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sabato 19 settembre 2015

UN ESEMPIO D’ABBANDONO E DI PACE DEL NOSTRO TEMPO: MARTHE ROBIN (1) – Tratto dal libro “ Abbandonarsi a Dio: il segreto della pace del cuore” di padre Pierluigi Chiodaroli.



(2) Dio Eterno, Amore Infinito! O Padre miO! Tu hai chiesto tutto alla tua piccola vittima; prendi dunque tutto e ricevi tutto... In questo giorno io mi dono e mi consacro a Te, totalmente e irreversibilmente. O Diletto della mia anima, mio dolce Gesù, Te solo io voglio, e per Tuo Amore, io rinuncio a tutto!
Mio Dio, prendi la mia memoria e tutti i miei ricordi, prendi il mio cuore e tutti i suoi affetti, prendi la mia intelligenza e tutte le sue facoltà. Fa' che essa serva solo alla Tua più grande gloria. Prendi la mia volontà tutta intera, è da sempre che l'ho annientata nella tua. Non più ciò che io voglio, mio dolcissimo Gesù, ma sempre tutto ciò che tu vuoi! Prendimi, ricedimi, dirigimi, guidami. A te mi consegno e mi abbandono. Mi consegno a te come una piccola Ostia d'amore, di lode e di azione di grazie, per la gloria del tuo Santo Nome, per la gioia piena del tuo Amore, il trionfo del tuo Sacro Cuore, e per il perfetto compimento di tutti i tuoi disegni in me e attorno a me.
O mio Dio, tutto il mio povero io è tuo! Fanne, te ne supplico, una piccola aggiunta alla tua umanità, tutta tua... tua proprietà... tutta per te... il tuo cielo d'Amore sulla terra. Che io non abbia più pensieri, voleri, desideri, interessi, gioie e sofferenze se non le tue.
Distruggi in me tutto ciò che può resisterti, infastidirti, dispiacerti; consuma tutto nel tuo immenso Amore, riduci tutto alla tua amabile Sovranità! Più nulla di me... più nulla di mio... più niente... Tu solo, o mio Gesù... nient'altro che tu solo sempre! Sii veramente la mia Vita, il mio Amore, il mio Tutto! Che io possa dire in tutta verità: Il mio io è Gesù, la sua Volontà, il suo Spirito, l'Amore Infinito, il Dio Buono, il Dio Santo che vive in me e si esprime attraverso tutte le mie opere.
Che ogni mia gioia quaggiù sia di farti conoscere buono come Tu sei Buono, di amarti, di imitarti, di offriti nel nome di e per tutte le creature. Che la mia vita sia la riproduzione perfetta ed incessante della tua Vita, la manifestazione del tuo Amore e la continuazione di quella di Maria Vergine e Martire. Che tutto in me esprima il mio amore per te e che io sia sempre pronta al sacrificio.
O Salvatore Adorabile! Tu sei l'unico Possessore della mia anima e di tutto il mio essere! Ricevi l'immolazione che ogni giorno e in ogni istante io ti offro in silenzio. Degnati di gradirla e di farla servire al bene spirituale e divino di tanti milioni di cuori che non ti amano, alla conversione dei peccatori, al ritorno degli smarriti e degli infedeli, alla santificazione di tutti i tuoi diletti preti, e in favore di tutte le Creature.
O Gesù, prendi il mio cuore, tutto il mio cuore, esso non domanda e sospira che di non appartenere mai che a te solo! Conservalo sempre accanto al tuo; conservalo tutto intero nel tuo, conservalo per sempre per il tuo, perché esso non si consegni e non si espanda in nessuna creatura. O Gesù! che il mio cuore sia veramente l'altare del tuo Amore e che la mia lingua faccia conoscere per sempre le tue Misericordie! Degnati, te ne supplico, di santificare tutte le mie parole, tutte le mie azioni, tutte le mie intenzioni, tutti i miei desideri! Sii veramente, o mia anima, il suo Tesoro e il suo Tutto! A Te io la dono e l'abbandono.



