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giovedì 25 febbraio 2016

“Se la mia lingua non può dirti continuamente che ti amo, almeno voglio che il mio Cuore te lo ripeta ogni volta che respiro” - L’uomo Vianney




Il ritratto umano del Curato d'Ars
Il Curato d’Ars non si fece mai fotografare, pur esistendo già,al tempo, le prime rudimentali macchine fotografiche, quei baracconi che oggi sono pezzi di antiquariato ma che, a quei tempi, già funzionavano. Don Vianney era troppo umile| per poter mettersi in posa: nọn ci fu verso di convincerlo. Gli fecero parecchi ritratti, ma tutti improvvisati, perché egli non accettò mai di mettersi in posa. Una volta un ritrattista, fingendosi un devoto fedele, si mise seminascosto in chiesa tra le prime file, tenendo un quaderno sotto la giacca per dipingere il Santo mentre predicava. Il Santo, accortosene, lo rimproverò benevolmente, e disse che se avesse dipinto un'oca,quello sarebbe stato il ritratto del Curato d’Ars più appropriato.
L’attenzione andava a Dio, non a quel povero strumento che era lui stesso. L'unica foto che si ha del Curato è quando egli ormai non poteva più fare niente per protestare: poche ore dopo la morte, Oltre la foto, in quella occasione gli fecero il calco facciale, dal quale ricavarono la statua che si trova ad Ars, e che quindi possiamo a ragione definire come il vero volto del Curato d’Ars. Ma per noi è bello poterlo conoscere anche attraverso le descrizioni che fece chi lo conobbe.  Come era Giovanni Maria Vianney?

Era piccolo di statura e, per via dei suoi digiuni, eccezionalmente magro e scavato. Camminava rapido, con movimenti svelti. Il suo volto era rugoso e incavato, e portava i capelli lunghi che gli scendevano fin quasi sulle spalle. Aveva arcate Sopraccigliari spesse, con occhi azzurri al tempo stesso vivaci e miti, scrutatori ed energici. Era una di quelle persone che,quando ti guardava, ti dava l’impressione di leggerti dentro. Lo sguardo lanciava lampi di fuoco improvvisi quando parlava di Dio, come irradiasse scintille, mentre si velava di una nube di malinconia quando parlava del peccato e pensava a come Dio non fosse adeguatamente amato dagli uomini L'età e le fatiche non tolsero alle sue membra la loro rapidità ed elasticità: sempre vivi e pronti erano i movimenti, forse anche grazie alla vita campestre dei primi vent’anni della sua vita. Egli conservò fino all’ultimo momento il pieno esercizio degli organi e delle facoltà necessarie all’adempimento della sua missione: udito, vista, lucidità di mente e buona memoria, eppure il suo corpo era giunto a tal grado di estenuazione che lo si credeva quasi immateriale. II capo angoloso e pallido per le macerazioni era sempre lievemente inclinato in avanti, forse per l’abitudine al raccoglimento, o per la stanchezza. Era amabile, sapeva sorridere, si apriva volentieri, e in quell’intimo conversare mostrava una vivace scioltezza, una amabile giovialità, il dono felice di narrare sorridendo, senza la canzonatura beffarda e sempre con carità. Il suo carattere e il suo tratto erano di una affabilità stupenda: sempre cortese e attento, senza la minima affettazione. Tutti erano importanti per lui, ma non indulgeva mai a lungo con nessuno: dopo qualche minuto si congedava, perché tutto era già stato detto. E non vi era da rimanervi male: faceva così perché non poteva permettersi accaparramenti da parte di alcuno, cose molto comuni quando si gode della vicinanza di un santo. Per lui tutti gli uomini erano uguali e meritavano uguale rispetto: che arrivasse un principe o si presentasse un pover'uomo, il tempo a disposizione era lo stesso, i modi erano gli stessi. Il Santo aveva un intercalare che gli era proprio, naturalmente riferito al Signore. Il conte Gatets, che fu suo grande amico, disse che“anche nelle sue abituali conversazioni, spesso congiungeva le mani al Cielo dicendo: ‘Mio Dio, quanto Siete buono!’”. Nei rapporti umani era riservato e modesto: evitava troppi toccamenti, strette di mano, pacche sulle spalle, baci e abbracci. Con le donne era di una grande prudenza. “Io non osavo quasi ne guardarlo, né parlargli — dice la fedele Catherina Lassagne – mi sembra di averlo servito solo e sempre per l’amore di Dio e senza affezione naturale. Ogni volta che gli portavo qualche cosa, mi preparavo già ad essere congedata”. S’intuisce ora facilmente perché non accettasse una domestica. Le donne volontarie, che qualche volta mettevano un poco di ordine nella canonica, non andavano mai là se egli era presente: aspettavano che uscisse per andare a rassettare un poco. Aveva una gravità che attirava ed al tempo stesso incuteva grande rispetto. Una delle sue più assidue penitenti ha potuto dire di lui che “col primo sguardo vi penetrava fino in fondo all’anima, ma poi non vi guardava più. L'individualità per lui non esisteva: si trattava sempre di un’anima che egli si sforzava di condurre a Dio”. “Egli stesso confessò – testimoniò Catherine Lassagne – che non avrebbe conosciuto il male se non fosse diventato prete e confessore: solo II confessionale gli aveva rivelato la profonda miseria umana”.
