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giovedì 6 agosto 2015

Le ultime stazioni della Via Crucis: “ Dare la vita per i fratelli” - Tratto da “ L'innamorato di Maria – di San Massimiliano Maria Kolbe



(Pawiak-Auschwitz, febbraio-15 agosto 1941)
Polacco in vita e in morte!
Massimiliano Sa di essere nel mirino della Gestapo, prevede lucidamente la sua fine: in molti gli avevano fatto presente che si stava tramando alle sue spalle, per il suo arresto, chiedendogli di essere prudente. Padre Massimiliano, anche durante l’occupazione tedesca, rivela dunque talento e capacità non comuni, tanto da riuscire ad attirare su di sé l’attenzione e l’affetto di ogni genere di persona. Anche la polizia tedesca intuisce queste doti capaci d’influire, specie attraverso la Stampa, Sul popolo polacco. La Gestapo, infatti, al fine di catturarne il potere mediatico, arriverà addirittura a offrirgli di assumere la cittadinanza tedesca, equivocando sul fatto che il suo cognome, Kolbe, sia un cognome assai diffuso in Germania.
Fiero delle sue origini polacche, onesto fino al martirio, egli rifiuta la proposta, affermando di essere stato e di Voler rimanere polacco, peggiorando così la sua situazione, già pesantemente condizionata dalla sua appartenenza al popolo polacco e dallo stato di religioso cattolico. Per questo ai polacchi è doppiamente caro: perché santo e perché volle morire da polacco!
«Addio cari figli, non sopravvivrò a questa guerra»
La sera del 16 febbraio, Massimiliano sembra inquieto e più affettuoso che mai con i suoi figlioli, tanto che questi, ripercorrendo in seguito col pensiero quelle ultime ore con il padre, comprenderanno solo dopo le sue parole e il perché di quel suo inconsueto, accorato trasporto.
Tra mezzanotte e le due del mattino, padre Kolbe telefona a fra Pelagio, svegliandolo, per riprendere la conversazione spirituale che avevano avuto durante il giorno, sprona il confratello alla fedeltà verso il Signore e alla devozione all’Immacolata. Dopo un po', i due recitano insieme la seguente preghiera: «Immacolata Concezione, Immacolata Concezione, Immacolata di Dio, Immacolata di Dio, mia Immacolata, mia Immacolata, Immacolata nostra, Immacolata nostra». Padre Massimiliano torna poi nella sua stanza. Siamo alle prime ore del 17 febbraio: il frate, allo stremo della fatica, non volendo però rinunciare all’urgenza di lasciare sulla carta le sue meditazioni, chiede a fra Arnaldo di scrivere sotto dettatura quelle che saranno le ultime appassionate parole che illumineranno il mistero dell’Immacolata, consegnandoci pagine di altissima mistica sulla Santissima Trinità e sulla figura dell’Immacolata Concezione in seno a essa.
«Fratelli, non dimenticate l’amore!».

Intanto si fa giorno. Verso le 10 del mattino del 17 febbraio 1941 arrivano a Niepokalanów quattro uomini della Gestapo con i teschi sulla banda del berretto. «Sia lodato Gesù Cristo», li saluta padre Massimiliano. La risposta degli uomini è un silenzio minaccioso. Segue una domanda: «Lei si chiama Massimiliano Kolbe?».
«Su, accomodatevi nel mio ufficio». Quindi cominciano a interrogare il sacerdote circa gli insegnamenti che egli offre ai giovani Francescani, essendo i seminari proibiti dall’ordinamento nazista.
Il padre, dopo aver risposto ai quesiti e rifiutandosi ancora di considerarli come nemici, li invita a visitare il convento. Tornati nel suo ufficio, viene compiuto l’arresto ufficiale del padre e di altri quattro sacerdoti: Giustino Nazim, Urbano Cieslak, Antonio Bajewski e Pio Bartosik (carissimo amico di Kolbe e da lui designato a succedergli un giorno nella direzione di Niepokalanów).
La motivazione dell’arresto è sostanzialmente da ricercare nella funzione di contestazione che la Città dell’Immacolata oppone allo spietato ingranaggio della macchina bellica. Si mira a eliminare dalla scena politica i personaggi scomodi, soprattutto gli intellettuali che, con il loro pensiero critico, tentano di Smascherare l’Orrenda follia Omicida di Hitler e dei suoi fedelissimi.
