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lunedì 19 aprile 2021

Come funziona il peccato... Il peccato di Adamo ed Eva… di padre Serafino Tognetti – Tratto dal libro “Dio perdona sempre – Il sacramento della riconciliazione”

Ma come ha potuto Adamo peccare, perdere l’amicizia e l’intimità con Dio?

Andiamo a vedere quello che successe nel Paradiso terrestre, dove la realtà del peccato è descritta da Dio stesso, il quale può parlare del peccato meglio di qualsiasi altro teologo.

Il peccato di Adamo ed Eva è il primo di tutti i peccati, il più importante: compreso quello si capiscono anche tutti gli altri, che ne sono una derivazione. Peccato “originale” significa infatti che sta all’origine di tutti i successivi. Il peccato di Adamo ed Eva va conosciuto bene perché ne impariamo l’insidia e il pericolo.

Vediamo. Nella scena del peccato originale i protagonisti sono tre: Adamo, Eva e il serpente, oltre naturalmente a Dio che, avendo creato l’uomo libero, lo lascia agire come meglio crede. L’amore, infatti, o è libero o non è; non si può dire di amare una persona se non siamo posti nelle condizioni di poterla rifiutare; anzi, la tentazione diventa addirittura necessaria per capire fino a che punto amiamo. Il grande sant’Antonio abate, che s’intendeva bene di lotta spirituale contro il demonio, disse infatti: «Togli la tentazione e nessuno si salva».

lunedì 13 febbraio 2017

PERDONARE LE OFFESE di padre Serafino Tognetti – Tratto dal libro “MISERICORDIA ULTIMO ATTO”



Le offese, di per sé, sono un male, ma sappiamo bene che Dio sa trarre il bene anche dal male; certamente il Signore non vuole le offese ma, dato che ci sono, occorre avere la sapienza di saperle usare. Le offese infatti sono occasioni d'oro date da Dio per distruggere l'amor proprio.
Tutti, più o meno, siamo Superbi e orgogliosi, e siccome Dio ci ama, per portarci con Sé in Paradiso, fa di tutto per renderci umili. Se tu dici di te stesso: io non Son capace di far niente, va bene, ma se Sono io a dirti che tu sei un buono a nulla, subito ti offendi: ciò significa che non credevi a quanto dichiaravi.
Quindi le offese, se viste come “occasioni”, sono in ultima analisi un bene. I Padri del deserto erano campioni nel trasformare le offese in doni del Cielo.
Ascoltate questo episodio:
«Raccontavano che il padre Gelasio aveva un libro di pergamena che valeva 18 monete. Conteneva il Vecchio e il Nuovo Testamento. Lo lasciava in chiesa, perché potessero leggerlo i fratelli che lo desideravano. Un giorno venne un fratello forestiero a far visita all'anziano e, visto il libro, bramò di possederlo; lo rubò e se ne andò. Benché l'avesse notato, l'anziano non gli corse dietro per prenderlo. Giunto quegli in città, cercò di venderlo e, trovato un acquirente, gli chiese la somma di 16 monete. Colui che voleva comprarlo gli disse: "Dammelo. Prima lo faccio stimare e poi ti darò quello che vale”. Avutolo lo portò da padre Gelasio perché lo stimasse, dicendogli il prezzo richiesto dall' offerente. Lanziano gli disse: “Compralo. È bello e vale il prezzo che hai detto”. L’altro, tornato dal offerente, riferì la cosa diversamente da quanto l'anziano gli aveva detto egli disse: "Ecco, l'ho mostrato a padre Gelasio ed egli mi ha detto che non vale 16 monete, vale molto meno” Udito ciò, il fratello gli chiese: "Padre Gelasio non ti ha detto nient'altro?” “No”. Gli disse allora: “Non voglio più vendertelo. Restituiscimelo”. E preso da compunzione, ritornò dall'anziano per esprimergli il suo pentimento e lo pregò di riprendere il libro. Questi non voleva ma, alle parole del fratello: “Se non lo prendi non avrò più pace disse: "Se non puoi aver più pace, lo prendo”. Il fratello rimase quindi presso di lui fino alla morte, molto edificato dallo zelo del vecchio».
Vedete questo padre? Quando il commerciante gli porta il libro da far valutare, anziché smascherare tutto, suggerisce di Comprarlo e soprattutto, quando ritorna il ladro, trasforma l'offesa fatta – il furto Subito – in una cosa buona. Il padre sa tramutare il risentimento in atto di perdono, ed è tale l'edificazione di questo episodio che il padre che aveva rubato il libro si pente e rimane con l'anziano fino alla morte.
Le offese, dunque, per quanto oggettivamente atti malvagi, possono avere un duplice effetto positivo: fare bene a noi che riceviamo l'offesa e fare bene all'offensore stesso.
A noi perché, come si è detto, distruggono l'amor proprio. Esse si presentano come delle cannonate improvvise, inaspettate... Si comincia a discutere per delle futilità e si finisce con l'offendere il prossimo. Qual e l'effetto delle cannonate contro una città fortificata? Distruggono le mura. Allo stesso modo, siccome noi passiamo molto tempo a costruire il piedistallo Sul quale ci mettiamo per essere ammirati, apprezzati e applauditi dal prossimo, ecco che la Provvidenza manda qualche cannonata per distruggere il piedistallo. Se Dio avesse altri modi, li userebbe, ma evidentemente l'orgoglio è così radicato in noi che occorrono i bombardamenti.
E non pensate che la mancanza di reazioni violente sia sinonimo di virtù; ci possono essere giudizi pesanti interiori anche se esteriormente c'è il sorriso. E la cosiddetta “implosione monastica”. Sapete la differenza fra implosione ed esplosione? L'esplosione e una casa che salta per aria: si vede e si sente; i monaci Invece implodono: fuori non si vede niente, rimangono imperturbabili, ma dentro si irritano, giudicano e condannano.

