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sabato 22 agosto 2026

Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli…(Mt 16,13-20) di San Giovanni Crisostomo

Venuto poi Gesù nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: « Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo »

Per quale motivo l’evangelista cita qui il nome del fondatore di questa città? Lo fa perché c’è un’altra Cesarea, quella chiamata di Stratone. Non è in quest’ultima città che Gesù interroga gli apostoli, ma a Cesarea di Filippo, dove li ha condotti lontano dai giudei, in modo che liberi da ogni preoccupazione possano dire liberamente quanto pensano di lui.

E perché Cristo non chiede subito che cosa pensino essi stessi della sua persona, ma domanda prima che cosa dice il popolo? Si comporta così perché, dopo che essi hanno espresso il pensiero della gente, rivolgendo loro la domanda: « Ma voi chi dite che io sia? », li eleva, con il tono stesso dell’interrogazione, a pensieri e sentimenti più elevati nei suoi confronti: così essi non cadranno nella bassa opinione e nelle idee ancora terrene della moltitudine. Ecco perché non ha posto loro una simile domanda all’inizio della sua predicazione. E aspetta anche a interrogarli dopo aver compiuto molti miracoli, dopo aver rivelato molte verità sublimi e aver dato tante prove della sua divinità e della sua uguaglianza con il Padre. Neppure chiede che cosa dicono di lui gli scribi e i farisei, sebbene i farisei e gli scribi siano andati spesso da lui per discutere. Domanda invece agli apostoli: « Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo », mostrando di voler conoscere il pensiero del popolo che non è corrotto. Difatti, anche se le sue idee sono più basse del conveniente, sono perlomeno prive di malizia, mentre l’opinione dei farisei è piena di malvagità.

martedì 4 marzo 2025

Guardatevi dal fare la vostra elemosina davanti agli uomini per essere da loro ammirati (Mt. 6, 1-15) di San Giovanni Crisostomo



1. – Gesù Cristo affronta ora e bandisce per sempre la più tirannica di tutte le passioni: il furioso amore della vanagloria, che tormenta anche gli uomini retti. Non ne ha parlato sinora, perché sarebbe stato superfluo, prima di averci convinti a fare i nostri doveri, prima di insegnarci il modo in cui dobbiamo compierli e continuare poi a praticarli. Ma, dopo aver ispirato l’amore per la virtù, allora egli si preoccupa di distruggere questa passione rovinosa che sopravviene e che aggredisce appunto la virtù. Questa malattia, infatti, non nasce di colpo e come per caso nella nostra anima, ma si sviluppa solo dopo che abbiamo già adempiuto con fedeltà molti precetti. Era necessario che Cristo, prima di tutto, piantasse nel nostro cuore le radici della virtù e togliesse poi questa passione, che corrompe i suoi frutti. Osservate da dove egli comincia: dall’elemosina, dalla preghiera e dal digiuno, perché è di solito in questi esercizi virtuosi che si compiace maggiormente la vanità. Proprio di queste cose, infatti, si inorgogliva il fariseo, quando diceva: «Io digiuno due volte alla settimana e do la decima di tutto quanto posseggo» ; ed era pieno di vanagloria anche nella preghiera perché la faceva con ostentazione. Siccome non c’era nessun altro presente se non il pubblicano, egli lo indicava dicendo: «Io non sono come gli altri uomini e neppure come questo pubblicano» . Osservate ora come Gesù comincia a parlare e come questa passione sia paragonata a una belva, che dà grave turbamento ed è capace di cogliere di sorpresa quelli che non vegliano con zelo si di sé.

domenica 5 novembre 2023

Allora Gesù così parlò alle turbe e ai suoi discepoli: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Fate dunque e osservate tutto quanto essi vi dicono; ma non fate come essi operano”… Discorso settantaduesimo – Mt. 23, 1-12 di San Giovanni Crisostomo

L’evangelista inizia di nuovo con “allora”. Che vuol dire? Vuol dire: dopo che Gesù ha concluso il discorso di cui abbiamo parlato; dopo aver ridotto al silenzio i suoi avversari e averli obbligati a non tentarlo più; dopo aver mostrato in modo evidente che la loro malvagità è senza rimedio. Poiché ha ricordato “Il Signore ha detto al mio Signore”, si richiama di nuovo alla legge. In realtà, voi mi direte, la legge non dice nulla di simile, ma piuttosto: “Il Signore Dio tuo è un solo Signore”. Tuttavia tenete presente che la Scrittura chiama con il nome di legge tutto l’Antico Testamento, e Cristo, d’altra parte, vuol far comprendere, con quanto dice ora, che c’è un accordo perfetto tra lui e il Padre: se fosse infatti dissenziente dal Padre, avrebbe parlato contro la legge; qui invece egli ordina che si abbia tanto rispetto per la legge e che, nonostante la corruzione di coloro che l’insegnano, ci si deve attenere ad essa mettendola in pratica con fedeltà.

Si sofferma poi a parlare dettagliatamente della vita e del comportamento degli scribi e dei farisei, volendo dimostrare che il principale motivo per cui essi non credono in lui sta nella corruzione dei loro costumi e nel loro pazzo desiderio di gloria. Volendo, dunque, educare coloro che l’ascoltano, esordisce con un avvertimento assai importante per la loro salvezza, ordinando tassativamente di non disprezzare i loro maestri e di non ribellarsi ai sacerdoti. Ma non si limita a insistere, con tale comando, su questo argomento; lo mette in pratica egli stesso, in quanto agli scribi e ai farisei non toglie l’onore di insegnare la legge, benché essi si siano dimostrati tanto corrotti. In tal modo attira sul loro capo una condanna ancor più severa e toglie d’altra parte a coloro che li ascoltano ogni pretesto per disobbedire. Cristo non vuole che alcuno dica: il maestro che mi istruisce è cattivo, perciò sono diventato pigro e negligente; egli elimina tale pretesto. Sostiene, infatti, con tanta forza la dignità degli scribi e dei farisei, sebbene siano malvagi, che dopo così terribile accusa ordina ai suoi discepoli di fare tutto quanto essi diranno in quanto non dicono nulla di loro scienza, ma solo ciò che Dio ha ordinato loro per mezzo di Mosè.

sabato 30 settembre 2023

“Il peccatore non disperi, perché è possibile che egli passi davanti ai primi…” di San Giovanni Crisostomo

… In seguito Gesù si rivolge loro dicendo:

Cosa ve ne pare? Un uomo aveva due figlioli; e disse al primo: “Figliolo, va oggi a lavorare nella vigna”; ma quegli rispose: “Non voglio”, e poi, pentitosi, andò. Rivoltosi al secondo disse la stessa cosa. E quegli rispose: “Vado”, ma non andò. quale dei due fece la volontà del Padre? “Il primo”, risposero essi {248}.