Prima di partire padre Kolbe, rivolto ai frati rimasti, dice: «Fratelli, non dimenticate l’amore!». Quindi, condotti sulle auto della polizia, alle 11.50 vengono trasferiti alla nota prigione di Pawiak, a Varsavia.
Come pecore senza pastore
I frati si sentono Ormai come pecore senza pastore circondate da lupi affamati. Si considerano orfani, privati di quel padre che li ha guidati, consigliati e amati teneramente, di più, maternamente.
Il buon pastore dà la propria vita per le pecore (Gv 10, //). L’insegnamento incarnato dal padre, che testimonia fino al sacrificio estremo l’amore per il Signore e per il prossimo, resterà per sempre impresso nelle loro anime. Talmente grande è l’affetto per il loro padre che essi, il 26 febbraio 1941, invieranno una petizione firmata al Provinciale con la richiesta di venire imprigionati loro al posto di Kolbe; «Vogliamo spiegare – scrivono i frati – che nessuno ci ha plagiato o forzato: noi abbiamo deciso di fare questo passo di nostra volontà. Allo stesso tempo siamo pronti ad accettare volontariamente ogni responsabilità e ogni accusa e le conseguenze che ne deriveranno».
La loro richiesta non verrà accolta dalla polizia nazista. I nazisti rifiutano la petizione, poiché hanno solo bisogno di padre Massimiliano, vivo o morto, meglio se morto"! ( 1 )


Pawiak, la nuova Niepokalanów
Caricato su un autocarro come gli altri, Massimiliano è sereno e, durante il viaggio, ricorda ai suoi compagni di essere in missione. Anche in quel terribile frangente e, con il suo solito buon umore, fa notare loro quanto fossero fortunati a essere trasportati dai tedeschi senza spendere neanche un soldo!
Nella prigione di Pawiak, padre Kolbe è rinchiuso nella cella numero 103, rimanendovi serenamente raccolto e padrone di sé. Ha sempre il sorriso sulle labbra e una parola di conforto per i suoi compagni di prigionia, li sostiene spiritualmente e alimenta la loro fiducia nella liberazione della Polonia, ma, cosa ancora più importante, li conduce a Dio e all’Immacolata con il suo esempio e le sue parole. Ora è Pawiak la sua Niepokalanów, cioè la sua missione: conquistare all’Immacolata le migliaia di detenuti della prigione, vicino Varsavia. -
(1) Probabilmente i Kolbe non saprà mai niente di que nobile gesto
egli che continuerà a pensare a loro raccomandando, nelle poche righe di corrispondenza che gli sarà concesso di inviare, di non preoccuparsi assolutamente per lui, ma di affidarsi in ogni bisogno all'Immacolata. Alcuni fratilo seguiranno nello stesso destino di mar tirio pagando la verità a prezzo del loro sangue, mentre altri, sopravvissuti ai campi della morte, continueranno a tramandare il suo messaggio spirituale di intrepida fede in Dio, diamore sconfinato all Madonna e di piena disponibilità al servizio dei fratelli
«Credo, eccome!»
Verso la metà di marzo, in quella cella si consuma una drammatica scena. Il sergente maggiore scorge padre Massimiliano che indossa il saio, cinto dal cordone dal quale pende il rosario con il crocifisso.
Alla vista del crocifisso, il tedesco lo afferra e tirandolo a Strattoni dice:
«Credi in questo?».
«Credo eccome!».
Il nazista, allora, lo colpisce in faccia con tutta la sua forza. Poi, per ben tre volte gli ripeterà la domanda, ricevendo per tre volte la medesima risposta e sferrando per tre volte schiaffi.
Poi all’improvviso se ne va, sbattendo la porta della cella. Non può sopportare la calma dimostrata dalla sua vittima. Dopo che il capo-reparto se n'è andato, il padre si mette e pregare e calma chi inveisce contro il gendarme, dicendo: «Ti prego, non angustiarti. Hai già molte cose che ti preoccupano. Questa è una sciocchezza, è tutto per la Mammina».
Via il saio
In questo clima di ordinario orrore, padre Kolbe scrive ai confratelli a Niepokalanów; «Tutti i fratelli preghino molto e bene, lavorino diligentemente e non si rattristino, perché nulla può avvenire senza che il buon Dio e la Vergine Immacolata lo sappiano e lo permettano». È il 13 marzo.
