lunedì 27 giugno 2016

Non vi è altra difficoltà che la mancanza di fede e di abbandono... (don Divo Barsotti)





4 settembre
«Il piccolo resto». Non solo la Chiesa nel mondo, ma nella Chiesa i poveri, i dimenticati, sconosciuti fra loro e conosciuti solo da Dio: essi sono il cuore del mondo, per loro il mondo sussiste. E quanto più il potere dell’Anticristo si fa evidente e sfacciato, tanto più essi entrano nel nascondimento più fondo...

31 ottobre
Esser lasciato da parte, esser dimenticato è oggi una fra le grazie più grandi. Com’è possibile oggi la salvezza di chi è chiamato a guidare la Chiesa, di chi porta la responsabilità del governo?
Anche tu, certo, sei responsabile, ma non ti è chiesto per la salvezza del mondo che il tuo silenzio, la tua preghiera, la tua pena.

26 marzo
Mi sento solo davanti a Dio. La mia solitudine stessa sembra garantire la presenza. Non vedo più nulla: nessun cammino, nessuna ragione alla vita. Vuoto e silenzio. Ma tutto è pieno di Dio.
Come la santità così la missione. Via via che l’anima si va identificando a Cristo in una santità sempre più grande, riceve anche una missione sempre più vasta. Nulla ti è sottratto. La santità cui sei chiamato è la santità stessa del Figlio di Dio e la tua missione è esattamente la sua, nulla di meno; tutto Egli ti ha donato. Devi sentirti responsabile per tutti, devi assumere su di te il peso del peccato del mondo: la vita dell’universo per te deve trasformarsi nella lode al Padre.

31 luglio
II cammino della santità passa necessariamente attraverso gli abissi. Tutti i santi sono uomini che hanno rischiato la pazzia, la dissoluzione interiore, che hanno dovuto conoscere e superare l’angoscia senza fondo. L’uomo ideale non è l’uomo che non conosce il turbamento, la paura, la morte, ma colui che supera la morte e risuscita dalla morte.
L’antropologia prima di tutto deve salvare i suoi fondamenti; il primo è che l’uomo è creatura di Dio, il secondo è che l’uomo è nato peccatore. Non si può difendere l’uomo dalle turbe dell’angoscia; Dio con la sua grazia può dare all’uomo solo di superare la morte, di vincere l’angoscia. L’ignoranza del male è impossibile all’uomo concreto: volerlo preservare e difendere, condannare la formazione cristiana perché lo suppone, è soltanto giocare tragicamente e rendere irrimediabile il male dell’uomo.
Tutti i santi sono soggetti clinici, complessi per un’analisi delle malattie nervose e mentali, ma lo sono non perché essi sono dei casi limite in quanto malati, psichicamente anormali, ma perché essi soltanto hanno superato l’abisso dell’angoscia umana.
Chi non ha conosciuto questa angoscia non è l’uomo sano; al contrario non è divenuto ancora uomo, non ha conosciuto ancora se stesso. La pretesa della psicanalisi sarebbe quella di impedire all’uomo di prendere coscienza di sé, di divenire maturo? Non è un superamento ma un regressus aduterum la cura che si prescrive.

17 settembre
Solo in Dio potrai ritrovare ogni cosa. Solo in Lui salvi te stesso e il mondo.
Il cammino che porta alla salvezza è il cammino della morte. Nell’abbandono supremo, nella essenziale povertà di Gesù sulla Croce si è compiuta la redenzione del mondo.
È necessario fare lo stesso cammino: non conoscere più nulla, non volere più nulla, non essere più. Che vuol dire ora per te?
Ma tu quanto più senti sfuggirti le cose, gli uomini, tanto più ti aggrappi istintivamente; non sai abbandonarti alla morte.
Il tuo giorno è passato; ora senti inevitabile sempre più il tuo affondare nel silenzio, nell’insignificanza, nell’impotenza. È questa l’ora di Gesù per la quale tu sei venuto.
Purezza. Semplicità.
Egli è. Non vivere che «il ricordo di Dio», ed è la sua Presenza assoluta, senza immagine di cosa creata, senza desiderio, senza ricordo di te.
La «memoria» è il luogo di Dio, il «fundus animae», la nudità dello spirito creato per accogliere l’Immagine, il Figlio di Dio.

Don Divo Barsotti - Pensieri tratti da “L’ATTESA Diario: 1973 – 1975”

domenica 26 giugno 2016

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 8,18-22 - Seguimi.