Accetto con amore tutto quello che mi viene da te, tutto quello che tu vuoi e vorrai ancora nel futuro. Mi abbandono umilmente a te attraverso Maria, mia diletta Mamma, appoggiandomi unicamente sul soccorso della tua Infinita Misericordia, e ti prometto la fedeltà più sincera.
Più nulla di mio... attraverso di me... per me... Rinuncio per sempre a me stessa e a tutto e mi voto tutta intera alla preghiera, alla sofferenza, all'Amore. O Divino Redentore! Come vittima d'Amore per la Chiesa e le anime, a te io mi consegno e mi abbandono! Degnati, te ne prego, di gradire favorevolmente la mia offerta e io sarò felice e fiduciosa. Ahimé! è ben poco, lo so, ma non ho niente di più e ti dono tutto. Amo la mia indigenza e la mia debolezza, perché esse mi valgono tutta la tua Misericordia e le tue più tenere sollecitudini.
Mio Dio, Tu conosci la mia fragilità e l'abisso senza fondo della mia miseria... Se dovessi un giorno essere infedele alla tua sovrana Volontà su di me; se dovessi indietreggiare davanti alla sofferenza e alla Croce e disertare la tua via così dolce, fuggendo il tenero appoggio delle tue braccia, oh! io te ne supplico e scongiuro, fammi la grazia di morire all'istante. Esaudiscimi, O Cuore amantissimo del mio Dio, esaudiscimi attraverso il dolcissimo Nome di Gesù, attraverso l'Amore della tua Santissima Madre, attraverso l'intercessione di san Giuseppe, di san Giovanni il prediletto e di tutti gli altri santi, e attraverso il tuo divino ardore portami a compiere in tutto la Volontà di tuo Padre.
O mio Gesù, Divino Sole d'Amore! O mia Via, mia Luce, mia Vita! Io ti amo, io ti adoro, io ti benedico, io mi abbandono a te, io mi affido a te. Conservami Sempre Come tutta Tua , nascondimi sempre tutta intera in te, perché la mia povera natura trema e geme sotto il fardello delle crudeli prove che l'avvolgono da tutte le parti, e perché io sono sola, sempre. Maria, O mia Madre Amata, dammi tu stessa a Gesù. Offri tu stessa a Dio questa piccola ostia; che egli si degni di venire ad abitare in essa, riposando nel suo cuore come nel suo Tabernacolo. Per abitazione, ahimé! non avrà che la mia miseria, ma vi troverà almeno l'Amore, la riconoscenza, la fedeltà, la generosità, l'abbandono, l'umile e gioiosa fiducia per ricompensarlo, consolarlo, rallegrarlo, glorificare il suo Sacro Cuore e donargli anime, in unione con te, o mia Cara Mamma.
(Marthe Robin)


Quando fissiamo lo sguardo sull'abbandono di Gesù e su ciò che egli ha compiuto rischiamo di scoraggiarci. Mettersi dietro di lui è estremamente esigente e a noi sembra impossibile. Comprendiamo che la strada per “diventare bambini" è lunga ed esige pazienza ed umiltà. Ciò che ci conforta è sapere che molti l'hanno percorsa prima di noi e sono giunti alla méta. Anche noi possiamo dire, come sant'Agostino, contemplando la moltitudine immensa di santi che l'Apocalisse (3) presenta: “Si isti et istae, cur non ego?", cioè: “Se questi uomini e donne sono giunti al dono di sé, perché non potrei farlo anch'io?”.
Per questo propongo di contemplare l'itinerario di una santa del nostro tempo: Marthe Robin.
Essa è nata il 13 marzo 1902 a Châteauneuf de Galaure, borgo rurale nel dipartimento della Drôme, chiamato ora, la “Drôme delle colline”. I suoi genitori, Joseph Robin e Célestine Chosson, possedevano nella frazione di Moïlles, una modesta casa costruita in muratura di terra argillosa e circondata da tredici ettari di terreno. Bisognava lavorare sodo per provvedere alle necessità di una famiglia così numerosa. Marthe fu battezzata il 5 aprile 1902 nella Chiesa di Saint-Bonnet-de Galaure, da cui dipendeva la frazione di Moïlles.
Nel 1903, la famiglia Robin conobbe la prova di un’epidemia di febbre tifoide. Tra i bambini colpiti, morì la penultima, Clémence, e Marthe ne rimase molto fragile.