Ai primi di aprile Massimiliano si ammala: i suoi fragili polmoni risentono delle tragiche condizioni del carcere. Viene ricoverato con febbre alta nell’Ospedale del carcere – 84 letti in due stanze – da dove viene trasferito nella biblioteca del carcere. Qui Kolbe inizia a organizzare ritiri spirituali, confessa, prepara la Pasqua del Signore per il 13 aprile. Il 1° maggio scrive ai confratelli a Niepokalanów: «Oggi inizia il bel mese di maggio, dedicato alla Madre di Dio. Spero anche che non mi dimentichiate nelle vostre preghiere. Auguro a tutti i fratelli la benedizione dell’Immacolata e li Saluto cordialmente. Padre Massimiliano Raimondo Kolbe». Ma l’ultima lettera del padre dal Pawiak è del 12 maggio, giorno in cui il comandante del carcere gli intima di indossare abiti civili, segno dell’imminente suo trasferimento nel lager; in questa lettera egli chiede che gli vengano inviati gli abiti e aggiunge:
«Lasciamoci condurre sempre più perfettamente dall’Immacolata, dove e come ella vuole metterci, affinché, adempiendo bene i nostri doveri, contribuiamo a far sì che tutte le anime siano conquistate al suo amore. Cordiali saluti e auguri a tutti e a ciascuno singolarmente.
Vostro Raimondo Kolbe».
I quattro confratelli di Kolbe, arrestati con lui il 17 febbraio, già da tempo erano stati trasferiti nei lager: ora è giunto il momento anche per lui.
Verso Auschwitz, la più spirituale Città dell’Immacolata
Il 28 maggio 1941, padre Kolbe insieme agli altri 303 prigionieri viene stipato su carri bestiame e trasportato verso la cittadina di Oświęcim, in Polonia, più tristemente conosciuta con il nome tedesco di Auschwitz. Del terribile viaggio durato l’intera giornata testimonia un religioso della Società dei Pallottini, fra Ladislao Swies, il quale così ricorda quelle terribili ore: «Appena le guardie di scorta ci ebbero stipati nei vagoni, sprangando dall’esterno le porte, un silenzio di tomba ci avvolse. Ma quando il treno si mosse, qualcuno intonò canti religiosi e nazionali, che molti di noi ripresero. Fui curioso di chiedere della persona che aveva dato inizio a quei canti; seppi che era stato padre Massimiliano Kolbe, fondatore di Niepokalanów».
Nell’orrore del lager il padre dirà a un amico: «Nessuna conversione è impossibile», giungendo a pregare anche per i suoi aguzzini, ufficiali delle SS e feroci criminali comuni – i famigerati kapò – tirati fuori dalle galere con la promessa della libertà al prezzo di violenze inaudite perpetrate sui poveri prigionieri, presentati loro come pericolosi nemici del Reich.
Il treno che trasporta i prigionieri si ferma in aperta campagna, così che essi sono costretti a percorrere i due chilometri che separano la stazione dal campo di corsa, incalzati dalla furia dei cani aizzati dai carnefici, pronti a colpire con il calcio del fucile i ritardatari o i più deboli tra loro.
Ad Auschwitz (dove al Blocco 4, stanza numero 2, è conservata la storica foto dell’arresto del gruppo di religiosi di Niepokalanów, tra i quali padre Kolbe), gli oltre 300 prigionieri, brutalmente insultati e picchiati per scherno dalle SS, vengono ammassati per la notte in uno stanzone di Otto metri per trenta, senza servizi igienici e con le finestre sprangate: il mattino seguente Kolbe, come tutti gli altri, spogliato del saio, dei pochi averi e del nome di Massimiliano Maria per riavere quello di Raimondo, e dopo una doccia gelata, riceve la divisa a grosse righe grigio-azzurre con un triangolo rosso cucito sul petto e sui pantaloni e il numero 16670; viene rapato a zero e accolto nel Blocco 18, dove i letti sono sacchi di sabbia posati per terra.
Il discorso di benvenuto
Il comandante del campo, Rudolf Höss, all’arrivo dei nuovi internati, fa loro il suo solito “discorso” di ingresso: «Vi dirò che non siete arrivati alle terme della salute, ma in un campo di concentramento tedesco. Avete una Sola Via di uscita: il camino del forno crematorio. Se non vi piace quello che dico, potete uscire anche subito sul filo spinato percorso da corrente elettrica. Ora, se siete ebrei, avete il diritto di Vivere non più di due settimane; se siete preti, un mese; il resto, tre mesi». In questo clima infernale, padre Kolbe è odiato come tutti i preti in modo feroce dalla Gestapo («Noi odiamo – essi solevano proclamare – la puzza dell’incenso; essa guasta l’anima del tedesco come l’ebreo ne guasta la razza»). Considerato un parassita della società, irriso e offeso più degli altri prigionieri comuni, il padre viene, per i primi tre giorni, destinato al trasporto di pietre per la costruzione di una recinzione attorno al forno crematorio.
