sabato 13 febbraio 2021

LA PARABOLA DEI TALENTI - Ia PARTE

 


(Mt 25, 13-30 || Lc 19, 11-28)

Dice don Divo Barsotti: “Il vangelo è cosa difficile a capirsi oltreché a praticarsi”; e Santa Teresina di Lisieux, dottore della Chiesa, rincara la dose: “Oh, gl’insegnamenti di Gesù, come sono contrari ai sentimenti della natura! Senza il soccorso della grazia sarebbe impossibile non solamente metterli in pratica, bensì anche capirli” (Man C 1, 301). La Sacra Scrittura poi non dice certo il contrario, infatti ci avverte: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie… Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55, 8-9).

Un compito difficile

Quindi, siccome le parabole esprimono vari aspetti del pensiero di Dio, cercare di comprendere una parabola è un compito che fa tremare i polsi, soprattutto se non si vogliono evitare certi aspetti paradossali e sconcertanti che nella Parola di Dio non mancano mai. Il compito è veramente arduo senza il soccorso della grazia, anche perché assomigliamo un po’ alle talpe che vivono sempre sottoterra, se si affacciano alla luce del sole questa da loro fastidio, così vedono meno della metà di quello che c’è da vedere e quello che vedono è pure confuso.

Perché allora impegnare tempo e fatica per comprendere le parabole se la fatica è tanta e l’esito incerto? Perché un giorno verrà in cui dovremmo regolare i conti con un padrone che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso e l’esito della verifica non è affatto scontato che sia secondo le nostre superficiali e ottimistiche aspettative; l’esito dipenderà dal nostro impegno nel far fruttare i talenti ricevuti, ma anche una parabola è un talento che abbiamo ricevuto in dono ed è bene cercare di farlo fruttare.

Il fatto di esistere richiede inoltre che si cerchi il senso dell’esistenza che ci è stata data, ma questo senso non lo possiamo trovare se non ci rivolgiamo a colui che ha dato l’esistenza a tutto ciò che esiste. Le parabole sono allora un aiuto potente offerto agli uomini perché possano scoprire il senso del loro esistere, il senso che è secondo il pensiero di Dio, non quello elaborato dalle nostre incerte e strampalate filosofie.

Tutti abbiamo una filosofia, perché tutti governiamo la nostra esistenza in base a ciò che di essa ci sembra di capire, secondo ciò che riteniamo giusto o sbagliato e in vista delle mete che vogliamo raggiungere. Ora, la nostra comprensione della vita può essere più o meno in accordo con il progetto di Colui che ha voluto il mondo e le sue leggi; più i nostri pensieri sono in disaccordo con i pensieri di Dio, più andremo incontro a spiacevoli e dolorose sorprese, è quindi saggio fare il possibile per cercare di comprendere i pensieri, i gusti, i comportamenti, le ironie di Dio. La cosa è possibile perché lui a tutti, secondo le capacità di ciascuno, dona i suoi beni; nessuno potrà lamentarsi nel giorno della resa dei conti, perché ognuno ha quanto occorre perché a suo tempo possa prendere parte alla gioia del suo padrone.

Ciò che non vorremmo sentire

Purtroppo, la parabola dei talenti dice anche ciò che le nostre orecchie preferirebbero non sentire, ossia che non tutti fanno buon uso dei beni ricevuti e per questo non potranno, per loro colpa, prendere parte alla gioia del loro padrone. Questo aspetto della parabola è generalmente trascurato e poco approfondito, il che è molto male perché se del progetto di Dio non consideriamo il problema della possibile perdizione o dell’inferno, è difficile che ci attiveremo per evitare questa possibilità. Ora la parabola mostra che un servo, quindi ognuno di noi, quando il padrone ritorna dopo molto tempo per chiedere conto dell’operato di tutti, può rivelarsi di fatto malvagio, pigro, inutile; e la sorte di chi si trova in questo stato è di essere gettato fuori nelle tenebre dov’è pianto e stridore di denti.

Ma prima di proseguire nelle riflessioni riassumiamo brevemente la parabola che troviamo nel vangelo di Matteo.

