
Venuto
poi Gesù nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi
discepoli: « Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo »
Per quale motivo l’evangelista cita qui il nome del fondatore di questa città? Lo fa perché c’è un’altra Cesarea, quella chiamata di Stratone. Non è in quest’ultima città che Gesù interroga gli apostoli, ma a Cesarea di Filippo, dove li ha condotti lontano dai giudei, in modo che liberi da ogni preoccupazione possano dire liberamente quanto pensano di lui.
E
perché Cristo non chiede subito che cosa pensino essi stessi della
sua persona, ma domanda prima che cosa dice il popolo? Si comporta
così perché, dopo che essi hanno espresso il pensiero della gente,
rivolgendo loro la domanda: « Ma voi chi dite che io sia? », li
eleva, con il tono stesso dell’interrogazione, a pensieri e
sentimenti più elevati nei suoi confronti: così essi non cadranno
nella bassa opinione e nelle idee ancora terrene della moltitudine.
Ecco perché non ha posto loro una simile domanda all’inizio della
sua predicazione. E aspetta anche a interrogarli dopo aver compiuto
molti miracoli, dopo aver rivelato molte verità sublimi e aver dato
tante prove della sua divinità e della sua uguaglianza con il Padre.
Neppure chiede che cosa dicono di lui gli scribi e i farisei, sebbene
i farisei e gli scribi siano andati spesso da lui per discutere.
Domanda invece agli apostoli: « Chi dice la gente che sia il Figlio
dell’uomo », mostrando di voler conoscere il pensiero del popolo
che non è corrotto. Difatti, anche se le sue idee sono più basse
del conveniente, sono perlomeno prive di malizia, mentre l’opinione
dei farisei è piena di malvagità.
E per dimostrare come egli voleva
vivamente che si riconoscesse il mistero dell’incarnazione, dice: «
il Figlio dell’uomo », designando in tal modo la sua divinità. Il
che fa anche altrove in molte occasioni, come quando dichiara: «
Nessuno ascese in cielo se non colui che è disceso dal cielo, il
Figlio dell’uomo », o quando annuncia: « E se vedeste il Figlio
dell’uomo ascendere, dove già prima era? ».
Alcuni dicono
che tu sia Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o uno dei
profeti ; e non appena i discepoli gli hanno riferito queste erronee
opinioni, allora Gesù aggiunge quest’altra domanda: Ma voi chi
dite che io sia? per stimolarli, come ho già detto, ad avere di lui
idee più nobili ed elevate, e per dimostrare nel contempo che
l’opinione del popolo è assai inferiore alla sua dignità. Ecco il
motivo di questa seconda domanda rivolta agli apostoli: Gesù vuole
allontanare i suoi discepoli da simili supposizioni popolari. La
folla, vedendo il Salvatore compiere miracoli tanto al di sopra delle
possibilità umane, lo considera sì come un uomo, però come un uomo
del passato, risuscitato dalla morte, come diceva Erode stesso.
Perciò il Signore chiede ai discepoli: « Ma voi chi dite che io
sia? », voi che siete continuamente con me, che mi vedete compiere
un così grande numero di miracoli e che ne avete fatti tanti voi
stessi in mio nome.
Che fa ora Pietro, lui che è la bocca degli
apostoli? L’apostolo sempre ardente, il corifeo della schiera degli
apostoli, quando tutti sono interrogati, risponde lui solo. È da
notare che quando Cristo chiede l’opinione che il popolo ha di lui,
tutti indistintamente rispondono alla sua domanda; ma ora che vuol
sapere il loro pensiero, Pietro previene e precede tutti gli altri,
dicendo: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
E che gli
risponde Cristo? Beato te Simone, figlio di Giona, perché non la
carne né il sangue te l’ha rivelato . In verità, se Pietro non
l’avesse riconosciuto come il vero Figlio di Dio, generato dal
Padre stesso, la sua risposta non sarebbe stata opera di una
rivelazione divina. Se egli avesse creduto che Gesù era uno dei
tanti, le sue parole non avrebbero meritato che si dichiarasse «
beato » colui che le esprimeva. Anche prima di questo fatto gli
apostoli che si trovavano nella barca, dopo la burrasca di cui erano
stati testimoni, avevano affermato: « Tu sei veramente figlio di Dio
» senza peraltro che Gesù li chiamasse « beati » benché essi
avessero detto « veramente ». In realtà non avevano riconosciuto
la filiazione divina quale Pietro ora professa. Allora essi credevano
che Gesù, uno dei tanti, fosse veramente figlio di Dio, scelto sì
fra tanti, ma non realmente della stessa sostanza del Padre.