Nuovamente Gesù li riprende mediante parabole, sottolineando da una parte la loro ingratitudine e dall’altra la docilità di coloro che essi condannano tanto inflessibilmente. La parabola dei due figli, infatti, mostra chiaramente ciò che accadde ai giudei e ai gentili. Perché avvenne che i gentili che non avevano promesso di obbedire e non avevano ascoltato mai la legge, nelle loro opere dimostrarono la loro obbedienza; mentre i giudei che avevano detto: “Tutto quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e obbediremo”, nelle loro opere lo disobbedirono. Perché dunque i giudei non credano che con tali disposizioni d’animo la legge gioverà loro, Cristo mostra che proprio essa sarà per loro motivo di condanna; il che affermerà anche Paolo dicendo: “Non coloro che ascoltano la legge sono giusti dinanzi a Dio, ma coloro che mettono in pratica la legge saranno riconosciuti giusti”. E perché siano loro stessi a giudicarsi e a condannarsi, il Signore fa in modo che siano essi a pronunciare la propria sentenza. Allo stesso modo Cristo si comporta nella successiva parabola della vigna.

sabato 5 agosto 2023

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello... di San Giovanni Crisostomo

Abbiamo visto fin qui che Gesù Cristo ha intrattenuto a lungo i suoi discepoli sui pericoli, sulla morte e sulla sua stessa passione, e ha predetto l’uccisione violenta che essi subiranno, dopo aver dato loro i severi comandi di rinunziare a se stessi e di prendere la loro croce. Dato, però, che questi dolori si riferiscono alla vita terrena e sono attuali, mentre i beni che essi otterranno sono ancora soltanto nella speranza e nell’attesa, come, ad esempio, il salvar la propria vita perdendola, la venuta di Cristo nella gloria del Padre, la distribuzione delle ricompense, il Maestro ora intende soddisfare anche la loro vista, rendendoli testimoni diretti, per quanto è possibile in questa vita terrena, della gloria nella quale egli verrà il giorno del giudizio. E in questo modo consola il turbamento e il dolore che essi, e in particolare Pietro, provano al pensiero della loro morte e di quella del Signore. Osservate che fa ora Gesù, dopo aver parlato dell’inferno e del regno dei cieli. Dicendo, infatti, che « chi vorrà salvare la sua vita la perderà; chi invece perderà la vita sua per amor mio, la ritroverà », e assicurando che « renderà a ciascuno secondo il suo operato », ha alluso evidentemente al cielo e all’inferno. Ebbene, pur avendo parlato sia dell’uno che dell’altro, fa vedere ai discepoli il regno dei cieli, mentre lascia l’inferno nelle sue tenebre. Perché mai? Se egli avesse ancora a che fare con anime rozze e imperfette,  certamente darebbe loro anche un’immagine dell’inferno per impressionarli: siccome però gli apostoli hanno ormai la mente e la volontà ben disposte, li esorta e li attira con l’immagine della bellezza e della felicità del cielo. Ma oltre a questo motivo ve n’è un altro: è più conveniente e consono al Signore dare ai discepoli un’immagine del cielo, non dell’inferno. Tuttavia, egli non tralascia di rappresentarlo; in molte occasioni, infatti, pone sotto gli occhi un quadro dell’inferno: ad esempio quando parla dell’episodio del mendico Lazzaro e del ricco malvagio , oppure quando ricorda quel servo che con tanta esosità pretende dal suo compagno i cento denari , o menziona quell’uomo che si presenta al banchetto di nozze con l’abito sudicio , e in molti altri casi.

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse su un alto monte in disparte . Un altro evangelista parla di « otto giorni dopo ». Non c’è contraddizione tra queste due notazioni di tempo, e i due evangelisti sono perfettamente d’accordo tra di loro. Uno di essi, evidentemente, computa anche il giorno in cui Cristo parlò ai discepoli e quello in cui condusse gli apostoli alla montagna, mentre l’altro annota soltanto l’intervallo tra il giorno dell’ultimo discorso e quello della trasfigurazione. Considerate qui con quanta sapienza l’evangelista Matteo non trascura di citare apertamente i nomi degli apostoli che furono a lui preferiti in questa circostanza. Si comporta così, in molte occasioni, anche l’evangelista Giovanni, quando ad esempio riferisce con tutta verità le lodi che Gesù rivolge a Pietro. Sta di fatto che in quel coro di giusti erano del tutto sconosciute l’invidia e la vanagloria. Gesù dunque, dopo aver preso con sé i tre primi apostoli, « li condusse su un alto monte, in disparte ».

giovedì 2 marzo 2023

Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto… Commento di San Giovanni Crisostomo

Cristo aveva ordinato cose tanto grandi e alte, che potevano lasciar stupiti e senza parole; aveva comandato di essere al di sopra di ogni passione, aveva innalzato sino al cielo e aveva esortato a farsi simili, nella misura del possibile, non agli angeli e agli arcangeli, ma a Dio stesso, Signore dell’universo; egli, inoltre, voleva che non solo i suoi discepoli praticassero questo, ma che essi istruissero anche gli altri, li correggessero, e distinguessero i cattivi dai buoni, i cani da quelli che non lo erano (molte cose, infatti, sono occulte nell’uomo), affinché non si dicesse poi che quanto egli esige è troppo duro e insopportabile. Più tardi, infatti, Pietro avrebbe detto: «E chi dunque potrà salvarsi?» , e anche gli altri suoi discepoli nello stesso passo: «Se tale è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene ammogliarsi».

