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venerdì 18 agosto 2017

La potenza della mitezza...



"Niente è forte come la dolcezza”.
Per esperienza personale ne era profondamente convinto il santo vescovo di Ginevra, Francesco di Sales (1567-1622). La mitezza, un arma vincente? Nella vita quotidiana, al lavoro, per strada,spesso persino in famiglia, ci troviamo di fronte ad ingiustizie, aggressioni, rabbia, impazienza, mancanza di autocontrollo, durezza del cuore, disprezzo e assenza di pace. Da cristiani, noi in che modo reagiamo? Ripaghiamo con la stessa moneta o ci rivolgiamo allo Spirito Santo, perché Egli ci dia il Suo amore e la mitezza, quel dono che è l'unica arma con la quale si combattono e si vincono gli eccessi del male?


Gesù stesso, l'Agnello di Dio, fino alla morte in Croce, affrontò con mitezza tutte le sue sofferenze. Per questo ci ha donato questa promessa piena di speranza: "Beati i miti, perché erediteranno la terra”. (Mt 5,5)
Significa conquistare i cuori delle persone affinché il regno di Dio si diffonda. Tanti santi testimoniano questa verità evangelica. Basti pensare alle due donne romane, la beata Anna Maria Taigi (1769-1837) e la beata Elisabetta Canori Mora (1774-1825). Anna Maria, madre di sette figli e illuminata consigliera di Papi, possedeva un carattere gaio e gentile, ma per placare il temperamento burbero del marito Domenico, ebbe estremamente bisogno di tanto umile amore e pazienza.
A 92, anni durante il processo di beatificazione della moglie, egli stesso testimoniò: "Spesso tornavo a casa stanco, di malumore e irascibile, ma ella sempre sapeva addolcirmi e rallegrarmi. Sapeva ben tacere... aveva tanta buona maniera, tanta piacevolezza che mi faceva passare ogni malumore... Le debbo essere grato perché mi ha rimosso alcuni difetti, ma con un amore perfetto e con una tale bontà, che non si trovano più ai giorni nostri”.
Per Anna Maria fu una “Via Crucis” percorsa per amore di Gesù. Ella raggiunse la sua meta. Accadde quasi lo stesso con la sua amica, più giovane di cinque anni, anche lei oggetto di tante grazie mistiche, Elisabetta Canori Mora. Per trent'anni sopportò l'infedeltà del marito Cristoforo e la povertà nella quale egli aveva ridotto la sua famiglia prima benestante. Con molta preghiera e con l'aiuto del suo padre Spirituale, riuscì a perdonarlo, trattandolo sempre con bontà e offrendo tutte le sofferenze per la sua conversione.
I frutti di questo martirio intimo si manifestarono solo dopo la morte di Elisabetta: Cristoforo riconobbe e si penti della sua vita peccaminosa e decise di donarsi a Dio in spirito di penitenza. Con tanta gratitudine verso la moglie divenne sacerdote ed entrò nell'Ordine francescano.
Un altro esempio di mitezza, diverso, ma non meno toccante, viene da un episodio della vita di san Leopoldo Mandié. Il 14 giugno 1934 in tram si stava recando presso un istituto di Suore per confessare. Scendendo, senza volerlo, urtò un giovane. Questi, arrabbiato, diede uno schiaffo al piccolo padre. P. Leopoldo rimase calmo e sorridendo pregò: “Mi abbellisca anche l'altra guancia! Con la faccia rossa solo da una parte, farei brutta figura”. Il giovane, indignato e aggressivo, rimase talmente colpito delle miti e buone parole che si inginocchiò tra i presenti e chiese perdono. P. Leopoldo lo toccò sulla spalla: "Ma va, siamo amici come prima”.
Dalla vita del santo vescovo martire Giosafat Kuncewycz (1580-1623) ci sarebbero da raccontare molti episodi nei quali egli, con bontà e dolcezza, riuscì a conquistare gli abitanti del granducato di Lituania e dell'Ucraina e a convincerli che il Papa di Roma è il più alto pastore non solo per i cattolici, ma anche per i cristiani ortodossi. Instancabilmente egli guidò anima per anima all'unione con Roma, tanto che i suoi nemici lo definirono “ladro di anime”. Un giorno a Wilnius fece visita ad una signora che ancora non faceva parte della Chiesa unita al Papa. Era appena entrato in casa, quando la donna lo affrontò infuriata. Il Vescovo Giosafat reagì con dolcezza: "Avrei dovuto immaginare di essere causa di rabbia e di peccato”. Chiese perdono e se ne andò. La signora però gli corse dietro, si gettò in ginocchio davanti a lui e si scusò. La mitezza del santo le aveva toccato il cuore. Non solo si convertì alla Chiesa unita con Roma, ma vi condusse anche tante altre donne.