Anche
Natanaele del resto aveva dichiarato: « Rabbi, tu sei il Figlio di
Dio, tu sei il re d’Israele »; ma Gesù, anziché chiamarlo «
beato », l’aveva ripreso per aver detto cose molto inferiori alla
verità: « Perché ti ho detto che ti ho veduto sotto il fico, tu
credi; vedrai cose ben maggiori di queste ». Perché, dunque, Cristo
proclama Pietro « beato »? Perché egli lo ha riconosciuto e
confessato come vero Figlio, naturale e legittimo, di Dio. Per questo
Gesù non ha detto niente di simile negli altri casi, mentre qui
dichiara che il Padre che è nei cieli ha rivelato ciò a Pietro .
Volendo impedire a molti di credere che Pietro, dato che lo amava
ardentemente, l’abbia chiamato Figlio di Dio per affetto e per
adulazione, o per desiderio di compiacerlo, Gesù manifesta
pubblicamente chi è colui che ha ispirato nell’anima di Pietro
quelle parole. Così noi sappiamo che è Pietro che parla, ma è il
Padre che gli detta quelle parole, e non consideriamo più quella
espressione come un’opinione umana ma la crediamo come dogma
divino. E perché Cristo non si manifesta personalmente e non
proclama di essere il Messia? Perché preferisce che siano i
discepoli a riconoscerlo e dichiararlo tale, rispondendo alle domande
che pone loro? Senza dubbio perché gli è più congeniale agire in
questo modo,, perché tale comportamento è necessario e più adatto
ad attrarre i discepoli a credere quanto essi stessi hanno
proclamato. E vedete come il Padre rivela il Figlio e il figlio
rivela il Padre? Gesù stesso dice che nessuno conosce il Padre se
non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Non è
quindi possibile conoscere il Figlio se non attraverso il Padre, né
conoscere il Padre se non attraverso il Figlio: questo fatto è una
prova dell’uguaglianza della loro gloria e dell’identità della
loro sostanza. Dopo che Pietro gli ha reso questa testimonianza, che
cosa dice Cristo? « Tu sei Simone, figlio di Giona: tu ti chiamerai
Cefa ». È come se gli dicesse: tu hai nominato il Padre mio, e io
nomino il padre tuo; come tu sei figlio di Giona, io sono Figlio del
Padre mio. Sarebbe infatti superfluo che Gesù chiamasse Simone «
figlio di Giona », se in queste parole non vi fosse un significato
sottinteso. Siccome Pietro ha detto « tu sei il Figlio di Dio »,
così il Maestro a sua volta aggiunge quelle parole per farci
intendere che come Simone è figlio di Giona, così egli è Figlio di
Dio, cioè della stessa sostanza del Padre.
Ora anch’io ti
dico: tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa .
« Su questa pietra » - dice Gesù - « io edificherò la mia Chiesa
», cioè sulla fede dimostrata in questa confessione. Con tali
parole indica che molti un giorno crederanno, eleva lo spirito e i
sentimenti dell’apostolo e lo costituisce pastore della sua Chiesa,
rassicurandolo: le porte dell’inferno non prevarranno contro di
essa . Se le porte dell’inferno non potranno vincere la mia Chiesa,
molto meno potranno vincere me. Ti dico questo – sembra aggiungere
Gesù - affinché tu non ti turbi quando sentirai che verrò
consegnato ai miei nemici e sarò crocifisso.
E all’onore di
essere pastore della sua Chiesa, ne aggiunge anche un altro: e io a
te darò le chiavi del regno dei cieli . Che vuol dire « io a te
darò »? Significa che come il Padre ti ha dato la grazia di
conoscermi, così anch’io ti darò queste chiavi. Non dice:
pregherò il Padre perché te le dia. Eppure grande era quella
manifestazione di autorità e ineffabile l’eccellenza del dono; ma
dice: « io a te darò ».