Cristo, per evitare che anche ora si dica questo, avendo già fatto constatare in precedenza, attraverso molti ragionamenti tra loro concatenati e adatti a convincere, che i suoi precetti sono facili ed agevoli da compiere, insiste ancora su questo concetto e promette, a coronamento di ciò che ha detto appunto sulla facilità di attuare i suoi comandi, un conforto non ottenuto con sforzi e fatiche: l’aiuto, cioè, meritato con le assidue preghiere, cui egli esorta. Non dovete – dice in altre parole – contentarvi dei vostri sforzi, ma dovete anche implorare l’aiuto divino, che vi verrà concesso senza alcun dubbio e sarà sempre da presso, vi assisterà e conforterà nelle vostre battaglie, e vi renderà tutto facile. Per questo ordina di «chiedere», e promette di esaudirci. 

domenica 24 maggio 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt. 28, 11-20 - “I suoi discepoli sono venuti a rubarlo” - Discorso novantesimo di San GIOVANNI CRISOSTOMO



Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto. Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo "Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo. E se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia". Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi. Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

E mentre quelle andavano, alcuni dei soldati della guardia vennero in città ad annunziare ai grandi sacerdoti l’accaduto. E questi, radunatisi, con gli anziani e tenuto consiglio, diedero ai soldati molti denari, dicendo: “Voi direte: I suoi discepoli sono venuti di notte a rubarlo mentre noi dormivamo. E se la cosa sarà risaputa dal governatore, noi lo calmeremo e vi libereremo da ogni molestia”.
1. – Quel terremoto si produsse senza dubbio a motivo di questi soldati; per impressionarli e indurli a dare la loro testimonianza, come in realtà avviene. E la loro narrazione è assolutamente attendibile e insospettabile, dato che viene resa da chi custodiva il sepolcro. Infatti, dei prodigi verificatisi alla morte di Gesù alcuni si manifestarono a tutta la terra; altri, invece, furono avvertiti particolarmente da quanti erano là presenti. Comuni a tutta la terra, ad esempio, furono le tenebre; particolari, invece, furono l’apparizione dell’angelo e il terremoto.
Le guardie accorrono in città e riferiscono quanto è accaduto, - ecco che risplende la verità, proclamata dagli stessi nemici; - i sacerdoti allora danno nuovamente del denaro perché, riferisce l’evangelista i soldati dicano: “I suoi discepoli sono venuti a rubarlo”. Ma come hanno potuto sottrarlo, o uomini i più folli e insensati fra tutti? Del tutto chiaro è che essi non sanno neppure fingere. Ciò che dicono infatti è assolutamente incredibile e la loro menzogna non ha neppure un’apparenza di verosimiglianza. Ditemi: come possono i discepoli, uomini poveri e semplici, che neppure osano farsi vedere, come possono averlo rubato? Non era stato forse apposto il sigillo? Non erano seduti presso il sepolcro tanti soldati e i giudei?

martedì 25 luglio 2017

San GIOVANNI CRISOSTOMO - COMMENTO AL VANGELO DI S. MATTEO - Discorso sessantacinquesimo – Mt. 20, 17-28



Nell’ascendere a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e, strada facendo, disse loro: «Ecco, saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei gran sacerdoti e degli scribi. Essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai gentili per farlo schernire, flagellare e crocifiggere; e il terzo giorno risorgerà”.

1. –Gesù, venendo dalla Galilea, non si dirige subito a Gerusalemme. Compie prima molti miracoli, chiude la bocca ai farisei, parla ai suoi discepoli della povertà, dicendo: “Se vuoi essere perfetto, vendi quanto hai”, della verginità: “Chi è capace d’intendere, intenda”, dell’umiltà: “Se voi non vi convertite e non diventate come i fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli”, della ricompensa in questa vita: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, riceverà il centuplo in questo mondo”, e delle ricompense nell’aldilà: “e avrà in eredità la vita eterna”.
Solo dopo aver dato tutti questi insegnamenti, si avvia verso Gerusalemme e, prima di giungervi, parla ancora ai suoi discepoli della passione. È naturale, infatti, che gli apostoli, non volendo che ciò accada, si siano scordati di essa; perciò Gesù richiama continuamente alla loro memoria l’evento allo scopo di preparare e di esercitare, con questo reiterato richiamo, il loro spirito, e consolare la loro tristezza. Necessariamente parla loro “in privato”, in quanto non conviene che la notizia di tali eventi si divulghi tra la moltitudine e se ne parli troppo chiaramente. Nessun profitto deriverebbe da tale preannuncio. Se gli stessi apostoli ne restano turbati, tanto più si spaventerebbe la folla. Voi mi chiederete: Ma la passione non è stata mai predetta al popolo? Vi rispondo che, per la verità, è stata predetta, ma in modo oscuro, allorché disse: “Disfate questo tempio e io in tre giorni lo riedificherò”, oppure quando dichiarò: “Questa generazione chiede un prodigio, ma non le sarà dato altro che il segno del profeta Giona”, o, quando annunziò: “Ancora per poco tempo sono con voi; mi cercherete e non mi troverete”.
Ma agli apostoli non parla oscuramente: come parlava loro di altri argomenti con maggior chiarezza che alla folla, nello stesso modo parla loro anche di questo. Voi potreste chiedermi allora a quale scopo egli accenna al popolo della passione in termini così velati che esso non è in grado d’intendere le sue parole. Gesù si comporta così perché in seguito il popolo si ricordi che egli è andato volontariamente alla passione, avendo piena consapevolezza e non essendo stato costretto da inevitabile necessità. Ai discepoli, al contrario, predice la sua passione non per quest’unica ragione, ma perché, come già vi dissi, fortificati nell’attesa, sopportino più facilmente l’idea della sua morte, ed essa non li turbi e li atterrisca come accadrebbe, invece, se la passione li cogliesse di sorpresa, non essendo preventivamente informati. Perciò si limita dapprima ad annunziar loro la sua morte; poi, dopo averli abituati a quest’idea e averli esercitati in essa, rivela anche tutte le altre circostanze, dicendo che sarà in mano ai gentili perché lo scherniscano, lo flagellino. Dice loro queste cose affinché, quando vedranno sopravvenire simili sciagure, attendano anche la risurrezione preannunziata insieme. E giustamente merita d’essere creduto anche nella predizione della risurrezione, proprio perché non nasconde le sue sofferenze, neppure quelle che appaiono le più ignominiose.

domenica 19 giugno 2016

Non giudicate, affinché non siate giudicati di San GIOVANNI CRISOSTOMO - Discorso ventitreesimo – Mt. 7, 1-20