domenica 6 novembre 2016

Dalle omelie di San Giovanni Maria Vianney – Tratto da “Ho visto Dio in un uomo” di padre Serafino Tognetti CFD



Lavorare per il cielo
Molti sono i cristiani, figli miei, che non sanno assolutamente perché sono al mondo... “Mio Dio, perché mi hai messo al mondo?”. “Per salvarti”. “E perché vuoi salvarmi?”, “Perché ti amo”. Com’è bello conoscere, amare e servire Dio! Non abbiamo nient’altro da fare in questa vita. Tutto ciò che facciamo al di fuori di questo è tempo perso. Bisogna agire soltanto per Dio, mettere le nostre opere nelle sue mani... Svegliandosi al mattino bisogna dire: “Oggi voglio lavorare per te, mio Dio! Accetterò tutto quello che vorrai inviarmi in quanto tuo dono. Offro me stesso in sacrificio. Tuttavia, mio Dio, io non posso nulla senza di te: aiutami!”. Oh! Come rimpiangeremo, in punto di morte, tutto il tempo che avremo dedicato ai piaceri, alle conversazioni inutili, al riposo anziché dedicarlo alla mortificazione, alla preghiera, alle buone opere, a pensare alla nostra miseria, a piangere sui nostri peccati! Allora ci renderemo conto di non aver fatto nulla per il cielo.
Che triste, figli miei! La maggior parte dei cristiani non fa altro che lavorare per soddisfare questo “cadavere” che presto marcirà sotto terra, senza alcun riguardo per la povera anima, che è destinata ad essere felice o infelice per l’eternità. La loro mancanza di spirito e di buon senso fa accapponare la pelle!
Vedete, figli miei, non bisogna dimenticare che abbiamo un’anima da salvare ed un’eternità che ci aspetta. Il mondo, le ricchezze, i piaceri, gli onori passeranno; il Cielo e l’Inferno non passeranno mai. Stiamo quindi attenti!
I santi non hanno cominciato tutti bene, ma hanno finito tutti bene. Noi abbiamo cominciato male: finiamo bene, e potremo un giorno congiungerci a loro in cielo.
Confidare in Dio

mercoledì 2 novembre 2016

I “Vianney” del XX secolo – Tratto da “Ho visto Dio in un uomo” di padre Serafino Tognetti CFD