Come Gesù nella terza stazione della Via Crucis: cade sotto il pesante legno
L’ultimo giorno di maggio, il tenente delle SS Fritzsch si reca al Blocco 17, dove sono state messe delle assi che fungono da letti per i prigionieri. «Preti, uscite e marciate dietro a me!». Fritzsch conduce i prigionieri terrorizzati al comando Babice, destinato ai lavori più duri e comandato da un criminale noto come “Krott il sanguinario”.
«Tieni, qui ci sono dei parassiti della società. Insegna loro come si fa a lavorare davvero!». «So piuttosto bene come prendermi cura di loro. Li proverò personalmente», risponde l’altro. Il lavoro consiste nel tagliare e trasportare rami e pali che servono per recintare i luoghi paludosi e malsani. Il lavoro deve essere eseguito velocemente. Krott sceglie padre Kolbe e gli ordina di portare un carico di rami due o tre volte superiore a quello degli altri prigionieri. Quando alcuni preti cercano di aiutarlo a portare quel peso, egli generosamente rifiuta e li prega di non esporsi ai colpi delle SS: «L’Immacolata mi aiuterà e ce la farò!». Non soddisfatto, allora, un giorno Krott decide di dare a padre Massimiliano il colpo di grazia: s’incarica personalmente di porre sulle spalle del frate rami pesanti e poi gli ordina di correre fino al luogo indicato.
Durante questa dura prova, padre Massimiliano cade sotto il terribile peso. Krott se ne accorge, comincia a dargli calci nello stomaco e in faccia e lo frusta ripetutamente con bestiale violenza. «No vuoi lavorare, fannullone? Ti farò vedere io cosa significa lavorare!», gli urla furiosamente. Padre Massimiliano si alza con enorme difficoltà e con occhi sereni guarda il feroce criminale, che in tutta risposta gli ordina di sdraiarsi su un tronco per ricevere 50 frustrate da uno dei prigionieri più forti.
Padre Kolbe sviene, quindi Krott, adirato, lo scaraventa nel fango e sopra di lui getta alcuni rami, pensando che sia la fine per Massimiliano.
«Il buon Dio c’è in ogni luogo...»
Ben presto, però, capisce che non è quella la fine di Massimiliano. Alla sera i suoi compagni di prigionia lo portano al campo. Ricoverato all’ospedale, vi rimarrà dal 2 al 20 luglio 1941. La diagnosi del medico del campo parla di polmonite e debilitazione generale. La situazione dell’ospedale del campo è intollerabile, più che luogo di cure è luogo di agonia. I tavolacci che fungono da letti, disposti in due o tre piani, sono occupati da due o tre pazienti ognuno. Alla condizione miserevole dei malati si aggiungono pidocchi, mosche e Odori nauseanti.
Padre Massimiliano indirizza la sua unica lettera dal campo a sua madre. Nel momento più difficile della sua vita, dall’abisso della sua sofferenza, le scrive queste parole: -
«Mia amata mamma, verso la fine del mese di maggio sono giunto con un convoglio ferroviario nel campo di Auschwitz (Oświęcim). Da me va tutto bene. Amata mamma, stai tranquilla per me e per la mia salute, perché il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto».
I moribondi e i malati gravi avvertono che questo Strano Sacerdote è la loro unica consolazione e la loro unica salvezza, e strisciano di nascosto per recarsi al suo tavolaccio, implorandolo per avere una parola di conforto o l’assoluzione sacramentale.
Egli, da parte sua, li consola nel modo più amorevole. «Tutto finisce. Anche questa sofferenza finirà. La strada per la gloria è la strada della croce, la strada regale. La santissima Madre di Dio è con noi, lei ci aiuta sempre». Talvolta si ode un lamento, proVeniente da cuori gonfi di dolore: «Padre, non ce la faccio più a sopportare questa vita del campo». E lui risponde: «Mettiti sotto la protezione di Maria. Proprio come un figlio si aggrappa alle mani della mamma, fa così anche tu. Sii calmo e tranquillo, perché la Vergine Maria ti ha preso sotto la sua protezione».