Mt. 7, 1-20

1. – Ma come? Non dovremo, dunque, rimproverare chi pecca? Anche Paolo ci vieta di farlo, o meglio ce lo vieta Gesù Cristo per mezzo di Paolo, con queste parole: «Tu poi perché giudichi il tuo fratello?» {600}. «E chi sei tu che ti fai giudice del servo di un altro?» {601}. E ancora: «Perciò non giudicate di nulla prima del tempo, finché non venga il Signore» {602}. Ma perché, poi, in un’altra circostanza lo stesso Apostolo aggiunge: «Riprendi, correggi, esorta»? {603} E altrove ripete: «Quelli che peccano, riprendili alla presenza di tutti» {604}. E Cristo dice a Pietro: «Se il fratello tuo ha peccato contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo. Se poi non ascolta, prendi con te un’altra persona; se neppure così dà ascolto, dillo alla Chiesa» {605}. Perché Cristo invita tante persone, non soltanto a rimproverare, ma anche a punire coloro che peccano? Egli ordina, infatti, di considerare il peccatore ostinato, che non dà ascolto a nessuno, come il gentile e il pubblicano {606}. E perché ha dato anche le chiavi del cielo ai suoi apostoli? Se essi non possono giudicare, non hanno nessuna autorità su alcuno e, perciò, invano hanno ricevuto il potere di legare e di sciogliere. E d’altra parte se ciò prevalesse, la libertà cioè di peccare senza che nessuno ci rimproveri, tutto precipiterebbe in rovina, sia nella Chiesa, come nelle città e nelle famiglie. Se il padrone non giudicasse il suo servo, e la padrona la sua domestica, il padre il proprio figlio e l’amico il suo amico, la malvagità di certo aumenterebbe. E non soltanto l’amico deve giudicare l’amico, ma noi dobbiamo giudicare anche i nemici, poiché non facendolo non potremo mai sciogliere ed eliminare l’inimicizia esistente fra loro e noi, e tutto sarebbe sconvolto.
Qual è dunque il senso preciso di queste parole del Vangelo? Esaminiamole con cura, in modo che nessuno sia tentato di vedere in questo comando, che costituisce un rimedio di salvezza e di pace, uno strumento di sovversione e di turbamento. Soprattutto attraverso le parole che seguono, Cristo dimostra la forza e l’efficacia di questo precetto: «Perché – egli chiede – osservi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non badi alla trave che è nell’occhio tuo?». Può darsi che questa spiegazione appaia ancora oscura a molti spiriti pigri: io cercherò per questo di chiarirla, prendendo in esame il discorso. Mi sembra dunque che Cristo non vieti in senso assoluto di giudicare qualsiasi peccato, che non neghi questo diritto genericamente a tutti, ma a coloro che, pieni di un’infinità di vizi, condannano insolentemente gli altri per lievi colpe. E a me pare che qui egli voglia riferirsi anche ai giudei, che erano severi censori delle più piccole colpe del prossimo, mentre essi non si accorgevano di essere colpevoli di peccati ben più gravi. Questa stessa cosa, infatti, Cristo ripete verso la fine del Vangelo, rimproverando i giudei: «Affastellano carichi gravi e difficili a portarsi, e li impongono sulle spalle degli altri; ma essi non vogliono smuoverli con un dito» {607}. E ancora: «Voi pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e avete tralasciato le cose più gravi della legge: la giustizia, la misericordia, la fedeltà» {608}. Contro questi stessi giudei – mi sembra – Cristo parla ora con forza, reprimendo in anticipo le accuse che essi lanceranno contro i suoi discepoli. I farisei, infatti, li accusarono di peccato per delle cose che non erano affatto peccati, come il non osservare il sabato, mangiare senza lavarsi le mani e sedersi alla stessa mensa con i pubblicani; il che fu stigmatizzato altrove: «Col filtro togliete il moscerino e ingoiate il cammello» {609}. Ma Cristo stabilisce qui, contro tali giudizi, una legge comune e valida per tutti.

domenica 12 giugno 2016

Mt. 5, 38-48 - Io vi dico di non opporvi al malvagio. - Discorso diciottesimo di San GIOVANNI CRISOSTOMO


                                         

 
Avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Io invece vi dico di non resistere al maligno; ma a chi ti percuote sulla guancia destra, presenta anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello {482}.

1. – Vedete, fratelli, che Gesù Cristo non parlava dell’occhio del corpo quando ci comandava di strapparci l’occhio che dà scandalo ma che, con tale espressione, indicava coloro la cui amicizia ci nuoce e che possono gettarci nel baratro della perdizione? Come potrebbe, infatti, ordinare per legge di strappare il nostro stesso occhio colui che, pur usando qui una iperbole così forte, non ci permette di cavare l’occhio neppure al nemico che ci ha strappato il nostro?
Se d’altra parte qualcuno biasima la legge antica, in quanto essa ordina di vendicarsi esigendo «occhio per occhio e dente per dente», a me pare che costui non comprenda né la saggezza che il legislatore deve avere, né le diverse circostanze dei tempi e neppure il vantaggio che è derivato agli uomini da questa divina condiscendenza alla loro debolezza. Se voi considerate in quali condizioni era il popolo, in quali disposizioni d’animo viveva e vi ricordate in quale epoca fu data questa legge, potrete facilmente riconoscere che unico e identico è l’autore del vecchio e del nuovo Testamento e che molto opportunamente egli ha istituito sia l’uno che l’altro, contemperando le leggi con i tempi. Se avesse fin dall’inizio istituito le elevate e sublimi leggi evangeliche, gli uomini non avrebbero accolto né la legge antica né quella nuova: proclamandole, invece, in tempi diversi, e istituendo ciascuna nell’epoca più adeguata, si è servito sia dell’una che dell’altra per rinnovare tutta la terra. D’altra parte, dando quel comando, non era certo perché voleva spingere gli uomini a strapparsi gli occhi a vicenda ma, al contrario, perché voleva trattenere le loro mani, impedendo di usarsi reciprocamente violenza. La minaccia di questa pena era un freno all’ira; il Signore cominciava così a seminare a poco a poco, ma in profondità, una certa saggezza nel mondo, ordinando che gli uomini si accontentassero di una vendetta uguale al male che avevano subito, anche se chi aveva per primo arrecato ingiuria meritava una pena più grave e un’equa giustizia. Ma, poiché Dio voleva fin d’allora temperare la giustizia con la misericordia, condannava colui che aveva peccato di più a una pena minore di quella che si meritava, insegnando in tal modo ad avere molta pazienza nel sopportare i mali di cui soffriamo.