Primo quadretto. Un prete a SanPietroburgo.
Silvano del monte Athos è una delle grandi figure del monachesimo ortodosso russo. È il santo della misericordia di Dio. Pochi sanno che egli fu indirizzato al monte Athos da un parrocco padre Ivan, che esercitava il suo ministero in una parrocchia della periferia di San Pietroburgo. L’incontro che Silvano ebbe con quel santo sacerdote, quando era ragazzo, lo segnò per tutta la vita. “Dopo san Serafino di Sarov -scrive Silvano del monte Athos – ci è stato dato San Giovanni (Ivan) di Cronstad. La suapreghiera, come una colonna, si innalzava al cielo...L’abbiamo visto pregare con i nostri occhi. Mi ricordo che quando lasciava la chiesa, al termine della liturgia, il popolo lo circondava invocando la sua benedizione. Anche in mezzo ad una folla così numerosa, la sua anima rimaneva sempre fissa in Dio e non perdeva la pace. Padre Ivan amava gli uomini e non cessava di pregare per loro”.
Gli innumerevoli pellegrini, ricchi o poveri, giovani o ignoranti, che accorrono verso di lui, cercano il prete, l’uomo dell’intercessione, oltre che il profeta che scruta i cuori, guarisce i corpi e provoca conversioni sconvolgenti.
Si tratta di qualcosa di assolutamente inaudito nella storia della Chiesa ortodossa russa: infatti il clero secolare, spesso meschino e poco istruito, a volte dedito al vino e brutale, con famiglia numerosa (il prete nell’ortodossia può essere sposato), a volte addirittura utilizzato dallo stato per fini polizieschi, è quasi sempre considerato appartenente ad una categoria spirituale inferiore. Il popolo russo preferisce rivolgersi ai monaci, molti dei quali vivono nella solitudine di immense foreste o isole lontane, sognando la santità, e la santità assoluta. Ivan di Cronstad invece non è né un monaco né un “folle in Cristo”: fa parte del clero secolare, sposato, legato ad un povero gregge che non abbandonerà mai, nell’angolo più povero della città di Cronstad, alla periferia di San Pietroburgo. Nacque il 19 ottobre 1829, era figlio dell’archivista della parrocchia. Faceva abbastanza fatica a scuola, ma era affascinato dal mondo di Dio, soprattutto dalla liturgia così ricca di segni, di incensi, di croci, di icone. Della vita scolastica del collegio ricorda: “Dovevo fare tutto da solo, i miei compagni di classe non mi aiutavano per niente. Erano tutti più dotati di me”. Uscito dalla scuola, si orienta decisamente verso il sacerdozio: vuole essere prete. Ivan cerca soprattutto la preghiera, l’unione con Dio. Essa è il “senso della vita, l’unico”. Nel frattempo il padre muore, e Ivan diviene l’unico sostegno della famiglia: deve aiutare la madre e le sorelle. Deve fare l’impiegato e tutto quello che guadagna lo spedisce a casa. Ha anche un periodo spiritualmente difficile, con tentazioni di fede. Ne esce con il gran mezzo della preghiera. “La preghiera ardente, accompagnata dalle lacrime, ha la forza non solo di purificare i peccati, ma anche di guarire i malati, di rinnovare l’essenza dell’uomo e di rigenerarlo. Lo dico per esperienza”. Poco dopo sposa Elisabetta Nesvistsky, una donna eccezionale, figlia dell’arciprete di Cronstad. 

giovedì 25 febbraio 2016

“Se la mia lingua non può dirti continuamente che ti amo, almeno voglio che il mio Cuore te lo ripeta ogni volta che respiro” - L’uomo Vianney