 


In quel tempo, vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva.
Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

Parola del Signore


Riflessione
Come inizio non c'è male!!... Gesù inizia il Vangelo di oggi chiedendoci una cosa particolare, anzi, a dire il vero è un ordine e per molti anche impegnativo: “passare all’altra riva”... , ossia cambiare la nostra vita... Chi accetta di seguire Gesù lo deve fare senza condizioni.
Di primo acchito le risposte che Gesù da ai due discepoli che gli chiedono del “tempo” prima di seguirlo, lasciano un po' perplessi: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» e «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».
Dobbiamo però comprendere queste affermazioni in un senso più profondo. Seppellire un parente è una cosa giusta e tutti lo facciamo, ma Gesù non si riferisce certo alla morte fisica o ai cimiteri. Gesù chiama ognuno di noi e ci chiede di avere uno sguardo non verso le cose materiali, ma verso quelle del cielo. La nuova vita deve iniziare infatti con Lui e Lui al primo posto. Se dovessimo seguire il Signore solo dopo aver risolto tutte le nostre questioni, mi sa che non troveremmo mai il tempo o, come succede molto spesso, daremmo al buon Dio solo le briciole. 

San Josemaría Escrivá de Balaguer – Barbastro, Spagna, 9 gennaio 1902 - Roma, 26 giugno 1975 - Tema: Santificazione del lavoro e dei doveri del proprio stato


 
Qualcuno chiedeva un giorno ad un sacerdote: «Perchè Le hanno dato del pazzo? - Pensi, rispose questi, che sia una pazzia da poco pretendere che si possa e si debba esser santi in mezzo alla strada, che possano e debbano esser santi tanto colui che vende gelati in un carrettino, quanto la domestica che passa il tempo in cucina, il direttore di una banca, il docente universitario, e colui che lavora i campi, e il facchino che si carica i bagagli sulle spalle? Sono tutti chiamati alla santità! L'ultimo Concilio (Vaticano II) l'ha ribadito ora, ma all'epoca, nel 1928, non veniva in mente a nessuno. Era così logico pensare che fossi pazzo...» Quel sacerdote era il Beato Josemaría Escrivá de Balaguer.
«Come curate bene questi fiori!»
«Per amare Dio e servirlo, spiegava il Beato Josemaría, non è necessario fare cose eccezionali. Cristo chiede a tutti gli uomini, senza eccezioni, di essere perfetti come è perfetto il suo celeste Padre (Matt. 5, 48). Per la maggior parte degli uomini, esser santi suppone la santificazione del lavoro, la santificazione nel lavoro, la santificazione degli altri attraverso il lavoro, e anche il fatto di incontrare Dio sulla strada della propria vita». Passando un giorno davanti a due giardinieri, disse loro: «Come curate bene queste piante, tutti questi fiori... Cosa pensate che valga di più? Il vostro lavoro o quello di un ministro?» E siccome non trovavano nulla da rispondere: «Dipende dall'amore di Dio che ci mettete. Se mettete più amore di un ministro, il vostro lavoro vale di più».

martedì 21 giugno 2016

San Tommaso Moro - Martire - 22 giugno -



«La considerazione della vita dei santi – con le loro lotte ed il loro eroismo – ha prodotto in ogni tempo abbondanti frutti nelle anime dei cristiani. Ancor oggi... i credenti hanno un bisogno particolare dell'esempio di tali vite eroicamente consacrate all'amore di Dio e, per Dio, agli altri uomini» (Documento della Congregazione per il Clero sul Prete, 19 marzo 1999). L'esempio dei martiri è particolarmente illuminante, come ricordava papa Pio XI in occasione della canonizzazione di san Tommaso Moro: «Se non tutti siamo chiamati a versare il nostro sangue per la difesa delle leggi divine, tutti dobbiamo, tuttavia, attraverso l'esercizio dell'abnegazione evangelica, la mortificazione cristiana dei sensi e la ricerca laboriosa della virtù «avere il desiderio di essere martiri, per poter partecipare con essi alla celeste ricompensa», secondo le espressive parole di san Basilio» (19 maggio 1935).
Tommaso Moro nasce a Londra, il 6 febbraio 1477. Riceve dai suoi genitori un'educazione severa ed attenta, cui corrisponde docilmente, dimostrandosi ubbidiente e gentile. Viene iscritto molto presto alla scuola Sant'Antonio di Londra. Appena adolescente, è accolto, su richiesta di suo padre, nella casa del Cardinale Morton, arcivescovo di Canterbury e Cancelliere del Regno d'Inghilterra (primo dignitario dello Stato, dopo il Re). Incanta il prelato ed i suoi ospiti, in occasione delle sedute ricreative, grazie ad un dono d'improvvisazione che denota un grande senso dell'osservazione.