sabato 12 settembre 2015

San Giovanni Crisostomo Vescovo e dottore della Chiesa - 13 settembre



“Crisostomo”, vale a dire “bocca d'oro”, fu il soprannome dato a Giovanni a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria. Nato ad Antiochia in una data non precisabile tra il 344 e il 354, Giovanni si dedicò agli studi di retorica sotto la direzione del celebre Libanio; pare che questi lo stimasse a tal punto da rispondere a chi gli chiedeva chi volesse come suo successore: “Giovanni, se i cristiani non me lo avessero rubato!” Dopo aver ricevuto il battesimo, Giovanni frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro Vescovo di Tarso: nel gruppo di discepoli che si radunavano attorno a costui imparò a leggere le Scritture secondo il metodo antiocheno, attento alla spiegazione letterale dei testi, e compì i primi passi lungo quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia.
Rientrato in città, fu ordinato diacono dal Vescovo Melezio nel 381 e, cinque anni più tardi, presbitero dal Vescovo Flaviano, che gli fu maestro non solo di eloquenza, ma anche di carità e saldezza nella fede. Furono anni di intensa predicazione: Giovanni commentava le Scritture secondo i principi esegetici della scuola antiochena, aliena da ogni allegorismo e sostanzialmente fedele alla lettera del testo biblico. La predicazione di Giovanni si traduceva sovente in esortazione morale: ora, veniva presa di mira la passione per gli spettacoli che eccitava i cristiani di Antiochia, ora la rilassatezza dei costumi. Con grande zelo esorta a radicare la propria vita di credenti nella conoscenza delle Scritture, a vivere un'intensa vita spirituale senza ritenere che essa sia riservata soltanto ai monaci, a praticare la carità nella cura sollecita per il “sacramento del fratello”. “È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene ... Laici e monaci devono giungere a un'identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).

Nel 397 Giovanni fu chiamato a Costantinopoli quale successore del Patriarca Nettario. Nella capitale dell'impero il nuovo Patriarca si dedicò con grande zelo alla riforma della Chiesa: depose i Vescovi simoniaci, combatté l'usanza della coabitazione di preti e diaconesse, predicò contro l'accumulo delle ricchezze nelle mani di pochi e contro l'arroganza dei potenti, e destinò gran parte dei beni ecclesiastici a opere di carità. Anche a Costantinopoli continua il suo ministero di predicatore della Parola e di operatore di pace. La sua opera di evangelizzazione si estende ai goti e ai fenici. Intransigente quando la fede è minacciata, predica l'amore per il peccatore e per il nemico. “Il popolo lo applaudiva per le sue omelie e lo amava”, afferma lo storico Socrate (Storia ecclesiastica 6, 4).
Tutto questo gli procurò molti amici e molti nemici: amato dai poveri come un padre, fu osteggiato dai potenti, che vedevano in lui una temibile minaccia per i loro privilegi. L'inimicizia nei suoi confronti crebbe con l'ascesa al potere dell'imperatrice Eudossia. Costei, nel 403, con l'appoggio del Patriarca di Alessandria, Teofilo, indisse un processo contro Giovanni e lo fece deportare e condannare all'esilio. Il decreto di condanna fu revocato dopo poco tempo e Giovanni poté rientrare in diocesi, ma solo per pochi mesi. Durante la celebrazione della Pasqua del 404 le guardie imperiali fecero irruzione nella cattedrale della città provocando uno spargimento di sangue; vi furono disordini per diversi giorni. Poco dopo la festa di Pentecoste, Giovanni fu arrestato e nuovamente condannato all'esilio. Per evitare mali ulteriori, il Patriarca lasciò la casa episcopale uscendo da una porta secondaria; si congedò dai Vescovi riuniti in sacrestia e fece chiamare la diaconessa Olimpia e le sue compagne, che conducevano una vita comunitaria a servizio della chiesa nella casa accanto a quella del Vescovo. “Venite, figlie, ascoltatemi. Per me è giunta la fine, lo vedo. Ho terminato la corsa e forse non vedrete più il mio volto” (Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, 10). Con queste parole il padre si accomiata dalle sue figlie spirituali.
Giovanni fece appello al papa Innocenzo I, che ne riconobbe l’innocenza; ma ciò nonostante fu costretto a lasciare Costantinopoli. Alla sua partenza vi furono tumulti in città: venne appiccato fuoco a una chiesa adiacente al palazzo del senato e questo fornì un pretesto alle autorità imperiali per arrestare e perseguitare i seguaci di Giovanni. Questi fu confinato a Cucuso, una piccola città dell'Armenia, ma anche in questo luogo sperduto era raggiunto dalle manifestazioni di affetto dei suoi fedeli, e così i suoi nemici provvidero a farlo partire per una sede ancora più lontana. Avrebbe dovuto raggiungere Pizio, sul Ponto, ma morì lungo il viaggio, a Comana, stremato dalle marce forzate a cui era stato sottoposto. Era il 14 settembre 407.
“Gloria a Dio in tutto: non smetterò di ripeterlo, sempre dinanzi a tutto quello che mi accade!” (Lettere a Olimpia, 4). In queste parole troviamo condensata la testimonianza di Giovanni; anche in mezzo alle molte tribolazioni che occorre attraversare per entrare nel regno dei cieli (cf. At 14, 22), Giovanni “Boccadoro” ci insegna a cogliere la luce della risurrezione che già si sprigiona dalla croce e a portare la croce nella luce del Cristo risorto. Allora ogni discepolo può proclamare con gioia: “Gloria a Dio in tutto!”.
Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall'esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell'abside della Basilica Vaticana. Papa Giovanni XXIII pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.