Quanta forza abbia la mitezza sui cuori lo può testimoniare anche il patrono di Vienna, san Clemente Maria Hofbauer (1751-1820), padre redentorista e instancabile predicatore. Spesso chiedeva l'elemosina in città, stendendo il suo cappello per un'offerta per i suoi bambini orfani. Durante uno dei suoi giri per la questua, entrò in una trattoria dove regnava tanta allegria. Ad uno dei tavoli sedevano alcuni uomini a giocare a carte ed egli sperò in un'offerta generosa. Ma alla sua richiesta uno dei signori balzò in piedi adirato, perché disturbato nel gioco, e lo colmò di parole ingiuriose. E proprio perché il sacerdote lo ascoltava in silenzio, divenne ancora più furibondo e infine gli sputò in faccia. Il padre prese il fazzoletto, si pulì e con aria dolce disse: “ Caro signore, questo era per me. Ora mi dia qualcosa per i miei orfani”. Nella trattoria scese un silenzio assoluto. Nessuno osava dire una parola. L'uomo, prima furioso, con aria vergognosa, tirò fuori il portafoglio e mise nel cappello una somma notevole. E non fu tutto! La mitezza del santo lo toccò talmente, che poco tempo dopo si rivolse a lui per una confessione generale e divenne uno dei suoi più grandi benefattori. -
Anche Santa Faustina poté sperimentare la grazia che deriva da quella potente arma spirituale che è la mitezza.
Un giorno cinque disoccupati in preda all'ira bussarono così forte alla porta del convento che la portinaia non poté rimandarli indietro. La madre superiora incaricò in obbedienza S. Faustina di andare ad aiutarla. Nel suo diario la Santa racconta: “Ero ancora abbastanza lontano dalla porta e già mi giungevano i loro forti colpi. Tutto ad un tratto sono stata presa dall'incertezza e dal timore; non sapevo se aprir loro o rispondere attraverso lo spioncino come suor N. Improvvisamente ho udito una voce nell'anima: Vai e apri la porta e parla con loro con la stessa dolcezza con la quale parli con Me”.
Ho aperto subito la porta e mi sono avvicinata al più minaccioso e ho cominciato a parlare con lui con una tale dolcezza e serenità, che loro stessi non sapevano più che fare e hanno cominciato anche loro a parlare con gentilezza e hanno detto: “Se il convento non può darci lavoro, non c'è niente da fare”. E se ne sono andati in pace. Ho avvertito chiaramente come Gesù, che un'ora prima avevo ricevuto nella santa Comunione avesse agito sui loro cuori servend0Si di me”.
È chiaro che dobbiamo agire saggiamente e, per essere troppo sicuri di noi, non dobbiamo esporci a pericoli. Ma dove l'obbedienza lo richiede o dove incontriamo una forza superiore di aggressione, con coraggio possiamo imitare i santi, confidando nella grazia di Dio.
La mitezza non è un'arma spirituale con la quale trattare solo l'impazienza e i difetti del prossimo, è ottima anche per trattare i nostri propri peccati e debolezze. Sappiamo per esperienza quanto velocemente ci arrabbiamo per i nostri propri errori, quanto possiamo spazientirci o scoraggiarci. San Francesco di Sales ci dà questo consiglio:
Rialza dunque dolcemente il tuo cuore quando cade, umiliati grandemente davanti a Dio alla conoscenza della tua miseria, ma non meravigliarti della tua caduta: è naturale che l'infermità sia malata, che la debolezza sia debole e la miseria sia misera. Disprezza con tutte le forze l'offesa che Dio ha ricevuto da te, e con coraggio e fiducia nella Sua misericordia, rimettiti nel cammino della virtù che avevi abbandonato”.


Tratto da "Trionfo del Cuore" – Vincere il peccato con la forza dello Spirito Santo - Opera di Gesù Sommo Sacerdote - Famiglia di Maria - Luglio-Agosto 2017 – Anno 8 n° 44