Giovanni Maria Vianney ebbe il singolare dono delle lacrime, che i Padri del deserto dicono essere Segno della presenza di Dio nel cuore. Egli non parlava mai del peccato e del peccatore Senza versare lacrime abbondanti. Quando faceva la Via Crucis la sua parola si estingueva rotta dai singhiozzi e spesso, anche quando distribuiva la santa Comunione, le lacrime cadevano sulla pianeta che indossava.
Negli ultimi anni di vita non poteva mai ritornare agli argomenti preferiti — l’Eucaristia, la bontà e l’amore di Dio, le gioie del Cielo – senza essere interrotto dalle lacrime. E versava ancora lacrime davanti al più umile spettacolo della natura, se esso alla sua anima sensibile parlava della bontà di Dio e del cuore indurito dei peccatori. “L’altro giorno – disse in un’omelia –ritornando da Savigneux, intesi il canto degli uccelli e sentii venirmi le lacrime agli occhi! Pensavo: povere bestioline, il Signore vi ha create per cantare e voi cantate, mentre l’uomo che è stato creato per amare Dio non lo ama”.
Un uomo umile|
Senza umiltà non è possibile parlare di santità, perché Dio solo è santo. Gli uomini che partecipano alla santità di Dio si ritengono nulli e capaci solo di poter accogliere la grandezza di Dio nel loro “vasi di creta”. Quando il Curato d’Ars vide per la prima volta i santini sulle bancarelle con il suo volto, quando lesse il libro delle istruzioni per i pellegrini che andavano ad Ars in cui si esaltavano le sue virtù, ne soffrì acutamente: egli non doveva prendere il posto di Dio, dal momento che ne era solo un povero e inadeguato indicatore.
Il suo primo coadiutore, don Raymond, che fu testimone della sua vita, diceva che una delle cose che più lo aveva colpito era il fatto che il Curato avesse resistito incolume a tutte quelle proclamazione di Santità continue, a tutte quelle lodi di cui ora contornato. Il Curato sapeva benissimo che tutta quella folla di gente veniva per lui, eppure mai si lasciò sfuggire un’espressione di vanagloria, di autoreferenza. Era troppo occupato a pensare alle anime perché potesse soffermarsi ad ammirarsi allo specchio. C'è però un motivo più profondo e mistico a questa umiltà: essa era anche grazia di Dio. Il Curato infatti in gioventù aveva chiesto nella preghiera a Dio di poter conoscere lo stato della propria anima. Un giorno confidò a fratello Atanasio queste parole: “Non domandate a Dio di conoscere del tutto la vostra miseria. Io ho chiesto e ottenuto questa grazia, ma ho avuto in me tale sconcerto, che se il Signore non mi avesse sostenuto con la Sua grazia, sarei caduto nella disperazione. Fui così spaventato al conoscere la mia miseria, che subito domandai la grazia di dimenticarla. II Signore mi esaudi, ma mi lasciò però una tale sensazione della mia insufficienza, da essere persuaso che non sono capace di nulla”. Egli dunque non pensava di essere miserabile, non immaginava con la fantasia di esserlo: lo Sapeva. Lo aveva visto, aveva toccato con mano, per una grazia speciale, l’indigenza della propria anima. E ne rimase spaventato per tutta la vita. Non avrebbe certo potuto pavoneggiarsi, senza precipitare in un abisso dal quale non si sarebbe più risollevato. Questo non significa che l’umiltà del Curato fu senza sforzo, e quindi non meritoria. Ma dobbiamo immaginarci la posizione di uno che sa perfettamente di essere miserabile anche nel momento in cui resuscita un morto, o guarisce un malato, o scaccia un demonio, perché la visione della propria anima è in qualche modo sempre presente al proprio sguardo.
