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martedì 13 dicembre 2016

Ove si parla dei due principali danni, uno privativo e l’altro positivo, causati all’anima dagli appetiti - S. Giovanni della Croce: Salita del Monte Carmelo - Libro I - DAL CAPITOLO 6 AL CAPITOLO 10



1. A questo punto sembra utile fornire un’esposizione più chiara e dettagliata di quanto detto prima. Ho mostrato come i nostri appetiti provochino nell’anima due danni principali. Il primo lo priva dello spirito di Dio; l’altro la stanca, la tormenta, la oscura, la sporca, l’indebolisce e la ferisce, proprio come afferma Geremia: Duo mala fecit populus meus: dereliquerunt fontem aquae vivae, et foderunt sibi cisternas dissipatas, quae continere non valent aquas, cioè: Il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non tengono l’acqua (Ger 2,13). Questi due mali, privativo e positivo, sono provocati da qualsiasi atto disordinato dell’appetito. Parlando, in primo luogo, di quello privativo, è chiaro che, per lo stesso motivo per cui l’anima si affeziona a qualsiasi bene creato, quanto più quell’appetito è radicato in essa, tanto meno è capace di unirsi a Dio. Infatti, come dicono i filosofi e come ho già riferito nel capitolo 4, due contrari non possono coesistere in uno stesso soggetto. Ora, l’amore per Dio e quello per le creature sono contrari; quindi non possono coesistere in una stessa volontà l’affetto per le cose create e quello per Dio. Cosa ha a che vedere, infatti, la creatura con il Creatore, il sensibile con lo spirituale, il visibile con l’invisibile, il temporale con l’eterno, il cibo celestiale, puro e spirituale, con il nutrimento grossolano dei sensi, lo spogliamento del Cristo con l’attaccamento alle cose?

giovedì 30 ottobre 2014

Per andare da Gesù, bisogna sudare “sette camicie”... ma alla fine, Lui ci darà un prezioso aiuto...




Prima di essere esaltata, l'anima viene umiliata e, prima di essere umiliata, è esaltata. Se l'anima vorrà riflettere a ciò, vedrà bene quanti alti e bassi patisce in questo cammino e come dopo aver goduto la prosperità viene qualche tempesta e travaglio, talché  le sembra che quella abbondanza le sia stata data per prepararla e rinforzarla in vista della funzione seguente, come dopo la miseria e la burrasca viene l'abbondanza e la bonaccia per cui all'anima sembra di aver fatto quella vigilia per godere poi di quella festa. Questa è la norma ordinaria dello stato di contemplazione, finché non si raggiunge quello di quiete: non si rimane mai nelle stesse posizioni, ma è tutto un salire e uno scendere.

San Giovanni della Croce - 2N 18, 3

mercoledì 28 maggio 2014

S. Giovanni della Croce: Notte Oscura - Libro I


Ove si tratta della notte dei sensi.

Strofa
In una notte oscura,
con ansie, dal mio amor tutta infiammata,
oh, sorte fortunata!,
uscii, né fui notata,
stando la mia casa al sonno abbandonata.

Spiegazione

1. In questa prima strofa l’anima racconta in che modo si è dovuta distaccare affettivamente da se stessa e da tutte le cose, cioè come abbia dovuto praticare una radicale rinuncia per morire a queste cose e a se stessa. Solo così è riuscita a vivere una vita d’amore con Dio, piena di dolcezze e delizie spirituali. Afferma, altresì, che tale distacco è stato una notte oscura, termine che qui si riferisce alla contemplazione purificante. Mediante questa, come dirò più avanti, si opera passivamente nell’anima la suddetta rinuncia a se stessa e a tutte le cose.
2. Se ha potuto operare il distacco – tiene a precisare –, lo ha fatto con la forza e la veemenza dell’amore che lo Sposo le ha concesso in questa contemplazione oscura. In tutto ciò riconosce la felice sorte, che le è toccata, di arrivare a Dio attraverso questa notte con così grande fortuna, che nessuno dei tre nemici, cioè il mondo, il demonio e la carne, che ostacolano sempre il cammino, ha potuto impedirle di avanzare. Difatti la notte della contemplazione purificante ha assopito e addormentato nella casa della sua sensibilità tutte le passioni e le tendenze che le erano contrarie. Per questo il verso dice: In una notte oscura.
CAPITOLO 1
Ove si comincia a parlare delle imperfezioni dei principianti.
1. L’anima comincia a entrare in questa notte oscura quando Dio la fa uscire dallo stato dei principianti, cioè di coloro che si servono ancora della meditazione nel cammino spirituale, e la trasferisce gradatamente in quello dei proficienti, cioè quella dei contemplativi. Superato questo stadio, la conduce allo stato dei perfetti, che è quello dell’unione con Dio. Al fine di chiarire e meglio comprendere che notte sia quella che l’anima deve attraversare e per quale motivo il Signore ve la ponga, è opportuno prima d’ogni cosa accennare ad alcune imperfezioni dei principianti. Lo farò molto rapidamente, ma non per questo ciò sarà inutile agli stessi principianti. Difatti, anche in questo modo, essi potranno comprendere lo stato di vita in cui giacciono, per poi sentirsi spinti a desiderare che Dio li faccia entrare in questa notte, dove l’anima si fortifica attraverso l’esercizio delle virtù e gusta le inestimabili delizie dell’amore di Dio. Se mi dilungherò un po’, non sarà più di quanto basti per poter trattare subito dopo della notte oscura.