E cos’è questo dono che gli fa? «
Le chiavi del regno dei cieli »; e ciò che legherai sulla terra
resterà legato nei cieli, e ciò che scioglierai sulla terra resterà
sciolto nei cieli . Come mai colui che ora dice « io a te darò »,
altrove afferma che non spetta a lui dare ad alcuno il diritto di
sedersi alla sua destra o alla sua sinistra? Osservate come Gesù
porta l’apostolo ad avere sentimenti e pensieri più sublimi nei
suoi confronti, come si rivela a lui e gli dichiara di essere il
Figlio di Dio con le due promesse che gli fa. Promette due doni che
riguardano esclusivamente il potere di Dio, cioè rimettere i
peccati, rendere la sua Chiesa salda e stabile in mezzo a così
violento impeto di flutti e far diventare un semplice pescatore più
forte e solido della pietra, anche se tutto il mondo gli farà una
guerra senza quartiere. Gesù si comporta con Pietro come il Padre
con Geremia, quando gli disse che lo avrebbe reso solido come una
colonna di ferro e come un muro di bronzo . C’è però questa
differenza: Geremia era esposto alle aggressioni di un solo popolo,
mentre Pietro lo sarà a quelle di tutti i popoli della
terra.
Volentieri domanderei ora a quanti vogliono diminuire la
dignità del Figlio: sono più grandi i doni che il Padre fa a
Pietro, o quelli che gli fa il Figlio? Il Padre ha concesso a Pietro
la rivelazione del Figlio; ma il Figlio gli ha concesso di propagare
nel mondo intero la conoscenza del Padre e la sua propria, e a un
uomo mortale ha dato il potere su tutto quanto è nel cielo,
donandogli le « chiavi ». Egli ha esteso la Chiesa su tutta la
terra e l’ha manifestata più ferma e salda del cielo stesso.
Infatti « il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non
passeranno ». Come può, dunque, essere inferiore al padre colui che
dà tali doni e compie opere così grandi? Non dico questo per
distinguere e separare le opere del Padre e del Figlio: « Tutte le
cose », infatti, « sono state fatte per lui e niente è stato fatto
senza di lui », ma per chiudere la bocca a quegli insolenti e
temerari che hanno l’ardire di pronunziare simili affermazioni.
Notate
inoltre con quale autorità Gesù parla in tutto questo passo: « Io
ti dico: tu sei Pietro »; « Io edificherò la mia Chiesa »; « Io
a te darò le chiavi del regno dei cieli ». Ma dopo aver detto ciò,
allora impose ai discepoli di non dire a nessuno che egli era il
Cristo . A che scopo fa loro tale divieto? Egli vuol eliminare tutto
quanto può scandalizzare gli uomini, desidera che si compia il
mistero della croce, che siano consumate tutte le altre sue
sofferenze e non rimanga più niente che possa impedire e turbare in
qualche modo la fede di molti in lui: allora soltanto, pura e
immutabile, potrà essere impressa nell’anima di coloro che
ascolteranno l’idea adeguata che di lui dovranno avere. Finora il
suo potere non è mai rifulso in tutta la sua chiarità. Pertanto
egli vuole che i suoi discepoli rimandino la proclamazione della sua
potenza al momento in cui sarà meglio conosciuta la verità dei
misteri di Cristo e la forza sorprendente dei fatti darà maggior
credito alla loro predicazione. È ben diverso, infatti, veder Gesù
nella Palestina, sia quando opera miracoli, sia quando subisce
ingiurie ed è perseguitato e soprattutto allorché la croce sta per
concludere quei prodigi straordinari, dal vederlo adorato in tutto il
mondo, riconosciuto ovunque con fede vigorosa e innalzato per sempre
al di sopra di tutte le sofferenze terrene alle quali si è
assoggettato. Ecco perché ordina agli apostoli di non dire ancora
ch’egli è il Cristo. Quando si strappa qualcosa che ha messo
radici, a gran fatica ciò si radica nuovamente nell’animo di
molti; ma una volta che, ben piantato e radicato, l’albero resta
fermo e nessuno gli reca danno, allora facilmente allunga i suoi rami
e ogni giorno cresce sempre più. I discepoli, che pur hanno visto
compiere al Salvatore tanti miracoli e hanno partecipato ai suoi
ineffabili misteri, si scandalizzano al sol udir parlare della croce,
e non solo essi, ma anche Pietro, il capo di tutti. Ebbene, giudicate
quale turbamento avrebbero subito moltissimi, se da un lato avrebbero
