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sabato 3 ottobre 2015

FIORETTI DI SAN FRANCESCO



CAPITOLO II: FF 1827-1828

Di frate Bernardo da Quintavalle
primo compagno di santo Francesco.

Il primo compagno di santo Francesco si fu frate Bernardo d’Ascesi, il quale si convertì a questo modo: che essendo Francesco ancora in abito secolare, benché già esso avesse disprezzato il mondo, e andando tutto dispetto e mortificato per la penitenza, intanto che da molti era reputato stolto, e come pazzo era schernito e scacciato con pietre e con fastidio fangoso dalli parenti e dalli strani, ed egli in ogni ingiuria e ischerno passandosi paziente come sordo e muto; messere Bernardo d’Ascesi, il quale era de’più nobili e de’più ricchi e de’più savi della città, cominciò a considerare saviamente in santo Francesco il così eccessivo dispregio del mondo, la grande pazienza nelle ingiurie, che già per due anni così abbominato e disprezzato da ogni persona sempre parea più costante e paziente, cominciò a pensare e a dire fra sé medesimo: Per nessuno modo puote che questo Francesco non abbia grande grazia da Dio. E sì lo invitò la sera a cena e albergo; e santo Francesco accettò e cenò la sera con lui e albergò.
E allora, cioè messere Bernardo, si puose in cuore di contemplare la sua santità; ond’egli gli fece apparecchiare un letto nella sua camera propria, nella quale di notte sempre ardea una lampana. E santo Francesco, per celare la santità sua, immantanente come fu entrato in camera si gittò in sul letto e fece vista di dormire; e messere Bernardo similmente, dopo alcuno spazio, si puose a giaciere, e incominciò a russare forte a modo come se dormisse molto profondamente. Di che santo Francesco, credendo veramente che messere Bernardo dormisse, in sul primo sonno si levò del letto e puosesi in orazione, levando gli occhi e le mani al cielo, e con grandissima divozione e fervore diceva: «Iddio mio, Iddio mio»; e così dicendo e forte lagrimando istette infino al mattutino, sempre ripetendo: «Iddio mio, Iddio mio», e non altro.
E questo dicea santo Francesco contemplando e ammirando la eccellenza della divina Maestà, la quale degnava di condescendere al mondo che periva, e per lo suo Francesco poverello disponea di porre rimedio di salute dell’anima sua e degli altri; e però alluminato di Spirito Santo, ovvero di spirito profetico, prevedendo le grandi cose che Iddio doveva fare mediante lui e l’Ordine suo, e considerando la sua insufficienza e poca virtù, chiamava e pregava Iddio, che colla sua pietà e onnipotenza, senza la quale niente può l’umana fragilità, supplesse, aiutasse e compiesse quello per sé non potea. Veggendo messere Bernardo per lo lume della lampana gli atti divotissimi di santo Francesco, e considerando divotamente le parole che dicea, fu toccato e ispirato dallo Spirito Santo a mutare la vita sua.
Di che, fatta la mattina, chiamò santo Francesco e disse così: «Frate Francesco, io ho al tutto disposto nel cuore mio d’abbandonare il mondo e seguitare te in ciò che tu mi comanderai». Udendo questo, santo Francesco si rallegrò in ispirito e disse così: «Messere Bernardo, questo che voi dite è opera sì grande e malagevole, che di ciò si vuole richiedere consiglio al nostro Signore Gesù Cristo e pregarlo che gli piaccia di mostrarci sopra a ciò la sua volontà ed insegnarci come questo noi possiamo mettere in esecuzione. E però andiamo insieme al vescovado dov’è un buono prete, e faremo dire la messa e poi staremo in orazione