martedì 8 aprile 2014

La salita al monte Carmelo - S. Giovanni della Croce



In primo luogo l'anima abbia un costante desiderio di imitare Cristo in ogni sua azione, conformandosi ai suoi esempi, sui quali méditi per saperli imitare e per comportarsi in ogni sua azione come Egli si diporterebbe.
In secondo luogo, per riuscire in questo è necessario che ella rinunzi a qualunque piacere sensibile che non sia puramente a onore e gloria di Dio e che rimanga vuota di ciò per amore di Gesú Cristo il quale, in questa vita, non ebbe e non volle altro piacere che quello di fare la volontà del Padre, la quale era per Lui suo cibo e nutrimento. Se, per esempio, le si offre il piacere di ascoltare cose che non hanno importanza per il servizio e la gloria di Dio, ella rinunzi al gusto di ascoltarle; se le si porge il diletto di vedere cose che non servono ad avvicinarla al Signore, reprima il desiderio di guardarle. Faccia lo stesso quando le si presenta l'occasione di conversare, di compiere qualche altra azione o di soddisfare qualche altro senso, purché lo possa fare facilmente; se ciò non le sarà possibile, basta che ella non assapori il gusto delle cose che non può evitare.
Per mortificare e calmare le quattro passioni naturali: gioia, tristezza, timore e speranza, dalla cui concordia e pace procedono questi e tanti altri beni, come rimedio efficace, fonte di grandi meriti e causa di grandi virtú serve quanto segue:
L'anima cerchi sempre di inclinarsi:
non al piú facile, ma al piú difficile;
non al piú saporoso, ma al piú insipido;
non a quello che piace di piú, ma a quello che piace di meno;
non al riposo, ma alla fatica;
non al conforto, ma a quello che non è conforto;
non al piú, ma al meno;
non al piú alto e pregiato, ma al piú vile e disprezzato;
non alla ricerca di qualche cosa, ma a non desiderare niente;
non alla ricerca del lato migliore delle cose create, ma del peggiore e a desiderare nudità, privazioni e povertà di quanto v'è al mondo per amore di Gesú Cristo.

La pratica scrupolosa di questi avvisi da parte di un'anima, basta perché essa possa entrare nella notte del senso; tuttavia, per spiegarmi ancora meglio, aggiungerò altre norme che insegnano a mortificare la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, tre inclinazioni che, secondo San Giovanni, spadroneggiano nel mondo e sono causa di tutti gli altri appetiti (
I Gv., 2, 16).

Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.

Quando ti fermi su qualche cosa,
tralasci di slanciarti verso il tutto.
E quando tu giunga ad avere il tutto,
devi possederlo senza voler niente,
poiché se tu vuoi possedere qualche cosa del tutto,
non hai il tuo solo tesoro in Dio.

