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domenica 9 aprile 2017

La Passione di nostro Signore Gesù Cristo - Commento al Vangelo di S. Matteo - vol. ° 3 - San Giovanni Crisostomo




Mt. 26, 36-50


Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare". E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia.
Disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me". E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!".
Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: "Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me?
Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole". E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: "Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti.
E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: "Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina". Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: "Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!".
E subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbì!". E lo baciò.
E Gesù gli disse: "Amico, per questo sei qui!". Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.

Siccome gli apostoli erano inseparabilmente vicini a Gesù, per questo egli dice: “Fermatevi qui, mentre io vado là a pregare”. Egli è solito pregare in disparte; e si comporta così per insegnarci a cercare quiete e grande pace quando ci disponiamo a pregare. Prende quindi i tre discepoli prediletti e dice loro: “L’anima mia è triste sino alla morte”. Perché non prende tutti con sé? Perché non si abbattano. Conduce solo questi, che sono stati testimoni della sua gloriosa trasfigurazione. Ma poi lascia anche costoro. E, avanzando un poco, prega dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia non come io voglio, ma vuoi tu”. Ritornato poi dai suoi discepoli, li trovò addormentati; dice allora a Pietro: “Non avete dunque potuto vegliare con me neppure un’ora? Vegliate e pregate per non cadere in tentazione; lo spirito è pronto ma la carne è debole” . Non senza motivo si rivolge particolarmente a Pietro, sebbene anche gli altri si siano addormentati come lui. Egli vuole toccarlo sul vivo anche qui, per la ragione precedentemente esposta. Poi, siccome anche gli altri discepoli avevano detto la stessa cosa – dopo che Pietro aveva detto: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”, riferisce l’evangelista: “lo stesso dissero pure tutti i discepoli” - Gesù si rivolge a tutti, rimproverando la loro debolezza. Essi, che volevano morire con lui, ora non hanno la forza di star svegli per partecipare alla sua tristezza, ma si lasciano vincere dal sonno. Gesù, al contrario, prega intensamente, affinché la sua tristezza non sembri fittizia. 

E abbondante sudore scorre dal suo corpo, perché gli eretici non dicano che egli simulava quell’angoscia. Il sudore scorre come gocce di sangue, un angelo gli appare per confortarlo ed egli ci dà mille altre prove del timore da cui è assalito, per evitare che qualcuno affermi che le sue parole sono fittizie. Per questo egli prega. Le parole: “Se è possibile, passi…” mostrano la sua umanità; ma le altre: “tuttavia non come io voglio, ma come vuoi tu”, manifestano la sua virtù e filosofia e ci insegnano a obbedire a Dio, nonostante la resistenza della nostra natura. E siccome per gli stolti non è sufficiente il fatto che Gesù mostra il volto pieno di tristezza, egli aggiunge anche le parole. Essendo tuttavia insufficienti anche le parole, occorrono anche i fatti: e Gesù unisce i fatti alle parole, affinché anche i più ostinati credano che egli si è fatto uomo ed è morto. Se ora, malgrado tutte queste prove, alcuni non credono ancora alla sua incarnazione, tanto più diffusa sarebbe questa incredulità se queste prove mancassero. Notate in quanti modi e con quanti mezzi il Signore dimostra la verità della sua incarnazione? La conferma con le parole che esprime e con i dolori che soffre. Tornato presso i discepoli Gesù, riferisce un evangelista, dice a Pietro: “Non hai potuto vegliare un’ora con me?”. Si sono tutti addormentati, ma Cristo rimprovera Pietro, alludendo a ciò che egli ha precedentemente dichiarato. E le parole “con me” non sono dette senza motivo; è come se Gesù dicesse: Non sei stato capace di vegliare con me, e pretendi di dare la tua vita per me? E la stessa allusione è contenuta nelle parole che seguono: “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione”. Vedete come Cristo insegna ancora agli apostoli a non essere presuntuosi, ma a spezzare il proprio spirito, a umiliarsi, ad attribuire tutto a Dio?E a volte si rivolge in particolare a  Pietro, a volte parla a tutti gli apostoli insieme. A Pietro dice: “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto che gli foste consegnati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te”; e a tutti insieme: “Pregate per non cadere in tentazione”, reprimendo con tutti questi mezzi la loro presunzione e preparandoli alla lotta. In seguito, per evitare che tutto il suo discorso appaia eccessivamente duro, aggiunge: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. Infatti, anche se tu sei risoluto nel disprezzare la morte – sembra dire Cristo – non vi riuscirai, se Dio non ti tende una mano: la carne trascina a terra lo spirito.