Nel 1909, Marthe cominciò la scuola recandosi ai piedi della collina, nel villaggio di Châteauneuf. La sua fragile salute non le permise di seguire regolarmente gli studi, così non prese la licenza elementare. Nella Parrocchia di Châteauneuf de Galaure, Marthe Robin ricevette la cresima nel 1911 e fece la prima comunione il 15 agosto 1912. Fin da bambina, ebbe per la Santa Vergine un affetto filiale e la pregava molto spesso. Maria sarà sempre per lei Madre ed Educatrice.
Nel 1914, lasciò la scuola del villaggio ed iniziò a prendere parte ai lavori della casa e della fattoria. Fu una infanzia serena e gioiosa. Marthe amava cantare, danzare, era affascinata dalla natura ed era molto aperta con tutti.
Nel 1918 comincia quella che possiamo definire la seconda tappa della sua vita, che durerà fino all'inizio di dicembre del 1928. Di questi dieci anni Marthe dirà: “Ho lottato con Dio fino allo spasimo”. È la lotta di Giobbe!
È proprio nel 1918 che Marthe avverte i primi segni della malattia, che non la lascerà più, scambiata dalla medicina di allora per artrite reumatoide. Si fa di tutto per curarla: visite da parte di molti medici, cure, bagni termali a Saint-Péray in Ardèche. Per acquistare i medicinali prescritti, Marthe cuce e ricama per conto di alcune persone che le chiedono di lavorare per loro, in quanto il suo lavoro è particolarmente curato. Cominciano dieci anni di lotta contro la malattia, che le provoca dolori intollerabili, che s'insedia progressivamente e che, solo nel 1942, sarà diagnosticata come “encefalite epidemica”. Marthe vive per circa dieci anni momenti di speranza nella guarigione e periodi di scoraggiamento con ricadute sconfortanti, secondo il progresso o del regresso della malattia.
Tra il 1926 e il 1928, la malattia peggiora, ma vi è ancora la speranza nella guarigione. Le lettere lo testimoniano, soprattutto quella del 13 marzo 1927: “La mia salute è sempre precaria, la mia testa, così dolente, mi fa soffrire parecchio. È il reumatismo in tutto il suo orrore, se posso dire così (ma, in fondo, siccome ho anche dei brevi momenti in cui posso ricamare, non dovrei lamentarmi, cerco di dimenticare il mio male nei punti che metto nel ricamo), ma non riescono ad alzarmi né a rimettermi a letto senza strapparmi grida e lacrime: ma, via, bisogna pensare che andrò certamente migliorando e che, com'è successo a molti altri, anch'io guarirò” (13 marzo 1927).
Dal 1927 non può più lasciare il letto, mentre prima riusciva, seppur con difficoltà, a spostarsi dal letto alla poltrona: “Sembrava che tutto fosse contro di me l'inverno scorso: per parecchi mesi non ho potuto far niente; in primavera il suo piccolo corredo chiedeva di essere ricamato. Prima di cadere nell'ottobre 1927 potevo ancora lavorare per lei” (29 marzo 1929).
Il nuovo problema di salute di Marthe è un'emorragia gastrica, prodromo della paralisi totale dell'apparato digerente del 1930. Questo fu il secondo attacco della malattia; il terzo avverrà nel 1939 e colpirà i centri visivi. “Devo parlarle della mia salute; non sto per niente bene; gonfia, con grandi dolori allo stomaco che mi strappano alle volte grida di dolore. Sarò costretta a farmi di nuovo visitare dal medico” (27 luglio 1928). “Ho un piccolo stomaco che necessita di molte carezze per non costringerlo a gridare troppo”.
Benché Ormai a letto, Marthe continua a ricamare e a scrivere: quando si è ammalati ci s'ingegna con ogni astuzia per realizzare ciò che ci è necessario. "Voi mi vorreste fuori dal letto, al quale sono inchiodata ormai da lunghi mesi! Ahimé! È il mio solo appoggio fisico! Le scrivo, infatti, queste righe con la carta da lettera posata sulla scatola delle fette biscottate, una lampada dietro alle mie spalle, perché la stanza è sempre semioscura per attenuare i miei dolori alla testa; voi lo sapete, non è vero, mia cara, quanto questa testa disgraziata mi fa la guerra" (15 Ottobre 1928).