IL CRISTO NEI MISERI E NEI PICCOLI di San Giovanni Crisostomo

Allorché si disprezza il povero, è Cristo che si disprezza; perciò la colpa è enorme. Lo stesso Paolo ha perseguitato il Cristo perseguitando i suoi, ed è per questo ch'egli si sente dire: Perché mi perseguiti? (Atti, 9,4). Ogni qualvolta facciamo l'elemosina, studiamoci di aver le stesse disposizioni d'animo come se dessimo al Cristo stesso, poiché le sue parole sono più degne di fede dei nostri stessi occhi. Quando vedi un povero, ricordati dunque di quelle parole con cui il Cristo ti rivela che è lui che tu puoi soccorrere. Poiché anche se ciò che appare non è lui, tuttavia, sotto quella forma, è lui stesso che mendica e che riceve. Tu arrossisci, allorché senti che il Cristo è mendicante! Arrossisci piuttosto di non dar nulla allorché egli mendica. Lì è la vergogna, lì è la pena e il castigo. Se egli mendica, lo fa per amore, e dobbiamo commuoverci; ma il non dare, è una crudeltà da parte tua. Se tu non credi che trascurando un fratello in miseria, è il Cristo che tu trascuri, dovrai pur crederlo quando ti farà comparire in mezzo ai suoi e dirà: Qualunque cosa non avete fatto ad uno di questi piccoli, non l'avete fatta a me (Mt. 25,45).
* * *
A che serve ornare di vasi d'oro la mensa del Cristo. se proprio lui muore di fame? Comincia col rifocillarlo quand'è affamato, allora potrai decorar la sua tavola col superfluo. Dimmi: se, vedendo qualcuno privo del sostentamento indispensabile, tu lo lasciassi con la sua inedia e andassi ad abbellire la sua tavola con vasi d'oro, te ne sarebbe egli riconoscente? O non piuttosto indignato? O ancora, se vedendolo vestito di cenci e intirizzito per il freddo, tu lo lasciassi senza vesti per erigergli delle colonne d'oro, pretendendo in tal modo di onorario, non direbbe che ti prendi scherno di lui e con la più raffinata ironia?
Confessa a te stesso che così tu agisci verso il Cristo, allorché egli va pellegrino, straniero e senza riparo, e tu, senza riceverlo, decori i pavimenti, le pareti e i capitelli delle colonne. Tu appendi lampadari con catene d'argento, e quando egli è incatenato, tu non vuoi andare a consolarlo. Non dico questo per riprovare questi ornamenti, ma affermo che bisogna fare una cosa senza omettere l'altra; anzi, che bisogna iniziare da questa, dal soccorrere il povero.
Fra voi qualcuno forse dirà: se mi fosse dato di poter ospitare san Paolo, lo farei con grande premura. Ed ecco che ti è possibile accogliere in casa tua il Signore di san Paolo, e tu non lo vuoi! Chiunque accoglierà un piccolino come questo, in nome mio, accoglie me, dice Gesù (Mt. 18,5). Più il fratello è piccolo, più il Cristo è presente in lui. Chi riceve un personaggio lo fa spesso per vanagloria; ma chi riceve un povero lo fa unicamente per amor di Cristo.

Omelia 88 su Mt.: PG 58, 778-779. - Om. 50 su Mt.: PG 58, 509. - Om. 45 sugli Atti: PG 60, 318.

FESTEGGIAMO LA CROCE DI CRISTO di San Giovanni Crisostomo



Oggi il Signore Gesù è sulla croce e noi facciamo festa: impariamo così che la croce è festa e solennità dello spirito. Un tempo la croce era nome di condanna, ora è diventata oggetto di venerazione; un tempo era simbolo di morte, oggi è principio di salvezza. La croce è diventata per noi la causa di innumerevoli benefici: eravamo divenuti nemici e ci ha riconciliati con Dio; eravamo separati e lontani da lui, e ci ha riavvicinati con il dono della sua amicizia. Essa è per noi la distruzione dell'odio, la sicurezza della pace, il tesoro che supera ogni bene.
Grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori della casa del re, perché ne abbiamo trovato la porta; non temiamo più le frecce infuocate del demonio, perché abbiamo scoperto una sorgente d'acqua. Per mezzo suo non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Egli stesso infatti ci dice: lo sono il buon pastore (Gv. 10,11). Grazie alla croce non ci spaventa più l'iniquità dei potenti, perché sediamo a fianco del re.
Ecco perché facciamo festa celebrando la memoria della croce. Anche san Paolo invita ad essere nella gioia a motivo di essa: Celebriamo questa festa non con il vecchio lievito... ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5, 8). E, spiegandone la ragione, continua: Cristo infatti, nostra Pasqua, è stato immolato per noi (1 Cor 5, 7). Capite perché Paolo ci esorta a ,celebrare la croce? Perché su di essa è stato immolato Cristo. Dove c'è il sacrificio, là si trova la remissione dei peccati, la riconciliazione con il Signore, la festa e la gioia. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato per noi. Immolato, ma dove? Su un patibolo elevato da terra. L'altare di questo sacrificio è nuovo, perché nuovo e straordinario è il sacrificio stesso. Uno solo è infatti vittima e sacerdote: vittima secondo la carne, sacerdote secondo lo spirito...
Questo sacrificio è stato offerto fuori dalle mura della città per indicare che si tratta di un sacrificio universale, perché l'offerta è stata fatta per tutta la terra. Si tratta di un sacrificio di espiazione generale, e non particolare come quello dei Giudei. Infatti ai Giudei Dio aveva ordinato di celebrare il culto non in tutta la terra, ma di offrire sacrifici e preghiere in un solo luogo: la terra era infatti contaminata per il fumo, l'odore e tutte le altre impurità dei sacrifici pagani. Ma per noi, dopo che Cristo è venuto a purificare tutto l'universo, ogni luogo è diventato un luogo di preghiera. Per questo Paolo ci esorta audacemente a pregare dappertutto senza timore: Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo, levando al cielo mani pure (1 Tim. 2,8). Capite ora fino a che punto è stato purificato l'universo? Dappertutto infatti possiamo levare al cielo mani pure, perché tutta la terra è diventata santa, più santa ancora dell'interno del tempio. Là si offrivano animali privi di ragione, qui si sacrificano vittime spirituali. E quanto più grande è il sacrificio, tanto più abbondante è la grazia che santifica. Per questo la croce è per noi una festa.

Omelia 1: P.G. 49, 399-401.

venerdì 24 luglio 2015

IL SEME DELLA PAROLA E LA BUONA TERRA - San Giovanni Crisostomo


San Giovanni Crisostomo
Dopo studi brillanti e lunghi ritiri in solitudine, Giovanni Crisostomo (nato verso il 344) fu ordinato sacerdote in Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò immediatamente una eloquenza di potenza eccezionale. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si impegnò a riformar gli abusi che in quella Chiesa si erano insinuati e a confermar la fede dei suoi fedeli. Il suo messaggio, eco di tutta la Bibbia - specie di San Paolo e del Vangelo - sembrò rivoluzionario a molti contemporanei. La fermezza con cui denunciò lo sfarzo della corte imperiale lo fece condannar due volte all'esilio. Relegato ai confini del Mar Nero, vi morì consumato nel 407.