Era come un uomo che sta contemporaneamente nei Cieli e negli inferi, sull’orlo di un duplice abisso.
Sapeva benissimo di essere uno strumento di Dio. Madre Teresa di Calcutta si autodefiniva “la matita di Dio”, il santo Curato d’Ars invece “la pialla di Dio”. Con matite e pialle, Dio costruisce il suo Regno sulla terra.
Il poeta Jasmin, recatosi come tanti ad Ars per conoscere il Curato, nel salutarlo gli disse: “Signor Curato, non ho mai visto Dio così da vicino. “Difatti – rispose don Vianney – non è lontano”, e indicò il tabernacolo.
Il giorno che gli regalarono la mozzetta,segno di dignità – era una specie di mantellina che si consegnava ai monsignori — il Curato la ricevette con visibile imbarazzo e subito pensò quanto potesse valere. Dopo qualche giorno, la mozzetta sparì dalla sacrestia: il Curato l'aveva venduta per cinquanta franchi e aveva dato i soldi ad un povero che ne aveva bisogno. Poi, per scrupolo, scrisse informando il Vescovo di quello che aveva fatto.
Era impossibile scoprire sul suo volto qualche espressione di cruccio, di noia, o la minima traccia di qualsiasi preoccupazione di lui stesso, che rivelasse le ansietà dell’amor proprio. “Una volta ricevetti dal postino – amava raccontare — due lettere nello stesso giorno: nella prima si pretendeva che io fossi un grande Santo, nella seconda che fossi un ipocrita e un ciarlatano. La prima non mi aggiungeva niente di più, la seconda nulla mi toglieva. L’uomo è ciò che è dinanzi a Dio, e nient’altro”.
Era un bello spettacolo vedere il Curato quando a mezzogiorno faceva il suo solito tragitto dalla canonica alla Casa della Provvidenza, seguito dagli omaggi, dalla Venerazione, dall’entusiasmo della folla. Appena egli compariva si scoprivano il capo, tutti ne acclamavano il nome, tutte le braccia si stendevano verso di lui, tutti i cuori gli volavano incontro. Egli, come se queste manifestazioni fossero dirette a qualcun altro, se andava rapido senza sembrare colpito da ciò che si faceva o si diceva intorno a lui, solo attento alle domande delle persone che lo circondavano in quel momento.
Facendo l'elogio di un sacerdote da lui molto apprezzato, disse un giorno che quel Sacerdote era un incrocio tra una rondine e un’aquila. Gli chiesero: “E in voi, signore Curato, che cosa c’è?”, “In me?... Per fare il Curato d’Ars ci vogliono un'oca, un facchino e un gambero”,Signor Curato – gli chiese un tale – che bisogna fare per essere buono?”, “Bisogna amare molto il buon Dio”. “E come fare per amare Dio?”. “Ah, amico mio! Umiltà, umiltà,umiltà". Amava anche ripetere: “Ci furono dei santi che mettevano in fuga il demonio dicendo: quanto sono miserabile!”