infino a terza, pregando Iddio che infino alle tre apriture del messale ci dimostri la via ch’a lui piace che noi eleggiamo». Rispuose messere Bernardo che questo molto gli piacea; di che allora si mossono e andarono al vescovado. E poi ch’ebbono udita la messa e istati in orazione insino a terza, il prete a’preghi di santo Francesco preso il messale e fatto il segno della santissima croce, si lo aperse nel nome del nostro Signore Gesù Cristo tre volte: e nella prima apritura occorse quella parola che disse Cristo nel Vangelo al giovane che domandò della via della perfezione: Se tu vuogli essere perfetto, va’e vendi ciò che tu hai, e da’a’poveri, e seguita me (Mt 19,21). Nella seconda apritura occorse quella parola che disse Cristo agli Apostoli, quando li mandò a predicare: Non portate nessuna cosa per via, né bastone, né tasca, né calzamenti, né danari (Lc 9,3); volendo per questo ammaestrarli che tutta la loro isperanza del vivere dovessono portare in Dio, ed avere tutta la loro intenzione a predicare il santo Vangelo. Nella terza apritura del messale occorse quella parola che Cristo disse: Chi vuole venire dopo me, abbandoni se medesimo, e tolga la croce sua e séguiti me (Mt 16,24). Allora disse santo Francesco a messere Bernardo: «Ecco il consiglio che Cristo ci dà; va’adunque e fa’compiutamente quello che tu hai udito; e sia benedetto il nostro Signore Gesù Cristo, il quale ha degnato di mostrarci la sua vita evangelica». Udito questo, si partì messere Bernardo, e vendè ciò ch’egli avea (ed era molto ricco), e con grande allegrezza distribuì ogni cosa a’poveri, a vedove, a orfani, a prigioni, a monisterii e a spedali; e in ogni cosa santo Francesco fedelmente e providamente l’aiutava.
E vedendo uno, ch’avea nome messere Salvestro, che santo Francesco dava tanti danari a poveri e fecea dare, stretto d’avarizia disse a santo Francesco: «Tu non mi pagasti interamente di quelle pietre che tu comperasti da me per racconciare la chiesa, e però, ora che tu hai danari, pagami». Allora santo Francesco, maravigliandosi della sua avarizia e non volendo contendere con lui, siccome vero osservatore del santo Vangelo, mise le mani in grembo di messere Bernardo, e piene le mani di danari, li mise in grembo di messere Salvestro, dicendo che se più ne volesse, più gliene darebbe. Contento messere Salvestro di quelli, si partì e tornossi a casa, e la sera, ripensando di quello ch’egli aveva fatto il dì, e riprendendosi della sua avarizia, considerando il fervore di messere Bernardo e la santità di santo Francesco, la notte seguente e due altre notti ebbe da Dio una cotale visione che della bocca di santo Francesco usciva una croce d oro, la cui sommità toccava il cielo, e le braccia si distendevano dall’oriente infino all’occidente. Per questa visione egli diede per Dio ciò ch’egli avea, e fecesi frate Minore, e fu nell’Ordine di tanta santità e grazia, che parlava con Dio, come fa l’uno amico con l’altro, secondo che santo Francesco più volte provò, e più giù si dichiarerà.
Messere Bernardo similemente si ebbe tanta grazia di Dio, ch’egli spesso era ratto in contemplazione a Dio; e santo Francesco dicea di lui ch’egli era degno d’ogni reverenza e ch’egli avea fondato quest’Ordine; imperò ch’egli era il primo che avea abbandonato il mondo, non riserbandosi nulla, ma dando ogni cosa a’poveri di Cristo, e cominciata la povertà evangelica, offerendo sé ignudo nelle braccia del Crocifisso.
Il quale sia da noi benedetto in saecula saeculorum. Amen.


