una carità che non attende di essere richiesta; uguale per tutte, in tutto; fatta solo per amore e con amore; lieta, sollecita, industriosa".
... anche nelle parole: "Il Signore vuole che io sia tutta dolcezza e pace; non devo mai dolermi di niente; mi metto la lingua tra i denti per non rispondere; biso­gna rispondere con carità e umiltà nelle contrarietà; par­lare sempre bene del prossimo; operare col prossimo come Dio opera con me".
A volte succede che Gesù non le conceda le gra­zie se lei non si adegua alle sue richieste: Sia la tua vita una continua carità: in essa io ti voglio. Alla scuola diretta di Gesù e Maria, "limata" dal puro patire che le viene partecipato, sr. Veronica diven­ta un gioiello di virtù e, progressivamente, sempre più conforme alla Passione di Cristo.
 
Capitolo VI
CROCIFISSA COL CROCIFISSO
Già il 4 aprile 1681, di venerdì santo, pochi anni dopo la vestizione religiosa, Veronica riceve dalle mani di Gesù la corona di spine che le viene rin­novata in seguito più volte.
Poi, nella notte di Natale del 1696, la transver­berazione, quando Gesù Bambino le ferisce il cuore con una freccia d'oro: Questo cuore non è più tuo, ma mio. Dacché l'ho ferito, ne ho preso il possesso.
L'11 aprile 1694, mentre sta facendo la comu­nione, Veronica vede Gesù e Maria insieme ad un corteo di angeli e di santi che cantano: Veni Sponsa Christi, mentre Gesù le mette l'anello nuziale: "In quanto al dito, scrive Veronica, sempre vi sento stringere l'anello; ma il giorno della comunione mi pare di sentirlo stringere di più e provo rinnovazione dello Sposalizio".
Nell'anno 1697 inoltre, le appare Gesù con un calice in mano traboccante di un liquore: esso rap­presenta la partecipazione mistica ai dolori intimi della sua Passione.
Il Signore le dice: Mia cara se vorrai del tutto unirti a me, que­sto gusterai per mio amore.
Quel liquore peraltro è talmente amaro da toglierle completamente il senso del gusto.
E finalmente arriviamo al 5 aprile 1697, ancora di venerdì santo, quando Veronica ha la visione del monte Calvario con la Vergine Addolorata ai piedi di Gesù Crocifisso: "Il Signore mi ha detto che veniva per trasformarmi tutta in lui. In un istante io vidi uscire dalle sue SS.me piaghe cinque raggi splendenti e tutti vennero alla mia volta. Ed io vedevo i detti raggi divenire come piccole fiam­me. In quattro vi erano i chiodi; ed in una vi era la lan­cia, come d'oro, tutta infuocata: e mi passò il cuore da banda a banda; e i chiodi mi passarono le mani e i piedi.
Io sentii gran dolore; ma nel medesimo dolore, mi vedevo, mi sentivo, tutta trasformata in Dio. Il Signore mi confermò per sua Sposa; mi consegnò alla sua Madre, mi affidò per sempre alla sua custodia".
Le stimmate però sono solo il segno esteriore di una conformazione interna già avvenuta.
Infatti, l'anno precedente Veronica è già stata stimmatizzata, solo che le ferite sono rimaste nasco­ste.
"Quando io vidi questi segni esteriori, di molto pian­si, e di cuore pregavo il Signore che volesse nasconder­li alla vista di tutte. Oh Dio che pena mi fa tutto ciò!".
Ma ora è volontà di Dio che quelle ferite siano evidenti "per profitto di molti; per rinnovare la fede e la memoria della Passione del Signore; per i bisogni della Santa Chiesa, in specie per il Papa e il Vescovo, e per­ché siano segno per il mondo intero".