Dei servi ricevono dal loro padrone una certa somma di denaro, poi il padrone parte e se ne va lontano per molto tempo. Ritornerà, ma non precisa il giorno. Quando ritorna esamina i servi sul loro operato; dall’esame emerge che alcuni hanno operato bene in quanto hanno fatto rendere e aumentato il capitale, ma uno non ha fatto nulla per aumentare il capitale, anzi si è impegnato a fondo per renderlo improduttivo; gli uni ricevono allora un premio al di là delle loro attese, mentre chi non ha operato bene è severamente punito, è espulso dalla casa del padrone. Infine, il talento recuperato da chi non lo aveva fatto fruttare e dato a chi aveva dieci talenti.

Così stanno le cose secondo il progetto di Dio, questo il senso della vita dell’uomo e ciò che Dio si aspetta da noi. Il guaio è che questo progetto rischia di non essere troppo gradito. A questo proposito il cardinale Giacomo Biffi osservava: “Gli ascoltatori che rifiutano l’annuncio evangelico, di solito non è perché non lo capiscono; è perché non gli piace”. Ma che cos’è che può non piacere nella parabola su cui stiamo riflettendo?... Ad esempio, il fatto di essere servi, perché ogni servo ha necessariamente un padrone, il che significa dover accettare di essere secondi e non primi, significa dipendere in tutto dalla volontà di un altro; noi invece vorremmo essere primi e non secondi, vorremmo fare sempre di testa nostra e non ubbidire alla volontà di un altro. È inoltre normale che a dei servi siano richiesti compiti che sono a volte molto contrari alla loro volontà. Un altro aspetto che può essere sgradito è quello di dover affrontare un esame; se poi siamo avvisati che c’è anche la possibilità della bocciatura, il nostro disagio aumenta ancora. Altra cosa che non ci piace è la severità della punizione per chi non supera l’esame; noi, che ci illudiamo di essere discretamente buoni e misericordiosi, vorremmo rinnovare all’infinito la possibilità di un esame di riparazione in modo che tutti si possano salvare, ma questo dimostra solo che non comprendiamo né la giustizia dell’esaminatore, né la gravità della colpa di chi non supera l’esame, né la grandiosità del progetto di Dio; se poi ci attacchiamo troppo ai nostri giudizi, rischiamo di scivolare a poco a poco nella disubbidienza e nella ribellione. Allora il Signore insiste nel suo avvertimento: “State attenti, siate ubbidienti, perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie” …

Il rischio di un malinteso

C’è in noi una tendenza molto più grave di quello che immaginiamo, ed è quella di voler forzare i pensieri di Dio in modo che si adattino ai nostri corti pensieri; si genera allora un malinteso e una lotta drammatica fra Dio e noi. L’evangelista Luca nel raccontare la stessa parabola mette chiaramente in evidenza questo dramma. Lì il Signore dice che il padrone era un uomo di nobile famiglia destinato a diventare re, ma c’erano dei cittadini che non volevano affatto avere un re, ed erano tanto determinati e ostinati da esprimere pubblicamente la loro contrarietà, mandarono dietro di lui una delegazione a dire: ‘Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi’. Il Signore precisa che tale iniziativa era frutto del loro odio: I suoi cittadini lo odiavano. A tanto può giungere la malvagità di chi non accetta la regalità di Cristo, di chi non accetta di vivere secondo le sue leggi, ma vuole assolutamente vivere secondo le proprie leggi.

Tutti siamo chiamati a una scelta fondamentale: voglio vivere secondo un mio progetto di vita oppure voglio accogliere il progetto di Dio? Il Signore ci invita ad essere saggi e a scegliere bene, altrimenti assomigliamo a quel re che con diecimila uomini vuole vincerne uno che ne ha ventimila, se insiste nella sua stoltezza andrà incontro a una sconfitta certa; la sconfitta certa è la morte eterna: E quei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me (Lc 19, 27).

Sono parole dure dette da Gesù nel Nuovo Testamento, parole che dovrebbero suscitare un certo disagio e un certo timore, ma noi che vogliamo ad ogni costo fuggire i disagi e non abbiamo il coraggio di affrontare il timore provocato da certe parole, ci illudiamo di rimediare al disagio trascurandolo o tappandoci le orecchie per non sentire certi discorsi. Chi adotta questi atteggiamenti assomiglia al servo che per paura va a nascondere sottoterra il talento ricevuto, perché rende inefficace la luce contenuta nella Parola di Dio, ma quando ritornerà il padrone saranno i nostri poveri stratagemmi a rivelarsi inefficaci.