Marthe è in condizioni veramente difficili per eseguire lavori di cucito e di ricamo, lavori per lei necessari per guadagnare un po' di soldi per l'acquisto dei medicinali, per sottrarsi alla depressione derivante dalla malattia e per non soccombervi, ma anche per non pesare eccessivamente sulla famiglia. "Voglio dirvi quanto sono ormai maldestre le mie povere mani nel lavorare con ago e forbici: bisogna dire francamente e, a dire il vero, avere un gran desiderio di lavorare per lottare così (giacché la necessità fa legge). E più riuscirò a lavorare più mi aiuterò e aiuterò  i miei.  Aiuterò anche il mio morale perché il coraggio alle volte mi manca e la mia giovane età sovente grida l'odiosa realtà, o amica carissima: che orribile esistenza abbiamo noi a causa di questa terribile malattia che è il reumatismo, ma occorre farsi coraggio, perché possiamo sperare, poi, di entrare diritte in Cielo, avendo fatto il purgatorio sulla terra”.
Marthe, immobilizzata a letto, perde a poco a poco la speranza di una guarigione. “Pasqua mi troverà a letto, nel mio povero letto dove sto così male e dove mi sto scorticando. Infine, la vita è corta, ce ne aspetta un'altra più lunga e più felice: che dolce consolazione, non è vero?” (29 marzo 1928). “Se nell'ultima mia lettera vi sono sembrata più buona e serena, è solo perché non volevo farvi pena, ma in realtà la gioia di vivere non c'è nel mio cuore. Ma tranquillizzatevi lo stesso, non sto poi così male, perché un po' posso lavorare e non sono poi così depressa; sorrido sempre, forse per abitudine, ma soprattutto per sfida; si nascondono tante cose con un sorriso: alle volte è duro, non è vero? (29 maggio 1928).
Con i suoi risparmi, Marthe ha chiesto alla cugina di comperarle un divano con schienali rialzati, per aiutare i suoi reni malati. “Vi dirò che la vostra piccola amica è così ricurva e contorta che sta comodamente nel suo letto con i due lati rialzati” (27 settembre 1928).
Con le sofferenze fisiche c'è anche la solitudine da sopportare. “Passo le mie giornate senza incontrare anima viva”, “Credo che questa domenica sarà come le altre e credo anche che non vedrò anima νίνa, se non quelli di casa” (7 aprile 1928). “Durante la settimana ho lavorato con calma, ma sono presto ricaduta nella mia triste solitudine degli altri anni, nemmeno una persona per far scorrere le ore in una bella chiacchierata". "Nessuna visita, neanche una, si direbbe che tutti si sono messi d'accordo per lasciarmi da sola al ricamo e alle mie riflessioni” “Le mie giornate scorrono sempre uguali, monotone e simili, con tre quarti del tempo da sola, perché mamma ha da fare anche altrove". "Nessuno per far scorrere le ore in una bella chiacchierata”.
Nel 1927, Marthe racconta la sua gioia e il conforto trovati nell'Eucaristia. Spiega anche da Chi riceve la sua forza: "Ho da poco fatto al Comunione con molto fervore, ne sono stata felice e mi sono ritrovata con più coraggio e forza" (15 maggio 1927). “Sì, mi sono rivolta a Dio ed Egli mi fortifica, altrimenti già da tempo la vostra piccola amica non esisterebbe più" (12 maggio 1927).
Qualche mese dopo, a causa del progredire della malattia, Marthe si scoraggia: “Che cosa dirvi di me e su di me? Vita sempre uguale, grigia e monotona, portatrice più di tristezza che di gioia. Ora non mi aspetto più nulla, vedo bene che sono destinata a bere tutti i calici amari e per lunghi periodi è proprio così”. A ventisei anni, età in cui si fanno progetti e scelte di vita, ella costata con tristezza che per lei ciò non è possibile: “Tutti possono e devono adempiere una vocazione, ma io no. Io ho combattuto con Dio”. Che senso dare alla sua vita, quale avvenire per lei? Marthe conosce l'angoscia e forse anche la rivolta: “Le tappe della mia esistenza sono state scritte su una lavagna. La vita si è incaricata di togliermi ogni illusione e di cancellare ogni mio progetto” (18 agoso 1928). “Mi sento fisicamente e moralmente distrutta. A mio parere starei meglio sotto terra che sopra” (10 novembre 1928).