Il ritratto umano del Curato d'Ars
Il Curato d’Ars non si fece mai fotografare, pur esistendo già,al tempo, le prime rudimentali macchine fotografiche, quei baracconi che oggi sono pezzi di antiquariato ma che, a quei tempi, già funzionavano. Don Vianney era troppo umile| per poter mettersi in posa: nọn ci fu verso di convincerlo. Gli fecero parecchi ritratti, ma tutti improvvisati, perché egli non accettò mai di mettersi in posa. Una volta un ritrattista, fingendosi un devoto fedele, si mise seminascosto in chiesa tra le prime file, tenendo un quaderno sotto la giacca per dipingere il Santo mentre predicava. Il Santo, accortosene, lo rimproverò benevolmente, e disse che se avesse dipinto un'oca,quello sarebbe stato il ritratto del Curato d’Ars più appropriato.
L’attenzione andava a Dio, non a quel povero strumento che era lui stesso. L'unica foto che si ha del Curato è quando egli ormai non poteva più fare niente per protestare: poche ore dopo la morte, Oltre la foto, in quella occasione gli fecero il calco facciale, dal quale ricavarono la statua che si trova ad Ars, e che quindi possiamo a ragione definire come il vero volto del Curato d’Ars. Ma per noi è bello poterlo conoscere anche attraverso le descrizioni che fece chi lo conobbe.  Come era Giovanni Maria Vianney?

venerdì 31 gennaio 2014

Che cosa significa pregare? - di padre Serafino Tognetti, Comunità dei Figli di Dio