E quando ad Ars arrivò da Parigi il famoso predicatore domenicano Lacordaire, il Curato gli diede subito il posto d’onore, concedendo a lui la predicazione domenicale. La gente fu scontenta: tutti erano andati lì ad Ars per ascoltare il santo Curato. Alla sera il Curato prese la parola e disse: “Voi conoscete la teoria dei due estremi che si toccano: ebbene, si è avverata anche ad Ars sul nostro pulpito, ove si sono viste la più alta scienza e la più bassa ignoranza”. Non era affettazione, egli ne era profondamente convinto.- - - - Un giorno vide un suo ritratto, ai piedi del quale era disegnata la sua mozzetta da canonico e la sua croce d’onore, un’onorificenza che gli aveva donato il sindaco di Ars. Egli commento: “ Per completare l’opera occorrerebbe aggiungere sotto ancora questa frase: Vanità, orgoglio,nulla”.
Un’altra volta, facendosi ancora allusione alle sue diverse onorificenze, rispose: “Sì, io sono canonico onorario per la troppa bontà del Vescovo, cavaliere della Legione d’onore per un errore del governo e... mandriano di un asino e di tre pecore per volontà di mio padre”.
Nelle sue istruzioni parlava quasi sempre dell’umiltà, e insegnava: “Siate umili e semplici: più sarete umili e maggiore sarà il bene che compirete” e amava aggiungere quel detto dei Padri del Deserto: “Il diavolo apparve un giorno a san Macario, solitario della Tebaide, e gli disse: “Tutto quello che fai tu so farlo anch'io. Tu digiuni, ed io non mangio mai: tu vegli, e io non dormo mai. Ma vi è una cosa che tu fai e che io non so fare . ‘Quale?”. “Umiliarmi’, rispose il demonio”,
Un uomo povero
Uno dei rimproveri che i non credenti rivolgono agli uomini di Chiesa, per giustificare se stessi, è l'eccessivo attaccamento alle ricchezze da parte del clero. Può succedere da parte dei sacerdoti di Scandalizzare la gente vivendo troppo agiatamente o accumulando ricchezze, dopo aver dichiarato che l’unica loro ricchezza è Dio. Il Curato fu un uomo povero, che amò la povertà come segno e testimonianza di appartenenza a Dio e per non essere di continua offesa davanti ai poveri, in mezzo ai quali egli viveva. La povertà del Curato era proverbiale: aveva una tunica, che rappezzava continuamente, e possedeva un solo ricambio. Inutile regalargli qualcosa: il giorno dopo era tutto sparito, e finiva nelle case dei poveri. Fu degno emulo di san Francesco d’Assisi, di cui fu nel Terz’ Ordine un fedele discepolo. Ricco per dare agli altri, ma povero per sé, visse in un totale distacco dai beni di questo mondo e il suo cuore veramente libero si apriva largamente a tutte le miserie materiali e spirituali che affluivano a lui. “Il mio segreto – egli diceva – è semplicissimo: dare tutto e non conservare niente”. Il suo disinteresse lo rendeva premuroso verso i poveri, soprattutto quelli della parrocchia, verso i quali dimostrava un’estrema delicatezza, trattandoli “con vera tenerezza, con molti riguardi, si deve dire con rispetto”. Raccomandava che non bisogna mai mancare di riguardo ai poveri, perché tale mancanza ricade su Dio; e quando i miseri bussavano alla porta, egli era felice di poter loro dire, accogliendoli con bontà: “Io sono povero come voi; sono oggi uno dei vostri!”. Alla fine della vita amava ripetere: “Sono contentissimo: non ho più niente e il buon Dio può chiamarmi quando Vorrà”lo. Riceveva anche molte offerte, specialmente verso la fine della vita, ma per questo motivo aveva fondato l’orfanotrofio della Provvidenza apposta: lì ci vivevano anche ottanta bambine orfane, bisognose di tutto, e lì finivano le offerte. Non si preoccupava mai del domani: infatti il peccato della ricchezza consiste più nell’accumulare roba che nel servirsi di mezzi costosi. Con fare semiserio, compiangeva coloro che risparmiano per il gusto di possedere, dicendo che non facevano che riempire i loro sacchi di nebbia. Va da sé che i poveri