Dal Vangelo secondo Luca Lc 1, 5-25 - La nascita di Giovanni Battista è annunziata dall' angelo.



Luca 1, 5-25


Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abia, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l'offerta dell'incenso. Tutta l'assemblea del popolo pregava fuori nell'ora dell'incenso. Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. Ma l'angelo gli disse: "Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto". Zaccaria disse all'angelo: "Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni". L'angelo gli rispose: "Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo".
Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.
Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: "Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini".


Parola del Signore.


Riflessione

Il brano del Vangelo di oggi ci parla di una coppia avanti negli anni e senza figli... Una coppia che, nonostante la sofferenza per l'umiliazione della sterilità, non ha abbandonato il Signore, ma ha osservato in tutto le Sue leggi... Una coppia amata dal buon Dio e ritenuta da Lui “giusta”.
Ecco il primo insegnamento…. Se le cose non vanno come abbiamo sognato, se le cose prendono un'altra piega, se ci troviamo ad affrontare delle situazioni precarie di salute o di lavoro, non dobbiamo mai e poi mai abbandonare il Signore, non dobbiamo mai pensare che Lui ce l'abbia con noi, non dobbiamo mai farci prendere dallo sconforto, non dobbiamo credere che Lui ci abbia abbandonato, non dobbiamo pensare che quello che ci sta capitando sia un castigo di Dio... ma dobbiamo continuare a pregare ed essere sempre Suoi amici, non dobbiamo smettere di credere in Lui anche gemendo, dobbiamo essere convinti che ogni cosa che ci succede è perchè Lui lo permette, e, se lo permette, è per il nostro bene... e se sul momento non ci sconfinfera molto... un bel giorno capiremo. Lasciamoci fare... Lui ha tutto sotto controllo. Proviamo allora ad imitare il comportamento di Zaccaria ed Elisabetta, impariamo a non pretendere ogni cosa che desideriamo: un figlio, un lavoro, un'amicizia, un'amore, viaggi, soldi, divertimenti... se Dio ce li concede, bene, altrimenti dobbiamo ringraziare ugualmente, perché se Dio decide di non darceli, evidentemente non sono un bene per noi.

domenica 19 giugno 2016

Élisabeth e Félix Leseur Tema: Vita interiore Sofferenza Conversione



«Si potrebbe avere una conoscenza «intellettuale» molto completa del cristianesimo e tuttavia non vivere della sua vita.  Quello che bisogna raggiungere è la pienezza di vita interiore, la fede intima che trasforma l'anima, ed è questo dono che bisogna chiedere continuamente a Dio che è il solo a concederlo.» Queste parole profonde di Elisabetta Leseur a un'amica ci rivelano la sua anima; spiegano e illuminano il suo proprio itinerario spirituale.
Élisabeth Leseur è nata il 16 Ottobre 1866 a Parigi, primogenita di Antoine e Marie-Laure Arrighi. Dopo di lei nasceranno tre figli maschi e una femmina. Suo padre, di origine corsa, è Dottore in legge; grazie alla sua serietà, si crea una posizione invidiabile al Palazzo di Giustizia. Sua madre insegna la preghiera ai suoi figli e li apre all'amore di Dio. Elisabetta scrive un primo Diario dove annota, il 14 novembre 1877: «Ieri sono stata al catechismo per la terza volta. Oh! questo è ciò che mi interessa!... Sono proprio contenta, perché questa settimana andrò a confessarmi; ne ho un gran bisogno.» Fissa un programma di vita e s'impegna ogni giorno nella meditazione secondo le capacità della sua età. Vi attinge il desiderio di correggere i propri difetti, ma non è facile: «Ebbene! no, non sono più brava, al contrario, scrive... Quando mi si dice una cosa, dico il contrario, soprattutto con Pierre (suo fratello)... Non voglio ammettere di avere torto.» Nel maggio 1879, fa la sua prima Comunione e riceve il sacramento della Cresima. Il suo gusto marcato per tutto ciò che è intellettuale e artistico non le fa perdere di vista quello che è serio nella vita: «Il predicatore ci ha parlato della missione della ragazza e della donna cristiana, annota durante un ritiro. Ci ha detto che questa missione è divina. Che noi possiamo, passando sulla terra, fare molto bene o molto male... Ci ha anche detto che dobbiamo temere l'egoismo, che pensa solo a sé.» Elisabetta ha circa vent'anni quando fa la conoscenza di Félix Leseur.