Nella parabola del seminatore, il Cristo ci mostra che la sua parola si rivolge a tutti indistintamente. Come, infatti, il seminatore (del Vangelo) non fa distinzione tra i terreni, ma semina in tutte le direzioni, così il Signore non distingue tra il ricco e il povero, il saggio e lo sciocco, il negligente e l'impegnato, il coraggioso e il pavido, ma si indirizza a tutti e, nonostante che egli conosca l'avvenire, da parte sua pone in opera tutto, sì da poter dire: Che avrei dovuto far di più, e non l'ho fatto? (Is. 5, 4).
Il Signore racconta questa parabola per incoraggiare i suoi discepoli ed educarli a non lasciarsi deprimere, anche se coloro che accolgono la Parola sono meno numerosi di quelli che la sperperano. Così avveniva per il Maestro stesso che, nonostante la sua conoscenza del futuro, non desisteva dallo sparger la semente. Ma, si dirà, perché mai buttarla tra i rovi, tra le pietre o sulla strada? Se si trattasse di una semente e d'un terreno materiali, sarebbe insensato; ma allorché si tratta di anime e della dottrina, l'operato è degno di approvazione. Giustamente si riprenderebbe il coltivatore che si comportasse in tal modo: la pietra non saprebbe farsi terra, la strada non può esser che strada e le spine, spine. Ma nella sfera spirituale non avviene lo stesso: la pietra può divenir terra fertile, la strada può non esser più calpestata dai passanti e divenir campo fecondo, le spine possono esser divelte per consentire al seme di germogliare senza ostacoli. Se ciò non fosse possibile, il seminatore non avrebbe sparso la semente come ha fatto. Se la trasformazione benefica non si è sempre avverata, ciò non dipende dal seminatore, ma da coloro che non hanno voluto esser trasformati. Il seminato re ha adempiuto il suo dovere, ma se si è sprecato ciò ch'egli ha dato, il responsabile non è certo l'autore di tanto beneficio...
Non prendiamocela pertanto con le cose in sé, ma con la corruzione della nostra volontà. Si può esser ricchi e non lasciarsi sedurre dalle ricchezze, viver nel secolo e non lasciarsi soffocare dagli affanni. Il Signore non vuoi gettarci nella disperazione, bensì offrirci una speranza di conversione e dimostrarci che è possibile passare dalle condizioni precedenti a quella della buona terra.
Ma se la terra è buona, se il seminatore è il medesimo, se le sementi sono le stesse, perché uno ha dato cento, un altro sessanta e un altro trenta? La qualità del terreno è il principio della differenza. Non è né il coltivatore né la semente, bensì la terra in cui è accolta. Conseguentemente, la responsabile è la nostra volontà, non la nostra natura. Quanto immenso è l'amore di Dio per gli uomini! Invece di esigere identica misura di virtù, egli accoglie i primi, non respinge i secondi e offre un posto ai terzi. Il Signore dà questo esempio per evitare a coloro che lo seguono di creder che, per essere salvi, basti ascoltare le sue parole... No, ciò non è sufficiente per la nostra salvezza Bisogna anzitutto ascoltare con attenzione la parola e custodirla fedelmente nella memoria. Quindi occorre alienarsi con coraggio per metterla in pratica.

sabato 6 giugno 2015

Giovanni Crisostomo - De inani gloria et de educandis liberis



Trattato
La vanagloria
1. Ora fece qualcuno ciò che richiesi? Pregò qualcuno Dio per noi e per tutto il corpo della chiesa, cosicché si spegnesse l’incendio generato dalla vanità, che ha guastato tutto il corpo, ha diviso un solo corpo in molte membra ed ha lacerato l’amore?
Infatti come una belva piombata su un corpo nobile e delicato ed incapace di difendersi, così vi ha conficcato i denti lordi ed iniettato il veleno e diffuso un grande fetore ed alcune parti, dopo averle mutilate, ha gettato via, altre ha dilaniato, altre ha divorato. Ed anche se fosse stato possibile vedere con gli occhi la vanità e la chiesa, qualcuno avrebbe visto uno spettacolo miserando e molto più penoso di ciò che avviene negli stadi: il corpo gettato via, quella che sta ritta sopra e guarda da ogni parte e respinge chi la assale e non si allontana mai né desiste.
Chi dunque caccerà questa fiera? È compito di colui che stabilì questa lotta di inviare, invocato da noi, i suoi angeli, e, dopo aver chiuso come con freni la sua bocca ardita e sfrontata, di cacciarla in questo modo. Ma colui che stabilì la lotta farà questo allorquando non la ricercheremo, una volta cacciata; se invece la manderà via, ordinando che quella fiera per noi terribile stia lontana, e noi, dopo essere stati salvati e dopo che quella sarà stata cacciata nel suo antro, levatici con mille ferite la cercheremo di nuovo, la desteremo e la ecciteremo, allora egli non avrà più pietà di noi e non ci risparmierà: "Chi infatti avrà pietà di un incantatore morsicato da un serpente e di tutti coloro che si accostano alle fiere?".
2. Che fare allora? Come potremmo liberarci del cattivo e malvagio demonio? Infatti è un demonio che ha un aspetto amabile.

venerdì 27 febbraio 2015

“Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello” di San Giovanni Crisostomo


Questo proclamo, questo attesto, questo dico a voce alta: Nessuno di coloro che hanno un nemico osi avvicinarsi alla sacra mensa e ricevere il Corpo del Signore! Nessuno che si avvicina abbia un nemico! Hai un nemico? Non avvicinarti! Se vuoi farlo, vai prima a riconciliarti, poi ricevi il sacramento. Non sono io a parlare così, è il Signore che lo dice, lui che è stato crocifisso per noi; per riconciliarti a suo Padre non ha rifiutato d’essere immolato né di spargere il suo sangue; e tu, per riconciliarti con tuo fratello, non vuoi neanche dire una parola e prendere l’iniziativa di andare a trovarlo? Senti cosa dice il Signore a proposito di coloro che fanno come te: “Se presenti l’offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te…”. Non dice: “Aspetta che venga a trovarti o che riceva la visita di un tuo amico come intermediario”, oppure: “Mandagli un altro”, ma dice: “Tu, in persona, corri da lui!”. “Vattene – dice – va’ prima a riconciliarti con tuo fratello”. Incredibile! Dio non si considera disonorato di veder abbandonato il dono che gli stava per venir offerto, e tu ti ritieni disonorato di fare il primo passo per riconciliarti con tuo fratello. Che scusa puoi trovare per un simile comportamento? Se vedi uno dei tuoi membri tagliato, non fai di tutto per riattaccarlo al corpo? Agisci allo stesso modo per i tuoi fratelli: quando li vedrai separati dalla tua amicizia, cerca subito di riportarli a te, non aspettare che si presentino per primi, ma tu, per primo, cerca di farlo.


