giovedì 17 marzo 2016

Dal libro del profeta Geremìa Ger 20, 10-13 Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso.

Ger 20, 10-13

Sentivo la calunnia di molti:
«Terrore all’intorno!
Denunciàtelo! Sì, lo denunceremo».
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta:
«Forse si lascerà trarre in inganno,
così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,
per questo i miei persecutori vacilleranno
e non potranno prevalere;
arrossiranno perché non avranno successo,
sarà una vergogna eterna e incancellabile.
Signore degli eserciti, che provi il giusto,
che vedi il cuore e la mente,
possa io vedere la tua vendetta su di loro,
poiché a te ho affidato la mia causa!
Cantate inni al Signore,
lodate il Signore,
perché ha liberato la vita del povero
dalle mani dei malfattori.

Parola di Dio


Riflessione


La lettura di oggi ci parla dello strazio del giusto perseguitato dagli empi.
Il profeta Geremia è perseguitato da persone che lui chiama amici: Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta”... E' incredibile, è triste, ma la realtà è proprio questa... Il profeta però, nonostante le trame che vengono intessute intorno a lui, non ha paura e si abbandona completamente al suo Dio e lo loda facendo una meravigliosa professione di fede. Come non ricordare Gesù nostro prima che venisse arrestato quando nel monte degli ulivi era solo, abbandonato anche dagli amici che tranquillamente dormivano, ma Lui pregava il Padre Suo e continuava ad aver fede? Anche noi dobbiamo imitare questo comportamento, dobbiamo rivolgerci a Gesù e lodarlo anche quando le cose prendono una strada che a noi non piace, dobbiamo lodarlo anche quando subiamo delle ingiustizie, anche quando gli amici ci mettono a dura prova, anche quando veniamo derisi per causa Sua. Se vogliamo un giorno contemplare il Suo volto stupendo, è inevitabile che anche noi sperimentiamo la solitudine e il disprezzo che hanno sopportato sia Lui, sia Geremia.
Avere Gesù come amico è una cosa molto preziosa e, come tutte le cose di valore, hanno un prezzo; il biglietto per il Paradiso non è tanto a buon mercato, e non si può comprare né con i con i soldi della terra, né in un qualsiasi botteghino... Gesù non si lascia corrompere con la carta straccia colorata. Il biglietto lo si può ottenere solo serinneghiamo noi stessi” solo se accettiamo che il nostro cuore venga lavorato per essere reso contrito e umile. L'umiltà apre le porte del Paradiso perché Dio stesso è umile e non può tollerare la minima traccia di orgoglio. Allora, dopo che avremo messo da parte il nostro io, tutte le nostre idee, tutte le nostre aspettative, tutti i nostri sogni, tutte le nostre prepotenze... Gesù ci purificherà ancora per renderci davvero belli, profumati, pronti ad indossare l'abito delle nozze, che Lui ci darà per cenare con Lui... "Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono" (Ap 3, 19-21). 

mercoledì 16 marzo 2016

Dal libro del profeta Daniele - Dn 3, 14-20. 46-50. 91-92. 95 - Dio ha mandato il suo angelo e ha liberato i suoi servi.