pullulassero davanti alla Sua porta. Egli però non distribuiva a casaccio: Sapevo, anche per intuizione, chi veramente aveva bisogno e dava loro generosamente senza calcoli. Amava i suoi poveri, e i poveri amavano lui. Li chiamava tutti con l’appellativo “amico mio”, e regalava ciò che aveva. Ovviamente non tutti i cittadini di Ars gradivano queste torme di mendicanti lamentosi in giro per il paese e qualcuno protestò con il sindaco. Ma poi nessuno osò prendere posizione ufficiale, perché tutti sapevano quanto il loro Curato amasse questa povera gente, che per lui era segno della presenza stessa di Dio. Una volta gli accadde inavvertitamente di accendere la sua candela con una banconota di diversi franchi. Quando se ne accorse, ormai era troppo tardi. Glielo fecero notare, ed egli esclamò: “Oh, è assai meno grave che se avessi commesso il più piccolo peccato veniale”. Un giorno d’estate, mentre insegnava il catechismo, vide un povero che arrancava con due grucce: era sulla soglia della chiesa e cercava faticosamente di farsi strada e trovare un posto a sedere, nella calca dei pellegrini. Don Vianney allora improvvisamente si al e, facendosi largo, si avvicinò a quel povero. Siccome non vi era proprio nessun posto libero, si fermò guardandosi attorno. Alla fine lo fece salire sulla cattedra e lo mise a sedere nel suo seggio davanti all’altare. Quindi, stando in piedi, riprese tranquillamente la sua spiegazione.
Un’altra volta entrò un ladro in canonica: trovò in un fondo di cassetto delle posate di stagno, le prese, ed entrò poi in una camera dove aveva trovato delle riserve di pane, che erano lì per le orfanelle della Provvidenza. Il Curato lo colse sul fatto: “Amico mio, che cosa state facendo?”. Il ladro rispose: “Avevo fame, signor Curato...”. Fattagli una abbondante elemosina, il Curato, che aveva scorto la propria “argenteria”, come egli la chiamava, tra le mani del ladro, aggiunse: Salvatevi amico mio, salvatevi prima che vi arrestino!”. Una volta andò lui stesso ad avvisare una donna, la quale gli aveva rubato 900 franchi, che i carabinieri la stavano cercando. Ad un altro ladro assegnò una pensione, perché non rubasse più. Un prete che faceva costruire una chiesa, e perciò era sempre a corto di denaro, gli disse un giorno: “Signor Curato, ma come fate? Insegnatemi il vostro segreto: avete sempre del denaro a disposizione... Mi sarebbe utilissimo saperlo per non lasciare a metà la mia costruzione”. Amico mio – gli rispose – il mio segreto è semplicissimo: donare tutto e nulla serbare”.Un’altra volta disse: “Il grappino è furibondo nel vedere che da quello stesso denaro di cui si serve per corrompere e perdere le anime, noi facciamo scaturire la loro salute!”.
Catherine Lassagne un giorno credette bene di sostituire la vecchia tazza di terra cotta per il latte del Curato con una nuova,più robusta e certamente più bella. Egli ebbe paura di tutto quel lusso e restituendola tazza, se ne uscì con questa espressione:“Non si potrà dunque riuscire ad avere in casa propria un po’ di povertà?”.
Un uomo paziente
Una delle cose che maggiormente colpiva in Giovanni Maria Vianney era la pazienza. Non era paziente di carattere, anzi era piuttosto facile allo scatto e alla ruvidezza. Per lui, diventare paziente fu una conquista. Egli diceva di essere nato con un temperamento impetuoso e aveva dovuto farsi violenza per divenire paziente. Eppure tutti lo vedevano soffocato e travolto dalla folla senza che il suo volto esprimesse la minima contrarietà.
Il vicario don Raymond, vedendo che le folle lo assalivano continuamente e osservando che il Curato non si spazientiva mai, un giorno gli chiese: “Reverendo, come potete rimanere sempre calmo con la vivacità del vostro carattere?”. Il Santo gli rispose: “Amico mio, la virtù domanda coraggio, violenza continua a se stessi, e soprattutto l’aiuto dall’Alto”.