CAPITOLO III: FF 1829
Come per mala cogitazione
che santo Francesco ebbe
contro a frate Bernardo,
comandò al detto frate Bernardo
che tre volte gli andasse
co’piedi in sulla gola e in sulla bocca.

Il devotissimo servo del Crocifisso messer santo Francesco, per l’asprezza della penitenza e continuo piagnere, era diventato quasi cieco e poco vedea. Una volta tra l’altre si partì del luogo dov’egli era e andò ad un luogo dov’era frate Bernardo, per parlare con lui delle cose divine; e giugnendo al luogo , trovò ch’egli era nella selva in orazione tutto elevato e congiunto con Dio.
Allora santo Francesco andò nella selva e chiamollo: «Vieni – disse – e parla a questo cieco». E frate Bernardo non gli rispuose niente, imperò che essendo uomo di grande contemplazione avea la mente sospesa e levata a Dio; e però ch’egli avea singolare grazia in parlare di Dio, siccome santo Francesco più volte avea provato, e pertanto desiderava di parlare con lui. Fatto alcuno intervallo, sì lo chiamò la seconda e la terza volta in quello medesimo modo; e nessuna volta frate Bernardo l’udi, e però non gli rispuose, né andò a lui. Di chi santo Francesco si partì un poco isconsolato e maravigliandosi e rammaricandosi in se medesimo, che Frate Bernardo, chiamato tre volte, non era andato a lui.
Partendosi con questo pensiero, santo Francesco, quando fu un poco dilungato, disse al suo compagno: «Aspettami qui»; ed egli se ne andò ivi presso in uno luogo solitario, e gittossi in orazione, pregando Iddio che gli rivelasse il perché frate Bernardo non gli rispuose. E stando così, gli venne una voce da Dio che disse così: «O povero omicciuolo, di che se’tu turbato? debbe l’uomo lasciare Iddio per la creatura? Frate Bernardo, quando tu lo chiamavi, era congiunto meco; e però non potea venire a te, né risponderti. Adunque non ti maravigliare, se non ti poté rispondere; però ch’egli era sì fuori di sé, che delle tue parole non udiva nulla». Avendo santo Francesco questa risposta da Dio, immantanente con grande fretta ritornò inverso frate Bernardo, per accusarglisi umilemente del pensiero ch’egli avea avuto inverso di lui.
E veggendolo venire inverso di sé, frate Bernardo gli si fece incontro e gittoglisi a’piedi; e allora santo Francesco il fece levare suso e narrogli con grande umiltà il pensiero e la turbazione ch’avea avuto inverso di lui, e come di ciò Iddio gli avea risposto. Onde conchiuse così: «Io ti comando per santa ubbidienza, che tu faccia ciò ch’io ti comanderò».
Temendo frate Bernardo che santo Francesco non gli comandasse qualche cosa eccessiva, come solea fare, volle onestamente ischifare quella obbidienza; ond’egli rispuose così: «Io sono apparecchiato di fare la vostra ubbidienza, se voi mi promettete di fare quello ch’io comanderò a voi». E promettendoglielo santo Francesco, frate Bernardo disse: «Or dite, padre, quello che voi volete ch’io faccia». Allora disse santo Francesco: «Io ti comando per santa ubbidienza che, per punire la mia prosunzione e l’ardire del mio cuore, ora ch’io mi gitterò in terra supino, mi ponga l’uno piede in sulla gola e l’altro in sulla bocca, e così mi passi tre volte e dall’uno lato all’altro, dicendomi vergogna e vitupero; e specialmente mi di’: Giaci, villano figliuolo di Pietro Bernardoni, onde ti viene tanta superbia, che se’vilissima creatura?».
Udendo questo frate Bernardo, e benché molto gli fusse duro a farlo, pure per la ubbidienza santa, quanto poté il più cortesemente, adempiè quello che santo Francesco gli avea comandato. E fatto cotesto, disse santo Francesco: «Ora comanda tu a me ciò che tu vuoi ch’io ti faccia, però ch’io t’ho promesso obbidienza». Disse frate Bernardo: «Io ti comando per santa obbidienza ch’ogni volta che noi siamo insieme, tu mi riprenda e corregga de’miei difetti aspramente». Di che santo Francesco forte si maravigliò, però che frate Bernardo era di tanta santità, ch’egli l’avea in grande reverenza e non lo riputava riprensibile di cosa veruna.
E però d’allora innanzi santo Francesco si guardava di stare molto con lui, per la detta obbidienza, acciò che non gli venisse detto alcuna parola di correzione verso di lui, il qual egli conoscea di tanta santità; ma quando avea voglia di vederlo ovvero di udirlo parlare di Dio, il più tosto che poteva si spacciava da lui e partivasi. Ed era una grandissima divozione a vedere con quanta carità, riverenza e umiltà santo Francesco padre si usava e parlava con frate Bernardo figliuolo primogenito.
A laude e gloria di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen


CAPITOLO VII: FF 1835

Come santo Francesco fece una Quaresima
in un’isola del lago di Perugia,
dove digiunò quaranta dì e quaranta notti
e non mangiò più che un mezzo pane.

Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo , siccome ci dimostra nel venerabile collegio de’dodici compagni e nel mirabile misterio delle sacrate Istimmate e nel continuato digiuno della santa Quaresima, la qual’egli sì fece in questo modo.
Essendo una volta santo Francesco il dì del carnasciale allato al lago di Perugia, in casa d’un suo divoto col quale era la notte albergato, fu ispirato da Dio ch’egli andasse a fare quella Quaresima in una isola del lago.
Di che santo Francesco pregò questo suo divoto, che per amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in un’isola del lago dove non abitasse persona, e questo facesse la notte del dì della Cenere, sì che persona non se ne avvedesse. E costui, per l’amore della grande divozione ch’aveva a santo Francesco, sollecitamente adempiette il suo priego e portollo alla detta isola, e santo Francesco non portò seco se non due panetti.
Ed essendo giunto nell’isola, e l’amico partendosi per tornare a casa, santo Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui; e santo Francesco rimase solo. E non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e arbuscelli aveano acconcio a modo d’uno covacciolo ovvero d’una capannetta; e in questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le cose celestiali.
E ivi stette tutta la Quaresima sanza mangiare e sanza bere, altro che la metà d’uno di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo, quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo; e l’altro mezzo si crede che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti sanza pigliare nessuno cibo materiale.
E così con quel mezzo pane cacciò da sé il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta dì e quaranta notti. Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta così maravigliosa astinenza, fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi; e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed èvvi il luogo de’frati, che si chiama il luogo dell’Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande reverenza e devozione in quello luogo dove santo Francesco fece la detta Quaresima.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.


CAPITOLO XXI: FF 1852

Del santissimo miracolo
che fece santo Francesco,
quando convertì
il ferocissimo lupo d’Agobbio.

Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio, nel contado d’Agobbio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini; in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della città, come s’eglino andassono a combattere, e con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo.

E per paura di questo lupo e’vennono a tanto, che nessuno era ardito d’uscire fuori della terra. Per la qual cosa avendo compassione santo Francesco agli uomini della terra, sì volle uscire fuori a questo lupo, bene che li cittadini al tutto non gliel consigliavano; e facendosi il segno della santissima croce, uscì fuori della terra egli co’suoi compagni, tutta la sua confidanza ponendo in Dio.
E dubitando gli altri di andare più oltre, santo Francesco prese il cammino inverso il luogo dove era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini li quali erano venuti a vedere cotesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui santo Francesco gli fa il segno della santissima croce, e chiamollo a sé e disse così: «Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona».
Mirabile cosa a dire! Immantanente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre; e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere.
E santo Francesco gli parlò così: «Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, e hai fatti grandi malifici, guastando e uccidendo le creature di Dio sanza sua licenza, e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se’degno delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più». E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d’accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare.
Allora santo Francesco disse: «Frate lupo, poiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch’io ti farò dare le spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperò che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male. Ma poich’io t’accatto questa grazia, io voglio, frate lupo, che tu mi imprometta che tu non nocerai mai a nessuna persona umana né ad animale: promettimi tu questo?». E il lupo, con inchinare di capo, fece evidente segnale che ’l prometteva. E santo Francesco sì dice: «Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciò ch’io me ne possa bene fidare». E distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo Francesco, dandogli quello segnale ch’egli potea di fede.
E allora disse santo Francesco: «Frate lupo, io ti comando nel nome di Gesù Cristo, che tu venga ora meco sanza dubitare di nulla, e andiamo a fermare questa pace al nome di Dio». E il lupo ubbidiente se ne va con lui a modo d’uno agnello mansueto; di che li cittadini, vedendo questo, fortemente si maravigliavano. E subitamente questa novità si seppe per tutta la città; di che ogni gente, maschi e femmine, grandi e piccioli, giovani e vecchi, traggono alla piazza a vedere il lupo con santo Francesco.
Ed essendo ivi bene raunato tutto ’l popolo, levasi su santo Francesco e predica loro, dicendo, tra l’altre cose, come per li peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze, e troppo è più pericolosa la fiamma dello inferno, la quale ci ha a durare eternalemente alli dannati, che non è la rabbia dello lupo il quale non può uccidere se non il corpo: «quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca d’un piccolo animale. Tornate dunque, carissimi, a Dio e fate degna penitenza de’vostri peccati, e Iddio vi libererà del lupo nel presente e nel futuro dal fuoco infernale». E fatta la predica, disse santo Francesco: «Udite, fratelli miei: frate lupo che è qui dinanzi da voi, sì m’ha promesso, e fattomene fede, di far pace con voi e di non offendervi mai in cosa nessuna, e voi gli promettete di dargli ogni dì le cose necessarie; ed io v’entro mallevadore per lui che ’l patto della pace egli osserverà fermamente».
Allora tutto il popolo a una voce promise di nutricarlo  continovamente. E santo Francesco, dinanzi a tutti, disse al lupo: «E tu, frate lupo, prometti d’osservare a costoro il patto della pace, che tu non offenda né gli uomini, né gli animali, né nessuna creatura?». E il lupo inginocchiasi e inchina il capo e con atti mansueti di corpo e di coda e d’orecchi dimostrava, quanto è possibile, di volere servare loro ogni patto.
Dice santo Francesco: «Frate lupo, io voglio che come tu mi desti fede di questa promessa fuori della porta, così dinanzi a tutto il popolo mi dia fede della tua promessa, che tu non mi ingannerai della mia promessa e malleveria ch’io ho fatta per te». Allora il lupo levando il piè ritto, sì ’l puose in mano di santo Francesco.
Onde tra questo atto e gli altri detti di sopra fu tanta allegrezza e ammirazione in tutto il popolo, sì per la divozione del Santo e sì per la novità del miracolo e sì per la pace del lupo, che tutti incominciarono a gridare al cielo, laudando e benedicendo Iddio, il quale sì avea loro mandato santo Francesco, che per li suoi meriti gli avea liberati dalla bocca della crudele bestia.
E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio, ed entravasi dimesticamente per le case a uscio a uscio, sanza fare male a persona e sanza esserne fatto a lui, e fu nutricato cortesemente dalla gente, e andandosi così per la terra e per le case, giammai nessuno cane gli abbaiava drieto. Finalmente dopo due anni frate lupo sì si morì di vecchiaia, di che li cittadini molto si dolsono, imperò che veggendolo andare così mansueto per la città, si raccordavano meglio della virtù e santità di santo Francesco.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.


