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martedì 27 gennaio 2015

Orgoglio e umiltà di C. S. Lewis


IL GRANDE PECCATO

Verrò adesso a quella parte della morale cristiana dove essa differisce più nettamente da tutte le altre. C’è un vizio dal quale nessuno al mondo è esente; un vizio che ognuno aborrisce quando lo vede in altri, e di cui ben pochi, tranne i cristiani, immaginano di essere a propria volta colpevoli. Ho sentito gente ammettere di avere un cattivo carattere, o di non sapersi contenere riguardo alle donne o al bere, e perfino di essere vile. Ma non ho mai sentito nessuno, che non fosse un cristiano, accusarsi di questo vizio. Al tempo stesso, mi è capitato molto raramente di conoscere qualcuno, non cristiano, che riscontrandolo in altri lo considerasse con clemenza. Non c’è difetto che renda un uomo più malvisto, e nessuno di cui siamo meno consapevoli in noi stessi. E più ne siamo intrisi, più lo detestiamo nel prossimo. Il vizio di cui parlo è la superbia, l’orgoglio presuntuoso; e la virtù opposta, nella morale cristiana, si chiama umiltà. Forse ricorderete che parlando della morale sessuale vi ho avvertito che il punto centrale della morale cristiana non era quello. Ebbene, ora siamo arrivati al punto centrale. Secondo l’insegnamento cristiano, il vizio essenziale, il male supremo, è la superbia. Lussuria, ira, avarizia, ubriachezza, ecc., sono inezie, in confronto: fu per superbia che il diavolo diventò il diavolo; la superbia è la fonte di tutti gli altri vizi, è la condizione di spirito assolutamente contraria a Dio. Vi sembra un’esagerazione? Pensateci bene. Ho osservato, un momento fa, che più si è superbi, più si prova avversione per la superbia altrui. Se volete misurare la vostra superbia, il modo più facile è domandare a voi stessi: “Mi dispiace, e quanto, che gli altri mi snobbino, non mi prestino attenzione, mi diano sulla voce, mi trattino con degnazione, si mettano in mostra?”.

domenica 25 gennaio 2015

Alcune lettere tratte da The Screw' tape Letters (Le lettere di Berlicche, 1942) di C.S. Lewis.




Un funzionario di Satana istruisce un giovane diavolo apprendista, suo nipote, spiegandogli quali mezzi ed espedienti ha trovato per esperienza più idonei per fare prigionieri gli uomini e strapparli alla parte nemica; e nell'argomentare soppesa lodi e rimproveri allo scopo di richiamare l'attenzione critica del discepolo sulle cause o sui fatti che hanno determinato un suo successo o un insuccesso nella quotidiana battaglia con i ministri di Dio.

Mio caro Malacoda,

ho notato quanto mi dici sull'opportunità di dirigere le letture del paziente sottoposto alla tua cura, e di far sì che il più spesso possibile stia in compagnia di quel suo amico materialista. Ma non ti pare di essere un pochino ingenuo? Le tue parole fan pensare che tu sia d'opinione che la discussione sia il metodo per tenerlo lontano dalle grinfie del Nemico. Avrebbe potuto essere così se egli fosse vissuto alcuni secoli fa. A quei tempi gli uomini avevano una coscienza ancora abbastanza chiara di quando una cosa veniva provata e di quando no; e, se gli argomenti erano convincenti, la credevano veramente. Mantenevano ancora una relazione fra il pensare e l'agire, ed erano pronti, come risultato di una serie di ragionamenti, a mutar vita. Ma, un po' per mezzo della stampa settimanale, un po' con altre armi, siamo riusciti in gran parte a mutare questo stato di cose. Il tuo giovanotto è stato abituato, fin da ragazzo, ad avere nella testa una dozzina di filosofie irriconciliabili fra di loro, che danzano insieme allegramente. Non considera le dottrine come, in primo luogo, "vere" o "false", ma come "accademiche" o "pratiche", "superate" o "contemporanee", "convenzionali" o "audaci". Il gergo corrente, non la discussione, è il tuo alleato migliore per tenerlo lontano dalla chiesa. 