Dn 3, 14-20. 46-50. 91-92. 95

In quei giorni il re Nabucodònosor disse: «È vero, Sadrac, Mesac e Abdènego, che voi non servite i miei dèi e non adorate la statua d’oro che io ho fatto erigere? Ora se voi, quando udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpa, del salterio, della zampogna e di ogni specie di strumenti musicali, sarete pronti a prostrarvi e adorare la statua che io ho fatto, bene; altrimenti, in quel medesimo istante, sarete gettati in mezzo a una fornace di fuoco ardente. Quale dio vi potrà liberare dalla mia mano?».
Ma Sadrac, Mesac e Abdènego risposero al re Nabucodònosor: «Noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace di fuoco ardente e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto».
Allora Nabucodònosor fu pieno d’ira e il suo aspetto si alterò nei confronti di Sadrac, Mesac e Abdènego, e ordinò che si aumentasse il fuoco della fornace sette volte più del solito. Poi, ad alcuni uomini fra i più forti del suo esercito, comandò di legare Sadrac, Mesac e Abdènego e gettarli nella fornace di fuoco ardente.
I servi del re, che li avevano gettati dentro, non cessarono di aumentare il fuoco nella fornace, con bitume, stoppa, pece e sarmenti. La fiamma si alzava quarantanove cùbiti sopra la fornace e uscendo bruciò quei Caldèi che si trovavano vicino alla fornace. Ma l’angelo del Signore, che era sceso con Azarìa e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco della fornace e rese l’interno della fornace come se vi soffiasse dentro un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia.
Allora il re Nabucodònosor rimase stupito e alzatosi in fretta si rivolse ai suoi ministri: «Non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco?». «Certo, o re», risposero. Egli soggiunse: «Ecco, io vedo quattro uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco, senza subirne alcun danno; anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di dèi».
Nabucodònosor prese a dire: «Benedetto il Dio di Sadrac, Mesac e Abdènego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui; hanno trasgredito il comando del re e hanno esposto i loro corpi per non servire e per non adorare alcun altro dio all’infuori del loro Dio».

Parola di Dio

Riflessione

Sadrac, Mesac e Abdènego, sono un esempio di credenti che non scherzano... sono infatti disposti a soffrire e a morire pur di rimanere fedeli a Dio.
In quel tempo il re aveva fatto erigere una statua d'oro e ordinato che tutto il popolo doveva prostrarsi davanti ad essa, in caso contrario la punizione era di essere gettati in una fornace ardente. E' la fine, infatti, che fanno i tre amici rifiutandosi di adorare la statua. Evidentemente andare controcorrente costa qualcosa. Diciamo che loro non hanno voluto tradire Dio e non gli è passato neanche per la testa di salvarsi la pellaccia!!!  

venerdì 11 marzo 2016

Grazie Gesù mio.



Grazie Gesù mio.
Grazie perché mi ami così tanto.
Grazie per l'angelo che mi hai donato.
Grazie per la pazienza che hai con me.
Grazie per gli scappellotti che molto spesso mi dai e che mi fanno girare la testa.
Grazie per le risate che facciamo insieme.
Grazie per il dono delle lacrime.
Grazie perché mi sei sempre accanto.
Grazie per le coccole che mi fai.
Grazie per le sgridate, che sono quasi all'ordine del giorno!!!
Grazie per la pace e la gioia che continui a infondere nel mio cuore.
Grazie per la tua luce che illumina ogni mia giornata.
Grazie per aver forzato la serratura del mio cuore.
Grazie per le mie preghiere esaudite all'istante.
Grazie perché spesso guardi il mio orologio e non il Tuo.
O Gesù mio, non mi abbandonare... senza di Te sarei un disastro ambulante.

Paola

Chi si fida di Dio, mette Dio in obbligo di prendersi cura di lui. San Luigi Orione - Luigi Orione ( Pontecurone, 23 giugno 1872 - Sanremo , 12 marzo 1940 ) è stato un presbitero italiano, fondatore della Piccola opera della Divina Provvidenza: è stato canonizzato da papa Giovanni Paolo II nel 2004.



