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sabato 15 ottobre 2016

L’AVARIZIA – Tratto dal libro “ I 7 vizi capitali di Dag Tessore



La parola «avarizia» ha assunto in italiano il significato di «tirchieria», ma nel contesto dei sette vizi capitali mantiene il suo significato originario, equivalente al latino avaritia, che significa «avidità», e più precisamente «avidità di denaro» (in greco filargyría). Questa, dice san Paolo, «è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6, 10). L'avarizia dunque è la brama di possedere e accumulare denaro.
Il denaro, al pari di qualunque altro oggetto di scambio, è in sé utile come strumento per procurarsi cibo, vestiario e ciò che serve per vivere. Ma di fatto l'uso del denaro è ormai degenerato al punto di considerarlo principalmente il modo per soddisfare i propri desideri e capricci. Ne consegue che, quanto più l’uomo è schiavo dell’attaccamento e del desiderio, tanto più ha bisogno di denaro e ne diventa dipendente. Quanto più, ad esempio, sono presenti le passioni della gola e della lussuria, sunto più cresce quella dell’avarizia, poiché il denaro promette (illusoriamente) di soddisfare le altre due, passioni. «Ognuno [dei sette vizi] infatti — dice san Gregorio – è tanto intimamente collegato agli altri, che davvero l’uno è prodotto dall’altro» (Commento morale a Giobbe, XXXI, 45, 89). D'altro canto, l’abitudine ad accumulare denaro, nata dalla brama di acquistare beni materiali e di appagare i propri desideri e piaceri, finisce con il diventare un vizio a sé stante, per cui anche chi è ricchissimo continua a correre dietro ai soldi (cf. Qo 5, 9), ormai semplicemente per abitudine radicata, per ripetizione meccanica, per assuefazione. È divenuta una malattia.

Quante persone, pur ricche, se impedite di lavorare e guadagnare soldi, sentono dentro un vuoto, un’angoscia, un’inquietudine, una vera e propria crisi di astinenza! Il vizio infatti, come abbiamo visto, crea dipendenza. Come tutte le droghe, anche l’avarizia, se ha messo radici nel cuore, dà una sensazione di piacere quando viene appagata (chi non prova piacere nel ricevere denaro?). A questo piacere, provocato dall’assuefazione, se ne aggiunge un altro: vedere realizzate o realizzabili – grazie al denaro – le brame legate alle diverse passioni (potrò comprarmi una macchina, così da soddisfare la mia invidia e la mia superbia di fronte a chi mi rinfacciava le mie umili origini e condizioni economiche; potrò soddisfare la mia lussuria conquistando il favore di chi mi piace, con vestiti, viaggi, cene, ecc.). Per non parlare poi del piacere di sentirsi, in virtù del denaro, sicuri e autonomi.
Ma a bilanciare queste seduzioni, basterebbe guardare quali e quanti dispiaceri reca con sé la sete di denaro: litigi in famiglia, figli trascurati, preoccupazioni e ansie, gran parte della propria vita passata a fare studi, corsi, concorsi, trasferimenti, a lavorare parecchie ore ogni giorno unicamente per guadagnare soldi...! «L’insonnia per le ricchezze logora il corpo e l’affanno per esse distoglie dal sonno» (Sir 31, 1). «Non creiamoci così tanti mali e sofferenze a motivo del denaro!», esclamava san Giovanni Crisostomo (Sugli Atti degli apostoli, XLIX, 4), «Quanti uomini ricchi, sposati con donne abbienti, pur avendo accresciuto il patrimonio, hanno distrutto l’affetto e la concordia litigando quotidianamente perfino a tavola? Quanti uomini poveri, invece, sposati con donne ancor più povere, godono la pace e sanno guardare questo sole con grande gioia!» (9) «L’avido lavora duramente, mentre chi vive in povertà si dedica alla preghiera e alla lettura» (10). Anche su un piano puramente materiale, dunque, se l’avarizia dà e promette molti piaceri, ne impedisce però molti altri, non fosse altro per la quantità enorme di tempo che porta via, Dunque «è una trappola» (Sir 31, 7). Eppure noi, vuoi per torpore mentale, vuoi per acritico assorbimento di ciò che ci trasmette la televisione e la mentalità consumistica, vuoi per la mancanza di tempo per rifletterci, continuiamo instancabilmente – anche se ne sentiamo il peso e la fatica – a lavorare per accumulare denaro, credendo che esso ci farà più felici, e intanto «la furia dell’avidità aumenta in proporzione con l’accrescersi del denaro» (11) e ci sprofonda in un’insoddisfazione sempre più grande. «Dall’avarizia, poi, derivano tradimenti, frodi, inganni, spergiuri, agitazione, violenza e l’indurirsi del cuore contro i sentimenti di misericordia» (12) , poiché «chi segue il denaro, per esso peccherà» (Sir 31, 5). L'avarizia consolida in noi la forza del desiderio, che è l’abitudine ad essere insoddisfatti per ciò che si ha e bramosi di ciò che non si ha, ed è quindi la radice di ogni infelicità. L’avarizia, infine, nella misura in cui rende disponibile più denaro, rende anche più realizzabile ogni genere di vizio. È necessario coltivare in sé una solida capacità di introspezione per far fronte ai raggiri mentali e ai «pretesti più che ragionevoli» con cui il demone dell’avarizia cerca di insinuarsi in noi (13) : egli «pone come pretesto la precauzione per le malattie, la previsione per la vecchiaia e per i tempi di penuria» (14).