giovedì 11 aprile 2013

L' umilta' di Dio - C.S. Lewis





L’umiltà di Dio

… Dio, che ci ha fatti, sa cosa siamo, e sa che la nostra felicità risiede in Lui. Eppure noi non la cercheremo mai in Lui finché ci lascerà un qualsiasi altro luogo in cui possiamo plausibilmente cercarla. Finché quella che chiamiamo “la nostra vita” sarà piacevole; non la cederemo mai a Lui. Che cosa può dunque fare Dio nel nostro interesse se non renderci la vita meno piacevole ed eliminare le plausibili fonti della nostra falsa felicità? È proprio a questo punto, quando la provvidenza di Dio sembra in un primo momento più crudele, che l’umiltà divina, l’abbassamento dell’Altissimo merita più 1ode. Rimaniamo perplessi quando vediamo abbattersi delle sventure su persone rispettabili, inoffensive, degne -su madri di famiglia abili e laboriose o su piccoli commercianti coscienziosi ed economi, su gente che ha lavorato tanto e onestamente per la sua modesta fetta di felicità e che ora sta apprestandosi a goderla pieno diritto. Come posso avere la tenerezza sufficiente per dire quello che devo ora dire? Non m’importa sapere che, agli occhi di ogni lettore ostile, diventerò in un certo senso personalmente responsabile di tutte le sofferenze che sto cercando di spiegare (…), ma m’importa moltissimo se allontano qualcuno dalla verità. Vorrei implorare il lettore di cercare di credere, anche solo per un momento, che Dio, che ha creato queste persone meritevoli, può avere veramente ragione di pensare che la loro modesta prosperità e la felicità dei loro figli non siano sufficienti per renderli beati -che tutto questo alla fine sarà loro tolto e che se non hanno imparato a conoscerlo finiranno miseramente. E per questo Egli infligge su di loro delle sofferenze, avvisandoli in anticipo di una insufficienza che un giorno dovranno scoprire. La vita loro e delle loro famiglie si frappone fra queste persone e il riconoscimento del loro bisogno; Egli rende allora quella vita meno dolce. Questa la chiamo “Divina umiltà” perché è meschino ammainare la nostra bandiera davanti a Dio quando la nave affonda, è meschino rivolgersi a Lui come all’ultima speranza di salvezza, offrirgli “ciò che è nostro” quando ormai non vale più la pena di tenerlo. Se Dio fosse orgoglioso, certo non ci accetterebbe a queste condizioni; ma non è orgoglioso, si abbassa per conquistarci, ci vuole avere anche se abbiamo mostrato di preferire ogni altra cosa a Lui, e anche se ci rivolgiamo a Lui solo perché non abbiamo trovato “niente di meglio”. La stessa umiltà si vede in tutti quegli appelli divini alle nostre paure che turbano le persone di nobili sentimenti che leggono la Scrittura. Non è certo un complimento per Dio che noi Lo scegliamo come alternativa all’Inferno; eppure Lui accetta anche questo. L’illusione della creatura di essere autosufficiente deve crollare nel suo stesso interesse e Dio, servendosi delle afflizioni o della paura delle afflizioni sulla terra, e mediante la semplice paura del fuoco eterno, la fa crollare, “incurante della diminuzione della Sua gloria”. Chi vorrebbe che il Dio della Scrittura fosse più puramente etico non sa quello che chiede. Se Dio fosse Kantiano, e non ci accogliesse se non quando andassimo a Lui partendo dai motivi più puri e migliori, chi potrebbe essere salvato? E questa illusione di autosufficienza può essere più forte in alcune persone molto oneste, gentili e moderate, e su tali persone deve dunque abbattersi la sventura. I pericoli di un’apparente autosufficienza spiegano perché il Signore consideri i vizi degli irresponsabili e dei dissoluti con tanta più indulgenza dei vizi che portano al successo mondano. Le prostitute non corrono certo il rischio di trovare la loro vita presente così soddisfacente da impedir loro di rivolgersi a Dio; sono piuttosto gli orgogliosi, gli avari e gli ipocriti a correre questo rischio.
C.S. Lewis (“Il problema della sofferenza” Ed. GBU -VI La sofferenza umana)