La gente lo amava per questo contegno e questa bontà vissuta con tutti. “La vostra affabilità sia nota a tutti” (Fil 4,5) aveva esortato la Scrittura, e il Curato fece in modo che tutti potessero coglierla in lui per dare gloria a Dio. Vi era una donna che lo tormentava in continuazione, perché voleva una cosa che egli non poteva concederle, ma ella insisteva con una petulanza e ostinazione davvero irritante. Il Santo non cedette, la sua fermezza fu pari alla sua mansuetudine e ogni volta che questa importuna si faceva avanti, egli la accoglieva come fosse sempre la prima volta. Altri gli dicevano che erano rimasti delusi da lui, che si aspettavano tutt'altro e che in effetti egli era solo un povero ignorante. Il Curato ascoltava tutto questo con gioia e serenamente. Ovviamente era un uomo con le sue simpatie e antipatie. Non era amorfo. Ma si dominava. “Abbiamo osservato spesso – dice Marta Minard – che in presenza di alcune persone doveva farsi violenza, ma non ne fece mai parola con alcuno”. Per accorgersi delle tempeste del suo spirito, bisognava cogliere l’espressione del suo viso e il lampo fulmineo dei suoi occhi. A questo proposito ci è preziosa la testimonianza ancora una volta di Catherine Lassagne: “Ho inteso dire che, nei primi anni della sua vita fra noi, si recò da lui un uomo di Ars che gli rivolse ogni sorta di ingiurie. Il Santo lo ascoltò senza dire parola e per delicatezza volle accompagnarlo ed abbracciarlo, quando se ne partì. L'atto gli fu così gravoso che a stento poté risalire alla sua camera e, quando si gettò sul suo letto, aveva segni evidenti dello Sforzo sostenuto. E stato osservato più volte che ascoltava con calma un linguaggio anche rude, ma nel suo corpo passava un tremito. La ragione la spiegò egli stesso dicendo: ‘Quando si è vinta una passione le membra tremano”. »
Quando la folla lo premeva da ogni parte, non era facile mantenere la calma e la pazienza. Si sa com’è la gente: alcuni avevano fretta di vederlo e di parlargli, altri fanatici volevano toccarlo o sottrargli un pezzo di abito, afferrandolo per le braccia e finendo con strattonarlo. Immaginiamoci un pover'uomo che esce più morto che vivo dal confessionale, un uomo che non mangia, un uomo che sta in piedi per scommessa... e capiremo la pesantezza quasi sgarbata di queste folle scomposte. Eppure, mentre si potevano leggere nel volto del Curato i segni della stanchezza, mai nessuno ha potuto cogliere i segni di disappunto. Una volta in cui i pellegrini si stringevano numerosi attorno al suo confessionale, lo si vide uscire tre volte per dare la Comunione a tre persone, una dopo l’altra, che in effetti avrebbero potuto anche presentarsi tutte insieme. Un testimone di questa scena ne fu così colpito che uscì di chiesa gridando, in modo che quei tre potessero sentire: “Sono arrabbiato con il Curato che è troppo paziente!”. Vedendolo sempre così calmo, don Toccanier gli disse: “Signor Curato, perfino gli angeli al vostro posto perderebbero la pazienza. Io sarò obbligato ad impazientirmi per voi!”. Sembrano scene tratte dai Fioretti di San Francesco. Un’altra volta, a pochi anni dalla morte,ormai vecchio, dopo la predica delle undici, dei pellegrini che erano venuti da lontano gli si avvicinarono con le forbici in mano per tagliargli pezzi di cotta, ed anche ciocche di capelli. Alcuni dei presenti, accortisi della cosa, difesero il Curato e, indignati verso quei pellegrini, lo redarguirono: «Reverendo, dovreste mandare a spasso tutta questa gente!”. Ed il Santo rispose: “Dio mio, sono trentasei anni che mi trovo in Ars e non mi sono mai arrabbiato; sono troppo vecchio per incominciare ora...”. «Osservai da vicino il Servo di Dio – testimoniò don Tailhades al processo per la beatificazione – per leggere sul suo viso qualche moto d’impazienza, ma non mi riuscì di scoprirlo, perché, anche in mezzo alle indiscrezioni più provocanti mi parve dolce, sorridente e sempre uguale a se stesso. Quando gliene feci parola mi rispose:“Che devo fare? Ad adirarmi non guadagnerei nulla. Quanto è meglio dunque che un sacerdote si offra a Dio donandogli anche i suoi disappunti!”. I sacerdoti stessi ammiravano questa pazienza. Don Germ, parroco della cattedrale di Grenoble, che il Curato d’Ars chiamava cugino, rimase ore intere a contemplare lo spettacolo della pazienza e della dolcezza del Santo importunato dalla folla.