«Porta questi soldi a don Orione» Tratto da: “ I fioretti di Don Orione “ di Andrea Gemma – 2002 Ed. Devoniane Bologna

L'episodio venne narrato molte volte da don Orio­ne stesso.
«Un anno, prima del 1900, ci siamo trovati a do­ver pagare alla Banca Popolare di Tortona oltre venti­cinquemila lire per i debiti che avevamo, specialmen­te col panettiere. Quella Banca è molto benemerita in Tortona ed aiutò molto anche i Figli della Divina Provvidenza. Vi era allora direttore un certo avvo­cato Piolti, che mi aveva imprestato le venticinque­mila lire. Avevo pagato gli interessi finché avevo potuto e poi essi s'erano ammucchiati insieme al ca­pitale. Quell'avvocato mi mandò a dire che mi voleva tanto bene, ma che non poteva lasciare la cambiale in sofferenza... Voi non capite ancora - felici voi! - questo termine bancario, ma verrà tempo che anche voi capirete, purtroppo, che cosa vuol dire "cambiale in sofferenza". Basta... Dovevo pagare le venticinque mila lire e qualche cosa di più, al sabato; ma il prote­sto non va in vigore che al lunedì: in domenica si ri­posa.
Io mi raccomandai allora al Signore; quando capii, però, che il Signore non mi ascoltava, mi raccoman­dai alla Madonna. Prega e prega... Ma anche la Ma­donna faceva la sorda. Vedendo dunque, allora, prima del 1900, che anche la Madonna faceva la sorda, mi venne un'idea. 

mercoledì 9 marzo 2016

Dal libro dell’Èsodo - Es 32,7-14 - Desisti dall’ardore della tua ira


Es 32,7-14

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostràti dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra”? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».
Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

Parola di Dio

Riflessione

Come si dice: “Quando il gatto non c'è... i topi ballano”. 
E' bastato che Mosè si allontanasse dall'accampamento per parlare con Dio che il popolo, datolo per “spacciato”, si è dato ai festeggiamenti. Diciamo che non sono stati capaci di resistere a questa attesa. Questo Dio è troppo complicato... è troppo gravoso seguirlo... per non parlare del Suo orologio, che non è sincronizzato con il nostro!!! La cosa più grave poi, è che non si fermano “al cambio di rotta”, ma danno i meriti di tutto quello che hanno ricevuto finora ad altri. Quindi, oltre che traditori, anche ingrati!
Oggi le cose non vanno diversamente da allora... e spesso il pensiero di un Dio troppo esigente, balena nella nostra mente (dura cervice, come la chiama giustamente il Signore). Quella di costruirci un Dio come lo vogliamo noi, più comprensibile, più caruccio, che corrisponda insomma ai nostri schemi, è una tentazione forte nel cammino di fede. Ma Dio non è una scatola di costruzioni!!!
Infatti, appena le cose non vanno come vogliamo o iniziano a sorgere delle difficoltà, ecco che subito vorremmo prendere in mano le redini della nostra vita, convinti che da soli riusciremmo a farcela. Siamo d'avvero convinti che da soli riusciremo a spaccare il mondo. Una cosa però la spacchiamo, è vero... ma non è il mondo... è la nostra testa. Quindi siamo dei presuntuosi, illusi, che, prima o poi, ci ritroveremo con la testa fracassata! Continuo a pensare che siamo veramente dei fenomeni!!! 
E' anche vero che seguire Gesù è un po' faticoso, specialmente nel contesto in cui viviamo, dove i problemi di ogni genere ci accerchiano, e non sempre riusciamo a essere pazienti, miti e misericordiosi come ci vuole Lui. Dobbiamo però convincerci che Gesù è sempre al nostro fianco, e nei momenti di tribolazione dovremmo affidarci a Lui, parlare con Lui di cosa ci affligge, di quello che proviamo, anche se a volte non sono cose belle, ma Lui, è tutto questo che vuole... la nostra miseria e la nostra consapevolezza. Gesù poi, vede la nostra buona volontà, vede che ci sforziamo a camminare anche a tentoni, e gli basta. Quindi questo Dio non è così esigente. Non solo... è anche misericordioso. Infatti, grazie alla preghiera di Mosè, il Signore avrà misericordia di questo popolo. Una preghiera fiduciosa, detta non per sé, ma per gli altri e forse per questo viene accolta. Quante volte noi invece, nel momento della nostra preghiera, pensiamo forse un po' troppo a noi e meno, o molto poco, agli altri, meravigliandoci poi che il buon Dio non ci “fili di striscio”? E' bello allora recitare un versetto del libro dei proverbi, Confida nel Signore con tutto il cuore e non appoggiarti sulla tua intelligenza; in tutti i tuoi passi pensa a Lui ed Egli appianerà i tuoi sentieri (Pr. 3, 5-6). Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto (Pr. 3, 11-12)”. 
Pace e bene



venerdì 4 marzo 2016

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi - 2Cor 5, 17-21 - Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo.



