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lunedì 13 febbraio 2017

PERDONARE LE OFFESE di padre Serafino Tognetti – Tratto dal libro “MISERICORDIA ULTIMO ATTO”



Le offese, di per sé, sono un male, ma sappiamo bene che Dio sa trarre il bene anche dal male; certamente il Signore non vuole le offese ma, dato che ci sono, occorre avere la sapienza di saperle usare. Le offese infatti sono occasioni d'oro date da Dio per distruggere l'amor proprio.
Tutti, più o meno, siamo Superbi e orgogliosi, e siccome Dio ci ama, per portarci con Sé in Paradiso, fa di tutto per renderci umili. Se tu dici di te stesso: io non Son capace di far niente, va bene, ma se Sono io a dirti che tu sei un buono a nulla, subito ti offendi: ciò significa che non credevi a quanto dichiaravi.
Quindi le offese, se viste come “occasioni”, sono in ultima analisi un bene. I Padri del deserto erano campioni nel trasformare le offese in doni del Cielo.
Ascoltate questo episodio:
«Raccontavano che il padre Gelasio aveva un libro di pergamena che valeva 18 monete. Conteneva il Vecchio e il Nuovo Testamento. Lo lasciava in chiesa, perché potessero leggerlo i fratelli che lo desideravano. Un giorno venne un fratello forestiero a far visita all'anziano e, visto il libro, bramò di possederlo; lo rubò e se ne andò. Benché l'avesse notato, l'anziano non gli corse dietro per prenderlo. Giunto quegli in città, cercò di venderlo e, trovato un acquirente, gli chiese la somma di 16 monete. Colui che voleva comprarlo gli disse: "Dammelo. Prima lo faccio stimare e poi ti darò quello che vale”. Avutolo lo portò da padre Gelasio perché lo stimasse, dicendogli il prezzo richiesto dall' offerente. Lanziano gli disse: “Compralo. È bello e vale il prezzo che hai detto”. L’altro, tornato dal offerente, riferì la cosa diversamente da quanto l'anziano gli aveva detto egli disse: "Ecco, l'ho mostrato a padre Gelasio ed egli mi ha detto che non vale 16 monete, vale molto meno” Udito ciò, il fratello gli chiese: "Padre Gelasio non ti ha detto nient'altro?” “No”. Gli disse allora: “Non voglio più vendertelo. Restituiscimelo”. E preso da compunzione, ritornò dall'anziano per esprimergli il suo pentimento e lo pregò di riprendere il libro. Questi non voleva ma, alle parole del fratello: “Se non lo prendi non avrò più pace disse: "Se non puoi aver più pace, lo prendo”. Il fratello rimase quindi presso di lui fino alla morte, molto edificato dallo zelo del vecchio».
Vedete questo padre? Quando il commerciante gli porta il libro da far valutare, anziché smascherare tutto, suggerisce di Comprarlo e soprattutto, quando ritorna il ladro, trasforma l'offesa fatta – il furto Subito – in una cosa buona. Il padre sa tramutare il risentimento in atto di perdono, ed è tale l'edificazione di questo episodio che il padre che aveva rubato il libro si pente e rimane con l'anziano fino alla morte.
Le offese, dunque, per quanto oggettivamente atti malvagi, possono avere un duplice effetto positivo: fare bene a noi che riceviamo l'offesa e fare bene all'offensore stesso.
A noi perché, come si è detto, distruggono l'amor proprio. Esse si presentano come delle cannonate improvvise, inaspettate... Si comincia a discutere per delle futilità e si finisce con l'offendere il prossimo. Qual e l'effetto delle cannonate contro una città fortificata? Distruggono le mura. Allo stesso modo, siccome noi passiamo molto tempo a costruire il piedistallo Sul quale ci mettiamo per essere ammirati, apprezzati e applauditi dal prossimo, ecco che la Provvidenza manda qualche cannonata per distruggere il piedistallo. Se Dio avesse altri modi, li userebbe, ma evidentemente l'orgoglio è così radicato in noi che occorrono i bombardamenti.
E non pensate che la mancanza di reazioni violente sia sinonimo di virtù; ci possono essere giudizi pesanti interiori anche se esteriormente c'è il sorriso. E la cosiddetta “implosione monastica”. Sapete la differenza fra implosione ed esplosione? L'esplosione e una casa che salta per aria: si vede e si sente; i monaci Invece implodono: fuori non si vede niente, rimangono imperturbabili, ma dentro si irritano, giudicano e condannano.
Occorre comunque arrivare alla fine ad eliminare non solo le esplosioni verbali che creano reazioni a catena e liti successive con toni sempre più accesi, ma anche le implosioni, perché è vero che le offese possono essere usate per crescere nell'umiltà, ma è anche vero che alla fine tra persone che si amano è meglio che le offese non ci siano affatto.