San Gregorio dice che l'avidità, al pari di ogni altro vizio, è come un esperto e prudente generale: spiega i suoi motivi con ragionamenti convincenti, ma poi, una volta che la città gli ha aperto le porte, al suo seguito entra l'intero esercito, che invade, incendia e devasta la città, e ne prende possesso (Commento morale a Giobbe, XXXI, 45, 90). «Ci sono delle cose necessarie – ricorda il Crisostomo —, senza le quali non è possibile vivere, come i prodotti della terra [...], il ricoprirsi con vestiti, un tetto, delle pareti, delle scarpe, Queste sono le cose necessarie; tutto il resto è superfluo» (La vanagloria e l'educazione dei figli, XIII), Accumulare per il futuro è illudersi di non morire («Stolto! Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita; e quello che hai accumulato di chi sarà?», Lc 12, 20); è segno di quel «continuo terrore di ritrovarsi nella povertà, provocato dalla mancanza di fede in Dio» (15).
Chi ha soldi, infatti, ripone la propria speranza in essi (cf. Gb 31, 24): se ha bisogno di qualcosa, si rivolge ai suoi soldi e non a Dio. «Per questo - diceva Lattanzio – i poveri e i diseredati hanno più facilmente fede in Dio che i ricchi» (Istituzioni divine, VII, 1), per i quali «l'oro e la prospettiva del guadagno tengono il posto di Dio» (16).
Gesù diceva: «Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, di quello che indosserete» (Lc 12, 22). Se manca una tale disposizione di fede in Dio, manca il fondamento stesso di una vita cristiana. Inoltre i soldi, oltre che far perdere fiducia in Dio, «ci vincolano alle preoccupazioni che essi producono, e facilmente ci inducono a lamentarci di Dio; il nostro continuo desiderare ci riempie di agitazione e ci fa muovere nella cecità di una vita peccaminosa, impedendoci la conoscenza di noi stessi» (17). Perciò «è meglio desiderare di meno che avere di più» (18). Coltivata giorno per giorno nel cuore del singolo, l’avidità cresce come albero rigoglioso che stende la sua ombra sull’intera società: da essa derivano in gran parte la disonestà e l’ingiustizia nel mondo politico, le drammatiche disuguaglianze tra paesi ricchi e poveri, le guerre, i disumani sfruttamenti e gli inganni delle coscienze operati dalle grandi compagnie commerciali. Quasi tutti i nostri bisogni, infatti, sono indotti, plasmati dall’abitudine o dall’avidità, oppure creati ad arte dal sistema capitalistico-consumista che, come possiamo spiegare con le parole di Tertulliano, fa di tutto allo scopo di «eccitare la bramosia di possedere», «bramosia che a sua volta accarezza l'animo ispirandogli desideri vani»; «la concupiscenza poi infiamma i prezzi dei prodotti per infuocare se stessa ulteriormente; infatti, la brama tanto più aumenta quanto più dà valore a ciò che desidera» (Gli ornamenti delle donne, I, 9, 1-3).
In quanto fonte di tanti mali e peccati, uno stile di vita che alimenti l’avidità di denaro, il consumismo, il culto del lavoro e del benessere materiale, è dunque tanto immorale e contrario alla fede cristiana quanto il libertinismo, l’adulterio e l'aborto. «Nessuno può servire due padroni [...]; non potete servire sia Dio che Mammona», cioè il denaro (Mt 6, 24; cf. anche Mt 19, 23).
Come combattere il vizio della filargyría? La tradizione ascetica cristiana consiglia anche in questo caso di cominciare con atti di rinuncia concreta, per tagliare innanzi tutto le conseguenze negative che l'avarizia provoca in noi e negli altri, nonché per liberarci dalla morsa di dipendenza in cui ci tiene e dallo stordimento mentale in cui il continuo nostro assecondarla ci immerge:
Imporsi categoricamente di non lavorare di domenica, abituandosi così a “perdere” volutamente soldi.
Attenersi a una rigorosa e puntigliosa onestà in qualunque transazione di denaro o commercio, scartando ogni bugia o imbroglio, per quanto piccoli, che mirino a farci guadagnare di più. – Imporsi una cifra fissa mensile da dare in elemosina (indipendentemente dalla simpatia o gratitudine di chi la riceve). – Coltivare interessi e piaceri (leggere la Bibbia, dedicare tempo alla famiglia o ai malati e ai vecchi, ecc.) in modo che il lavoro che produce denaro cessi di essere per noi un bisogno senza il quale ci sentiamo vuoti e annoiati. – Sforzarsi di eliminare tutto ciò che, nella propria casa e nel proprio stile di vita, è superfluo e contrario alla vocazione cristiana alla povertà.
Questi consigli sono indubbiamente utili, è però vero che è estremamente difficile applicarli fino a quando il nostro animo è ancora interiormente attaccato al denaro. E «non servirà a nulla privarsi del denaro, se sussisterà in noi la brama di possederne» (19). Pertanto bisogna lavorare alle radici, a “tappare i buchi” attraverso i quali entra l’acqua dell’avarizia: sottrarsi al martellamento dei mass media (è infatti illusorio e ingenuo credere di essere abbastanza forti da non rischiare di essere influenzati da questi sistemi sofisticatissimi); riscoprire l’importanza della preghiera intima, del dialogo con Cristo, per ritrovare anche il coraggio di fidarsi di Lui, che non ci abbandonerà, come non abbandona i gigli del campo né gli uccelli del cielo.
In ultima analisi, l’avarizia non si può vincere finché non si vince la dipendenza dai costosi piaceri e dalle dispendiose abitudini e comodità che caratterizzano la nostra vita: dall'alimentazione agli svaghi, alle vacanze, ai vestiti superflui, alle automobili. Finché non saremo capaci di rinunciare a tutti questi bisogni, il denaro che – unico – li può soddisfare, ci terrà inevitabilmente in suo potere.
Anche chi crede di essere al sicuro da questo vizio, come ad esempio un monaco, deve in realtà fare grande attenzione, poiché — lo ripetiamo ancora — il vizio è un atteggiamento interiore. Il monaco non possiede nulla di suo e non guadagna soldi propri, come potrà dunque essere dominato dall’avidità di denaro? Lo sarà, se della sua mancanza di soldi e beni propri si dispiace e si lamenta, o se è attaccato a quei pochi oggetti di sua proprietà e ne è geloso, o se è avido di leggere e di accumulare nozioni, o di possedere libri, immaginette, rosari, o se – in qualità di abate – accumula denaro attraverso vari commerci per dotare il monastero di comodità e tecnologie superflue o per eseguire restauri tanto costosi quanto spiritualmente inutili.
Ricordiamoci che i piaceri che i vizi ci promettono non sono che miraggi e trappole, mentre ciò che Dio ci propone, anche se in apparenza sembra duro e molesto, è in realtà il piacere più grande e più vero. «Non c’è nessuno — diceva Gesù – che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più già nel tempo presente, e la vita eterna in futuro» (Lc 18, 29-30). Quando togliamo da dinanzi agli occhi la barriera – che noi stessi ci siamo costruiti – dei beni artificiali e falsi, improvvisamente la nostra vista si apre a vedere l’immensità della creazione di Dio, con tutte le meraviglie che Dio stesso ha plasmato, dall’erba ai fiori, al cielo stellato, agli uccelli del bosco, e si capisce davvero che «la più bella ricchezza è essere poveri di desideri» (20). Così Gregorio Magno: «È povero chi ha bisogno di quello che non ha; ma chi, non avendo, non desidera avere, è ricco» (Omelie su Ezechiele, II, 6). Mai ci si stancherà di ammirare quanta gioia e quanta libertà regalò a san Francesco e ai suoi compagni la povertà più radicale, quel gettarsi ogni inutile orpello dietro le spalle per immergersi nelle bellezze del creato e lanciarsi liberi verso l’Eterno...


  9 Giovanni Crisostomo, Elogio di Massimo, IV, 2,
10 Evagrio, Gli otto spiriti della malvagità, VIII
11 Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, VII, 7, 3.
12 Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe, XXXI, 45,88.
13 Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, VII, 7, 1.
14 Giovanni Climaco, La scala del paradiso, XV||||2||
15 Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, VII, 14, 1,
   16 Ibid., VII, 7.
   17 Antonio Abate (attribuito a), Ammonimenti, VI.
18 Agostino, Regola, V.
19 Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, VII, 21.
   20 Clemente di Alessandria, Il pedagogo, II, 39, 4.