Non giudicate, affinché non siate giudicati di San GIOVANNI CRISOSTOMO - Discorso ventitreesimo – Mt. 7, 1-20


Mt. 7, 1-20

1. – Ma come? Non dovremo, dunque, rimproverare chi pecca? Anche Paolo ci vieta di farlo, o meglio ce lo vieta Gesù Cristo per mezzo di Paolo, con queste parole: «Tu poi perché giudichi il tuo fratello?» {600}. «E chi sei tu che ti fai giudice del servo di un altro?» {601}. E ancora: «Perciò non giudicate di nulla prima del tempo, finché non venga il Signore» {602}. Ma perché, poi, in un’altra circostanza lo stesso Apostolo aggiunge: «Riprendi, correggi, esorta»? {603} E altrove ripete: «Quelli che peccano, riprendili alla presenza di tutti» {604}. E Cristo dice a Pietro: «Se il fratello tuo ha peccato contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo. Se poi non ascolta, prendi con te un’altra persona; se neppure così dà ascolto, dillo alla Chiesa» {605}. Perché Cristo invita tante persone, non soltanto a rimproverare, ma anche a punire coloro che peccano? Egli ordina, infatti, di considerare il peccatore ostinato, che non dà ascolto a nessuno, come il gentile e il pubblicano {606}. E perché ha dato anche le chiavi del cielo ai suoi apostoli? Se essi non possono giudicare, non hanno nessuna autorità su alcuno e, perciò, invano hanno ricevuto il potere di legare e di sciogliere. E d’altra parte se ciò prevalesse, la libertà cioè di peccare senza che nessuno ci rimproveri, tutto precipiterebbe in rovina, sia nella Chiesa, come nelle città e nelle famiglie. Se il padrone non giudicasse il suo servo, e la padrona la sua domestica, il padre il proprio figlio e l’amico il suo amico, la malvagità di certo aumenterebbe. E non soltanto l’amico deve giudicare l’amico, ma noi dobbiamo giudicare anche i nemici, poiché non facendolo non potremo mai sciogliere ed eliminare l’inimicizia esistente fra loro e noi, e tutto sarebbe sconvolto.
Qual è dunque il senso preciso di queste parole del Vangelo? Esaminiamole con cura, in modo che nessuno sia tentato di vedere in questo comando, che costituisce un rimedio di salvezza e di pace, uno strumento di sovversione e di turbamento. Soprattutto attraverso le parole che seguono, Cristo dimostra la forza e l’efficacia di questo precetto: «Perché – egli chiede – osservi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non badi alla trave che è nell’occhio tuo?». Può darsi che questa spiegazione appaia ancora oscura a molti spiriti pigri: io cercherò per questo di chiarirla, prendendo in esame il discorso. Mi sembra dunque che Cristo non vieti in senso assoluto di giudicare qualsiasi peccato, che non neghi questo diritto genericamente a tutti, ma a coloro che, pieni di un’infinità di vizi, condannano insolentemente gli altri per lievi colpe. E a me pare che qui egli voglia riferirsi anche ai giudei, che erano severi censori delle più piccole colpe del prossimo, mentre essi non si accorgevano di essere colpevoli di peccati ben più gravi. Questa stessa cosa, infatti, Cristo ripete verso la fine del Vangelo, rimproverando i giudei: «Affastellano carichi gravi e difficili a portarsi, e li impongono sulle spalle degli altri; ma essi non vogliono smuoverli con un dito» {607}. E ancora: «Voi pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e avete tralasciato le cose più gravi della legge: la giustizia, la misericordia, la fedeltà» {608}. Contro questi stessi giudei – mi sembra – Cristo parla ora con forza, reprimendo in anticipo le accuse che essi lanceranno contro i suoi discepoli. I farisei, infatti, li accusarono di peccato per delle cose che non erano affatto peccati, come il non osservare il sabato, mangiare senza lavarsi le mani e sedersi alla stessa mensa con i pubblicani; il che fu stigmatizzato altrove: «Col filtro togliete il moscerino e ingoiate il cammello» {609}. Ma Cristo stabilisce qui, contro tali giudizi, una legge comune e valida per tutti.

Preghiera davanti a un biglietto da dieci euro.