CAPITOLO XXVI: FF 1858-1859

Come santo Francesco
convertì tre ladroni micidiali,
e fecionsi frati;
e della nobilissima visione
che vide l’uno di loro,
il quale fu santissimo frate.

Santo Francesco andò una volta per lo diserto del Borgo a Santo Sipolcro, e passando per uno castello che si chiama Monte Casale, venne a lui un giovane nobile e delicato e dissegli: «Padre, io vorrei molto volentieri essere de’vostri frati». Risponde santo Francesco: «Figliuolo, tu se’gione e dilicato e nobile; forse tu non potresti sostenere la povertà e l’asprezza nostra». Ed egli disse: «Padre, non siete voi uomini com’io? Dunque come la sostenete voi, così potrò io con la grazia di Cristo».

Piacque molto a santo Francesco quella risposta; di che benedicendolo, immantanente lo ricevette all’Ordine e puosegli nome frate Agnolo. E portossi questo giovane così graziosamente, che ivi a poco tempo santo Francesco il fece guardiano nel luogo detto di Monte Casale.
In quello tempo usavano nella contrada tre nominati ladroni, li quali faceano molti mali nella contrada; li quali vennono un dì al detto luogo de’frati e pregavano il detto frate Agnolo guardiano che desse loro da mangiare. E ’l guardiano rispuose loro in questo modo, riprendendoli aspramente: «Voi, ladroni e crudeli e omicidi, non vi vergognate di rubare le fatiche altrui; ma eziandio, come presuntuosi e isfacciati, volete divorare le limosine che sono mandate alli servi di Dio, che non siete pure degni che la terra vi sostenga, però che voi non avete nessuna reverenza né a uomini né a Dio che vi creò: andate adunque per li fatti vostri, e qui non apparite più». Di che coloro turbati, partirono con grande sdegno.
Ed ecco santo Francesco tornare di fuori con la tasca del pane e con un vaselletto di vino ch’egli e ’l compagno aveano accattato; e recitandogli il guardiano com’egli avea cacciato coloro, santo Francesco fortemente lo riprese, dicendo che s’era portato crudelmente, «imperò ch’elli meglio si riducono a Dio con dolcezza che con crudeli riprensioni; onde il nostro maestro Gesù Cristo, il cui evangelo noi abbiamo promesso d’osservare, dice che non è bisogno a’sani il medico ma agli infermi, e che non era venuto a chiamare li giusti ma li peccatori a penitenza; e però ispesse volte egli mangiava con loro. Conciò sia cosa adunque che tu abbi fatto contra alla carità e contro al santo evangelo di Cristo, io ti comando per santa obbedienza che immantanente tu sì prenda questa tasca del pane ch’io ho accattato e questo vasello del vino, e va’ loro dietro sollecitamente per monti e per valli tanto che tu li truovi, e presenta loro tutto questo pane e questo vino per mia parte; e poi t’inginocchia loro dinanzi e di ’loro umilemente tua colpa della crudeltà tua, e poi li priega da mia parte che non facciano più male, ma temano Iddio e non offendano il prossimo; e s’egli faranno questo, io prometto di provvederli nelli loro bisogni e di dare loro continovamente e da mangiare e da bere. E quando tu arai detto loro questo, ritornati in qua umilemente».
Mentre che il detto guardiano andò a fare il comandamento di santo Francesco, ed egli si puose in orazione e pregava Iddio ch’ammorbidasse i cuori di quelli ladroni e convertisseli a penitenza. Giugne loro l’ubbidiente guardiano ed appresenta loro il pane e ’l vino, e fa e dice ciò che santo Francesco gli ha imposto.