2Cor 5, 17-21
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.
Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

Parola di Dio
Riflessione
Gesù è morto per tutti noi; Gesù, il vero e unico innocente, noi, i veri colpevoli. Lui ha pagato per tutti, e per noi, nessuna condanna... Lui ci ha salvato dalle tenebre eterne, Lui ha preso in carico tutte le nostre iniquità e le ha messe sulla Croce... “Egli portò i nostri peccati nel Suo corpo sul legno della Croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle Sue piaghe siamo stati guariti” (1 Pt 3, 24). Non dobbiamo meravigliarci se, durante la salita al calvario, Gesù è caduto diverse volte schiacciato dalle nostre infedeltà... il peso era veramente grande!
La Croce è stata la nostra salvezza.
Da quel momento siamo diventati nuove creature, o almeno, dovremo esserlo. Ma cosa significa diventare nuove creature? Significa svuotare il cuore dal nostro “Io” per far posto a Dio, significa non vivere più per noi stessi ma per Dio, significa morire con Lui per poter risorgere con Lui, significa diventare nuovi di fabbrica così che noi stessi non ci riconosciamo più, e anche gli altri non ci riconoscono più.
Attenzione, si tratta naturalmente di cambiamenti del cuore, non fisici... Se una persona prima di incontrare Cristo era cicciottella, non è che poi, dopo averlo incontrato, diventa una velina... per quello ci vuole una dieta!!! Quello che diventa nuovo è il cuore, i nostri sentimenti, i nostri gusti, i nostri comportamenti. Tutta la nostra persona subisce una trasformazione radicale: prima era piena di orgoglio, ira, nervosismo, scontrosità, tristezza, malevolenza... poi traboccante di amore, gioia e pace. La presenza di Dio in noi progredisce quando il nostro cuore incomincia a ospitare la mitezza, l'umiltà, la pazienza, la dolcezza, la prudenza, la saggezza, la benevolenza... Se uno continua con le vecchie abitudini significa che in lui è ancora forte l'uomo vecchio.
Accogliamo allora l'assicurazione di Paolo: “… le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove”. Questo non significa che una volta diventati amici del Signore, diventiamo santi all'improvviso... le miserie ci sono sempre, ma con l'aiuto di Dio e il nostro lasciarci fare, riusciremo a soggiogare il peccato nella nostra vita.
Se prima, ad esempio, parlando e discutendo usavamo un “intercalare” volgare, dovremo assolutamente smettere questa abitudine... se prima eravamo rissosi e ogni occasione era buona per litigare, adesso dovremo evitare di farlo... se prima eravamo persone che baravano nel lavoro o con gli amici per ottenere apprezzamenti, per aumentare il prestigio, adesso dovremo cambiare... se prima eravamo invidiosi, pettegoli, pieni di rancore, velenosi, adesso smetteremo di esserlo. Tutte queste inclinazioni e altre simili, devono cessare all'istante.
Ma allora ci vuole un miracolo, dirà qualcuno! Appunto... Il miracolo è la conversione. La Croce deve cambiare la nostra visione del mondo. Allora i nostri fratelli li vedremo in un altro modo, perché sono tutti bisognosi di essere salvati da Cristo; noi dobbiamo diventare degli ambasciatori del Cielo con le nostre parole e con il nostro comportamento. Insomma, una nuova vita, nuovi sensi, nuove amicizie, nuove idee, nuove inclinazioni... una Luce nuova: Gesù Cristo!