L’amore vince l’odio
Egli deve anche vincere l’odio mortale presente nel cuore degli uomini, tangibile nel campo, e dice che l’odio non è forza creativa; solo l’amore crea. Quelle sofferenze non li avrebbero spezzati, ma aiutati a diventare sempre più forti. Non migliorando le sue condizioni di salute, il padre viene trasferito nel reparto “infettivi”, Ove le cuccette sono a tre piani; gli Viene assegnato il piano più basso, quello più vicino alla porta. Quando qualcuno gli offre un posto miglio re, lui risponde: «Da questo posto così basso posso assolvere più facilmente i miei compagni e benedire i deceduti che vengono portati al forno crematorio».
Una volta, quando un infermiere molto disponibile porta a padre Massimiliano una tazza di vero tè – gentilezza decisamente insolita in un campo di concentramento – egli dice:
«Quel prigioniero ne ha più bisogno di me». E pone la tazza di tè a un altro malato.
«Come può fare questo, padre? Si indebolirà sempre di più».
«Io sono forte e posso tutto in colui che mi dà forza», risponde il Kolbe, usando le parole di san Paolo.
La Niepokalanów più intima e spirituale
È sempre pronto a patire al posto di un altro, a cedere il suo pasto a chi ha più fame e quando lo si vuole portare in ospedale c’è – a suo dire – sempre qualcuno che ne ha diritto più di lui. Ha una parola di conforto per i disperati, di consolazione per i sofferenti, di pacificazione per i ribelli: con la sua calma e la sua Serenità riesce a riconciliare con Dio, con se stessi e con gli altri: egli ribalta la prospettiva di Caino, il quale rifiuta di essere responsabile del proprio fratello e fa suo l’imperativo opposto a quello della mentalità Omicida: «Tu Sei il custode del tuo fratello».
Dinanzi al prodigio di un tale amore a oltranza i compagni vengono conquistati dal carisma della sua santità che, anche in quell’inferno, offre la possibilità di scorgere il volto amoroso del Padre dei cieli. Kolbe ribadisce, nonostante gli oltraggi, le persecuzioni e gli orrori, di credere nel Signore e nella sua misericordia senza confini, cosa che fa infuriare le guardie naziste e i loro capi, il cui obiettivo è quello di svilire gli esseri umani fino a spogliarli proprio della loro dignità di figli di Dio. Pur subendo vessazioni inenarrabili, il frate non perde la sua pace, tutto soffrendo per la causa dell’Immacolata. La sofferenza diviene per lui una grazia specialissima, attraverso la quale dimostrare a Dio il suo amore assoluto e incondizionato, che va oltre qualsiasi possibile beneficio materiale o spirituale. Egli riscuote l’ammirazione unanime degli altri condannati («attirava le persone a sé come una calamita», riferisce don Corrado Szweda), proprio perché sa essere umano, in virtù di una certezza e di una forza sovrumana, là dove tutto pare disumano.
Attira le persone a sé come una calamita
Quando padre Kolbe lascia l’ospedale è mandato prima al Blocco dei convalescenti e poi al Blocco 14 e assegnato alla sezione responsabile della pelatura delle patate. I suoi ultimi raggi X, come testimoniano i registri, vengono fatti il 28 luglio. Una domenica pomeriggio, alcuni sacerdoti polacchi si riuniscono segretamente per la preghiera comune e per un incontro spirituale. È la seconda metà di luglio e padre Massimiliano tiene un indimenticabile riflessione sul suo argomento preferito: il rapporto tra l’Immacolata e la Santissima Trinità.
Alcuni giorni dopo quest’incontro, il campo di concentramento è scosso dalla notizia che un prigioniero del Blocco 14A è scappato. Si sa bene che questo fatto non rimarrà impunito, particolarmente per i prigionieri dello stesso Blocco, tra cui anche Massimiliano.
Padre Kolbe mantiene la pace profonda del suo spirito in virtù del suo totale abbandono tra le braccia dell’Immacolata: è attraverso di lei che egli, ora come in passato, trova le forze per affrontare con sereno affidamento le prove più dure della sua esistenza. Egli cammina sulla terra, mai indifferente alle sofferenze degli altri, ma il suo cuore abita stabilmente il cielo con Maria Santissima. Il Comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, fin dall’inizio del suo mandato aveva stabilito che, per ogni prigioniero fuggito, dieci prigionieri dello stesso Blocco, per rappresaglia, sarebbero stati condannati a morire.