 
Quando parliamo di preghiera pensiamo subito all’uomo in atteggiamento umile che chiede a Dio qualcosa, e in generale questo qualcosa risponde al soddisfacimento dei propri bisogni. Questo di per sé non è sbagliato: Gesù stesso nel Vangelo ci ha chiesto di bussare, di chiedere, di domandare anche il pane quotidiano.
Il significato principale
Ma la natura della preghiera è altra: essa presuppone il nostro incontro con Dio, a prescindere da quello che possiamo chiedere o ricevere. È un bisogno prima di tutto dell’anima di unirsi al suo Creatore, al suo Padre, al suo Tutto. La preghiera è rischiosa: dopo un po’ ci accorgiamo che Dio è persona e che ci chiede qualcosa, e forse qualcosa che non ci aspettiamo, e forse nemmeno desideriamo. La nostra natura si ribella a volte alle richieste di Dio, e per questo è più facile “anticipare” Dio con le nostre richieste, e quindi non ascoltarlo, non renderci docili prima di tutto alla sua presenza. Nei racconti dei Chassidim si racconta di quel rabbino ebreo che prima di iniziare la preghiera andava a salutare la moglie, ad abbracciare i figli, e a chi gli domandava il perché di questi atteggiamenti egli rispondeva: «Sto andando a pregare: non so come tornerò, e se tornerò». Così deve essere il nostro primo atteggiamento.
Scrive Abraham Joshua Hescel (1907-1972), uno dei maggiori studiosi dell’ebraismo e docente di mistica ebraica: «Non è corretto descrivere la preghiera come il discorrere tra gli uomini; noi non comunichiamo con Dio: ci rendiamo comunicabili a Lui. La preghiera è effusione del cuore davanti a Dio: non è rapporto tra due soggetti, ma è il tentativo di diventare oggetto al suo pensiero. Per colui che pensa, Dio è un oggetto, per l’uomo di preghiera Egli è il soggetto. Quando ci troviamo in presenza di Dio ci sforziamo non di acquisire una conoscenza oggettiva, ma piuttosto di rendere più profonda la fedeltà tra noi e Dio. Ciò che desideriamo non è conoscere Lui, ma essere conosciuti da Lui».
Strano a dirsi: nella preghiera l’iniziativa è di Dio. È Lui che ci chiama, che ci vuole, che ci attira. Egli ha bisogno di noi perché ci ha creati e vuole donarci il suo Amore divino. La preghiera allora non è che la risposta dell’uomo.
Don Divo Barsotti (1914- 2006) iniziava sempre la sua giornata con due preghiere; la prima era: «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo», tratta dal Deuteronomio, e la seconda era: «”Padre nostro, che sei nei cieli…”. Questo significa: prima l’ascolto, poi la risposta. Nell’ascolto io imparo che Dio è Uno solo, e nella riposta dico subito: Padre mio…».
Nelle altre religioni
Da qui viene l’assoluta diversità della preghiera cristiana da quella nelle altre esperienze religiose. I musulmani pregano prostrati a terra semplicemente come atto di adorazione, riconoscendo la sovranità assoluta di Dio, ma Dio (Allah, per loro) non li considera: Egli non li conosce. Egli non può conoscere né tanto meno amare, perché non ha alcun rapporto con l’uomo. Per non parlare dell’induismo, del buddismo e delle religioni asiatiche. Lì è tutto impersonale: c’è una divinità vaga, totalmente impersonale: un “io” divino non esiste, e il centro è sempre l’uomo. Non così tra noi e Dio. Dio si è fatto carne, ha parlato, ci conosce e ci ama, vuole qualcosa da noi, e questo è assolutamente sconvolgente.
Quando il beato Charles de Foucauld (1858-1916) capì questo, da ateo che era in un istante solo scelse di entrare nella Trappa e poi di andare a vivere nel deserto: non poteva sopportare di interporre tra lui e Dio altra cosa che potesse distrarlo da questo amore. In un certo senso, a un Dio impersonale puoi far dire quello che vuoi, e continuare a vivere la tua piccola vita, organizzarti tu un sistema morale più o meno buono, e vivere secondo tale legge umana, mentre se Dio è persona, significa allora che tu ti rendi disponibile a Lui, e Lui ti può chiedere di tutto. Per pregare occorre pertanto l’atto di fede iniziale che ci metta in relazione con Dio, il Dio del roveto ardente di Mosè, il Dio che parlò ad Abramo, il Dio che si fece uomo e ci chiese di seguirlo e di lasciarsi amare da Lui. Scrive don Divo Barsotti: «La preghiera è possibile perché è Dio che ha preso l’iniziativa. Dunque, è Lui che prega. La nostra preghiera presuppone Lui. Non potremmo parlare a Dio senza che prima Lui parli a noi, e la nostra preghiera tanto più è vera quanto più noi sentiamo che è Lui il primo che parla, il primo che entra nella nostra vita, e ci dà speranza, ci viene in soccorso, ci conosce e ci ama. È la fede che ci dà la possibilità della preghiera».
Fiducia completa