Nel dicembre 1928, nel corso di una Missione parrocchiale a Châteauneuf, Marthe comprende, per grazia di Dio, che è nella malattia e per mezzo della sofferenza accettata ed offerta, che potrà essere unita al Cuore di Gesù Crocifisso, al Redentore di tutti. È il 3 dicembre che Marthe riceve la grazia di vivere, nell'accoglienza dei sacramenti, un incontro decisivo e definitivo con il Cuore di Gesù Crocifisso. È la terza tappa della sua vita.
Con l'aiuto del parroco, l'Abbé Faure, Marthe penetra sempre più in una vita di silenzio, di offerta e di preghiera. La sua unione interiore con Gesù diventa tale che ogni venerdì si assocerà alla sofferenza di Gesù nella sua Passione per tutti gli uomini. Una vita nuova invade il suo corpo ed il suo cuore. Tutto si rischiara, tutto prende senso: questa malattia che avrebbe potuto condurla ad una lenta e sicura distruzione della sua persona a vari livelli, diventa paradossalmente possibilità di costruirsi un’altra via. “Dopo anni di angoscia, dopo tante prove fisiche e morali, mi sono fatta coraggio e ho scelto Gesù Cristo”. Riceve dal Cuore di Gesù Crocifisso il senso della sua vita di ammalata: unita a quella di Cristo, lei può diventare feconda per la Chiesa e per il mondo. Marthe fa in quell'istante la scelta di una vita conforme a quella di Gesù, Amore Crocifisso: “Il Sacro Cuore di Gesù Crocifisso è la dimora inviolabile che ho scelto Sulla terra”.
La comprensione che ha ora Marthe della sua missione, le permette di vivere là dove tutto sembrava condurla alla morte. Lei sceglie la vita. Questa scelta va ripetuta ogni giorno: “Il Sacro Cuore di Gesù Crocifisso è la dimora inviolabile che ho scelto sulla terra”. Di fatto bisogna continuare a combattere contro la malattia, a combattere contro i momenti di scoraggiamento in cui è veramente “sottosopra”. La vita spirituale di Marthe non è vissuta più “nonostante” la malattia, ma nella malattia. Proprio nella sua malattia trova la sua vita mistica. Marthe ha trovato la risposta alla domanda di senso della sua esistenza di malata, ha scoperto il senso della Croce di Cristo. Fa la scelta di una vita conforme a quella di Gesù Crocifisso. Questa vita va ora svolgendosi nella malattia che, adesso, è accettata ed integrata. Possiamo far risalire a questo periodo della sua vita una vera accettazione della vocazione nella sofferenza, qualunque ne sia la forma. “Tutto il mio essere accetta la sofferenza, la quasi totale incapacità fisica, sempre p generosamente ed amorosamente ed anche in un sempre più grande abbandono, un più grande distacco e una più grande rinuncia a tutto. Nonostante ciò, che pena prova qualche volta la povera natura, costatando la sua totale impotenza in un'infinità di cose che formano come il canovaccio della vita. Ma resto, in ogni caso, molto calma, sorrido con gioia e con amore, malgrado i dolori che mi soffocano, nonostante gli strazi che mi torturano e le sofferenze lancinanti, malgrado le prove desolanti e i disgusti dell'anima, quando si ama Gesù e lo si ama d'amore puro”.
"Che non ci sia niente, più niente di me che non sia di Gesù e per Gesù solo”.
Dovrò dunque abbandonare per sempre il mio caro lavoro di cucito? Eppure lo amavo tanto. Mi dava ancora un po' l'illusione dell'attività. Era ancora una ragione di vita; ed è lui che mi ha insegnato l'arte divina del raccoglimento e l'arte, non meno divina, d'essere sempre gioiosa".