appreso che Gesù era il Figlio di Dio, e dall’altro l’avessero
visto inchiodato alla croce e coperto d’ignominia, non conoscendo
neppure il segreto di questi misteri, né avendo ricevuto il dono
dello Spirito Santo. Se lo stesso Gesù dichiara agli apostoli di
avere ancora molte cose da dire, ma che essi non possono ancora
intenderle, tanto meno sarebbe stata capace di capire la folla, se
prima del tempo opportuno le fosse stato rivelato il più alto di
tutti i misteri. È dunque questo il motivo per cui Gesù fa tale
divieto ai discepoli. E per far intendere ancora meglio quanto era
opportuno che, solo quando ciò che poteva scandalizzare fosse
passato, si apprendesse pienamente tale sublime verità, non c’è
che da considerare quanto accadde a Pietro, il corifeo degli
apostoli. Costui, pur avendo visto tanti miracoli, si dimostra così
debole, che rinnega il Maestro per timore di una fantesca. Tuttavia,
quando si è compiuto il mistero della croce e la risurrezione del
Salvatore è irrefutabilmente dimostrata, quando niente può più
scandalizzarlo né turbarlo, mantiene tanto saldo e forte in cuore
l’insegnamento dello Spirito che con maggior violenza di un leone
irrompe in mezzo ai giudei, anche se innumerevoli pericoli di morte
lo minacciano. « Avrei ancora molte cose da dirvi, ma adesso non
siete in grado di intenderle »{799}, dice Gesù. D’altra parte i
discepoli non comprendono ancora molte delle cose dette, ma non
spiegate da Cristo prima di morire in croce. Quando egli risorgerà,
allora riusciranno a comprenderne alcune. Giustamente, dunque, il
Signore comanda loro di non parlare alla moltitudine prima della sua
morte in croce, dal momento che nemmeno ai discepoli, i quali in
seguito dovranno pur insegnare, egli pensa di manifestare tutto prima
della crocifissione.
Da
allora in poi cominciò Gesù a render noto ai suoi discepoli che
bisognava che egli soffrisse . Che vuol dire « da allora »?
L’evangelista vuol intendere dal momento in cui Gesù ha impresso
nell’anima degli apostoli il dogma della sua filiazione divina e ha
introdotto nella sua Chiesa le primizie dei gentili. Tuttavia, neppur
così i discepoli comprendono le parole di Cristo: « era per loro un
enigma ». Essi si trovano come avvolti da una nebbia, non sapendo
che Gesù dovrà risorgere da morte. Perciò il Signore insiste su
questo argomento difficile da comprendere e da accettare, amplia il
suo discorso cercando di aprire la loro mente, in modo che possano
finalmente intendere. Ma « essi non ne capirono nulla; era per loro
un enigma ». Addirittura non osano chiedergli, non solo se dovrà
davvero morire, ma neppure come e per quale motivo egli dovrà
morire. Che mistero è mai questo? Non sapendo che cosa significhi
risorgere, credono sia molto meglio non morire affatto.
E mentre
gli altri apostoli sono in preda al turbamento e al dubbio, di nuovo
Pietro, sempre ardente, è l’unico che osa parlare di questo
argomento; e neppure lui ha il coraggio di farlo pubblicamente, ma
solo traendo Gesù in disparte; si allontana cioè dagli altri
discepoli dicendo: Non sia mai, Signore, questo non ti avverrà .
Che accade ora? Colui che ha ricevuto una così eccezionale
rivelazione ed è stato chiamato « beato », precipita così
rapidamente in basso, tanto è intimorito dall’annunzio della
passione di Cristo! Per rendervi conto che Pietro quando ha
proclamato la divinità di Gesù non ha parlato di sua scienza,
considerate come egli sia colto da un vertiginoso turbamento quando
sente parlare di cose che Dio non gli ha rivelato e, pur sentendo
ripetere infinite volte la stessa cosa, non comprende di che si
tratta. Pietro ha appreso che Gesù è il Figlio di Dio; tuttavia il
mistero della croce e della risurrezione non gli sono stati ancora
manifestati. E difatti, come dice l’evangelista, le parole di
Cristo sono scure per i discepoli. Capite che a ragione Cristo vieta
loro di parlare agli altri? Se questa verità turba in tal modo
coloro che hanno necessità di apprenderla, che cosa non proverebbero
gli altri? Ma il Signore, allo scopo di dimostrare che va
volontariamente alla passione, rimprovera severamente Pietro e lo
chiama « satana ».