Signore, ecco questo biglietto. Mi fa paura.
Tu conosci il suo segreto, Tu conosci la sua storia.
Quant’è pesante! Mi impressiona perché non parla.
Non dirà mai tutto quello che si nasconde nelle sue pieghe.
Non rivelerà mai tutti gli sforzi e le lotte che rappresenta.
Porta su di sé il sudore umano.
E’ sporco di sangue, di delusione, di dignità infangata.
E’ ricco di tutto il peso del lavoro umano che contiene
e che forma il suo valore.
E’ pesante, pesante Signore.
Mi impressiona e mi fa paura.
Perché ha dei morti sulla coscienza.
Tutti i poveracci che si sono ammazzati sul lavoro, per lui...
Per averlo, per possederlo qualche ora.
Per ottenere da lui un po’ di piacere, di gioia, di vita...
In quante mani è passato, Signore?
E che ha fatto in questi lunghi viaggi silenziosi?
Ha offerto delle rose bianche alla fidanzata raggiante,
ha pagato i confetti del battesimo, nutrito il pupo roseo,
Ha messo il pane sulla tavola del focolare,
Ha permesso le risate dei giovani e la gioia degli anziani,
Ha pagato il consulto di un medico.
Ha dato il libro che istruisce il bambino,
Ha vestito la sposa.
Ma ha inviato la lettera dello sfratto,
ha pagato l’assassinio del bimbo, nel seno della madre,
Ha distribuito l’alcool e fatto l’ubriaco,
Ha proiettato il film vietato ai ragazzi, e registrato il disco nauseante,
Ha sedotto l’adolescente e fatto dell’adulto un ladro,
ha comprato per qualche ora il corpo d’una donna,
Ha pagato l’arma del delitto e le assi di una bara.
O Signore,
Ti offro questo biglietto da 10 euro,
Nei suoi misteri gaudiosi, nei suoi misteri dolorosi.
Ti ringrazio per tutta la vita e la gioia che ha donato,
Ti chiedo perdono per il male che ha fatto.
Ma soprattutto, o Signore,
Te lo offro per tutto il lavoro e per tutta la sofferenza umana di cui è simbolo,
e che domani, finalmente, moneta incorruttibile, sarà mutato nella Tua vita
eterna.
Amen

Michel Quoist

domenica 12 giugno 2016

Mt. 5, 38-48 - Io vi dico di non opporvi al malvagio. - Discorso diciottesimo di San GIOVANNI CRISOSTOMO


                                         

 
Avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Io invece vi dico di non resistere al maligno; ma a chi ti percuote sulla guancia destra, presenta anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello {482}.

1. – Vedete, fratelli, che Gesù Cristo non parlava dell’occhio del corpo quando ci comandava di strapparci l’occhio che dà scandalo ma che, con tale espressione, indicava coloro la cui amicizia ci nuoce e che possono gettarci nel baratro della perdizione? Come potrebbe, infatti, ordinare per legge di strappare il nostro stesso occhio colui che, pur usando qui una iperbole così forte, non ci permette di cavare l’occhio neppure al nemico che ci ha strappato il nostro?
Se d’altra parte qualcuno biasima la legge antica, in quanto essa ordina di vendicarsi esigendo «occhio per occhio e dente per dente», a me pare che costui non comprenda né la saggezza che il legislatore deve avere, né le diverse circostanze dei tempi e neppure il vantaggio che è derivato agli uomini da questa divina condiscendenza alla loro debolezza. Se voi considerate in quali condizioni era il popolo, in quali disposizioni d’animo viveva e vi ricordate in quale epoca fu data questa legge, potrete facilmente riconoscere che unico e identico è l’autore del vecchio e del nuovo Testamento e che molto opportunamente egli ha istituito sia l’uno che l’altro, contemperando le leggi con i tempi. Se avesse fin dall’inizio istituito le elevate e sublimi leggi evangeliche, gli uomini non avrebbero accolto né la legge antica né quella nuova: proclamandole, invece, in tempi diversi, e istituendo ciascuna nell’epoca più adeguata, si è servito sia dell’una che dell’altra per rinnovare tutta la terra. D’altra parte, dando quel comando, non era certo perché voleva spingere gli uomini a strapparsi gli occhi a vicenda ma, al contrario, perché voleva trattenere le loro mani, impedendo di usarsi reciprocamente violenza. La minaccia di questa pena era un freno all’ira; il Signore cominciava così a seminare a poco a poco, ma in profondità, una certa saggezza nel mondo, ordinando che gli uomini si accontentassero di una vendetta uguale al male che avevano subito, anche se chi aveva per primo arrecato ingiuria meritava una pena più grave e un’equa giustizia. Ma, poiché Dio voleva fin d’allora temperare la giustizia con la misericordia, condannava colui che aveva peccato di più a una pena minore di quella che si meritava, insegnando in tal modo ad avere molta pazienza nel sopportare i mali di cui soffriamo.