L’uomo di preghiera dunque si “lascia fare” da Dio, e si fida di Lui. Questa è la grande sfida della preghiera cristiana, ed è anche questa la carenza che si può vivere nel nostro rapporto con Dio: la mancanza di fiducia in Lui. Abbiamo paura che il Signore ci chieda dei sacrifici, delle rinunce, qualcosa che non concordi con le nostre scelte di vita… e allora è meglio che Dio non parli proprio. Non a caso in apparizioni private ad anime sante come suor Faustina Kowalska (1905-1938) o suor Josefa Menendez (1890- 1923), il Signore si rammarica proprio della mancanza di fiducia da parte dei cristiani. «Non contano nemmeno i peccati – dice Gesù alla Menendez – se l’anima subito si rivolge con fiducia illimitata in me». «Ciò che mi ferisce di più – rivela alla Kowalska – è proprio la mancanza di fiducia da parte dei cristiani, soprattutto delle anime consacrate».
Gesù stesso ha conosciuto questo passo della fiducia nella sua vita visibile, proprio nel momento terribile della Passione: nel Getsemani Egli prega, sì, prega il Padre che Egli allontani da Lui il calice del dolore. Poi si accorge che anche il Padre prega: prega il Figlio di accettare il calice, perché da questo ne sarebbe venuta la salvezza del genere umano. Ma se l’uomo dà questa piena fiducia a Dio, sapendo che tutto quello che Egli chiederà è il nostro vero bene, perché ci ama, allora tutto diventa semplice. È come nell’amore: quando si è innamorati, basta che l’altro sia, e siamo disposti a tutto per dargli gioia. L’incontro di Dio con l’uomo è per la gioia dell’uomo. Se solo si capisse questo, il problema sarebbe non quando pregare, ma quando smettere di pregare. La preghiera allora è questione di un istante, e quell’istante è tutto: consegnare totalmente noi stessi a Dio in uno slancio di fiducia illimitato, e rimanere quieti in silenzio davanti a Lui.
Le parole nella preghiera
Certo, la preghiera è fatta anche di parole, perché non esiste un amore muto. Allora saranno parole di richiesta, di lode, di supplica, di lamentela, di adorazione, di ringraziamento… di tutto quello che volete, ma sempre con quella base di fiducia che l’uomo dà al suo Signore, lasciandogli quello spazio interiore in cui Dio stesso imprime nei nostri cuori le Sue parole, che sono parole di amore, di speranza, di comunione, di pace profonda.
Parole di fuoco.
In questo senso la preghiera è di natura assolutamente contemplativa. Nel silenzio del nostro cuore finalmente disponibile Dio parla; nel silenzio. L’uomo si effonde in Lui e risponde, come gli viene di rispondere: a quel punto qualunque cosa dice va bene, perché è il figlio che parla al Padre. Una volta in una parrocchia mi fu chiesto di guidare un’ora di adorazione. Volevo impostare tale momento con tre quarti d’ora di silenzio e un quarto d’ora di preghiera vocale. Il parroco mi disse che i suoi parrocchiani non avrebbero sopportato tanto silenzio, che si sarebbero distratti; allora proposi di fare mezz’ora e mezz’ora. Neanche quello fu accettato. Alla fine ottenni di poter fare dieci minuti iniziali di silenzio e cinquanta minuti di canti e preghiera vocale. E mi sembrò poi che anche in quei dieci minuti non si riuscisse a fare spazio al Signore che voleva dirci qualcosa. Le esigenze di Dio non sono standardizzate. Egli ci fa conoscere il mondo dell’amore man mano entriamo in questa complicità di fiducia, e al termine ci può chiedere anche di portare la Sua croce, per salvare il mondo. Infatti, sono proprio i cristiani che, con la loro offerta e preghiera, salvano ancora il mondo. Chi salva è Dio, ma generazione per generazione attraverso di noi. Il modo migliore per amare il prossimo è proprio pregare per lui, perché il Signore lo perdoni dei peccati e lo purifichi, e per ottenere questo il mezzo è la partecipazione al Sacrificio della croce. Ma anche questo non è imposto mai: è accettato e vissuto nella preghiera e nella fiducia. La preghiera intesa in questo modo, infine, dà gioia. Un’anima così abbandonata a Dio nella preghiera conoscerà una pace interiore che la sorprenderà.
S. Serafino di Sarov (1759-1833), il grande monaco russo, era meravigliato che tantissimi andassero da lui per parlargli, per cercarlo, per chiedergli una parola. Lui stesso non sapeva spiegarsi come mai tante persone, anche professori e nobili, andassero da lui, povero illetterato. E spiegava: «Basta trovare la pace del cuore, e migliaia attorno a te vengono, e trovano salvezza». Non diceva però che per trovare questa pace interiore egli aveva trascorso tutta la vita in questo pellegrinaggio interiore verso il proprio cuore, dove viveva il Signore Gesù, più intimo a noi di noi stessi, e aveva passato tutte le sue giornate invocando il suo dolcissimo e santissimo nome: «Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore!».
p. Serafino Tognetti, Comunità dei Figli di Dio