E di nuovo allontanatosi, tornò a pregare dicendo: Padre, se non è possibile che questo calice passi da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà {0}. Dimostrando qui di essere totalmente concorde con la volontà di Dio e mettendo in evidenza il dovere di seguirla e di ricercarla.
E, tornato, li trovò addormentati : oltre al fatto che la notte è già inoltrata, i loro occhi sono anche appesantiti dalla tristezza. E, allontanatosi per la terza volta, ripeté le medesime parole , confermando così di essere veramente uomo. Il fatto che una cosa avvenga due o tre volte è segno indubbio, nelle Scritture, di verità. Così anche Giuseppe aveva detto al Faraone: “Il sogno ti è apparso per la seconda volta?”: questo è accaduto per indicarti che è vero, e perché tu creda che la cosa avverrà sicuramente. Cristo rivolge, quindi, la stessa preghiera una, due, tre volte per confermare la fede nella sua incarnazione. E per qual motivo torna una seconda volta dagli apostoli? Per riprenderli, giacché si sono lasciati prendere talmente dall’abbattimento che non si accorgono nemmeno della sua presenza. Tuttavia non li rimprovera, ma si allontana per un poco mettendo in evidenza la loro indicibile debolezza: il fatto è che, dopo essere stati ripresi la prima volta, non sono capaci di perseverare nella veglia.
Gesù non li sveglia e non li rimprovera un’altra volta per non abbattere coloro che già sono abbattuti, ma si ritira e prega ancora; poi di ritorno, dice loro: Dormite pure e riposatevi. Eppure anche ora è il momento di vegliare; tuttavia egli vuol far loro intendere che non riusciranno a sopportare neppure la vista dei mali terribili che sopraggiungeranno, ma verranno messi in fuga e si allontaneranno terrorizzati; qui inoltre dimostra che non ha alcun bisogno del loro aiuto e che deve essere assolutamente consegnato nelle mani dei suoi persecutori. Dice pertanto: “Dormite pure e riposatevi; ecco, l’ora è vicina, e il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei peccatori”, manifestando nuovamente che quanto accade è nell’economia divina.
Non si limita solo a questo, ma dicendo che egli sarà dato “nelle mani dei peccatori” eleva i pensieri degli apostoli; in pratica dichiara che la sua passione è opera della malvagità dei peccatori, non del fatto che egli sia reo di peccato.
Alzatevi, andiamo; ecco, si avvicina colui che mi tradisce. In tutte le occasioni – notate – Gesù insegna agli apostoli che la passione non dipende da necessità né da debolezza, ma da ineffabile economia.
Cristo infatti sa che il traditore sta per giungere, ma non fugge, anzi gli va incontro. Infatti, mentre ancora parlava, ecco Giuda, uno dei dodici, arrivò, e con lui una masnada di gente, con spade e bastoni, mandati dai gran sacerdoti e dagli anziani del popolo . Belli veramente gli strumenti dei sacerdoti! Con spade e bastoni viene quella turba! E “Giuda – riferisce l’evangelista – uno dei dodici” è con loro. Lo chiama ancora “uno dei dodici” e non se ne vergogna.
Colui che lo tradiva, aveva dato loro questo segno: Chi bacerò, è lui: prendetelo . Ahimè, quanta scelleratezza manifesta l’anima del traditore! Con quali occhi guarda il volto del Maestro? Con quale bocca osa baciarlo? O mente sciagurata! Che cosa hai tramato? Che osi mai compiere? Quale segno hai dato per tradirlo? “Chi bacerò”, aveva loro detto. Giuda fida nella mitezza del Maestro: il che è sufficiente più d’ogni altra cosa a coprirlo di vergogna e a privarlo di ogni perdono, in quanto egli tradisce un Maestro così dolce e mite. Ma perché Giuda dà questo segno? Perché sovente, pur essendo trattenuto dai suoi avversari, Gesù era passato in mezzo a loro, senza che essi lo vedessero. Tuttavia anche ora accadrebbe così, se Gesù non volesse lasciarsi prendere. Per far comprendere questo, anche ora acceca la loro vista e chiede loro: “Chi cercate?”. Essi infatti non lo riconoscono, benché portino torce e lanterne e con loro ci sia Giuda. E quando quelli rispondo: “Gesù”, egli replica: “Io sono colui che voi cercate”{0}; e a Giuda di nuovo: Amico, a che scopo sei qui? .