giovedì 9 giugno 2016

ESORTAZIONE APOSTOLICA REDEMPTORIS CUSTOS DI SAN GIOVANNI PAOLO II SULLA FIGURA E LA MISSIONE DI SAN GIUSEPPE NELLA VITA DI CRISTO E DELLA CHIESA



Ai Vescovi
ai sacerdoti e ai diaconi
ai religiosi e alle religiose
a tutti i fedeli
INTRODUZIONE
1. Chiamato ad essere il custode del redentore, «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sè la sua sposa» (Mt 1,24).
Ispirandosi al Vangelo, i padri della Chiesa fin dai primi secoli hanno sottolineato che san Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all'educazione di Gesù Cristo (cfr. S. Irenaei, «Adversus haereses», IV, 23, 1: S. Ch. 100/2, 692-694), così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine santa è figura e modello.
Nel centenario della pubblicazione dell'epistola enciclica «Quamquam Pluries» di papa Leone XIII (die 15 aug. 1889: «Leonis XIII P. M. Acta», IX [1890] 175-182) e nel solco della plurisecolare venerazione per san Giuseppe, desidero offrire alla vostra considerazione, cari fratelli e sorelle, alcune riflessioni su colui al quale Dio «affidò la custodia dei suoi tesori più preziosi» (S. Rituum Congreg., «Quemadmodum Deus», die 8 dec. 1870: «Pii IX P. M. Acta», pars I, vol. V, 282; Pii IX, «Inclytum Patriarcham», die 7 iul. 1871: «l. c.» 331-335). Con gioia compio questo dovere pastorale, perché crescano in tutti la devozione al patrono della Chiesa universale e l'amore al Redentore, che egli esemplarmente servì.
In tal modo l'intero popolo cristiano non solo ricorrerà con maggior fervore a san Giuseppe e invocherà fiduciosamente il suo patrocinio, ma terrà sempre dinanzi agli occhi il suo umile, maturo modo di servire e di «partecipare» all'economia della salvezza (cfr. S. Ioannis Chrysostomi, «In Matth. Hom.», V, 3: PG 57, 57s; Dottori della Chiesa e Sommi Pontefici, anche in base all'identità del nome, hanno indicato il prototipo di Giuseppe di Nazareth in Giuseppe d'Egitto per averne in qualche modo adombrato il ministero e la grandezza di custode dei più preziosi tesori di Dio Padre, il Verbo Incarnato e la sua Santissima Madre: cfr. v. g., S. Bernardi, «Super "Missus est" Hom.», II, 16: «S. Bernardi Opera», IV, 33s; Leonis XII, «Quamquam Pluries», die 15 aug. 1889: «l. c.» 179).
Ritengo, infatti, che il riconsiderare la partecipazione dello sposo di Maria al riguardo consentirà alla Chiesa, in cammino verso il futuro insieme con tutta l'umanità, di ritrovare continuamente la propria identità nell'ambito di tale disegno redentivo, che ha il suo fondamento nel mistero dell'Incarnazione.
Proprio a questo mistero Giuseppe di Nazaret «partecipò» come nessun'altra persona umana, ad eccezione di Maria, la madre del Verbo incarnato. Egli vi partecipò insieme con lei, coinvolto nella realtà dello stesso evento salvifico, e fu depositario dello stesso amore, per la cui potenza l'eterno Padre «ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1,5).

sabato 4 giugno 2016

Dal primo libro dei Re - 1Re 17, 17-24 - Tuo figlio vive.




  In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?».
Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo».
Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

Parola di Dio
Riflessione


Quando pensiamo che fare del bene in questo mondo non serva a niente, quando pensiamo che Dio ci abbia abbandonato, quando pensiamo che le sofferenze siano solo il frutto del nostro peccato, quando pensiamo che i nostri tormenti abbiano vita lunga... dobbiamo meditare questo bellissimo brano che oggi la Chiesa ci propone. La resurrezione del figlio della vedova di Sarepta non è altro che la risposta di Dio alle nostre continue sofferenze.
Andiamo per ordine...
Elia è ospite di una vedova di Sidone, molto credente, che vive poveramente con il suo bimbo; questa donna, nonostante la sua estrema povertà, aiuta Elia a sopravvivere dividendo con lui il suo cibo. Dopo qualche tempo però, il bambino si sente male e all'improvviso muore. Questa tragedia mette a dura prova la fede della vedova, perché è come se il Signore le avesse tolto l'unica ragione della sua vita. E' normale dunque la sua reazione nei confronti dell'ospite: "Ma come?!... Ti ospito a casa mia, vedo in te un uomo di Dio, divido con te quel poco di farina e olio che ho e tu che fai?... Porti dentro casa mia la sfortuna?... La pazienza ha un limite!!!".
Non ce niente da fare... Le tragedie, i problemi, le sofferenze fisiche e dell'anima, mettono in crisi la nostra poca fede. Pensiamo di amare Dio con tutta l'anima, ma al momento della prova ci viene una fifa mostruosa e così ce la prendiamo con Dio che ci ha abbandonato, e poi cadiamo nella trappola del demonio, convincendoci che tutte le nostre sofferenze sono la punizione tremenda di Dio perché abbiamo peccato contro di Lui.
E così, invece di andare da Gesù, invece di abbandonarci tra le Sue braccia, lo accusiamo di essere ingiusto, lo accusiamo di averci portato sulle sabbie mobili per farci affogare, lo supplichiamo di non farci bere il calice amaro, iniziamo a fare le nostre preghiere in modo svogliato, se ci va bene, altrimenti smettiamo anche di recitarle!... Iniziamo a fare le vittime della situazione, a lamentarci con tutti, a prendercela con tutti, pretendendo magari che sia Dio a doversi scusare con noi per quello che ci sta facendo passare. Che presuntuosi!!! Crediamo di dettare noi la legge a Dio! Poveri noi... Il problema è che abbiamo una memoria molto corta... proprio come quella della vedova di Sarepta... Infatti, poco tempo prima il Signore le aveva manifestato la Sua potenza non facendogli mancare il sostentamento quotidiano, e questo in modo straordinario; ma poi, ecco che le cose belle che Dio ci fa si dimenticano all'istante, perché nel momento della prova ci facciamo prendere dal panico e non vediamo più niente. Diventiamo cechi e sordi.
In questi momenti dobbiamo sempre tenere a mente che il buon Dio non ci abbandona mai e che ha tutto sotto controllo. Anche se all'ultimo istante, Lui interviene sempre e non si dimentica delle opere buone che facciamo nei confronti dei fratelli, anche se sono insignificanti agli occhi del mondo, per Dio valgono molto. Dio alla fine ci premia... molto spesso già su questa terra, inviandoci persone sante che ci aiutano materialmente e che resuscitano la nostra piccola fede intaccata e ridotta in fin di vita dalle sofferenze che abbiamo patito.
Chiediamo allora al buon Dio di rafforzare la nostra fede, affinché in mezzo a mille difficoltà continuiamo a lasciarci fare e a fidarci di Gesù, certi che ogni lacrima sarà asciugata da Lui e dalla nostra Mamma.
Proviamo a imitare Elia e il Suo modo di pregare. Dobbiamo avere con Gesù quel contatto intimo che il profeta ha con il bambino e perseverare nella preghiera; Elia infatti, per ben tre volte si stende sul bimbo, questo per farci comprendere che non dobbiamo scoraggiarci quando non siamo esauditi al primo battito di ciglia, ma dobbiamo continuare a sperare che Dio ci salverà, perché quando ci facciamo prendere dal panico lasciamo libero il campo al nemico, che non aspetta altro di vederci persi e sfiduciati... non aspetta altro che il nostro cuore smetta di battere per Dio. Non permettiamo che questo accada... Non permettiamo al demonio di accecarci con i problemi, le difficoltà, le angosce, perché lui metterà sempre davanti ai nostri occhi solo i tormenti, e mai la soluzione. Ricordiamoci sempre che la soluzione a tutti i nostri tormenti è Gesù... Lui ci ama di un amore immenso e ha per ognuno di noi dei piani meravigliosi. Proviamo ad accogliere tutte le occasioni che si presentano ogni giorno appena varchiamo l'uscio di casa, e se il nuovo giorno inizia con disagi o problemi, non vediamoli come una disgrazia, ma come un'opportunità per conoscere di più la potenza e la misericordia di Gesù nostro.
Gesù mio... io non merito nulla, ma ti chiedo di avere pietà di me. Grazie per tutto quello che mi stai donando, grazie anche se molto spesso non rispondi subito alla mia preghiera, perché la mia fede così si rafforza, proprio come succede ai bimbi; da piccola infatti, mi dicevano che piangere fa bene ai polmoni e li rinvigorisce... mah... A me, a forza di gridare, al posto dei polmoni si sono formate due camere iperbariche! Comunque, lascio a Te decidere cosa è bene fare per me. Io ho risposto SI e con il Tuo aiuto non voglio tornare indietro, indipendentemente da ciò che vorrai donarmi.
Concludo con una citazione di don Divo Barsotti: “Se il Signore vi fa soffrire qualcosa – ricordatevelo – valgono più le sofferenze accettate umilmente dalla mano di Dio che non la vostra preghiera”.
Pace e bene.