Ascoltino
bene quanti si vergognano della croce di Cristo! Se il capo degli
apostoli, anche prima d’intendere chiaramente questo mistero, è
chiamato « satana » perché si è turbato e vergognato di esso,
quale scusa potranno avere e che perdono riusciranno a ottenere
coloro che dopo tante dimostrazioni negano l’economia della croce?
Se colui che è stato proclamato « beato » perché ha fatto una
così gloriosa professione di fede nella divinità di Cristo, s’è
sentito poi definire in tal modo, come dovranno soffrire un giorno
coloro che dopo tutto ciò respingono e annullano il mistero della
croce? E Gesù non dice a Pietro che il diavolo parla per la sua
bocca, ma gli dice: Vattene da me, satana! E in realtà il desiderio
dell’avversario era che Cristo non patisse. Gesù lo rimprovera con
tanta severità, perché sa benissimo che Pietro e gli altri apostoli
temono questo e hanno difficoltà ad accettarlo.
Ecco perché
egli svela anche i pensieri dell’apostolo dicendo: Tu non hai il
senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini . Orbene, che
vogliono dire queste parole «Tu non hai il senso delle cose di Dio,
ma delle cose degli uomini »? Pietro, considerando la passione con
ragionamento umano e terreno, la giudica vergognosa e indegna di
Cristo. Ma il Signore lo attacca vigorosamente e gli dice in
sostanza: non è affatto indegno che io patisca; tu invece giudichi
la passione con idee carnali. Se tu avessi ascoltato le mie parole
secondo lo spirito di Dio, libero da ogni sentimento e pensiero
carnale, comprenderesti che proprio questa morte in croce è degna e
decorosa per me. Tu ritieni che il patire sia indegno di me, io
invece ti dico che è intenzione e volontà del diavolo opporsi alle
mie sofferenze. Ecco come Gesù con ragioni contrarie cerca di
dissipare l’angoscia dell’apostolo. Come il Salvatore aveva
persuaso Giovanni a battezzarlo, benché il Battista ritenesse il suo
battesimo di Gesù, affermando che era conveniente per entrambi, e
allo stesso Pietro che tentava di non farsi lavare i piedi aveva
detto: « Se non ti laverò, non avrai parte con me » , nello stesso
modo anche ora lo frena con un ragionamento opposto, mentre, con la
severità del rimprovero, sopprime il timore che gli ispira la
passione.
Che nessuno, dunque, si vergogni dei segni sacri e
venerabili della nostra salvezza, della croce che è la somma e il
vertice dei nostri beni, per la quale noi viviamo e siamo ciò che
siamo. Portiamo ovunque la croce di Cristo, come una corona. Tutto
ciò che ci riguarda si compie e si consuma attraverso di essa.
Quando noi dobbiamo essere rigenerati dal battesimo, la croce è
presente; se ci alimentiamo di quel mistico cibo che è il corpo di
Cristo, se ci vengono imposte le mani per essere consacrati ministri
del Signore, e qualsiasi altra cosa facciamo, sempre e ovunque ci sta
accanto e ci assiste questo simbolo di vittoria. Di qui il fervore
con cui noi lo conserviamo nelle nostre case, lo dipingiamo sulle
nostre pareti, lo incidiamo sulle porte, lo imprimiamo sulla nostra
fronte e nella nostra mente, lo portiamo sempre nel cuore. La croce è
infatti il segno della nostra salvezza e della comune libertà del
genere umano, è il segno della misericordia del Signore che per amor
nostro si è lasciato condurre come pecora al macello. Quando,
dunque, ti fai questo segno, ricorda tutto il mistero della croce e
spegni in te l’ira e tutte le altre passioni. E ancora, quando ti
segni in fronte, riempiti di grande ardimento e ridà alla tua anima
la sua libertà. Conosci bene infatti quali sono i mezzi che ci
procurano la libertà. Anche Paolo per elevarci alla libertà che ci
conviene ricorda la croce e il sangue del Signore: « A caro prezzo
siete stati comprati. Non fatevi schiavi degli uomini ».
Considerate, egli sembra dire, quale prezzo è stato pagato per il
vostro riscatto e non sarete più schiavi di nessun uomo; e chiama la
croce « prezzo » del riscatto.