E, come piacque a Dio, mangiando que’ ladroni la limosina di santo Francesco, cominciarono a dire insieme: «Guai a noi miseri isventurati! E come dure pene dello inferno ci aspettiamo, i quali andiamo non solamente rubando li prossimi e battendo e ferendo, ma eziandio uccidendo; e nientedimeno di tanti mali e così scellerate cose, come noi facciamo, noi non abbiamo nessuno rimordimento di coscienza né timore di Dio. Ed ecco questo frate santo, ch’è venuto a noi, per parecchie parole che ci disse giustamente per la nostra malizia, ci ha detto umilemente sua colpa e oltre a ciò ci ha recato il pane e lo vino e così liberale promessa del santo padre. Veramente questi si sono frati santi di Dio li quali meritano paradiso di Dio, e noi siamo figliuoli della eternale perdizione, li quali meritiamo le pene dello inferno, e ogni indì accresciamo alla nostra perdizione, e non sappiamo se de’peccati che abbiamo fatti insino qui noi potremo tornare alla misericordia di Dio». Queste e somiglianti parole dicendo l’uno di loro, dissono gli altri due: «Per certo tu di’il vero; ma ecco che dobbiamo noi fare?». «Andiamo, disse costui, a santo Francesco e s’egli ci dà speranza che noi possiamo tornare a misericordia di Dio de’nostri peccati, facciamo ciò ch’e’ci comanda, e possiamo liberare le nostre anime dalle pene dello inferno».
Piacque questo consiglio agli altri; e così tutti e tre accordati se ne vengono in fretta a santo Francesco e dicongli: «Padre, noi per molti iscellerati peccati, che noi abbiamo fatti, noi non crediamo potere tornare alla misericordia di Dio; ma se tu hai nessuna isperanza che Iddio ci riceva a misericordia, ecco che noi siamo apparecchiati a fare ciò che tu ci dirai e di fare penitenza teco». Allora santo Francesco ricevendoli caritativamente e con benignità, sì li confortò con molti esempi e, rendendoli certi della misericordia di Dio, promise loro di certo d’accattarla loro da Dio e mostrando loro la misericordia di Dio essere infinita: e se noi avessimo infiniti peccati, ancora la misericordia divina è maggiore ch’e’nostri peccati, secondo il Vangelo; e lo apostolo santo Paulo disse: Cristo benedetto venne in questo mondo per ricomperare li peccatori (1Tm 1,15). Per quali parole e simiglianti ammaestramenti, li detti tre ladroni renunziarono al dimonio e alle sue opere, e santo Francesco li ricevette all’Ordine, e cominciarono a fare grande penitenza; e due di loro poco vissono dopo la loro conversione e andaronsi a Paradiso.
Ma il terzo sopravvivendo e ripensando alli suoi peccati, si diede a fare tale penitenza, che per quindici anni continovi, eccetto le quaresime comuni, le quali egli facea con gli altri frati, d’altro tempo sempre tre dì la settimana digiunava in pane e in acqua, e andando sempre scalzo e con una sola tonica indosso, e mai non dormia dopo Mattutino.
Fra questo tempo santo Francesco passò di questa misera vita. E avendo dunque costui per molti anni continovato cotale penitenza, ecco ch’una notte dopo ’l Mattutino, gli venne tanta tentazione di sonno, che per nessuno modo egli potea resistere al sonno e vegghiare come soleva. Finalmente, non potendo egli resistere al sonno né orare, andossene in sul letto per dormire; e subito com’egli ebbe posto giù il capo, fu ratto e menato in ispirito in su uno monte altissimo, al quale era una ripa profondissima, e di qua e di là sassi ispezzati e ischeggiosi e iscogli disuguali ch’uscivano fuori de’sassi; di che infra questa ripa era pauroso aspetto a riguardare.
E l’Agnolo che menava questo frate sì lo sospinse e gittollo giù per quella ripa; il quale trabalzando e percotendo di scoglio in iscoglio e di sasso in sasso, alla perfine giunse al fondo di questa ripa, tutto ismembrato e minuzzato, secondo che a lui parea. E giacendosi così male acconcio in terra, dicea colui che ’l menava: «Lieva su, che ti conviene fare ancora grande viaggio». Rispuose il frate: «Tu mi pari molto indiscreto e crudele uomo, che mi vedi per morire della caduta, che m’ha così ispezzato, e dimmi: lieva su!».