Infine, dopo aver manifestato il suo potere, consente che lo prendano. Giovanni da parte sua rileva che fino a quel momento Gesù tenta di correggere l’apostolo e perciò dice: “Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?”, cioè: Non ti vergogni del modo in cui effettui il tradimento? Tuttavia, poiché neppure queste parole trattengono il discepolo, Gesù accetta il suo bacio e si consegna spontaneamente: Misero le mani addosso a Gesù e lo catturarono , quella notte stessa in cui avevano celebrato la Pasqua, tanto erano pieni d’impazienza e ricolmi di furore. Tuttavia non potrebbero farlo, se Gesù non permettesse loro di prenderlo. D’altra parte, il fatto che Cristo acconsenta, non libera Giuda dall’estremo supplizio; al contrario lo condanna ancor più gravemente, perché, pur avendo tante prove della potenza di Gesù, della sua bontà e mitezza, egli si comporta più crudelmente di una belva.
Sapendo questo, fuggiamo l’avarizia. È stata questa passione infatti a renderlo così furioso: l’avarizia spinge a estrema crudeltà e spietatezza le sue vittime. Se induce a disperare della propria salvezza, tanto più fa disprezzare quella altrui. Questa passione è tanto tirannica che supera il più violento amore sensuale. Io mi copro il volto per la vergogna costatando che spesso molti frenano la loro concupiscenza per risparmiare il loro denaro, mentre per timore di Dio non intendono vivere castamente e con temperanza. Fuggiamo perciò l’avarizia; io non smetterò mai di dirvi questo.
Per qual motivo, o uomo, accumuli oro? Perché rendi la schiavitù più amara? E più pesante la custodia? Perché fai più pungente l’affanno? Immagina tue le vene d’oro che si trovano nelle miniere e tutti i tesori che stanno nei palazzi dei re. Ebbene, anche se tu avessi tutta quella mole di ricchezze, le serberesti in disparte, senza usarle. Se ora, infatti, non tocchi ciò che possiedi, quasi appartenesse ad altri, tanto più ti comporteresti così possedendo maggiori ricchezze. È normale che gli avari quanto più sono ricchi, tanto più risparmiano le loro ricchezze. Ma – tu insisti – io sarò temuto dagli uomini. Anzi tu diventi per questo più attaccabile sia da parte dei poveri, dei ladri, dei rapinatori, dei tuoi familiari e, in pratica, da ogni sorta di insidiatori. Se vuoi essere veramente temibile, elimina tutto ciò che può costituire occasione per tutti coloro che mirano a derubarti e a danneggiarti. Non hai mai udito il proverbio che dice: Colui che è povero e nudo, non possono spogliarlo nemmeno cento uomini insieme? Egli ha una grandissima protettrice nella povertà, che neppure l’imperatore stesso può attaccare e ridurre in suo potere.