"La mia povera, piccola natura, che è stata sempre così attiva e coraggiosa, nell'afflizione non osa quasi   considerare l'irrevocabile incapacità al lavoro. Ma Fiat, o mio Dio! Mio Gesù, con la tua grazia sarò forte, trionferò non su questa prova, ma, se tu vuoi, grazie a questa prova”.La mia missione è di farlo amare, debordando d'amore; bisogna, dunque, che io colga tutte le occasioni per spargere luce e verità”. -
Mio Dio, fa' che io sia utile... utile al mio prossimo...utile a tutti, che io lavori per la felicità di tutti”.
"Amo tanto Gesù e le anime! Fa tutto Lui in me: mi dona l'amore ed io voglio donare amore. Mi dona la bontà ed io voglio donare bontà. Mi dona misericordia ed io voglio essere misericordiosa. Mi dona la carità ed è la carità che io devo donare. Riversa in me torrenti d'amore ed io voglio donare amore senza misura”.
"O Dio...faccio il giro del mondo e vado a cercare e a raccogliere per offrirtele, tutte le buone azioni grandi e piccole, le pene, le prove di ogni tipo, le gioie, le speranze, le felicità, tutte le grazie e le preghiere. Ti porto e ti offro tutto ciò, a Te tutto appartiene, da Te Sgorgano e a Te tutto deve ritornare”.
... Tutto serve quando si ama... Sprofondata, ahimé, nell'inattività fisica, la mia vita resta molto intensa, anche molto, perché vivo della vita soprannaturale”.
Grazie a Gesù, grazie soprattutto alla nostra Buona Mamma, riesco sempre meglio a dissimulare il mio aspetto, nascondendo ciò che può ricordare che sono ammalata, riesco a tacere i mali di cui soffro costantemente e dei quali parlo pochissimo. Voglio che irradi intorno a me e in me l'armonia, la santa contentezza, la gioia e l'immensa bontà del cuore. L'apprendimento della gaiezza nella malattia non è meno necessario di quello della rassegnazione. Essere Sempre contenta, sempre gioiosa, anche nell'afflizione... è così bello! Proprio nel dolore ho compreso il valore di un sorriso accogliente, il beneficio di una serenità abituale, trasformando la malinconia e la tristezza in santa contentezza. L'amabilità è la carità che si dona, è la pazienza che sopporta, sono la forza e la pace che si trasmettono da un solo cuore al cuore di tutti... La gioia è la disposizione radiosa dell'anima rivolta a Dio”.
Non aspiro che a vivere nel nascondimento e nella bontà: mio adorabile Gesù, Divino Modello di perfezione, Tu che vivi in me, Tu che mi dirigi e m'istruisci, fà che tutte le persone che si accostano a me ripartano consolate, se nel pianto, sollevate, se abbattute, felici per molti giorni, grazie al ricordo di una parola, di uno sguardo, di un sorriso”. -
Che per le mie sofferenze, per la mia pietà semplice e profonda, per la mia passione d'amore per le anime, per la mia affettuosa tenerezza, per la mia grande compassione verso i peccatori, i poveri, i piccoli, i malati, gli incompresi, gli sventurati, io realizzi pienamente il mio ardente e pio desiderio di fare il bene, di farlo a tutti, di salvare tutti con Dio e per amor di Dio". “Oh, sono veramente la piccola anima di tutte le anime! Piccola anima infiammata, divorata d'amore: per i poveri, i piccoli, i sofferenti, gli afflitti, i deboli, i disperati...i cari peccatori". Nel 1929 ecco il secondo attacco della malattia: tetraplegia e paralisi delle vie digestive. Ma Marthe non è più la stessa. Immersa nella sofferenza, ella vive il totale abbandono all'Amore: è nella pace e dona la pace a tutti quelli che la incontrano.
I suoi amici dalla vallata vengono a confidarle le loro preoccupazioni, i loro dubbi, le loro prove, ma anche le loro gioie e vengono a trovarla con la famiglia e con i loro bambini. Per tutti Marthe ha una parola di luce, una preghiera che dà conforto. Ella ama molto i bambini, le sta a cuore la loro educazione, incontra spesso le maestre e le animatrici della parrocchia.