UN PURO PATIRE SENZA AIUTO UMANO NÉ DIVINO

Dopo la stimmatizzazione, i bisogni di Santa Chiesa sono costantemente nella preghiera e nell'offerta della santa. La sua vocazione missionaria, inserita in quella contemplativa, le fa esclamare: "Vorrei andare a piedi nudi per il mondo e dare vita e sangue per la conversione degli infedeli".
D'ora in poi, anche il suo desiderio di immola­zione assume una diversa connotazione, diviene un patire sempre più intimo e sofferto, conseguenza soprattutto dell'Inquisizione.
Nel luglio del 1697 Gesù l'avvisa che si prepari al gran patire: infatti il vescovo diocesano, mons. Eustachi, informa il Tribunale ecclesiastico e subi­to vengono prese misure cautelative per provare l'autenticità delle stimmate.
Senza consolazioni umane né spirituali, la santa viene sottoposta a continue umiliazioni: reclusa per 50 giorni in una cella senza finestre dell'inferme­ria, non può scendere in coro per la preghiera comu­ne; le vengono sigillate le bende di lino delle stim­mate e davanti alle sue consorelle viene controlla­ta la profondità della ferita del cuore con una foglia di alloro. Per obbedienza le è imposto da un gesui­ta inviato dal Tribunale dell'Inquisizione, p. Crivelli, di rivivere la Passione di Cristo, cosa che lei fa in tutti i particolari fino a riprodurre in sé tutti gli spasmi "delle più fiere agonie ... dei moribon­di". Le viene tolta la voce attiva e passiva nei capi­toli conventuali, è sospesa dall'incarico di maestra delle novizie. Non può comunicare alla grata né scrivere, se non alle sorelle e al confessore e per di più deve affrontare l'ostilità di alcune consorelle.
Nulla le viene risparmiato per mortificarla e umi­liarla.
Gesù che sapeva le prove che Veronica avrebbe dovuto affrontare per suo amore, poco tempo prima le ha fatto rinnovare la professione nelle sue mani, per ricordarle quanto lei gli aveva promesso con i tre voti.
Ma nella misura in cui partecipiamo alle soffe­renze di Cristo, così siamo partecipi anche delle sue consolazioni, per cui la stimmatizzazione prepara la santa allo sposalizio celeste, quello vero e perfetto, del 9 aprile 1697: esso è un saggio di ciò che pro­vano i beati in Paradiso: "Allora le Tre Divine Persone si sono confermate padrone assolute di quest'anima".
Veronica sperimenta le tre unioni amorose della Trinità e si sente immersa nel mare immenso del Divino amore, colmo di tutte le grazie, dove le pare di nuotare, non vedendo altro che Dio e Amore. Tutto ciò la fa sentire un nulla di cui non arriva a conoscere mai il fondo e, contemporaneamente, percepisce Dio come il Tutto che la eleva a sé per eccesso di amore. Gesù l'ha detto anche a noi nel Vangelo: Voi sapre­te che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.
 
CAPITOLO VII
LA VERITA’ VIENE ALLA LUCE
Chiarito finalmente che l'umiltà e l'obbedienza sono le due virtù sulle quali la madre suor Veronica ha fondato la base della sua gran santità, il gesuita p. Crivelli, ottiene dal papa Clemente XI il permesso della Sacra Congregazione di eleggere sr. Veronica abbadessa della Comunità. Costretta ad accettare per obbedienza, il 5 aprile 1716 ella affida all'Ad­dolorata le chiavi del monastero, dicendole: "Siete voi l'Abbadessa".
Da quel momento non solo la Madonna prov­vede a tutte le necessità materiali del monastero, ma prende anche le sembianze di Veronica quan­do lei è impegnata in lavori troppo pesanti, o nelle esperienze mistiche per la conversione dei pecca­tori.
Dal 1720 poi, è la Madonna stessa che le ricor­da e le detta ciò che deve scrivere, data l'età avan­zata della santa e il completo annullamento dell'io in Dio.
È proprio in questo periodo che nel Diario tro­viamo queste espressioni: "Non sono padrona di me, sono stata rubata dall'Amore.
Non trovo più me in me, ma Dio in me ed io tutta in Dio".
Finché, il 25 marzo 1727, la Madonna le dice: " Fa punto".
 