Tutti, al contrario, possono nuocere all’avaro. Ma perché parlo degli uomini, quando anche le tignole e i vermi possono dargli battaglia? Ma che dico: le tignole? Anche il tempo, se è di lunga durata, basta da solo, senza alcun altro intervento a danneggiare immensamente l’avaro. Qual è dunque il piacere della ricchezza? Io vedo esclusivamente le sue molestie e i suoi motivi di afflizione. Spiegami tu dov’è il suo piacere. Allora tu replicherai: Quali sono le sue molestie? Preoccupazioni, insidie, inimicizie, odio, timore, sete insaziabile e afflizioni senza tregua. Se qualcuno abbracciasse una fanciulla amata, ma non potesse soddisfare il suo desiderio, soffrirebbe il più grande tormento; così anche il ricco: egli ha infatti abbondante ricchezza e la abbraccia; tuttavia non può soddisfare tutta la sua avidità, ma gli accade ciò di cui parla il saggio: “Desiderio di eunuco di possedere una vergine fanciulla”. Come un eunuco che geme abbracciando una vergine, così sono tutti i ricchi. E chi potrà dire tutto il resto? Come, cioè, l’avaro sia odioso a tutti: ai domestici, ai contadini, ai vicini, a coloro che amministrano e governano la città, a quelli che egli ha offeso e a quelli che non ha offeso, a sua moglie soprattutto, ai suoi figli più di tutti? L’avaro infatti educa i suoi figli non come persone libere, ma più miserabilmente dei servi e degli schiavi comprati al mercato. Offre infiniti motivi d’ira, di dolore, di furore e di risa contro se stesso, e diventa la commedia e il divertimento comune di tutti. Queste sono le molestie dell’avarizia e forse ve ne sono altre ancora; nessuno infatti potrebbe enumerarle tutte; l’esperienza sola riuscirebbe a presentarle. Ma tu, ora, spiegami il piacere che ne ritrai. Ritengo di essere ricco – mi risponderai – e sono considerato ricco. Ma che piacere trovi nell’essere considerato tale? Questo nome è il più grande motivo d’invidia. Puro nome è in realtà la ricchezza, privo di realtà. Ma tu replichi: l’uomo ricco gode di tale considerazione. Purtroppo si rallegra di ciò che dovrebbe essere motivo di afflizione. Ma per quale motivo dovrebbe affliggersi? – tu mi chiederai. Perché la ricchezza lo rende inadatto a tutto, pigro, codardo sia a intraprendere un viaggio, sia ad affrontare la morte, che egli ritiene duplice, desiderando le ricchezze più della luce. Neppure il cielo dà gioia all’avaro, perché non offre oro; neppure il sole lo rallegra, perché i suoi raggi non sono d’oro e non può quindi rinchiuderli nei suoi forzieri. Voi obietterete che molti godono le loro ricchezze, abbandonandosi ai piaceri nei banchetti e nelle orge, e sperperando a profusione. Ebbene, io vi dico che ora mi state parlando di quei ricchi che sono peggiori di tutti gli altri; sono infatti proprio questi che non godono dei loro beni. L’avaro, dominato unicamente dall’amore per il denaro, si astiene dagli altri vizi; ma quei ricchi di cui mi avete parlato sono peggiori dell’avaro, perché, oltre a ciò che è stato detto, si attirano un’accozzaglia di altre dure schiavitù e, come a crudeli tiranni, essi servono al ventre, alla lussuria, alla ubriachezza e quotidianamente si rendono schiavi di altri vizi, mantenendo donne di malaffare, imbandendo sontuosi banchetti, comprando parassiti e adulatori, cadendo in passioni contro natura e scatenando nell’anima e nel corpo un’infinità di malattie. Costoro non usano dei propri beni per necessità, ma per corrompere il loro corpo e insieme la loro anima. Si comportano come chi, per ornare il proprio corpo, ritiene tali spese indispensabili. È invece nella gioia ed è veramente padrone dei suoi beni solo colui che li usa debitamente. Gli altri ricchi sono soltanto schiavi e prigionieri, poiché aumentano le infermità del loro corpo e i vizi della loro anima. Che godimento si trova là dove esiste un assedio e si combatte una guerra? Dove soffia una tormenta più forte di qualunque burrasca marina? Se la ricchezza si imbatte in uomini insensati e dissoluti, li rende ancor più insensati e dissoluti. Ma – tu mi chiederai – a che serve la saggezza a un povero? A ragione tu ignori questo. Anche il cieco non conosce il vantaggio della luce. Ascolta ciò che dice Salomone: “Il vantaggio del sapiente sullo stolto è tale quale la luce sulle tenebre”. Come potremo insegnare a chi è nelle tenebre? Tenebra infatti è l’amore delle ricchezze, che non permette di vedere nessuna delle cose quale in realtà essa è, ma in un modo totalmente diverso. Come un uomo avvolto dalle tenebre, anche se intravede un vaso d’oro, una pietra preziosa e abiti di porpora, pensa che non abbiano valore, così l’avaro non vede, come dovrebbe, la bellezza delle cose veramente desiderabili.
Dissipa, ti prego, l’oscurità che deriva da tale passione e allora vedrai la natura delle cose: esse non appaiono così chiaramente come nella povertà; in nessuna parte, come nello stato di povertà, si scopre che ciò che sembra essere qualcosa in realtà non è niente.