L'abbandono totale all'Amore le ha recato una gioia incontenibile, che la pervade nel profondo anche nella sofferenze più insopportabili. Basterebbe leggere anche solo alcuni stralci del suo diario intimo per avere la certezza di essere di fronte all'autentica pace del cuore: “La mia cameretta è un vero Cielo ora, poiché ho la certezza di queste parole di Nostro Signore: "Ecco che io sono con voi fino alla consumazione dei secoli” e so e sento e conosco che sono incessantemente con Lui, nella Celeste e Divina compagnia della Santissima Trinità. Dolce presenza che conquista e rapisce la mia anima e il mio cuore. La mia cameretta è certo povera e non bella ma io non ne vedo la povertà né la bruttezza. Io sono in Dio, gli parlo, lo comprendo, lo ascolto. Nel mio cuore l'adoro e l'amo. [...] O dolce, o dolcissima Trinità. Gioia del mio cuore, cielo e delizia della mia anima...” (Journal intime, 9 gennaio 1930). Siamo davanti alla realizzazione della promessa di Gesù, seconda la quale egli vuole che la nostra gioia sia completa: “Inconcepibile, meraviglioso Mistero: io vivo in Dio; non sono più io che vivo, ma è Gesù, il mio Diletto che vive in me. Io non comprendo pienamente, ma conosco questa gioia, questo incomparabile mistero!... A lui sia ogni Gloria!...” (Journal intime, 26 dicembre 1929). Il segreto di Marthe è proprio di essersi consegnata all'Amore: “L'Amore mi guida e mi conduce, io non ho che la dolcezza di lasciarmi guidare per mezzo di questo cammino luminoso così poco seguito perché così poco conosciuto [...] l'anima che ama Dio gioisce. Sì, l'Amore di Dio dona gioia" (Journal intime, 31 dicembre 1930). "Soffrire è grande a condizione di soffrire santamente! La sofferenza prende il valore che gli dona colui che la patisce /...] поп soffriamo per niente [...]. Soffriamo in pace e grazie all'amore” (Journal intime, 7 gennaio 1930). La sua visione della sofferenza è completamente mutata. Essa è diventata – come per l'apostolo Paolo – una grazia, un dono che Gesù le ha fatto per essere più unita a lui e condividere con lui il mistero del suo Amore che giunge fino al dono di sé: e qui trova la perfetta letizia: “Io ammiro /...] l'immenso amore che ha portato Gesù ad amarmi al punto di voler condividere con me le sofferenze della sua vita, /.../ le torture della sua Passione e della sua Croce” (Journal intime, 25 marzo 1932). Le sue parole non vengono da riflessioni fatte a tavolino, ma da esperienze vissuto sulla propria pelle: “Il dolore, la sofferenza non viene dal Cielo, ma l'aiuto che ce ne viene, la felicità che ne deriva [...]. Gesù solo, l'Amico vero, l'Amico Caro, il Diletto può sostenerci efficacemente in tutte le nostre pene e difficoltà [...] perché solo lui dispone dei mezzi divini capaci di consolarci, di rinfrancarci dei nostri dolori fisici e morali /...]. Non è per farci soffrire che Dio ci ha dato la vita, è per renderci felici, è per unirci di più a Lui. La sofferenza è un autentico seme da cui germoglia la gioia" (Journal intime, 12 gennaio 1930). Sono parole che non si possono leggere senza avere un brivido di commozione (ma anche di timore). È chiaro che solo lo Spirito Santo più condurre a vette così sublimi. D'altra parte il punto di partenza è sempre il nostro piccolo “sì”.
Non solo Gesù le chiede di partecipare alla sua sofferenza che è dono totale di sé, ma la invita a collaborare ad un suo grande progetto. Esso deve cominciare con l'apertura di una scuola per i bambini e le ragazze del circondario; occorre partire dai piccoli per rinnovare il mondo: ne parla con l'Abbé Faure che, malgrado le difficoltà del momento, acquista la parte centrale del castello in rovina.
Il 12 ottobre 1934, la Scuola accoglie sette alunni di Châteauneuf e della vallata della Galaure. Gesù le fa capire che questa modestissima scuola è il primo tassello di un'Opera importante, che egli vuole avviare nella stessa parrocchia di Châteauneuf.