Dunque,la pazienza era diventata spettacolo da ammirare!
Un uomo mortificato
Poco si sa della salute del Curato, dal momento che egli non ne parlava mai. Lasciava forse intuire qualcosa, ma difficilmente si sapeva come realmente egli stesse. Si sa che aveva i reumatismi e che soffrì molto per il mal di denti, tanto che a volte pregò il dentista di Ars di strappargli qualche dente con le tenaglie, perché non ce la faceva più. Si è certi che non si sedeva mai quando accoglieva gente, probabilmente perché, nelle interminabili sedute al confessionale, egli aveva contratto qualche piaga nel fondo schiena... che certamente non gli faceva piacere. Una volta la contessa di Garets vedendo il suo stato, lo esortò a curarsi. Questa la risposta: “Ci mancherebbe altro che si prendesse qualcosa ogni volta che si soffre!”. Delle penitenze del Curato si sono scritti libri e trattati; servivano per vincere le passioni e per ottenere grazie per i suoi duecentotrenta parrocchiani che voleva strappare al demonio per portarli in Cielo e poi per tutti coloro che andavano a confessarsi, folle impressionanti a cui egli non si negava. Egli ripeteva: “Nella via della penitenza è solo il primo passo che costa”. Ma per arrivare in cima ad una vetta non basta fare il primo passo: occorre farli tutti. Flagelli, catene,digiuni, urla animalesche notturne del “compagno uncino”... Ma lo strumento di penitenza più spaventoso si trovava in chiesa; il confessionale. Egli si crocifisse volontariamente a quel legno. Infatti, più volte il Curato fu tentato di scappare e di farsi monaco nella Trappa, dove nessuno avrebbe potuto più raggiungerlo, dove non avrebbe più confessato nessuno. Da giovane poteva passare qualche ora nei campi, poteva camminare e andare a trovare le famiglie di Ars... ma poi tutto questo divenne un sogno, perché c'erano folle oceaniche che lo cercavano per essere confessate. Diciamolo: bastano alcune ore consecutive di confessionale per estenuare anche il sacerdote più resistente, che ne esce intontito, incapace di ragionare e desideroso solo di buttarsi mezz’ora su un letto. E tuttavia il Curato d’Ars compiva delle sedute di confessionale che avrebbero estenuato sei confessori uno dopo l'altro. D'estate nella piccola chiesa il caldo diventava così soffocante che — come anche lui a volte ammise – gli dava l'idea delle pene dell’inferno. La gente stessa non resisteva e usciva sovente por cercare di respirare. L'afa, i sudori e la temperatura creavano una miscela davvero insostenibile. Ma il Curato rimaneva al suo posto. Per contro, d’inverno, si battevano i denti per il freddo, poiché la chiesa non era riscaldata. Più di una volta il Curato svenne durante la c onfessione a causa del freddo. Don Dubois un giorno gli chiese: “Come fate a resistere così a lungo quando fa freddo, senza nulla per riscaldare i piedi?”. La risposta fu: “Amico mio, la ragione è semplice: dalla festa degli Ognissanti fino a Pasqua, io i piedi non li sento più!”. Nella Confessione, il Curato cercava di far percepire al penitente l’amore misericordioso di Dio, che perdona “trascinando a valle tutti i peccati, con il torrente della sua misericordia che passa. nell’anima”, per usare un’espressione a lui cara. Negli ultimi anni della sua vita egli si alzava poco dopo la mezzanotte,dopo aver dormito due, massimo tre ore. Era così debole e indolenzito che, Settantanne, non camminava se non trascinandosi da una sedia all’altra, tenendosi ai muri, e talvolta anche cadendo a terra. Chi, al posto suo, non avrebbe ceduto alla tentazione di rimanere aletto qualche momento in più? Ma questa tentazione non gli veniva neppure: là, oltre la porta, lo attendevano delle anime strette nei lacci del peccato. Una volta seduto al confessionale, verso l’una di notte, lo Spirito Santo gli dava l’energia necessaria per arrivare fino a sera, con delle sedute al confessionale anche di sedici ore al giorno. Impossibile comprendere quanto il Curato avesse a cuore la salvezza delle anime. Egli gemeva continuamente per la loro perdita, e diceva: “Quanto è da piangere che anime, costate il Sangue di Nostro Signore, si perdano per l'eternità!”.