I prigionieri tremano per la paura e la disperazione. Vi sono anche alcuni coraggiosi e tra questi uno, più tranquillo e padrone di sé rispetto agli altri.
E’ padre Massimiliano che, per caso, ascolta un giovane prigioniero sussurrare: «Ci sarà una decimazione e io sono terrorizzato». Padre Kolbe, allora, lo stringe a sé e gli dice: «Non temere, figlio. La morte non è così terribile e in Paradiso ci spetta l’Immacolata». Il giorno seguente, mentre tutti gli altri partono per andare a lavorare, i prigionieri del Blocco 14A rimangono sull’attenti, al loro posto per l’appello, mentre l’ardente sole di fine luglio batte senza pietà sulle loro teste. Sono in piedi, come uomini condannati, senza un goccio d’acqua... Stanno in piedi...
Chi perde i sensi non viene rianimato con l’acqua, ma a suon di frustate. Se queste non sortiscono effetto, lo svenuto viene gettato come un tronco inanimato su una pila di uomini ridotti come lui.
Voglio prendere io il posto...
Padre Massimiliano, nonostante i venticinque giorni di tubercolosi, non cade. Rimane in piedi, eretto, come la Madre ai piedi della croce sulla quale era sospeso suo Figlio.
Gli altri prigionieri tornano dal lavoro. Ora anche loro stanno in piedi per l’appello, per essere testimoni della Sentenza inflitta alle dieci vittime sfortunate. Fritzsch, uno dei dirigenti del campo, si avvicina ai prigionieri del Blocco 14A e comincia ad annunciare ad alta voce: «Il fuggitivo non è stato ritrovato. Per punizione dieci di voi moriranno nel bunker della fame».
Quindi, con passo deliberatamente lento, comincia a percorrere le file dei prigionieri terrorizzati, indicandone di volta in volta uno e pronunciando per ben dieci volte una terribile parola: «Questo!».
Dal gruppo dei condannati si ode il singhiozzare di un uomo, Francesco Gajowniczek: «Mia moglie, i miei poveri bambini! Non li rivedrò mai più!».
Improvvisamente e inaspettatamente qualcuno esce dalle fila dei prigionieri e va verso Fritzsch.
«Fermo! Cosa vuoi?», grida il tedesco furibondo.
«Voglio prendere io il posto di uno di quei condannati». È padre Massimiliano che parla, calmo e controllato.
Inizialmente, Fritzsch non capisce che cosa stia Succedendo.
Come può quest’uomo che ora sta di fronte a lui, vincere in se stesso la paura, il terrore della morte per fame?
«Perché?», chiede Fritzsch, e con lui le migliaia di testimoni di questo insolito evento.
«Perché uno di questi uomini ha moglie e figli. Io nox.
«Per chi Vuoi morire?». «Per questo», dice padre Kolbe indicando Francesco Gajowniczek, un sergente del 36° Reggimento di Fanteria.
«Chi sei?», chiede Fritzsch ancora attonito. «Un Sacerdote cattolico».


Undicesima stazione della Via Crucis: fu spogliato delle sue vesti
«Molto bene. Vai!», decide infine Fritzsch. Non si poteva far scappare l’occasione di uccidere un "pretonzolo” (in tedesco pfaffe) come erano soliti chiamare i consacrati: così forte è, infatti, il disprezzo e l’odio che i nazisti nutrono per i sacerdoti, in virtù dell’abisso ideologico che li divide.
I condannati scelti con tanta sprezzante ferocia psicologica si avviano al Blocco 11, mentre Kolbe cammina sorreggendo un compagno di sventura che non ce la fa più a stare in piedi. Così ne relaziona fra Ladislao, presente a quegli eventi: «Le dieci vittime mi passarono davanti e vidi che padre Kolbe barcollava sotto il peso di uno degli altri condannati, poiché egli sosteneva quest'uomo che non era in grado di camminare con le Sue forze».
Mentre i condannati si trovano ancora fuori dal Blocco 11, la guardia intima: «Spogliatevi!»; è l’ennesima umiliazione, e dopo averli rinchiusi nell’orribile cella Sotterranea Sibila: «Vi Seccherete come tulipani!». Ancora una volta, in questa totale spoliazione, padre Kolbe si rende simile a Gesù Cristo, morto nudo sulla croce: davanti al Blocco 11, come davanti all’undicesima stazione della Via Crucis.