CAPITOLO VIII
LA GRANDE UMANITA’ DI VERONICA
Francescana per vocazione, Veronica cerca nel contatto con la natura lo spazio per molte delle sue esperienze mistiche. È famoso un pero dove saliva anche nelle notti gelide, in piena estasi, per chia­mare tutti i peccatori a conversione.
Ma la natura è per lei anche elemento di con­templazione:
"Correvo, dicendo agli alberi, alle foglie, che mi aiu­tassero a trovar l'Amore mio. ...e vedevo che tutte mi passavano avanti e tutte, più corrispondenti di me ren­devano al lor Creatore quel frutto, a tempo opportuno, senza mai preterire. E io, pianta infruttuosa, mai mi risol­vo. Oh Dio mio, amore mio, ora voglio cominciare".
Tipicamente francescana è anche la sua pre­ghiera, di lode e benedizione. Più volte Veronica sperimenta il giubilo spirituale che, non potendosi esprimere in parole, sfocia nell'armonia del cuore.
Per lei poi, la letizia è un dovere della convi­venza, per cui le sue sofferenze sono sempre offerte nella gioia.
Non ci meravigliamo allora che in tempo di car­nevale prepari le frappe con le sue consorelle e che sciolga pure il silenzio regolare per cantare al suo Gesù, anche se, al solo pronunciare il nome del Sommo Bene, cade in estasi tra le braccia delle monache.
Sensibilissima e dolce con tutti, la santa non si risparmia mai. Anche con le tumefazioni delle stim­mate, la vediamo "correre" per il monastero per aiu­tare le sorelle nelle faccende più pesanti; e questo anche nelle rigide giornate d'inverno, con la neve.
S. Veronica è una donna completa: gli straordi­nari doni di cui Dio l'ha favorita, non l'hanno mai disincarnata, al contrario hanno arricchito la sua umanità.
Di notevole senso pratico, durante il suo bades­sato affronta i lavori di ristrutturazione del mona­stero, ormai fatiscente: fa mettere le tubature del­l'acqua che oggi sono ancora funzionali e che attra­versano tutto l'orto. Fa costruire un pozzo che, con delle carrucole, porta l'acqua fino all'infermeria. Fa erigere una nuova ala del convento, che attual­mente è ancora il noviziato.
Austera con se stessa Veronica è premurosa e materna con tutti: oltre a moltiplicare in modo straordinario le vivande, o l'olio delle lucerne, prov­vede anche ai poveri della città. Dal Summarium del processo di canonizzazione le suore attestano che: "Faceva distribuire le elemosine più che poteva fino a mandarle a casa, come faceva ogni settimana ad una poverella, che chiamava la sua sorella, a cui maculava una sacchettina con varie provvisioni e, prima di mori­re, nella sua ultima infermità la lasciò raccomandata a noi altre religiose".
 
CAPITOLO IX
IL POSSESSO DELLA GLORIA
Veronica muore il 9 luglio 1727 chiedendo l'ob­bedienza al confessore, dopo un'agonia di 33 gior­ni, come lei stessa aveva predetto.
Anche in quel frangente ella sopporta prove indi­cibili: da parte delle creature, che nel tentativo di diminuirle i dolori le creano ulteriori sofferenze. Da parte del demonio che, oltre a tormentarla con ves­sazioni e tentazioni contro la fede, le appare sotto le spoglie del vescovo, intimandole di rinnegare tutte le bugie dette fino a quel momento.
Prove ancora da parte dell'obbedienza, perché i confessori, conoscendo il valore della santa, vogliono consolidare fino all'ultimo istante le sue virtù.
Ma Veronica è una donna veramente libera nello Spirito del Signore, così, stringendo forte il Crocifisso, pronuncia le sue ultime parole rivolte alle novizie: "Ho trovato l'Amore! Ditelo a tutte. È questo il segreto delle mie gioie e delle mie soffe­renze: l'Amore si è lasciato trovare".
 