Non devi dunque tracciare
semplicemente il segno della croce con la punta delle dita, ma prima
devi inciderlo nel tuo cuore con fede ardente. Se lo imprimerai in
questo modo sulla tua fronte nessuno dei demoni impuri potrà restare
acanto a te, in quanto vedrà l’arma con cui è stato ferito, la
spada da cui ha ricevuto il colpo mortale. Se la sola vista del luogo
ove avviene l’esecuzione dei criminali fa fremere d’orrore,
immagina che cosa proveranno il diavolo e i suoi demoni vedendo
l’arma con cui Cristo sgominò completamente il loro potere e
tagliò la testa del dragone. Non vergognarti, dunque, di così
grande bene se non vuoi che anche Cristo si vergogni di te quando
verrà nella sua gloria e il segno della croce apparirà più
luminoso dei raggi stessi del sole. La croce avanzerà allora e il
suo apparire sarà come una voce che difenderà la causa del Signore
di fronte a tutti gli uomini e dimostrerà che nulla egli tralasciò
di fare – di quanto era necessario da parte sua – per assicurare
la nostra salvezza. Questo segno, sia ai tempi dei nostri padri come
oggi, apre le porte che erano chiuse,, neutralizza l’effetto
mortale dei veleni, annulla il potere letale della cicuta, cura i
morsi dei serpenti velenosi. Infatti, se questa croce ha dischiuso le
porte dell’oltretomba, ha disteso nuovamente le volte del cielo, ha
rinnovato l’ingresso nel paradiso, ha distrutto il dominio del
diavolo c’è da stupirsi se essa ha anche vinto la forza dei
veleni, delle belve e di altri simili mortali pericoli?
Imprimi,
dunque, questo segno nel tuo cuore e abbraccia questa croce, cui
dobbiamo la salvezza delle nostre anime. È la croce infatti che ha
salvato e convertito tutto il mondo, ha bandito l’errore, ha
ristabilito la verità, ha fatto della terra cielo, e degli uomini
angeli. Grazie a lei i demoni hanno cessato di essere temibili e sono
divenuti disprezzabili; la morte non è più morte, ma sonno. Per la
croce tutto quanto combatteva contro di noi rimane a terra e viene
calpestato. Se pertanto qualcuno ti chiedesse: Tu adori colui che è
stato crocifisso? rispondigli con voce chiara e con volto gioioso:
Sì, io l’adoro, e non cesserò mai di adorarlo. E se quello ride
di te, tu compiangilo perché è stolto.
Rendiamo grazie al
Signore che ci ha concesso doni così straordinari che nessuno
potrebbe comprendere senza la rivelazione dall’alto. Quel tale
infatti si prende gioco di voi, perché « l’uomo animale non
percepisce le cose dello Spirito ». La stessa cosa accade anche ai
bambini, quando vedono cose grandi e meravigliose. Se tu porti un
bambino a vedere uno dei più sacri misteri, riderà. A tali bambini
assomigliano i gentili o, meglio, sono ancora più imperfetti e di
conseguenza più miserabili in quanto, non essendo piccoli ma in età
avanzata, hanno sentimenti e pensieri ancora puerili; e questo fatto
li rende del tutto inescusabili.
Ma noi, levando forte e alto il
nostro grido, proclamiamo e affermiamo con voce chiara, e con maggior
libertà e franchezza se tutti i pagani sono presenti e ascoltano,
che tutta la nostra gloria è la croce, che essa è la somma e il
vertice di tutti i beni, la nostra fiducia e speranza, e tutta la
nostra corona.
Vorrei anche potervi dire con Paolo: « Il mondo
è crocifisso per me come io per il mondo », ma io non lo posso dire
perché sono ancora dominato da varie passioni. Io esorto anche voi,
ma prima che a voi rivolgo questa esortazione a me stesso: vi
scongiuro di crocifiggervi al mondo, di non aver più niente in
comune con la terra e di amare invece la patria celeste, la gloria e
i beni di lassù.
Noi siamo soldati del re del cielo e abbiamo
rivestito armi spirituali. Perché dunque ci abbassiamo a vivere come
gli ultimi tra gli uomini, o peggio, a vivere come i vermi? I soldati
non devono forse essere laddove è il loro re. E noi non siamo di
quelli che stanno a distanza, ma di quelli che stanno sempre vicini.