Blocco 11, quello della morte di fame
Nei giorni successivi, testimoni raccontano di aver udito canti religiosi provenire dalla porta di ferro, di là della quale Massimiliano Kolbe e gli altri condannati giacciono inermi, in attesa della morte che giungerà al termine di una lenta e straziante agonia. Sepolti vivi nel blocco sotterraneo, non hanno altra modalità di comunicazione con l’esterno che quella degli aguzzini che si affacciano a controllare se qualcuno è morto. Nessuno, d’altra parte, può chiedere notizie dei condannati senza correre il rischio, a sua volta, di essere rinchiuso nel bunker. In qualità di confessore e di guida spirituale, Kolbe accompagna i suoi fratelli alla morte, rischiarando il clima di terrore e di odio con il fuoco vivo dell’amore, riconciliando nella preghiera e nel canto le anime a Dio. Nel buio di quella angusta cella sotterranea, buia, maleodorante e imbrattata di ogni genere di sporcizia, si consuma il supremo mistico atto di amore del padre: egli trasforma con la sua parola, che è “la Parola” in un luogo di preghiera e di speranza per i fratelli, donando loro in tanto orrore uno spiraglio di pace e di serenità. Essi così riescono persino a trovare la forza di intonare inni a Maria e di pregare con il Rosario; gli stessi ufficiali delle SS ne resteranno allibiti e turbati.
Una fede e una forza contagiosi
Gli altri condannati stanno impazzendo al pensiero di non tornare più alle loro famiglie, alle loro case, gridano e imprecano per la disperazione. Massimiliano riesce a rendere loro la pace. Con il dono della consolazione che egli offre loro, prolunga le vite dei condannati, che di solito, così psicologicamente distrutti, morivano in pochi giorni. Per risollevare il loro spirito, li incoraggia dicendo che il fuggitivo può ancora essere ritrovato e che loro sarebbero stati rilasciati. Allora, si uniScono a lui e pregano a voce alta. Le porte della cella sono di quercia, e grazie al silenzio e all’acustica, la voce di Kolbe in preghiera si estende anche alle altre celle, dove i prigionieri possono udirla bene. Anche questi ultimi si uniscono a lui. Da allora in poi, si ode la recita delle preghiere, il Rosario, gli inni. Padre Kolbe li guida e gli altri rispondono in coro. Poiché queste preghiere e gli inni risuonano in ogni parte del bunker, lo stesso interprete polacco testimonierà di avere l’impressione di essere in una chiesa.
«Qui non abbiamo mai avuto un prete come quello»
Ogni giorno gli uomini delle SS incaricati del blocco della morte ispezionano le celle per portare via i corpi di quelli che sono morti durante la notte. Qualche volta il gruppo di padre Kolbe è così assorto in preghiera che non si accorge nemmeno che le SS aprono la porta, nonostante i grossi strilli dei nazisti per attirare l’attenzione dei prigionieri. Le SS sono, infatti, abituate a vedere i poveri disgraziati, che piangendo, mendicano una crosta di pane e dell’acqua, che regolarmente non ottengono, anzi se uno di questi poveretti, avendone ancora la forza, si avvicina alla porta, immediatamente le SS lo prendono a calci nello stomaco, ma in modo così violento da farlo cadere all’indietro Sul cemento, tanto da causarne la morte immediata, oppure lo uccidono subito dopo.
Padre Kolbe non chiede niente e non si lamenta mai. Guarda direttamente negli occhi, con intensità, coloro che entrano nella Cella. Gli uomini delle SS non possono sostenere il suo sguardo così incredibilmente penetrante e sbraitano: «Guarda il pavimento, non noi!».
Anche presso i nazisti induriti dall’odio, la figura di padre Kolbe suscita ammirazione e turbamento.
Egli è considerato «un uomo eccezionale in tutto» capace di provocare un vero e proprio «trauma psichico, uno shock» per le SS costrette a sostenere il suo sguardo, non uno sguardo famelico, che reclama cibo, bensì assetato di amore e di desiderio di liberare i suoi stessi aguzzini dal male. Un giorno uno di loro dice: «Qui non abbiamo mai avuto un prete come quello. Deve essere un uomo eccezionale in tutto».
Fine o inizio?
