Era un giovedì. Il cielo era grigio. La terra era coperta di neve. Spessi fiocchi continuavano a turbinare nell’aria quando Padre Serafino iniziò a conversare con me in una radura vicina al suo «piccolo eremitaggio» di fronte al fiume Sarovka che scorreva ai piedi della collina. Mi fece sedere sul ceppo d’un albero da poco abbattuto mentre lui si rannicchiò di fronte a me.
— Il
Signore mi ha rivelato — disse il grande starez — che dalla
vostra infanzia avete sempre desiderato sapere quale sia il fine
della vita cristiana. Per questo avete interrogato diverse persone
alcune dei quali ricoprivano anche alte cariche ecclesiastiche.
Devo
dire che dall’età di dodici anni ero perseguitato da quest’idea
e che, per questo, avevo rivolto tale domanda a parecchie personalità
ecclesiastiche senza mai aver ricevuto una risposta soddisfacente. Lo
starez avrebbe dovuto ignorare tutto questo.
Ma
nessuno — continuò Padre Serafino — vi ha mai detto niente di
preciso. Vi consigliarono di andare in chiesa, di pregare, di vivere
secondo i comandamenti di Dio, di fare del bene. Tale, vi dissero,
era lo scopo della vita cristiana. Alcuni giunsero pure a
disapprovare la vostra curiosità, trovandola fuori posto ed empia.
Essi avevano torto. Quanto a me, miserabile Serafino, ora vi
spiegherò in che consiste realmente questo fine.
La
preghiera, il digiuno, le veglie e le altre attività cristiane, per
quanto possano parere buone, non costituiscono il fine della vita
cristiana ma sono il mezzo attraverso il quale vi si può pervenire.
Il vero fine della vita cristiana consiste nell’acquisire lo
Spirito Santo. Per quel che riguarda la preghiera, il digiuno, le
veglie, l’elemosina ed ogni altro tipo di buona azione fatta in
nome di Cristo, non sono che dei mezzi per acquisire lo stesso
Spirito.