I re della terra non permettono certo che tutti i loro soldati
abitino nei loro palazzi, né che sempre siano al loro fianco. Ma il
re dei cieli vuole che tutti stiano sempre intorno al suo trono
regale. Ma come è possibile – voi mi direte, - vivendo noi
quaggiù, essere contemporaneamente presso quel trono? Eppure anche
Paolo, pur vivendo come noi sulla terra, era sempre là dove stanno i
serafini e i cherubini ed era più vicino a Cristo di quanto le
guardie del corpo siano vicine ai loro capi. Questi soldati infatti
volgono spesso il loro sguardo da una parte o dall’altra. Niente
invece distraeva l’Apostolo, nessuna cosa distoglieva il suo
sguardo, ma tutti i suoi pensieri erano rivolti e fissi al suo re, a
Cristo. Così, se vogliamo, anche a noi è possibile ciò. Se il
Signore fosse in un luogo assai distante, potreste trovare qualche
difficoltà a stargli accanto: ma siccome è presente dovunque, per
l’anima fervorosa e vigilante egli è vicino. Non è forse la
presenza di Dio che fa dire a Davide: « Non temerò alcun male,
perché tu sei con me »? E Dio stesso dichiara: « Sono un Dio
vicino, non un Dio lontano ». Come i peccati separano da Dio, così
la giustizia avvicina a lui. « Quando ancora tu starai parlando, io
ti dirò: eccomi ». Quale padre ascolterebbe così prontamente le
richieste dei suoi figli? Quale madre sarebbe così attenta e
vigilante per sentire se i suoi bambini la chiamano? Non c’è
nessuno, né padre, né madre, ma solo Dio che stia continuamente
aspettando se mai qualcuno dei suoi l’invochi; ed egli ci esaudisce
sempre se lo chiamiamo come si conviene. Ecco perché egli afferma: «
Quando ancora starai parlando ». Cioè, non attendo che tu termini
la preghiera, ma subito ti esaudisco.
Invochiamo dunque Dio come
vuole essere invocato. E come vuole? « Spezza » - egli dice - «
tutte le catene dell’ingiustizia, sciogli i legami dei patti
sanciti con la violenza, strappa ogni iniqua scrittura. Dividi il tuo
pane con l’affamato, ospita nella tua casa i poveri, senza tetto;
quando vedi un povero nudo, rivestilo e non lasciare in asso i tuoi
fratelli bisognosi. Allora irromperà quale aurora la tua luce e le
tue ferite saranno presto rimarginate. La tua giustizia camminerà
innanzi a te, e la gloria di Dio ti circonderà. Allora tu invocherai
e io ti esaudirò; quando ancora tu starai parlando, io ti dirò:
eccomi ».
Ma chi mai potrà fare tutto ciò? – voi
chiederete. Io a mia volta vi domanderò: Chi non può farlo? Ditemi,
che c’è di faticoso, di difficile in ciò che Dio chiede? Tutti
questi precetti sono facili, non solo possibili, tanto che molti
uomini sono andati ben più in là di essi. Non soltanto hanno
strappato ogni iniqua scrittura cui la loro avarizia li teneva
impegnati, ma si sono addirittura spogliati di tutti i loro beni. Non
hanno soltanto accolto sotto il loro tetto e alla loro mensa i
poveri, ma con il sudore del proprio corpo e con dure fatiche hanno
lavorato loro stessi per nutrirli. Non si sono contentati di
beneficare i loro parenti, ma hanno fatto del bene anche ai loro
nemici.
Che
c’è poi di assolutamente difficoltoso nelle parole citate? Il
profeta non ti ordina di valicar montagne, di traversare mari, di
scavare per metri e metri la terra, di resta a lungo digiuno, né di
vestirti di sacco; ti ordina soltanto di essere caritatevole con il
prossimo, di dividere il tuo pane con i poveri, di strappare le
ingiuste obbligazioni imposte agli altri. Dimmi che c’è di più
semplice e facile di questo? E se lo ritieni ancora duro e faticoso,
guarda, ti prego, i premi che ti sono promessi, e tutto diverrà
facile. Come i re nelle corse dei cavalli mettono dinanzi ai
concorrenti le corone, i premi e le vesti che destinano ai vincitori,
anche Cristo pone in mezzo al suo stadio le ricompense e le presenta
per mezzo delle parole del profeta, quasi fossero molte mani che le
sorreggono. I re della terra, benché siano mille volte re, essendo
uomini hanno ricchezze che si consumano e una generosità che si
esaurisce: si sforzano, quindi, di far apparire grande ciò che in
realtà è poco. Essi affidano ogni premio a ciascuno dei loro
ministri e così li fanno portare tutti separatamente nel mezzo, alla
vista del pubblico. In maniera ben diversa agisce il nostro re: egli
accumula tutti insieme i suoi doni, dato che è infinitamente ricco e
non fa nulla per ostentazione, e così li presenta a noi. Se i suoi
premi fossero esposti uno ad uno sarebbero infiniti e richiederebbero
innumerevoli mani per portarli. Per rendervene conto esaminate
attentamente ognuno di essi.