E l’Agnolo s’accosta a lui e toccandolo gli salda perfettamente tutti li membri e sanalo. E poi gli mostra una grande pianura di pietre aguzzate e taglienti, e di spine e di triboli, e dicegli che per tutto questo piano gli conviene correre e passare a piedi ignudi infino che giunga al fine; nel quale e’vedea una fornace ardente nella quale gli convenia entrare. E avendo il frate passato tutta la pianura con grande angoscia e pena, e l’Agnolo gli dice: «Entra in questa fornace, però che così ti conviene fare». Risponde costui: «Oimè, quanto sei crudele guidatore, che mi vedi esser presso che morto per questa angosciosa pianura, e ora per riposo mi di’che io entri in questa fornace ardente». E ragguardando costui, vide intorno alla fornace molti demoni con le forche di ferro in mano, con le quali costui, perché indugiava d’entrare, sospinsono dentro subitamente.
Entrato che fu nella fornace, ragguarda e vide uno ch’era stato suo compare, il quale ardeva tutto quanto. E costui il domanda: «O compare sventurato, e come venisti tu qua?». Ed egli risponde: «Va’un poco più innanzi e troverai la moglie mia, tua comare, la quale ti dirà la cagione della nostra dannazione». Andando il frate più oltre, eccoti apparire la detta comare tutta affocata, rinchiusa in una misura di grano tutta di fuoco; ed egli la domanda: «O comare isventurata e misera, perché venisti tu in così crudele tormento?». Ed ella rispuose: «Imperò che al tempo della grande fame, la quale santo Francesco predisse dinanzi, il marito mio e io falsavamo il grano e la biada che noi vendevamo nella misura, e però io ardo stretta in questa misura».
E dette queste parole, l’Agnolo che menava il frate sì lo sospinse fuore della fornace, e poi gli disse: «Apparecchiati a fare uno orribile viaggio, il quale tu hai a passare». E costui rammaricandosi dicea: «O durissimo conduttore, il quale non m’hai nessuna compassione; tu vedi ch’io sono quasi tutto arso in questa fornace, e anche mi vuoi menare in viaggio pericoloso e orribile?».
E allora l’Agnolo il toccò, e fecelo sano e forte; poi il menò ad uno ponte, il quale non si potea passare sanza grande pericolo, imperò ch’egli era molto sottile e stretto e molto isdrucciolente e sanza sponde d’allato, e di sotto passava un fiume terribile, pieno di serpenti e di dragoni e di scarpioni, e gittava uno grandissimo puzzo. E dissegli l’Agnolo: «Passa questo ponte, e al tutto te lo conviene passare». Risponde costui: «E come lo potrò io passare, ch’io non caggia in quello pericoloso fiume?». Dice l’Agnolo: «Vieni dopo me e poni il tuo piè dove tu vedrai ch’io porrò il mio, e così passerai bene».
Passa questo frate dietro all’Agnolo, come gli avea insegnato, tanto che giugne a mezzo il ponte; ed essendo così in sul mezzo l’Agnolo si volò via e, partendosi da lui, se ne andò in su uno monte altissimo di là assai dal ponte. E costui considera bene il luogo dov’era volato l’Agnolo, ma rimanendo egli sanza guidatore e riguardando in giù, vedea quegli animali tanto terribili istare con li capi fuori dell’acqua e con le bocche aperte, apparecchiati a divorarlo s’e’cadesse; ed era in tanto tremore, che per nessuno modo non sapea che si fare né che si dire, però che non potea tornare addietro né andare innanzi. Onde veggendosi in tanta tribolazione e che non avea altro refugio che solo in Dio, sì si inchinò e abbracciò il ponte e con tutto il cuore e con lagrime si raccomanda a Dio, che per la sua santissima misericordia il dovesse soccorrere.