Anche Gesù ricevette molte offese durante gli anni della sua vita pubblica. Nella Passione, luogo massimo delle offese, Egli reagì alle provocazioni tacendo: Jesus autem tacebat (Mt 26,63). Sulla croce si rivolse al Padre e chiese perdono per i suoi crocifissori: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Davanti a Pilato Gesù parla, ma di fronte alle offese tace. Gesù si espone alle offese, il male si Scaglia Sul Bene assoluto, ed Egli lascia fare. Sulla croce è fisso, non può muoversi perché i chiodi lo tengono fermo: è un “esposto”. Nella Passione tutti possono fare di Lui quello che vogliono, la violenza è inaudita, brutale. Gesù potrebbe fulminare con uno sguardo, ma lascia che il male si sfoghi totalmente su di Lui. È una sorta di parafulmine: il male affonda, le offese si scagliano, e la reazione è tacere e incassare le offese. In questo modo il male, esaurita la sua azione, viene assorbito e perde la sua forza. È l'azione dell'amore, che annulla e vanifica il male, dopo averlo totalmente assunto; è quel famoso calice dei Salmi: fino alla feccia ne dovranno sorbire” (Sal 75,9).
Venendo a noi, come possiamo trasformare le offese in bene? Suggerisco cinque azioni successive da applicare ogni volta che subiamo un'offesa.
1 – Bloccare l'ira con il silenzio.
Quando vengo offeso, se voglio veramente approfittare di questa offesa e ritenerla come opera di Dio o, meglio, l'offensore come l'inviato da Dio per la mia crescita, devo stare zitto. Sono offeso e come primissima reazione taccio.
2 – Guardare l'offensore con mitezza.
Quando offendo qualcuno, posso trovarmi di fronte una persona che tace con le parole, ma che mi fulmina Con lo sguardo e che manda i lampi dagli occhi. Lo sguardo di Cristo in croce, invece, non è certo uno sguardo distruttivo, tant'è che il buon ladrone ne rimane colpito e si rivolge al Signore con le parole che sappiamo. Guardare l'altro con mitezza! E lo sguardo di Gesù a Pietro dopo il rinnegamento: in quel momento l'apostolo, lontano da Dio, ha tradito la fiducia del suo maestro e questi lo ricambia con uno sguardo di misericordia che fa piangere l'apostolo di amarezza. Ecco quanto può uno sguardo di mitezza.
3 – Sentire la pena per il peccato che è in lui.
Dopo aver guardato l'offensore con dolcezza, comincio addirittura a soffrire per il fatto che lui, proprio per questa offesa, sia lontano da Dio. Egli è dominato dalle passioni, dall'ira, quindi lo compiango; è come avere un figlio gravemente malato e sentire un amore pieno di compassione per lui.
4 – Chiedere perdono al Padre di quel peccato.
Faceva così Silvano del Monte Athos. Se veramente sento pena per quel peccatore, comincio nel mio Cuore – magari non subito, ma più tardi - a chiedere perdono al Signore di quel peccato che mi ha offeso. A questo punto non è più il suo peccato, direbbe Silvano; ora è il nostro, perché io sono solidale con il mondo dei peccatori. Se mi offendi ed io riesco a vincere la primissima reazione, alla fine davvero prego per te, perché so che la tua ira ti allontana da Dio ed io ne provo pena.
5 – Ringraziare Dio che non ci siamo lasciati scappare quell'occasione.
Ringraziare Dio perché ne abbiamo fatto tesoro, perché siamo riusciti, attraverso l'offensore, a diventare più miti, a far crollare in noi una parte dell'amor proprio e abbiamo trasformato l'offesa in atto di ringraziamento.
Forse Sarete un po' scoraggiati (sono cinque passaggi un po' difficili...), ma il passo più faticoso è il primo. Se riuscite a farlo, il secondo è già più facile e poi il terzo, il quarto e il quinto arrivano quasi di conseguenza. Dovrete riuscire d'ora in poi a governare il primo istinto di rispondere malamente. Mettete subito il silenzio, contando fino a dieci, anche se dentro vi rimbomba l'offesa e Pira; state Zitti, state fermi.
Anche Gesù sentiva le offese sulla croce. Pensate non le sentisse? Pensate gli facessero piacere? No, però subito venivano vissute in questo processo di perdono: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7).
Il risultato finale dell'intero processo è l'acquisizione di una grande pace interiore, mentre l'ira lascia uno strascico che a volte va avanti per anni. Se l'offesa è stata grave e la risposta anche, si rischia di rompere definitivamente con il fratello senza possibilità di ricucire. Se invece applichi subito la cura, sentirai una grande pace. E chissà che tale pace non finisca anche all'offensore malvagio che, vedendo te così tranquillo e pacificato, si dimenticherà del male fatto e sentirà di aver sbagliato.