Il 10 febbraio 1936, l'incontro di Marthe Robin e dell'Abbé Georges Finet, della diocesi di Lione, sarà l'occasione provvidenziale che permetterà di precisare che cosa saranno i Foyers di Luce, di Carità e di Amore. Comincia così la quarta tappa della vita di Marthe.
Nel mese di settembre (dal 7 al 13) l'Abbé Finet predicherà, nei locali della scuola, il primo ritiro di cinque giorni, che ne segna l'effettivo inizio dell'Opera dei Foyers.
Nel 1939 comincia una nuova evoluzione della malattia, che colpisce la retina: cecità. Marthe Robin vive, allora, nell'oscurità.
Continua ad accogliere i visitatori che vengono sempre più numerosi, da tutti gli ambiti sociali, culturali, religiosi, dalla Francia e dall'Estero: in particolare dal Belgio, dalla Svizzera e dal Canada. Abbiamo i nomi della maggior parte di coloro che hanno incontrato Marthe: sono più di centotremila. Quando non riceve, si fa leggere la numerosa corrispondenza che arriva da ogni parte del mondo. Come ha imparato da bambina, pensa concretamente ai più bisognosi e fa preparare e spedire pacchi per i dispensari e le maternità tenute dai missionari, per le assistenti sociali delle prigioni, per gli ammalati. Prega, offre, intercede per ciascuno e per tutti gli uomini del mondo intero, in particolare per i sacerdoti. Vive come figlia della Chiesa, pur non essendo investita da una missione ufficiale: il suo posto è e rimane il più umile possibile, nel silenzio, nell'offerta e nella preghiera incessante.
Nel 1961, 25 anni dopo la fondazione del Foyer di Châteauneuf, si apre in Togo il primo Foyer de Charité oltre Oceano. Altri ne seguiranno, in Africa, in America, in Asia. I Foyers de Charité, partecipano all'evangelizzazione richiesta dal Concilio Vaticano II, per preparare la Nuova Pentecoste annunciata da Papa Giovanni XXIII. Animati dallo Spirito Santo, con tutta la Chiesa, padri e membri del foyer lavorano per rivelare al mondo il Cristo-Luce, facendo conoscere il suo messaggio d'Amore e di Salvezza universale. A mano a mano che l'Opera si sviluppa, Marthe progredisce nel silenzio interiore, nella rinuncia ad ogni appoggio umano, nell'abbandono totale alla Volontà e all'Amore Misericordioso di Dio.
Il 6 febbraio 1981 Marthe Robin chiuderà gli occhi al mondo per cominciare un'opera di intercessione ancora più efficace. Il 12 febbraio sei vescovi e quasi settemila persone partecipano ai suoi funerali. Alla sua morte nel 1981 i Foyers de Charité sono 52. Ora aspettiamo con fiducia che la Chiesa riconosca ufficialmente la sua santità, ma noi possiamo già guardare al suo cammino spirituale con grande speranza e fiducia ed invocarla perché ci ottenga l'abbandono filiale a Dio e la vera pace del cuore.


(1) Mi accontento qui solo di alcuni accenni e mi Sento un po' in colpa di dedicare così poco spazio a quella che è ritenuta la più grande mistica del secolo XX. Rimando per informazioni più complete al libro scritto dal postulatore della causa di Beatificazione di Marte nel maggio 2006 e di prossima pubblicazione in Italia dall'Editrice Effatà di Torino: Bernard Peyrous, Vita di Marta Robin.
(2) Questa preghiera è l'Atto di Abbandono e di Offerta all'Amore e alla Volontà di Dio, stilato da Marthe Robin il 15 Ottobre 1925.
(3) Cfr. Ap 7, 9-17: “Dopo ciò, apparve una noltitudine innmensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti investi candide, e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello. Allora tutti gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi, si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio dicendo: Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen. Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono? Gli risposi: Signore mio, tu lo sai. E lui: Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fате, пé avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

 Padre Pierluigi Chiodaroli - Foyer de Charité - Salera -Tratto dal libro “ Abbandonarsi a Dio: il segreto della pace del cuore”