CAPITOLO X

Nel 1804 sr. Veronica è beatificata da papa Pio VII e nel 1838 papa Gregorio XVI la proclama santa. Papa Pio IX per dieci anni tiene presso di sé il volume contenente la seconda relazione scritta dalla santa, che restituisce nel 1858 alle cappucci­ne di Città di Castello, chiuso in una borsa di seta bianca ricamata in oro.

LA CHIAMATA UNIVERSALE ALLA SANTITA

Per ricordarci che la via della santità non è un privilegio concesso a pochi, Gesù un giorno le dice: Quello che faccio con te, lo farei con tutte le anime, se io trovassi disposizione.
Sappiamo infatti che la mistica cristiana è la vita sacramentale a cui siamo iniziati con il battesimo, è il nostro nascere alla vita dello Spirito, è la figlio­lanza divina. E questo è il grande Dono che Dio offre a tutti.
I doni mistici invece, frutto e manifestazione della ineffabile fruizione dell'Amore Trinitario, sono grazie straordinarie concesse ad alcuni, ma sempre per il bene della comunità.
Le esperienze mistiche della santa peraltro, avvengono principalmente nella liturgia e partico­larmente nella celebrazione Eucaristica.
Considerando tutto questo siamo spinti a riflet­tere sul mistero della Grazia. Infatti il Dio che si donava a Veronica è lo stesso che si dona a noi oggi, quello che si offre tutto a tutti: è il Dio che ha posto nel cuore degli uomini la dimora del suo Spirito, di quello Spirito che, se accolto con animo retto, puro e semplice, ci insegnerà ogni cosa, e ci svelerà i pensieri del Signore.
S. Veronica è una liturgia incarnata, è una donna forte che rievoca con la sua vita molte figure bibli­che, come, sotto certi aspetti, quella di Mosè. Egli è il grande amico di Dio che rinuncia ad essere lui l'erede della benedizione fatta ad Abramo per inter­cedere in favore del suo popolo; un popolo che ha dimenticato l'Alleanza, che si è allontanato dalla Legge del Signore.
Sicuramente Veronica ci rende più vicino quel Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira, ricco di grazia e di fedeltà, che a lei è stato concesso di con­templare faccia a faccia, già qui sulla terra. La santa ci manifesta pienamente il mistero di quell'Amore che manda il suo Figlio non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

IL GRANDE MISTERO DEL DOLORE E DELL'AMORE

Come Veronica aveva scritto, alla sua morte le vengono trovati nel cuore, come intessuti a cor­doncino con la fibra cardiaca, i segni della Passione di Gesù e le sette spade dei dolori di Maria. Nell'esame necroscopico viene riscontrata anche la ferita della stimmatizzazione.
Inoltre si possono vedere le iniziali dei nomi di Gesù e di Maria, la corona di spine, la lancia, i chio­di, i flagelli, la croce; e ancora: la lettera P di pati­re, e la lettera O di obbedienza.
Sicuramente santa Veronica, che proprio per obbedienza ha incominciato a scrivere il Diario, con­tinua a intercedere dal Cielo e ad operare insieme allo Spirito del Risorto, per il bene di tutti noi pec­catori, per i quali ha già espiato tanto, molti anni fa!
Quante sofferenze e sacrifici sopportati per sten­dere i manoscritti! Ella scrive spesso di notte, sot­traendo il tempo al riposo, seduta su uno sgabello e con una tavoletta sulle ginocchia, a lume di una lucer­na ad olio, ormai stanca per le fatiche del giorno. Ma soprattutto quanto fastidiosa deve risultare quella stesura per il diavolo, che, oltre a picchiarla e a tormentarla in tutti i modi per impedirle di con­tinuare, arriva a minacciarla: Se non lasci questo scrivere, ti caverò gli occhi! Ma Gesù ha deciso così e così deve essere:
Fa l'obbedienza, scrivi tutto, le dice.
E che pensi? Questi scritti hanno da andare in tutto il mondo per la mia gloria, per il bene tuo e di chiunque li leggerà, a confusione del nemico.