E se uno non ce la fa a tacere? Allora scatta il piano B, detto piano di santa Teresa”. Una volta santa Teresa di Gesù Bambino fu messa nell'occasione di percorrere queste cinque tappe, ma non riuscendo a viverle a dovere, sentite come se la cavò:
«Cara madre, le cito un esempio che forse la farà sorridere. Durante una delle sue bronchiti, io venni un mattino pian piano a riportarle le chiavi della grata perché ero sacrestana e in fondo non ero affatto contrariata di quell'occasione di vederla, anzi, ero molto contenta, ma mi guardai bene dal farlo conoscere. Una consorella, animata da Santo zelo, che mi amava molto, vedendomi entrare nella sua stanza, madre mia, credette che io l'avrei svegliata e volle prendermi le chiavi, ma io ero troppo smaliziata per dargliele e cedere i miei diritti. Le dissi, con la maggior cortesia possibile che anch'io desideravo non svegliarla, che stava a me restituirle le chiavi. Capisco allora che sarebbe stato più perfetto cedere a quella consorella che era anche più anziana di me. Non lo capivo allora, perciò volendo assolutamente entrare dietro a quella, nonostante che ella mi spingesse la porta per impedirmi di passare, ben presto il guaio che temevamo accadde. Il rumore che facevamo le fece aprire gli occhi. Allora, madre mia, tutto ricadde su di me. La povera consorella alla quale io avevo resistito si mise a tirare fuori tutto un discorso il cui fondo era questo: è suor Teresa di Gesù che ha fatto tutto questo rumore. Mio Dio Com'è sgradevole lo sentivo tutto il contrario e avevo una gran voglia di difendermi. Fortunatamente mi venne un'idea luminosa. Mi dissi che se certamente avessi cominciato a giustificarmi, non avrei potuto mantenere in pace la mia anima, sentivo che non avevo abbastanza virtù per lasciarmi accusare senza dir nulla, perciò l'ultima tavola di salvezza era la fuga, pensare e fare un tutt'uno. Partii senza tamburo né tromba mentre sentivo che la consorella continuava con il suo discorso che assomigliava alle imprecazioni di Camilla contro Roma. Il cuore mi batteva tanto forte che mi fu impossibile andar lontano e mi sedetti sulle scale per godere in pace il frutto della mia vittoria. Non era un atto di grande valore, è vero, ma tuttavia credo che sia meglio non esporsi alla battaglia quando la sconfitta è sicura».
Se sentite che state per rispondere malamente, Scappate. Meglio andarsene che reagire. Il frutto è la pace, come confessa la santa: “Mi fermai a godere il frutto di questa vittoria”.
L'offesa fa bene anche all'offensore. Sembra strano, ma una possibilità c'è. Scrive san Paolo: “Non rendete a nessuno male per male (...) non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira divina (ECCO il principio della fuga! Non è vigliaccheria, ma io lascio fare all'ira divina), sta scritto infatti: a me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se il nemico ha sete, dagli da bere: così facendo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (Rm 12,17-21).
Esiste una giustizia e questa giustizia la compie Dio. Noi non siamo in grado di dare la risposta adeguata alle offese, quindi è saggio rimettere la nostra causa al giustiziere.
Secondo: se alla passione dell'ira risponde altrettanta passione dell'ira, non si esce dallo scontro. Ira chiama ira, quindi: “Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite” (Rm 12,14). La grazia ha l'effetto di scaricare la passione, di calare la tensione. Io voglio la salvezza di quel peccatore: allora accumulare carboni sulla Sua testa vuol dire creargli dei problemi di coscienza; se io sto continuamente in silenzio, se assorbo tutto, se l'ira si sfoga verso di me e non reagisco mai, se dono uno sguardo d'amore e prego ardentemente per lui, la sua ira può scatenarsi in modo inverosimile, ma può darsi che, Scaricata tutta, il peccatore si arrenda e crolli. E se non crolla allora lo consegneremo veramente nelle mani di Dio, perché noi non possiamo fare altro.
Dio vuole la salvezza di quel peccatore, ma dal momento che egli è sordo alla sua voce, manda noi. In quel momento siamo una sorta di missionari, gli inviati del Cielo, gli angeli di Dio per quel peccatore. E comunque, anche se il nostro silenzio e la nostra pace lo fa arrabbiare ancora di più, il pentimento può arrivare più tardi, foss'anche alla fine della vita. Alcuni mariti in fondo alla pista confessano: “In tutta la mia vita ho fatto tribolare mia moglie, ma adesso che sto morendo capisco tutto il male che ho fatto e chiedo perdono”. E. stata proprio la pazienza della moglie che ha creato il pentimento finale. Di fatto, colui che assorbe l'ira mette l'altro in condizione prima o poi di pentirsi. Se si pente subito, voi guadagnate un fratello e avrete compiuto un'opera di misericordia che rimarrà scritta in eterno nel libro della Vita.
