Dire
“grazie” è così facile, ma spesso è anche tanto difficile.
Talvolta è forse solo l’abitudine a non renderci del tutto
consapevoli del bisogno che abbiamo l’uno dell’altro: in primo
luogo di Dio, poi anche di molte altre persone che a volte non
conosciamo; come, ad esempio, il contadino che ha munto la mucca,
grazie al quale noi al supermercato possiamo comperare il latte. Non
ce ne rendiamo conto e non sentiamo il bisogno di ringraziare. Quando
poi gli manca qualcosa o le cose non corrispondono a quanto
desiderato, l’uomo si lamenta subito e diventa scontento. In fondo
è una forma di incredulità, perché se fossimo convinti che, nel
Suo amore, Dio si occupa di noi perfino nelle cose più banali, non
ci lamenteremmo subito quando una situazione non corrisponde alle
nostre aspettative o è contraria ai nostri piani. Chi dice grazie,
testimonia l’importanza della gratitudine. Questa è una delle
verità fondamentali dell’umanità: tutta la nostra vita, dalla
nascita alla morte, è un dono; la nostra anima, il nostro corpo, i
nostri talenti, tutto è un dono di Dio, che noi abbiamo ricevuto
senza aver fatto nulla, senza aver presentato alcuna richiesta. I
nostri genitori ci hanno donato il loro affetto e le loro premure,
senza i quali non avremmo potuto sviluppare la nostra personalità.
Se da giovani siamo stati convinti di avere in mano le redini della
nostra vita e di riuscire a realizzarla secondo la nostra volontà,
nella vita spirituale dobbiamo riconoscere che siamo sempre e solo
coloro che ricevono tutto in dono. In tutti i sacramenti, dal
Battesimo all’Eucarestia, riceviamo gratuitamente, e senza alcun
merito da parte nostra, il dono più grande che un uomo possa
ricevere: la presenza in noi del Dio in tre Persone. Come risposta ci
resta solo una profonda gratitudine: “Celebrate il Signore
perché è buono, perché eterna è la Sua misericordia”. (Sal 107)
Una
persona riconoscente è una persona umile