Ognuno di noi si porta appreso un baule di peccati grandi come una montagna; tutti nella nostra vita abbiamo ferito qualcuno, tutti abbiamo offeso i nostri fratelli. Se ci fermiamo un attimo a pensare, forse ci vergogniamo pure di tutti questi “orrori”… e ne abbiamo ben ragione!!! Ma l'unico modo per guarire è riconciliarci con Dio. Qualcuno, purtroppo, cerca di nascondere il proprio passato, i propri peccati, la propria infelicità, il proprio fallimento... indossando una maschera, ma non serve a niente, perché mentire agli altri equivale mentire a se stessi e il peso delle menzogne diventerà sempre più insostenibile e non si troverà mai riposo. Il nervosismo, gli scatti d'ira, lo spargere veleno... non si curano con gli ansiolitici; molto spesso la causa di queste inquietudini è il nostro peccato non confessato. Il peccato è come un uovo nell'impasto delle polpette, tiene la coscienza legata... e l'unica cosa che può liberarla è la Croce, ma non si compra certo in farmacia! Se crediamo di poterci liberare da soli e uscire vivi da questa montagna di peccati: nostri e degli altri, siamo dei veri presuntuosi; abbiamo bisogno di una guida alpina molto esperta, abbiamo bisogno di Gesù Crocifisso.
Tutto viene da Dio, come ci dice oggi San Paolo, ad esempio, la chiamata e la forza per rispondere il nostro “Si”, ma a noi è chiesto un contributo, a noi è chiesto di lasciarci amare. Gesù ci vuole e ci vede come nuove creature, non è meraviglioso?... Noi invece, come ci vediamo? Continuiamo a torturarci con il passato?... Ricordiamo le parole di Paolo: “... le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove”. Se dunque Gesù, non ricorda più le nostre iniquità, perché continuare a tergiversare? Se continuiamo a martoriarci, a sentirci colpevoli, stiamo in qualche modo schernendo il sangue che Gesù ha versato per noi, crediamo che la Sua morte non sia bastata, che il Suo sacrificio non sia stato poi così efficace. Ha ragione il nostro Gesù a dire: "Popolo mio, che male t'ho fatto? Che dolore t'ho dato? Rispondimi!".
E' giusto e doveroso ricordarci di tutte le nostre iniquità, ma solo per ringraziare maggiormente Dio per averci guariti. I ricordi delle nostre mancanze infatti, non sono altro che il lettuccio che il paralitico porta a casa dopo essere stato guarito: "... E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare"...
Ogni credente era un peccatore prima di essere stato chiamato, e chi non lo era, in ogni caso se è stato preservato lo deve alla misericordia del buon Dio, altrimenti avrebbe forse fatto di peggio. Quindi, ogni disastro della nostra vita passata è stato sotterrato ai piedi della Croce e non ha più alcun valore; ora siamo diventati degni di essere amici della Sorgente della vita... "Su, venite e discutiamo" dice il Signore. "Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana” (Is 1, 18).
Chiediamo al buon Dio di aumentare la nostra fede e di infonderci il Suo Santo Spirito, perché il nostro cuore possa diventare umile e mite come il Suo.
Grazie Gesù per il dono del Tuo amore che mi sta accompagnando ogni giorno e mi aiuta a perdonare le offese, a non sentire troppo le ferite, ad amare gli altri come Tu li ami; il Tuo amore mi aiuta a non turbarmi troppo delle difficoltà megagalattiche in cui mi trovo. Grazie Gesù per avermi chiamata a Te, grazie per il Tuo sorriso, per il tuo conforto, per le tue consolazioni e gli aiuti che mi doni attraverso i fratelli. Grazie per aver fatto pace con me, grazie per avermi perdonato e rigenerato a vita nuova, grazie per la possibilità quotidiana di nutrirmi della Tua Parola e dei Sacramenti.
Voglio concludere questa mia riflessione con un pensiero di Sant'Agostino: Angusta è la casa della mia anima perché tu possa entrarvi: allargala dunque; è in rovina: restaurala; alcune cose contiene che possono offendere la tua vista, lo ammetto e ne sono consapevole: ma chi potrà purificarla, a chi griderò, se non a te: Purificami, Signore, dalle mie brutture ignote a me stesso, risparmia al tuo servo le brutture degli altri".
Pace e bene