Cosa si aspetta il padrone dai suoi servi

Proviamo ora a riflettere sugli aspetti meno problematici della parabola, ossia su come dovrebbe normalmente comportarsi chi riceve un dono e un compito dal suo padrone. Dando ai servi i suoi beni il padrone si aspetta che questi dopo un certo tempo aumentino; la cosa accadrà se i servi si impegneranno a farli crescere; più intelligenza e impegno metteranno più riusciranno a moltiplicare i beni ricevuti. Il risultato dipende quindi sia dall’impegno dei servi, sia dalla quantità dei beni ricevuti.

È bene considerare inoltre che i beni del padrone è come se contenessero un dinamismo e delle potenzialità simili ai semi, e come i semi chiedono di svilupparsi, di espandersi, di crescere. Questo è l’andamento normale della vita umana e tutti lo possiamo facilmente constatare.

Ognuno di noi nasce in una famiglia dotata di un certo numero di beni, la famiglia poi risiede in un territorio e in una nazione che offre opportunità e risorse più o meno grandi, accade così che a partire dalle risorse a disposizione, ognuno attiva intelligenza ed energie per migliorare la propria condizione di vita.

Questa legge della crescita è presente ovunque c’è vita. Ad esempio, l’aumento delle conoscenze scientifiche nella fisica, nella chimica, nella biologia … produce effetti stupefacenti nella realizzazione e diffusione di soluzioni tecnologiche sempre più utili e ingegnose. Non molto tempo fa non avevamo né la luce, né l’acqua in casa, ora abbiamo molto di più; abbiamo la possibilità di vedere ciò che accade in tutto il mondo, di andare facilmente in tutto il mondo, di comunicare con tutto il mondo, di usufruire di beni prodotti in tutto il mondo …

Il problema del vero bene dell’uomo

Vediamo in questo esempio una proprietà del bene quando cresce, esso tende a diffondersi così che un numero sempre maggiore di persone possa goderne. La parabola dice allora che ad ogni uomo, secondo le sue capacità e secondo la quantità dei doni ricevuti, è data la possibilità di far crescere il bene intorno a sé. Il compito dell’uomo espresso in questi termini ottiene generalmente ampio consenso. Le cose si complicano, e di parecchio, quando ci chiediamo: ma che cos’è il vero bene dell’uomo? La risposta si può dividere in due parti, la prima abbastanza semplice, ma la seconda molto meno.

È sicuramente chiaro e semplice per tutti constatare che è bene per l’uomo avere cibo per nutrire il corpo, vestiti per coprirlo, una casa per proteggerlo e un lavoro che consenta di procurarsi e produrre questi beni. Ma l’uomo non è solo corpo, ha anche una parte spirituale molto più misteriosa, e questa ha esigenze che richiedono non poca intelligenza e fatica per essere soddisfatte. Occuparsi della parte spirituale dell’uomo è però un’impresa che non molti intraprendono e una volta intrapresa non molti perseverano fino alla fine. Dobbiamo Allora chiederci, ma in che cosa consiste questa impresa? Per cercare la risposta possiamo guardare qualcuno che perseverando ha terminato con successo l’impresa. Chi possiamo guardare? - Simeone - E chi è costui? Uno che giunto al termine della vita, e non prima, ha potuto esclamare: “Ora la mia impresa è terminata, solo ora la mia vita acquista un senso pieno, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, hanno visto la luce del mondo”. “I miei occhi hanno visto”, ecco un’esigenza fondamentale della nostra parte spirituale: vedere.

Come gli occhi fisici vedono tutte le cose intorno a noi, così la nostra intelligenza ha un bisogno vitale di conoscere la verità di tutte le cose, ha un bisogno vitale di ricercare “il senso di tutto ciò in cui si imbatte”, perché “senza un significato”, alla lunga “diventa insopportabile anche il piacere”, come efficacemente osservava il cardinale Giacomo Biffi.