Un bel giorno da san Serafino di Sarov arrivarono due persone malintenzionate armate di bastoni. Il santo abitava in una capanna di legno a quindici chilometri dal convento; i ladri credevano che gli eremiti avessero chissà quale ricchezza nascosta, forse dei soldi sotto il materasso. San Serafino era un omaccione grande e grosso abituato a spaccare della legna; quando gli arrivarono addosso minacciosi, tutta la sua natura di uomo della Russia venne fuori e cominciò a difendersi. Ma capì che non doveva farlo, e si lasciò bastonare senza reagire. Gliene diedero tante da massacrarlo, perché volevano proprio ucciderlo; poi videro che nella Capanna non c'era niente e fuggirono. Quando san Serafino riuscì a riprendersi, fece la strada verso il monastero strisciando sui gomiti, arrivando più morto che vivo. Lo curarono, stette diversi mesi infermo, ma di fatto non si riprese mai più e rimase tutto il resto della vita ingobbito e sciancato. Dopo non tanto tempo i due briganti bussarono al convento pieni di rimorso, perché avevano capito che Serafino era un grande santo, e questi cosa fece? Li fece monaci! Visto il pentimento, trasformò immediatamente il male in bene.
Io invece – confesso la mia mediocrità - una volta trovai un ladro dentro Casa San Sergio. Stavamo pranzando e mi ricordai di una cosa che avevo lasciato in cella; salii e vidi nella stanza del padre Barsotti un uomo con le mani nel cassetto del comò. Ci guardammo e Ovviamente capii subito che si trattava di un ladro. “Scusa, ma tu cosa stai facendo?”. E lui: “Ehm... Avrebbe per caso un bicchiere d'acqua?”. "Penso piuttosto che chiamerò i carabinieri”, gli risposi. Al che egli uscì rapidamente di stanza e si diresse verso l'uscita; io gli corsi dietro fino ad un motorino parcheggiato nel piazzalino fuori. Salì e mentre partiva gli dissi chiaramente (non come san Serafino di Sarov): “Guarda che ti ho visto bene in faccia: cerca di non tornare più”. Di fatto non si vide più. Diedi un pessimo esempio: con San Serafino i ladri tornarono e si fecero monaci, con me invece il brigante non si è più fatto vivo e ha continuato a fare il ladro.
Un'altra volta fu il turno di padre Silvano trovare un ladro a Casa San Sergio, addirittura dentro la sua cella (immaginate entrare in camera vostra e trovarvi un ladro... Non è il massimo della vita). Con il suo aplomb nordico e il suo Sorriso celestiale, Silvano gli disse dolcemente: "Vieni con me”. Questi, stranamente, anziché reagire o scappare, lo seguì. Silvano lo portò in cappella e indicando col dito il tabernacolo gli disse: "Vedi, lì c'è Gesù”. Il povero ladro era confuso, non sapeva che dire... Fece un cenno di genuflessione e se ne andò pian piano in silenzio!
Vedete come il diverso comportamento della persona lesa può cambiare il cuore dell'offensore.
Racconto rabbinico
Un giorno rabbi Meher-Baba fece ai suoi discepoli questa domanda: “Perché le persone quando sono arrabbiate gridano?”. I discepoli ci pensarono un po' poi risposero: “Perché perdono la calma, per questo gridano”, “Ma perché gridare – ribadì il maestro – quando l'altra persona ti sta vicino? Non le puoi parlare a bassa voce? Perché alzare la voce?”. I discepoli diedero altre risposte, ma nessuna di esse risultò soddisfacente al maestro.
Alla fine Meher-Baba spiegò: “Quando due persone sono arrabbiate, i loro cuori si allontanano molto. Per coprire la distanza dei cuori, si mettono ad urlare nel tentativo di sentirsi più vicini; e più sono arrabbiati più gridano, per superare la loro distanza”.
Il maestro chiese poi: “E che cosa succede quando due persone si innamorano? Non gridano, parlano dolcemente, perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza è ridottissima. E quanto più si amano, tanto più non parlano, ma sussurrano e si guardano negli occhi. Alla fine non hanno più bisogno di discorsi e si contemplano in silenzio: il loro stesso cuore parla”.

padre Serafino Tognetti – Tratto dal libro “MISERICORDIA ULTIMO ATTO”