giovedì 3 marzo 2016

Il padre misericordioso e il figlio prodigo - Seconda parte - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton


Lc 15, 11-32
Avevamo lasciato in sospeso la domanda: In che cosa consiste il privilegio dei peccatori rispetto ai giusti? Per cercare un po' di luce proviamo a riflettere sulla vicenda del figlio maggiore.
Così come suo fratello, anche lui riceve un bel giorno la sua parte di eredità ma, a differenza di lui, decide di rimanere nella casa paterna. Quali considerazioni avranno contribuito a fargli prendere questa decisione? Probabilmente, quella felicità che suo fratello sperava di trovare altrove, lui sperava di trovarla nella casa del padre. E non aveva tutti i torti, suo padre era ricco, aveva molti servi che lavoravano per lui, ed anche lui con il suo lavoro contribuiva ad aumentare questa ricchezza; oltre ad essere ricco, il padre era anche saggio, giusto e magnanimo, ai servi dava infatti pane in abbondanza, ed aveva diviso l'eredità fra lui e suo fratello senza aver fatto torto a nessuno. Continuando a vivere nella casa paterna avrebbe beneficiato di una solida situazione economica che lo avrebbe tenuto al riparo da eventuali momenti difficili o da attacchi di avversari invidiosi.
Fu così che, mentre suo fratello partiva per un paese lontano, lui decideva di ubbidire e servire nella casa paterna. Con il passare del tempo però, incomincia a rendersi conto che qualche cosa non sta andando secondo le sue previsioni, una certa insoddisfazione serpeggia nel suo cuore, il servizio e l'ubbidienza che rende al padre incominciano a pesargli, ma soprattutto, quello che più lo rattrista è che non riesce ad intravedere la possibilità di un momento di festa, sempre ubbidire e servire, servire e ubbidire, e la festa!? E la gioia!? Quando arrivano la festa e la gioia?

Il padre misericordioso e il figlio prodigo - Meditazione di Eugenio Pramotton - Prima parte


Lc 15, 11-32

Un uomo aveva due figli, questo modo di iniziare la parabola è strano, sarebbe stato infatti naturale iniziare il racconto dicendo: Un padre aveva due figli. Come mai Gesù utilizza invece la prima espressione? Potremmo forse vedere in questa particolarità un richiamo a uno dei temi principali della parabola; questa racconta infatti di due figli incapaci di comprendere sia i disegni sia il cuore del padre loro, ed allora ai loro occhi quel padre non è un padre ma soltanto un uomo. Un uomo dal quale allontanarsi appena possibile, oppure un uomo a cui si serve e si obbedisce più per timore o per forza che per amore.
Questa storia è la nostra storia, perché anche noi, come i due figli della parabola, non comprendiamo i disegni ed il cuore del Padre nostro che è nei cieli. Da questo fatto deriveranno una serie di disavventure e di sofferenze che il Padre saprà comunque utilizzare per farci infine comprendere il suo cuore.
C'è dunque un primo tempo in cui i figli non capiscono, credendo però di capire vogliono costruirsi la vita secondo un loro progetto. Il figlio più giovane si rivolge infatti al padre dicendo: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Queste parole sono l'annuncio di un dramma, sono una prima manifestazione di un disegno e di un disagio che da lungo tempo occupano il cuore di questo giovane. Il seguito del disegno verrà fuori alcuni giorni dopo quando, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano.