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mercoledì 30 novembre 2016

Beato Charles de Foucauld - Strasburgo, Francia, 15 settembre 1858 - Tamanrasset, Algeria, 1 dicembre 1916 - Tema : Conversione - Eucaristia - Cristianesimo e Islam




Un giovane entra in un confessionale della chiesa di Sant'Agostino, a Parigi, si china verso il sacerdote e gli dice: «Reverendo, non ho la fede; vengo a chiederle di istruirmi». Il sacerdote lo squadra... «Si inginocchi, si confessi a Dio; crederà. – Ma non sono venuto per questo... – Si confessi!» Colui che voleva credere, sentì che il perdono era per lui la condizione della luce. Si inginocchia, e confessa tutta la sua vita. Quando il penitente ha ricevuto l'assoluzione dei peccati, il sacerdote riprende: «È a digiuno? – Sì. – Vada a comunicarsi!» Il giovane si avvicina immediatamente alla Sacra Mensa; fu la sua «seconda prima Comunione»... Siamo alla fine di ottobre del 1886. Quel sacerdote, noto per la sua arte nel dirigere le anime, è don Huvelin; quel giovane ventottenne, si chiama Charles de Foucauld.
Nato il 15 settembre 1858 a Strasburgo, in una famiglia molto cristiana, Charles perde la madre, poi, lo stesso anno 1864, il padre. Viene allora affidato, assieme alla sorella Maria, al nonno, il Signor de Morlet, colonnello in pensione. Affettuoso, zelante, studioso, Charles diventa oggetto delle tenerezze del nonno, presso il quale le collere del bambino trovano una segreta indulgenza e vengono considerate come un indice di carattere. Il Signor de Morlet e i due bambini si trasferiscono a Nancy nel 1872. A partire da allora, Charles prende l'abitudine di mescolare agli studi una massa di letture scelte senza discernimento. Alla fine degli studi, perde totalmente la fede, «e non era il solo male, confiderà più tardi... Si lanciano i giovani nel mondo senza dar loro le armi indispensabili per combattere i nemici che trovano in sè e fuori di sè, e che li attendono in massa. I filosofi cristiani hanno risposto da tanto tempo, in modo molto chiaro, a un gran numero delle domande che ogni giovane si pone febbrilmente, senza sospettare che la risposta esiste, luminosa e limpida, a due passi da lui!» Egli esigerà che i nipotini siano istruiti da insegnanti cristiani: «Non ho nessun cattivo insegnante; ma la gioventù ha bisogno di essere istruita non da persone neutre, ma da anime credenti e sante, e inoltre da uomini che sappiano rispondere delle loro convinzioni e ispirino ai giovani una ferma fiducia nella verità della fede...»

lunedì 1 dicembre 2014

Charles de Foucauld - Pensieri



PENSIERI

1
Io vorrei tanto per me, e di conseguenza vorrei per voi, – perché mi sembra davvero una buona cosa – un po’ di solitudine e di silenzio. Da una parte sono molto solitario, perché non ho qui una sola persona che abbia verso di me il minimo attaccamento (se non, forse, un povero, fantaccino, Miloud; pregate per la sua conversione! è un’anima semplice e un buon cuore)… C’è anche un furiere maggiore di fanteria, un francese, che mi dimostra vera amicizia.
Ma dall’altra parte, dalle quattro e mezzo del mattino alle sei e mezzo della sera, non smetto mai di parlare e di veder persone: schiavi, poveri, malati, soldati, viaggiatori, curiosi. Questi, i curiosi, ormai li ho solo raramente, ma gli schiavi, i malati, i poveri aumentano anziché diminuire… Celebro la santa Messa prima del giorno, per non essere troppo disturbato dal rumore e per fare il ringraziamento un po’ tranquillo; è però inutile che lo faccia di buon’ora, durante il ringraziamento vengo sempre chiamato tre o quattro volte…

2
Ecco come fr. Charles esamina la sua vita a Béni-Abbés. Egli si domanda: «In che modo fare l’elemosina meglio che per il passato?» e risponde: «Facendola come la faceva Gesù, in un’imitazione più fedele del Modello Divino. Preoccupandosi meno di dare denaro e dando di più quello che dava Gesù: la nostra fraterna tenerezza il nostro tempo, la nostra pena».
Ancora si domanda: «In che modo praticare l’eguaglianza e la fraternità con gli indigeni?» e risponde: «Lasciandoli avvicinare a me, parlarmi, soprattutto non impiegando i soldati per allontanarli da me, non avendo paura di dedicare loro il mio tempo; anziché evitare le loro lunghe conversazioni, desiderarle, ma spostarle sempre verso Dio: riuscire a guidare io queste chiacchierate, distaccarle dalla terra e farle sempre salire alle cose spirituali. Non temere il contatto degli indigeni, né quello dei loro vestiti, coperte, ecc…
Non avere paura né della loro sporcizia né delle loro pulci… Vivere insieme agli indigeni con la familiarità che aveva Gesù verso i suoi apostoli, i quali erano simili ad essi… Soprattutto, vedere sempre Gesù in loro e, di conseguenza, trattarli non soltanto con senso di eguaglianza e di fraternità, ma anche con l’umiltà, col rispetto, con l’amore, con la dedizione comandate da questa fede».