Possiamo così dire che un aspetto dell’impegno richiesto per aumentare i beni ricevuti, consiste nel cercare seriamente il senso di ogni cosa. In primo luogo, il senso del mistero che ognuno di noi è; ossia il senso dei paradossi che, più o meno consapevolmente, ci interpellano e ci inquietano perché resistono a troppo facili soluzioni. Ad esempio, come conciliare la nostra aspirazione alla vita e la certezza della morte? Come conciliare il nostro desiderio di infinito per cui mai niente ci basta, con l’esperienza del limite e della noia? Perché la pienezza di vita o di felicità a cui aspiriamo sempre ci sfugge? Perché scopriamo di essere cattivi pur volendo essere buoni? Perché invece del trionfo della giustizia vediamo prevalere la furbizia, la mediocrità, la corruzione? Perché i malvagi godono e i buoni soffrono? Perché il male assume a volte proporzioni intollerabili?...

Di fronte a questi interrogativi, rischiamo di fare come il servo malvagio della parabola se per paura li andiamo a nascondere sottoterra, ma non sarà possibile nasconderli sempre, un giorno verrà in cui saranno riportati in piena luce.

Uno dei motivi per cui la realtà è complessa è perché è opera di Dio, e le opere di Dio non sono opere di poco valore, non sono opere scontate e immediatamente comprensibili, se però facciamo qualche sforzo per comprenderne l’altezza, l'ampiezza, la profondità, il fine, allora rendiamo omaggio a Dio, perché il nostro impegno dice che la sua opera non ci è indifferente. A questo proposito il card. Giacomo Biffi osserva: “Pensare è più che altro anelare alla verità; è più che altro implorare la luce. Pensare, in fondo, è pregare”.

Ma senza una ricerca seria e personale sul mistero dell’esistenza non troveremo mai delle risposte, Gesù e le sue parole non ci diranno assolutamente nulla e il vangelo rimarrà un libro sigillato, per questo il Signore ci supplica: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto (Mt 7, 7-8). Troppo presto ci illudiamo di capire la vita e di comprendere il cristianesimo, ricordiamoci di Simeone, solo alla fine dei suoi giorni gli è stato dato di “vedere”. Prima bisogna trafficare i talenti, prima dobbiamo dimostrarci fedeli nel poco perché il Signore possa darci potere su molto.

Prima il poco, poi il molto

Ma che cos’è questo poco e che cos’è questo molto? Seguendo lo sviluppo della riflessione possiamo dire che il poco è il tempo delle domande o della ricerca, e il molto è il tempo delle risposte; il poco è il tempo del travaglio e il molto il tempo del premio; il poco è il tempo dell’imperfezione e della tensione verso un qualcosa di più che non sappiamo precisare, e il molto è il tempo in cui il Signore ci rivelerà e ci darà ciò per cui siamo stati pensati; ma non può esserci premio senza fatica, non può esserci risposta senza domanda, e non può esserci pienezza di vita senza anelito alla vita. Le risposte che ora possiamo trovare sono vere risposte nella misura in cui aprono a domande ancora più profonde; la bellezza che riusciamo a trovare, il bene che riusciamo a ricevere e a diffondere sono solo primizie, stimoli, segnali per spingerci a desiderare molto di più.

Ascoltiamo in proposito la parola di un maestro: “La vita presente non è la vita della realizzazione. Viviamo soltanto per imparare a desiderare la vita”. E a proposito della conoscenza: “Il cristiano deve sempre sapere che ogni formulazione del mistero che è affidata alla Chiesa, è soltanto appena un accenno” (don Divo Barsotti).

È bene riflettere e assimilare queste cose per non illuderci e confondere i tempi; per non confondere la premessa con la conclusione, per non pretendere dall’imperfezione degli inizi ciò che è riservato alla perfezione della fine in cui godremo quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo (1Cor 2, 9).

Il segno che stiamo trafficando bene i talenti della nostra intelligenza è quando crescere la consapevolezza della vastità dei misteri in cui siamo immersi, per cui, più comprendiamo e meno comprendiamo. “La migliore conoscenza di Dio è questo senso, questo riconoscimento di una nostra ignoranza” (don Divo Barsotti). Detto ancora in altri termini: quando i nostri interrogativi giungono a essere tali da non ammettere altra risposta se non la visione di Dio, allora stiamo procedendo bene, perché la risposta al nostro anelito alla Verità sarà: servo buono e fedele … prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Eugenio Pramotton - Tratto dal sito http://www.medvan.it/



Articoli correlati per categorie



Nessun commento:

Posta un commento