domenica 6 aprile 2014

La gioia dell’amicizia



Un amico fedele è un balsamo nella vita,
è la più sicura protezione.
Potrai raccogliere tesori d’ogni genere
ma nulla vale quanto un amico sincero.
Al solo vederlo, l’amico suscita nel cuore
una gioia che si diffonde in tutto l’essere.
Con lui si vive un’unione profonda
che dona all’animo gioia inesprimibile.
Il suo ricordo ridesta la nostra mente
e la libera da molte preoccupazioni.
Queste parole hanno senso solo per chi ha un vero amico;
per chi, pur incontrandolo tutti i giorni,
non ne avrebbe mai abbastanza.
San Giovanni Crisostomo

giovedì 13 febbraio 2014

Superiorità della preghiera pubblica su quella privata di San Giovanni Crisostomo (354-407)



            Spesso in chiesa al momento più sacro, cerco indarno con gli occhi l’immensa folla che presti sì profonda attenzione alle omelie. È un fatto veramente doloroso! Quando parla un uomo, che non è un servo di Dio come voi, tutti sono pieni d’interesse e di zelo. Ma quando il Cristo sta per manifestarsi durante i Santi Misteri, la chiesa è vuota e deserta… Ma quale è la scusa della maggior parte? “Posso pregare – dicono – anche a casa, ma non mi è possibile ascoltarvi omelie e prediche”.

            T’inganni! È possibile pregare a casa, ma farlo come in chiesa non è possibile, dove così grande è il numero di padri spirituali, dove si leva unanime l’invocazione a Dio. Quando invochi il Signore nel tuo intimo, non sei ascoltato così come quando lo fai con i tuoi fratelli. In chiesa c’è qualcosa di più, la concordia degli spiriti e delle voci, il vincolo dell’amore e le preghiere dei sacerdoti. Questi presiedono l’assemblea dei fedeli poiché le preghiere dei fedeli essendo piuttosto deboli, rafforzate dalle loro che sono più robuste, possano assieme giungere al cielo. Del resto che vantaggio si può ricavare da un’omelia se la preghiera non si unisce ad essa? In primo luogo la preghiera e poi la parola. Così si esprimono anche gli Apostoli: “Noi persevereremo nella preghiera e nel servizio della Parola”[3]. Così pure san Paolo eleva preghiere all’inizio delle Epistole, affinché la preghiera, come la luce di una lampada, preceda illuminando la parola. Se ti abituerai a pregare con fervore, non avrai bisogno delle prediche di coloro che sono servi come te, poiché Dio stesso, senza alcun intermediario, illuminerà la tua mente.

            Se la preghiera di uno solo ha tanta potenza, molto maggiore ne ha quella fatta assieme alla moltitudine dei fedeli. Maggiore ne è l’energia e la sicurezza che non quando si prega in casa o privatamente. Come lo sappiamo? Ascolta quel che dice san Paolo: “Colui che ci salvò e ci salva da una così tremenda morte, speriamo che ancora ci salverà se anche voi collaborerete con la preghiera in nostro favore, affinché un gran numero di persone ringrazi Dio per noi a causa della grazia concessaci”[4]. Così anche Pietro riuscì a fuggire dal carcere: “Si elevava a Dio una preghiera continua da parte della Chiesa per lui”[5]. Se la preghiera della Chiesa aiutò Pietro e liberò dalla prigione quella colonna, come puoi tu disprezzare la sua potenza, dimmelo, e come potrai giustificare il tuo atteggiamento? Ascolta anche il Signore stesso che afferma che si lascia piegare dalla moltitudine che lo invoca con amore. Infatti, giustificandosi di fronte ai lamenti di Giona per la pianta di zucca, dice: “Tu ti sei affezionato alla zucca, per la quale non ti affaticasti né l’hai curata. Ed io non risparmierò Ninive, città così grande, in cui abitano più di dodici miriadi d’uomini?”[6]. Non a caso Egli fa presente il gran numero di persone, ma perché tu sappia che la preghiera, in cui si uniscono molte voci, ha una grande efficacia. E voglio dimostrarlo anche con esempi della storia profana.

            Dieci anni or sono furono arrestate alcune persone perché volevano impadronirsi del potere. Fu accusato anche un alto magistrato e, con la museruola alla bocca, veniva condotto a morte. Allora tutta la città corse all’ippodromo, uscirono gli operai dalle fabbriche e tutto il popolo in massa sottrasse all’ira del sovrano il condannato, sebbene non meritasse alcun perdono. Così, quando volete placare l’ira di un re terreno, accorrete tutti con i figli e le mogli, ma allorché volete muovere a pietà il Re dei Cieli e sottrarre alla sua ira non una persona, come allora, né due, né tre, né cento, ma tutti i peccatori della terra e liberare coloro che sono in preda alle insidie del demonio, ve ne state seduti fuori della chiesa e non accorrete in massa, affinché Dio, commosso dalle vostre voci unanimi, a quelli rimetta la pena ed a voi perdoni i peccati.

            Se infatti ti trovassi in quel momento in piazza, o a casa o occupato con impegni che non ammettono alcun rinvio, non dovresti accorrere in chiesa alla preghiera comune, lasciando tutto e spezzando ogni legame con maggiore energia di quanta dimostri un leone? Quale speranza di salvezza avrai in quel momento? Non solo gli uomini lanciano quel grido terribile, ma anche gli Angeli cadono dinnanzi al Signore e gli Arcangeli pregano. Anche il momento è loro alleato, l’offerta li aiuta. Come gli uomini, tagliati i rami di olivo, li agitano al passaggio dei re, rammentando loro con la pianta la pietà e la bontà verso i loro sudditi, così anche gli Angeli, anziché rami di olivo, presentano il Corpo del Signore e lo invocano per la natura umana, dicendo: “Ti preghiamo per costoro che tu, prevenendo, hai degnato di amare al punto di dare per loro la tua vita. Per costoro ti supplichiamo, per i quali hai versato il tuo sangue; ti invochiamo per costoro per i quali hai sacrificato questo tuo corpo”.

“Sull’incomprensibilità di Dio”, Omelia III, 353-474.




domenica 12 gennaio 2014

Vuoi onorare il corpo di Cristo?






Vuoi onorare il corpo di Cristo?

Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la parola, ha detto anche: "Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare" e "ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli fra questi, non l'avete fatto neppure a me".

Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito, che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare, è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi.

Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai una calice d'oro e non gli darai in bicchiere d'acqua? che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe, o piuttosto non s'infurierebbe contro di te? e se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, e, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?

Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offre, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò, mentre adorni l'ambiente per il culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questo è il tempio vivo più prezioso di quello.

S. Giovanni Crisostomo Vescovo