Intanto, si consuma tragicamente l’agonia dei prigionieri, sfiniti dalla fame e dalla sete, fisicamente sempre più degradati, fino al drammatico epilogo.
I prigionieri, seppur sempre più deboli, continuano le preghiere, quasi sussurri.
Nonostante ciò, anche quando gli altri vengono trovati morti sul pavimento durante le ispezioni, padre Kolbe è in piedi o in ginocchio, con il Volto sereno.
Sono già passate due settimane.
I prigionieri muoiono uno dopo l’altro e ne rimangono solo quattro, tra i quali padre Kolbe, ancora in stato di coscienza. Le SS sentono che le cose stanno andando troppo per le lunghe, allora decidono di inviare il criminale tedesco Bock per fare un’iniezione di acido fenico ai prigionieri”. (2)
Quando Bock arriva da lui, padre Kolbe, in preghiera, porge da solo il braccio al suo assassino dicendo le sue ultime parole: «Ave Maria». Gli altri corpi, nudi e sporchi, erano stesi sul pavimento, con i volti che mostravano i segni della sofferenza.
Padre Kolbe è seduto, eretto, appoggiato al muro.
Il suo corpo non è sporco come gli altri, ma pulito e luminoso.
La testa è piegata leggermente da una parte. I suoi occhi sono aperti.
Il suo volto è puro e sereno, raggiante. Così commenta lo stesso interprete polacco: «Chiunque avrebbe notato e pensato che questi fosse un santo».
(2) Dopo che l'ago è stato inflato nella vena del braccio sinistro, si può seguire il gonfiore che va dal braccio al petto ingrossandosi man mano che questo si avvicina al cuore. Quando lo raggiunge, la vittima cade a terra morta. Tra l'infezione e la morte passano poco più di dieci secondi.
Si accende una luce
La tragica notizia della morte di Kolbe si diffonde in fretta nel lager: il dolore e il rimpianto per la fine atroce di un uomo, che in poco più di due mesi ha saputo amare e farsi amare dai compagni di prigionia, anche da quelli più induriti, sconvolge e, nello stesso tempo, ridona speranza a quegli uomini disperati e abbrutiti dalle violenze assurde, perpetrate dai loro carcerieri. - Un raggio di luce celestiale è finalmente penetrato nel profondo del cuore dei poveri prigionieri. Negli stessi tedeschi è rimasta un’impressione vivissima, persino nel comandante del campo di Auschwitz, Rudolf Höss: quest'uomo, aspirante chierichetto nell’infanzia, sarebbe diventato in età adulta l’automa esecutore e perfezionatore di un’implacabile macchina di morte. La sua reazione alla morte di Kolbe è di rabbia stizzita di fronte a un’evidente dimostrazione di Superiorità: «Stupidi! Avreste dovuto prendere sia il prete sia l’altro uomo che era stato scelto! Gli avete permesso di imporsi su di voi!». Forse, anche sul suo pentimento finale, prima di essere impiccato come uno tra i più grandi criminali della storia, si può intravedere la mano benedicente di san Massimiliano che intercede per tutti gli infelici della terra. Neppure nel buio del bunker, padre Kolbe aveva smesso di amare e di donare ai fratelli il coraggio per amare. Il suo desiderio, espresso in Giappone anni prima, che alla morte le sue ceneri venissero sparse dal vento per tutto il mondo, trovava così la Sua realizzazione.
La profezia si avvera
Il corpo di padre Kolbe, che alcuni amici avevano chiesto non Venisse bruciato nel forno Crematorio del campo, la mattina del 15 agosto 1941, fu portato per primo, così che tutti potessero vederlo e Onorarlo, Verso il terribile forno: era la Solennità dell’Assunzione della beata Vergine Maria al cielo. Il grande innamorato della Madonna, che per tutta la vita l’aveva amata alla follia, la raggiungeva in cielo proprio in una delle più grandi feste a lei dedicate: la corona bianca, la purezza, e la corona rossa, il martirio, che egli ancora bambino aveva accettate entrambe e volontariamente dalle mani di Maria, sono ora sul suo capo: ha dunque trovato piena realizzazione l’antica VisiOne infantile. Quando i carcerieri bruciano il suo corpo nel forno crematorio, non sanno certo di realizzare il più bell’auspicio di padre Kolbe: «Vorrei essere come polvere, per viaggiare con il vento e raggiungere ogni parte del mondo e predicare la Buona Novella».