Un giorno il sacerdote aiutante gli chiese se, per amore di Dio, avrebbe accettato di rimanere in terra ancora tanti anni, nonostante tutti quegli stenti. “Sì, certamente”, rispose. “In tal caso vi levereste sempre di così buon mattino?”...“Sì, amico mio, a mezzanotte. Sarei il più felice degli uomini, se non fosse per il pensiero di dover comparire davanti al tribunale di Dio con la mia povera vita”. Il Curato aveva deciso, fin da quando era prete novello ad Ecully con don Balley, di non bere quando aveva sete, di non scacciare una mosca, di non mostrare di accorgersi di odori nauseanti, di non dare segno di disgusto o ripugnanza per qualsiasi cosa, di non lamentarsi mai di qualsiasi cosa che fosse molesta alla sua natura e di non appoggiarsi mai quando era inginocchio. Interrogato in proposito, egli diceva alle due direttrici della Casa della Provvidenza: “Non avete mai visto quelli che conducono gli orsi negli spettacoli dei circhi? Sapete come si addomesticano le bestie feroci: usando il bastone. Non altrimenti si doma il proprio corpo e si addomestica il vecchio Adamo”.San Giovanni Maria Vianney, povero di beni, fu ugualmente mortificato nella carne. “Non vi è che una maniera di darsi a Dio nell’esercizio della rinunzia e del sacrificio –egli diceva – darsi cioè interamente”. E in tutta la sua vita praticò in grado eroico l’ascesi della castità. “La castità brillava nel Suo sguardo”, è stato detto del Curato d’Ars, realmente chi si pone alla sua scuola è colpito non solo dall'eroismo con cui questo sacerdote ridusse in servitù il suo corpo (cfr. 1Cor 9,27), ma anche dall’accento di convinzione con cui egli riusciva a trascinare dietro di sé la moltitudine dei suo i penitenti. Egli conosceva, attraverso una lunga pratica del confessionale, le tristi rovine dei peccati della Carne: “Se non ci fossero alcune anime pure per ricompensare Dio, vedreste come saremmo puniti!”. E parlando per esperienza,aggiungeva al suo appello un incoraggiamento fraterno: “La mortificazione ha un balsamo e dei sapori di cui non si può fare a meno quando li si abbia una volta conosciuti... In questa via quello che costa è solo il primo passo!”.
Questa ascesi necessaria della castità, lungi dal chiudere il sacerdote in uno sterile egoismo, rende il suo cuore più aperto e più pronto a tutte le necessità dei suoi fratelli;“Quando il cuore è puro - diceva ottimamente il Curato d’Ars – non Può fare a meno di amare, poiché ha ritrovato la Sorgente dell’amore che è Dio”. Quale beneficio per la società avere nel suo seno uomini che, liberi dalle preoccupazioni temporali, si consacrano completamente al servizio divino e dedicano ai propri fratelli la loro vita, i loro pensieri e le loro energie! Quale grazia sono per la Chiesa sacerdoti fedeli a questa eccelsa virtù! Con Pio XI noi la consideriamo come la gloria più pura del sacerdozio cattolico e “per quanto riguarda le anime sacerdotali, ci sembra rispondere nella maniera più degna e conveniente ai disegni e desideri del Sacratissimo Cuore di Gesù”. Pensava a questo disegno dell’amore divino il santo Curato d'Ars, quando esclamava: “Il Sacerdozio, ecco l’amore del Cuore di Gesù!”.

Tratto da "Ho visto Dio in un uomo" - di padre Serafino Tognetti