Quanto stolti sono gli uomini che maledicono i poveri e affermano che le case e la vita vengono da loro deturpate e che tutto è insozzato dalla povertà. Ditemi qual è il disonore di una casa? Voi mi risponderete: il fatto che non possiede un letto d’avorio e suppellettili d’argento, ma tutte sono in terracotta e in legno. Eppure io vi dico che proprio in questo sta la gloria più grande e la nobiltà di una casa. Il disprezzo delle cose terrene spesso induce a dedicare tutto il proprio tempo e a mettere tutto il proprio impegno nella cura dell’anima. Quando invece tu metti un grande impegno nelle cose esteriori, allora vergognati. Le case dei ricchi hanno un aspetto e un arredamento che non è assolutamente attraente e onesto. Quando tu vedi pareti ricoperte di tappezzerie, letti decorati d’argento come nei teatri e nelle decorazioni scenografiche, dimmi: che può esservi paragonabile a tale vergogna? Quale casa assomiglia di più a un teatro e a ciò che si trova in un teatro: quella del ricco o quella del povero? La casa del ricco evidentemente, che è perciò piena di turpitudine. Quale casa invece assomiglia a quella di Paolo o di Abramo? Evidentemente quella del povero. Questa, dunque, è la più bella e splendida dimora. E perché tu ti renda conto in che consiste l’ornamento migliore di un’abitazione, entra nella casa di Zaccheo e osserva come egli la ornò per ricevere Cristo. Zaccheo non andò a chiedere in prestito dai suoi vicini tendaggi da mettere alle porte, sedie e sedili d’avorio, né tirò fuori dai forzieri i tappeti della Laconia; ma scelse l’ornamento che si adeguava a Cristo. Qual era? “Do la metà dei miei beni” - dice - “ai poveri e di quanto ho rubato renderò il quadruplo” .
Orniamo così, anche noi, le nostre case, affinché Cristo venga anche presso di noi. Questi tendaggi ornamentali sono preparati nei cieli, lassù vengono intessuti. Dove essi si trovano, là c’è pure il re dei cieli. Se invece tu adorni la tua casa in altro modo, tu richiami il diavolo con il suo coro. Il Signore si è recato anche nella casa del pubblicano Matteo. E che ha fatto costui? Dapprima adornò se stesso con grande fervore e poi abbandonò tutto per seguire Cristo . Anche Cornelio ornò in tal modo la sua casa: con preghiere e con elemosine ; perciò risplende ancor oggi al di sopra dei palazzi dei re. Ciò che disonora una casa non è l’arredamento disarmonico, i letti trascurati e le pareti annerite dal fumo, ma la malvagità di coloro che vi abitano; Cristo stesso dimostra questa verità: egli non si è vergognato di entrare in una casa misera, se i suoi abitanti erano virtuosi; ma non è mai entrato in quell’altra casa, anche se era rivestita d’oro. Come la casa del povero virtuoso, accogliendo il Signore dell’universo, è più splendente dei palazzi imperiali, così la casa del ricco malvagio, pur avendo il tetto d’oro e colonne, somiglia a sentine e cloache immonde, piena com’è di strumenti diabolici.
Noi non diciamo tutto questo per i ricchi che usano debitamente delle loro ricchezze, ma per gli avari e per coloro che amano il denaro. Costoro non hanno nessuna sollecitudine, nessuna preoccupazione per le cose veramente necessarie, ma ricercano sempre i piaceri della gola, del bere e altre simili vergognose soddisfazioni. Il povero, invece, pensa a vivere virtuosamente. Ecco perché Cristo non è mai entrato in uno splendido palazzo, mentre ha visitato la casa di un pubblicano, la dimora di un capo dei pubblicani e quella di un pescatore, trascurando i palazzi reali e quanti indossano molli vesti.
Se vuoi, dunque, anche tu invitare Cristo nella tua casa, adornala con le elemosine, con le preghiere, con le suppliche e con le veglie. Questi sono gli ornamenti degni del re che è Cristo; le decorazioni d’altro genere sono invece opera del mammona, nemico di Cristo. Nessuno quindi si vergogni di avere una casa misera, se possiede quegli ornamenti spirituali. E, d’altra parte, nessun ricco si insuperbisca del suo sontuoso palazzo, ma ne arrossisca piuttosto e, abbandonatolo, preferisca un’abitazione povera per meritare di accogliere in questa vita Cristo e di essere accolto in quell’altra nei tabernacoli eterni per la grazia e l’amore di Gesù Cristo, nostro Signore. A lui sia la gloria e il potere per i secoli dei secoli. Amen.