In questa nudità lo spirito trova il suo riposo poiché non desiderando niente, niente lo appesantisce nella sua ascesa verso l'alto e niente lo spinge verso il basso, perché si trova nel centro della sua umiltà. Quando invece desidera qualche cosa, proprio in essa si affatica.


sabato 14 dicembre 2013

L' anima che cammina nell'amore non annoia gli altri né stanca sé stessa. San Giovanni della Croce


Dio Solo


Dio Solo

 





DIO CI HA DETTO TUTTO NEL CRISTO


DIO CI HA DETTO TUTTO NEL CRISTO
        San Giovanni della Croce *
Nato nel 1542 nella Vecchia Castiglia, Giovanni di Yepes compi i suoi studi dai Gesuiti di Medina ed entrò tra i Carmelitani di questa città. Nel 1567 incontrò S. Teresa d'Avila e fu conquistato dal suo programma di riforma del Carmelo. Prese allora il nome di Giovanni della Croce e diede origine al ramo maschile di tale riforma. Questa però non fu subito compresa da tutti e il Santo dovette sopportare molte prove, che completarono la purificazione della sua anima di mistico. Alla fine della vita fu allontanato da ogni carica e, privato dell'affetto e della comprensione anche dei frati della riforma, morì in un convento dell'Andalusia nel 1591. Aveva confermato con la vita la dottrina delle sue opere: «La salita al monte Carmelo», «La notte oscura», «ll cantico spirituale».
Il motivo principale per cui nell'antica Legge erano lecite le domande che si rivolgevano a Dio e conveniva che i profeti e i sacerdoti chiedessero visioni e rivelazioni divine, deriva dal fatto che, in quei tempi, la fede non era ancora ben fondata, né la Legge evangelica stabilita. Era quindi necessario che essi interrogassero Dio e che Egli parlasse, ora con parole, ora con visioni e rivelazioni, ora con figure e similitudini, ora con molte altre manifestazioni. Perché tutto quel,lo che egli rispondeva, diceva e rivelava, erano misteri della nostra fede e cose a lei attinenti o indirizzate ad essa...
Ma ora, in questo tempo di grazia in cui la fede in Cristo è fondata e la legge evangelica è promulgata, non c'è motivo di interrogare Dio in quel modo e nemmeno occorre più che egli parli e risponda come allora. Poiché nel darci, come ci diede, suo Figlio. ,che è la sua Parola unica e definitiva, ci disse tutto - insieme e in una sola volta - in quest'unica Parola, e non ha più nulla da dire. E questo è il significato di quell'autorità con cui San Paolo, cercando di indurre gli ebrei a staccarsi da quei primitivi modi e rapporti con Dio propri della legge di Mosè e a fissare i loro occhi solamente in Cristo, dice: «Quello che Iddio anticamente manifestò per mezzo dei profeti ai nostri padri in molte e varie maniere, ora infine, in questi giorni, ce lo ha detto nel suo Figlio, tutto in una volta» (Ebr. 1, 1-2). E con questo l'Apostolo vuoi far intendere che Dio è restato come muto e non ha più niente da dire, poiché ciò che prima diceva, in parte, ai profeti, ormai lo ha detto interamente in lui, dandoci il Tutto, che è suo Figlio.
Pertanto chi volesse ora rivolgere domande a Dio o chiedere qualche visione o rivelazione, non solo farebbe una sciocchezza, ma anche un affronto a Dio, non fissando gli occhi totalmente in Cristo senza chiedere altre cose o novità. Dio infatti potrebbe rispondere così: «Se ti ho già detto ogni cosa nella mia Parola, che è mio Figlio e non ho altro, cosa posso ancora rispondere o rivelare più di quello? Poni il tuo sguardo solo in lui, perché in lui ti ho detto e rivelato tutto e troverai in lui ancor più di quello che chiedi o desideri... Fin dal giorno in cui sul monte Tabor discesi sopra di lui col mio Spirito, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo (Mt. 17, 5), già da allora io levai la mia mano, lasciando tutte le antiche pratiche di insegnamenti e di risposte, e la porsi a lui. Ascoltatelo, dunque, perché io non ho più fede ,da rivelare, né altre cose da manifestare. Infatti, se prima parlavo, era promettendo il Cristo; e se mi interrogavano, le domande erano dirette alla petizione e alla speranza di Cristo, nel quale avrebbero trovato ogni bene, come proclama tutta la 'dottrina degli evangelisti e degli apostoli».
* Subida al Monte Carmelo, libro Il, c. XXII - in «Obras de S. Juan de la Cruz» - Madrid 1958 - pp. 197-199