Lettere di paternità spirituale - Tratte da “ AMATISSIMO DAL SIGNORE” di Don Divo Barsotti


 

A UNA RELIGIOSA DELLA “COMPAGNIA DELLE FIGLIE DI S. ANGELA MERICI”



La Calza, 3 marzo 1949
Cara figliola,
che potrei dirle più di quello che Dio le ha già detto nel cuore? Né più, che non potrebbe ancora capire – né meno di quel che non sarebbe di alcuna utilità. Impari ad obbedire sempre di più Dio – Lui solo.
Quello che Dio vuole operare in lei è ineffabile – né la mia né la sua parola potrebbe dire qualcosa. Che Dio sempre più agisca in lei senza di lei – tutto il suo lavoro è nell’escludersi. Affondi nel mistero del divino Silenzio.
La benedico e prego per lei. Anche lei preghi per me.
Sac. Divo Barsotti


9 marzo 1950
S. di Gesù,
a cosa valgono le parole dell’uomo? Non sono riassorbite subito dal silenzio? Il Signore ora vuole che si smarrisca totalmente in quegli abissi che si sono aperti sotto e sopra di lei.
So bene che è penoso per la nostra natura sensibile dover rinunziare ad ogni appoggio, so anche che è estremamente pericoloso.
Bello quanto mi scrive riguardo all’umanità del nostro Salvatore. Non le mancherà mai il Suo appoggio perché Egli ci ha meritato la grazia con la Sua divina Passione, di non lasciarci mai soli – mai la nostra solitudine e la nostra desolazione sarà così profonda che Egli non ci sia né possa esserci compagno.
Questo rimane a volte, o almeno sembra, l’unico mezzo per sfuggire al pericolo di una vita disincarnata che non sarebbe cristiana.
Umiltà e semplicità e soprattutto si ricordi che il dovere principale è la gioia. Dio è – perdiamoci totalmente in questo abisso di Luce.
Preghi un pochino per me. Intanto però la ringrazio tanto tanto delle preghiere già fatte. Il Signore compia in lei fino in fondo la Sua volontà. Dio Spirito Santo ci congiunga sempre più nel Figlio al Padre.
Sac. Divo Barsotti

Quale sarà il mio posto nella casa di Dio?



Quale sarà il mio posto nella casa di Dio?
Lo so, non mi farai fare brutta figura,
non mi farai sentire creatura che non serve a niente,
perché Tu sei fatto così:
quando ti serve una pietra per la Tua costruzione,
prendi il primo ciottolo che incontri,
lo guardi con infinita tenerezza
e lo rendi quella pietra di cui hai bisogno:
ora splendente come un diamante,
ora opaca e ferma come una roccia,
ma sempre adatta al Tuo scopo.
Cosa farai di questo ciottolo che sono io,
di questo piccolo sasso che Tu hai creato e che lavori ogni giorno
con la potenza della Tua pazienza,
con la forza invincibile del Tuo amore trasfigurante?
Tu fai cose inaspettate, gloriose.
Getti là le cianfrusaglie
e ti metti a cesellare la mia vita.
Se mi metti sotto un pavimento che nessuno vede
ma che sostiene lo splendore dello zaffiro
o in cima a una cupola
che tutti guardano e ne restano abbagliati,
ha poca importanza.
Importante è trovarmi ogni giorno là dove Tu mi metti,
senza ritardi.
E io, per quanto pietra, sento di avere una voce:
voglio gridarti, o Dio,
la mia felicità di trovarmi nelle Tue mani, malleabile,
per renderti servizio,
per essere tempio della Tua gloria.
Card. Anastasio Ballestrero