« Allora quale aurora irromperà
la tua luce ». Credete che Dio prometta un solo dono con queste
parole? No, non è unico il dono; questa sola promessa contiene un
gran numero di premi, di corone e di altre ricompense. Se voi volete,
vi spiegherò e vi mostrerò, per quanto ne sarò capace, tutta la
ricchezza qui racchiusa. Soltanto, non venite meno. Prima di tutto,
cerchiamo di comprendere che significa « irromperà ». Il profeta
non dice: apparirà, ma « irromperà ». Si esprime così per far
meglio capire la rapidità e l’abbondanza dei doni, per dimostrare
con quanto ardore il nostro re desidera la nostra salvezza, e come
questi beni provino i dolori del parto nell’uscire e premano con
urgenza. Niente sarà capace di trattenere questo impeto ineffabile.
In tutti i modi egli manifesta l’abbondanza dei suoi beni e
l’infinità delle sue ricchezze.
E che vuol dire « quale
aurora »? Con queste parole Dio dimostra ch’egli non attende per
darci i suoi doni che noi abbiamo sofferto prove e dolori, ma che le
sue grazie prevengono tutto ciò. E, come parlando dei frutti noi
chiamiamo precoce quello che appare anzitempo, così dicendo « quale
aurora » il Signore vuol fare rilevare nuovamente la rapidità,
manifestata con le parole « quando ancora tu stai parlando, io dirò:
eccomi ». Ma di quale « luce » parla il profeta? Di che specie è
mai? Non si tratta della luce sensibile, ma di un’altra luce assai
più chiara e penetrante che ci fa vedere il cielo, gli angeli, gli
arcangeli, i cherubini, i serafini, i principati, le dominazioni, i
troni e le potestà, insomma tutte le legioni celesti, le dimore
regali e le tende eterne. Se tu sarai degno di tale luce, vedrai
questo ineffabile spettacolo e sfuggirai all’inferno, al serpente
velenoso, allo stridore di denti, alle catene che nessuno può
spezzare, ai supplizi e alle sofferenze, alle profonde tenebre;
eviterai di essere tagliato in due parti e di cadere nei fiumi di
fuoco, sfuggirai alle maledizioni e ai luoghi del dolore e del
tormento. Raggiungerai invece altri luoghi, ove il dolore e la
tristezza sono sconosciuti, ove regnano la gioia, la pace, l’amore,
il godimento e ogni delizia: dove c’è vita eterna, splendore
ineffabile, incomparabile bellezza. Là sono le tende eterne, la
gloria infinita del nostro re e quei beni che occhio non vide, né
orecchio udì, e che non giunsero mai a cuore d’uomo ; là si trova
la camera nuziale spirituale, i talami celesti, le vergini che hanno
conservato accese le lampade e coloro che hanno l’abito di nozze;
là sono le ricchezze inesauribili del Signore e i tesori regali.
Vedete quali grandi doni Dio ha mostrato con una sola parola e come
li ha tutti riuniti insieme?
Se approfondiamo così ogni altra
promessa che Dio ha fatto, troveremo ricchezze immense e un mare
senza fondo. Ma ora che abbiamo intravisto tutto ciò, ditemi, che
aspettiamo a desiderarlo? Continueremo a essere incerti e pigri nel
soccorrere i poveri? Non comportiamoci così, vi scongiuro.
Quand’anche fosse necessario rinunziare a tutto, quand’anche
dovessimo essere gettati nel fuoco e venir trafitti da spade, oppure
occorresse soffrire qualunque altro dolore, ebbene, sopportiamo ogni
cosa con coraggio, se vogliamo davvero ricevere un giorno la veste
del regno dei cieli e quella gloria ineffabile, che io auguro a tutti
noi di ottenere per la grazia e l’amore di nostro Signore Gesù
Cristo. A lui la gloria e il potere per i secoli dei secoli. Amen.
Dal
Discorso
Cinquantaquattresimo – Mt. 16, 13-23 di
San
Giovanni
Crisostomo
- Commento
al
Vangelo
di
Matteo
vol.
2°
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