sabato 21 settembre 2019

Il fattore infedele e il buon uso che si deve fare delle ricchezze per la Vita eterna



Con la parabola del figliol prodigo Gesù aveva mostrato quale rovina morale e materiale poteva produrre l'abuso delle ricchezze; con questa del fattore infedele, mostra come esse possano essere utilizzate in bene. L'argomento del Signore è dal meno al più: se un fattore infedele, con una ricchezza che gli era stata solo affidata, poté provvedere al suo avvenire con un po' di accortezza e di generosità, benché fatta fraudolentemente, quanto più può provvedere al proprio avvenire eterno chi si serve delle ricchezze ricevute dal Signore per formarsi degli amici nell'eternità, per mezzo delle opere di carità!
Gesù non volle proporre come modello un'azione ingiusta, com'è evidente, ma raccontando questa bella parabola volle indirettamente mostrare anche che le ricchezze portano quasi sempre il marchio dell'ingiustizia e dell'iniquità, perché sono o frutto o strumento di iniquità. Per questo le chiamò mammona iniquitatis e non fece distinzione fra ricchezze giuste o ingiuste. Se si facesse la genealogia del denaro, infatti, si troverebbero sempre sulle sue linee ascendenti o discendenti dei delitti. Noi non pensiamo che quel denaro che abbiamo in tasca forse è stato il prezzo di un peccato o di amarissime lacrime, e che per non farlo essere pestifero dobbiamo quasi sempre riconsacrarlo con la carità. Potremmo portare in tasca anche il prezzo di un'impurità o di un omicidio, e quel denaro, pur passato a noi lecitamente, porta una terribile infezione con sé. Quanti si lavano le mani quando maneggiano il denaro fanno bene, perché è la cosa fisicamente più sporca che vi sia, passando per tante mani; prendendo il denaro, tuttavia, dovrebbero anche fare un atto di riparazione a Dio e riservarne una percentuale, sia pur minima, alla carità, per "disinfettarlo" spiritualmente.
Il fattore infedele

venerdì 20 settembre 2019

Cardinale Louis-Henri-Joseph Luçon




Nel 1905, papa san Pio X designa il vescovo di Belley, mons. Luçon, a succedere al cardinale Langénieux, arcivescovo di Reims, recentemente deceduto. Il candidato oppone tutte le possibili obiezioni e corre a Roma per espone di persona la sua determinazione a declinare questo grande onore. Ritiene di non essere in grado di sostenere in modo adeguato l'onere di tale responsabilità. «Caro Figlio, gli dice con decisione il Santo Padre, non è solo all'onore che ti invio, ma a una croce, e non solo a una croce, ma a una moltitudine di croci.» Nulla predestinava Louis Luçon, un bambino timido, mingherlino, goffo e spesso malato, a una carica ecclesiastica tanto pesante quanto gloriosa. Eppure egli svolgerà questo incarico a lungo, facendo onore alla Santa Chiesa...

Louis Luçon è nato il 28 ottobre 1842, a Maulévrier, borgo del bocage (1) della Vandea, nei pressi di Cholet. Suo padre esercita la professione di tessitore. La famiglia vive poveramente nella fattoria del castello dei Colbert. Bambino pio e studioso, Louis manifesta un'intelligenza vivace. Dopo avergli fatto fare la prima Comunione, il suo parroco discerne in lui i segni di una vocazione. Il bambino viene iscritto al collegio municipale di Cholet, allora diretto da preti; nonostante la sua salute precaria e un regime di vita rigoroso, questi anni scolastici sono per lui proficui. Nel mese di ottobre del 1857, entra nel seminario minore di Montgazon (vicino ad Angers), dove porta a termine, non senza difficoltà, i suoi corsi di retorica e di filosofia, interrotti da frequenti soggiorni in infermeria o nella sua campagna nativa. Nel 1860, entra nel seminario maggiore di Angers. Il suo direttore spirituale lo sottopone a un regime di pasti, passeggiate e precauzioni adeguate che rimedia al suo carente stato di salute.
Valido in ogni tempo

lunedì 16 settembre 2019

“Nella mia vita Dio ha fatto tutto”



Nel libro autobiografico "Dio o niente", il Cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, racconta in modo commovente come Gesù abbia potuto formarlo come cristiano e chiamare a diventare sacerdote, vescovo, e perfino cardinale, lui cresciuto in uno dei più piccoli villaggi della Guinea, Ourous. Per mediargli queste grazie, il Signore si è servito di uomini innamorati di Dio: "Indiscutibilmente la mia infanzia è stata molto felice. Sono cresciuto nella pace e nell'ingenuità innocente di un piccolo villaggio al centro del quale si trovava la missione degli spiritani". I primi tre missionari, Joseph Orcel, Antoine Reeb e Firmin Montels, erano arrivati nel 1912 nello sperduto villaggio africano, dove gli abitanti credevano in un dio creatore chiamato Ounou e celebravano dei riti funebri e d'iniziazione pagani, senza aver mai sentito parlare di Gesù. Il capo villaggio di allora li accolse a braccia aperte e diede generosamente dei terreni a loro disposizione. Sei mesi più tardi, padre Montels, sfinito fisicamente, se ne andò in Cielo, divenendo così la "pietra" di fondazione della missione. "Questi uomini di Dio dovettero compiere grandi sacrifici e accettare molte rinunce, senza mai lamentarsi, con una generosità inesauribile". I frutti della loro donazione sono del tutto visibili. Oggi il villaggio di 1000 abitanti è cristiano e la parrocchia ha dato alla Guinea il maggior numero di vocazioni.