E fatta l’orazione, gli parve cominciare a mettere ale; di che egli con grande allegrezza aspettava ch’elle crescessono per potere volare di là dal ponte dov’era volato l’Agnolo. Ma dopo alcuno tempo, per la grande voglia ch’egli avea di passare questo ponte, si mise a volare; e perché l’alie non gli erano tanto cresciute, egli cadde in sul ponte e le penne gli caddono: di che costui da capo abbraccia il ponte e come prima raccomandasi a Dio. E fatta l’orazione, e anche gli parve di mettere ale; ma come in prima non aspettò ch’elle crescessono perfettamente, onde mettendosi a volare innanzi tempo, ricadde da capo in sul ponte, e le penne gli caddono. Per la qual cosa, veggendo che per la fretta ch’egli avea di volare innanzi al tempo cadeva, così incominciò a dire fra se medesimo: «Per certo che se io metto alie la terza volta, ch’io aspetterò tanto ch’elle saranno sì grandi ch’io potrò volare senza ricadere».
E stando in questi pensieri, ed egli si vide la terza volta mettere ali; e aspetta grande tempo, tanto ch’ell’erano bene grandi; e pareali, per lo primo e secondo e terzo mettere ali, avere aspettato bene cento cinquanta anni o più. Alla perfine si lieva questa terza volta, con tutto il suo isforzo a volito, e volò insino al luogo dov’era volato l’Agnolo. E bussando alla porta del palagio nel quale egli era, il portinaio il domanda: «Chi se’tu che se’venuto qua?». Rispuose; «Io sono frate Minore». Dice il portinaio: «Aspettami, ch’io sì ci voglio menare santo Francesco a vedere se ti conosce».
Andando colui per santo Francesco, e questi comincia a sguardare le mura maravigliose di questo palagio; ed eccoti queste mura pareano tanto lucenti e di tanta chiarità, che vedea chiaramente li cori de’santi e ciò che dentro si faceva. E istando costui istupefatto in questo ragguardare, ecco venire santo Francesco e frate Bernardo e frate Egidio, e dopo santo Francesco tanta moltitudine di santi e di sante ch’aveano seguitato la vita sua, che quasi pareano innumerabili. E giugnendo santo Francesco, disse al portinaio: «Lascialo entrare, imperò ch’egli è de’miei frati». E sì tosto come e’vi fu entrato, e’sentì tanta consolazione e tanta dolcezza, che egli dimenticò tutte le tribulazioni ch’avea avute, come mai non fussino state.
E allora santo Francesco menandolo per dentro sì gli mostrò molte cose maravigliose, e poi sì gli disse: «Figliuolo, e’ti conviene ritornare al mondo e starai sette dì, ne’quali tu sì ti apparecchi diligentemente con grande divozione, imperò che dopo li sette dì, io verrò per te, e allora tu ne verrai meco a questo luogo di beati». Ed era santo Francesco ammantato d’uno mantello maraviglioso, adornato di stelle bellissime, e la sue cinque stimate erano siccome cinque stelle bellissime e di tanto splendore, che tutto il palagio alluminavano con li loro raggi. E frate Bernardo avea in capo una corona di stelle bellissime, e frate Egidio era adornato di maraviglioso lume; e molti altri santi frati tra loro conobbe, li quali al mondo non avea mai veduti. Licenziato dunque da santo Francesco, sì si ritornò, benché mal volentieri, al mondo. Destandosi e ritornando in sé e risentendosi, li frati suonavano a Prima; sicché non era stato in quella se non da Mattutino a Prima, benché a lui fusse paruto istare molti anni. E recitando al guardiano suo questa visione per ordine, infra li sette dì sì incominciò a febbricitare, e l’ottavo dì venne per lui santo Francesco, secondo la promessa, con grandissima moltitudine di gloriosi santi, e menonne l’anima sua al regno de’beati, a vita eterna.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.