venerdì 31 marzo 2017

Maria Addolorata, in latino "Mater Dolorosa", è un titolo con cui viene molte volte chiamata ed invocata dai cristiani Maria, la madre di Gesù.



MADONNA DEI SETTE DOLORI
Venerata nella cappella dell’Arciconfraternita dei Servi di Maria in Sassari
(Chiesa di Sant’Antonio Abate)
 
 Fra tanti titoli e celebrazioni mariane, il più vicino alla realtà umana è quello di “Beata Vergine Maria Addolorata”, perché evoca emozioni e sentimenti che tutti sentiamo vibrare, e perché ognuno di noi nella sua vita è stato toccato dalla sofferenza.
I Vangeli presentano la Vergine intimamente unita al destino di passione e sofferenza del Figlio. La sua vita è segnata dal dolore: vive poveramente, partorisce in una grotta, fugge in esilio, vive a Nàzaret dedita al lavoro nascosto. I Vangeli poi danno spazio a tre episodi che esplicitano il dolore di Maria: la profezia di Simeone, lo smarrimento di Gesù nel tempio, la presenza ai piedi della croce.
Maria, in questo modo, partecipa attivamente al mistero della nostra redenzione. Sul Calvario ella è accanto alla Croce: «Stava in pianto la Madre Addolorata presso la Croce, da cui pendeva il Figlio» (Stabat Mater). Per Maria è una prova terribile, più dura di quella di Abramo al sacrificio di Isacco, ma rimane in piedi.
Sul Calvario, mentre si compiva il grande sacrificio di Gesù, si potevano guardare due vittime: il Figlio, che sacrificava il corpo con la morte, e la Madre Maria, che sacrificava l'anima insieme alla passione del Figlio. Il Cuore della Vergine era il riflesso dei dolori di Gesù. D'ordinario la madre sente le sofferenze dei figli più delle proprie. Quanto dovette soffrire la Madonna a vedere morire Gesù in Croce! Dice san Bonaventura che tutte quelle piaghe ch'erano sparse sul corpo di Gesù, erano nello stesso tempo tutte unite nel Cuore di Maria. Più si ama una persona e più si soffre nel vederla soffrire. La sua fede è incrollabile, senza riserve. Adesso il “sì” dell'annunciazione diventa esplicito consenso al sacrificio del Figlio e partecipazione al suo amore redentore verso tutti gli uomini.
Ai piedi della Croce Maria coopera con il Figlio alla nostra redenzione. Ella è la nuova Eva, colei che ci guida alla vita. Ella completa nella sua persona – come scrive l'apostolo Paolo – ciò che manca alla passione del suo Figlio (Col 1,24). La maternità divina verso Cristo si dilata nella maternità universale. Maria accoglie nel suo materno amore tutti gli uomini e coopera alla loro rigenerazione e alla formazione dei figli di Dio (cfr. Lumen Gentium, 61).
Di fronte a questo mistero di amore sorge spontaneo un senso di viva e filiale gratitudine verso la Madre Addolorata. Essa è il modello della Chiesa e dei cristiani: salda nella fede, forte nella speranza, ardente nella Carità. La nostra riconoscenza verso la Madonna sia almeno questa: meditare e compatire i suoi dolori. Gesù rivelò alla beata Veronica da Binasco che molto si compiace nel vedere compatita la Madre sua, perché gli sono care le lacrime che Ella sparse sul Calvario. La stessa Vergine si dolse con Santa Brigida che sono molto pochi coloro che la compatiscono e la maggior parte dimentica i suoi dolori; onde le raccomandò tanto di aver memoria delle sue pene.
Preghiamo Maria perché ci insegni a unire le nostre sofferenze a quelle del Figlio, come ha fatto lei, come prega la sequenza dello “Stabat Mater”: « Uniscimi al tuo dolore per il Figlio tuo divino, che per me ha voluto patire. Ferisci il mio cuore con le sue ferite, stringimi alla sua croce, inebriami del Suo sangue. Santa Madre, deh voi fate, che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore».
Riscopriamo il valore salvifico della Croce, soprattutto quando la sua ombra si allunga sopra le nostre giornate: con l'offerta delle nostre sofferenze noi ci uniamo alla passione di Cristo per la salvezza dell'umanità.
Chiediamo a lei che ci dia la sua stessa fede e il Suo amore solidale. Chiediamole che ci apra gli occhi, perché vediamo le sofferenze nascoste dei fratelli; che ci apra le orecchie, perché sappiamo ascoltare il grido silenzioso dei disperati, che ci apra la bocca, perché sappiano pronunciare parole d'amore; che ci guarisca le mani rattrappite, perché sappiamo compiere gesti d'amore.
O Madre, sorgente di amore, fa' ch'io viva il tuo martirio, fa' che io pianga le tue lacrime. Fa' che arda il mio cuore nell'amare il Cristo Dio, nel consolare i miei fratelli. Amen.


venerdì 24 marzo 2017

La guarigione del cieco nato e l’inquisizione dei farisei – Commento del Sac. Dolindo Ruotolo – Tratto da “Nuovo Testamento - I quattro Vangeli”.


Dopo la discussione avuta con i farisei nel recinto del Tempio e dopo essersi eclissato dal loro sguardo quando erano già pronti a lapidarlo, Gesù Cristo si allontanò dal sacro luogo insieme ai suoi discepoli e passò per una delle porte dove ordinariamente sostavano i poveri e gli infelici per domandare l'elemosina.
L'essersi trovato là con i suoi discepoli e l'esservisi fermato conferma che Egli si eclissò miracolosamente da quelli che volevano lapidarlo.
Passando, vide un poverello, cieco dalla nascita, il quale, per essere portato là ogni giorno dall'infanzia a chiedere l'elemosina, era conosciuto da tutti ed era una di quelle figure che, nella loro medesima piccolezza, finiscono per interessare il pubblico e per essere quasi come un motivo insostituibile di certi ambienti.
Dal contesto del racconto si rileva l'indole di questo cieco: di facile parola, affettuoso, riflessivo e un po' psicologo o conoscitore dell'ambiente del Tempio. Abituato a raccogliere tanti discorsi che facevano i pellegrini e forse tante mormorazioni di quelli che erano addetti al sacro luogo, si era formato un concetto abbastanza chiaro di quelli che ne avevano il comando. I ciechi s'informano di tutto nel loro piccolo ambiente, proprio perché non vedono, e questo giovane doveva pur sapere che quasi mai i Sacerdoti, gli scribi e i farisei facevano scivolare nelle sue mani qualche elemosina, essendo sommamente venali. Questo doveva aver disposto l'anima sua a diffidenza e disistima per essi, perciò quando fu interrogato da loro si mostrò franco e non mancò di ribattere loro con una certa vivacità che rivela questo suo stato d'animo.
La sua vita era monotona: al mattino era accompagnato al Tempio e vi rimaneva a chiedere l'elemosina, a sera era riaccompagnato a casa. Raccoglieva spesso le espressioni pie dei pellegrini o gli insegnamenti dei dottori della Legge e aveva una certa cultura religiosa, per la quale gli doveva essere familiare il sentenziare e anche l'ammonire. Era di indole buona, di natura semplice, di carattere espansivo e timorato di Dio.
Passando vicino al cieco nato, i discepoli, considerandone l'infelicità e attribuendola a castigo di Dio, domandarono a Gesù: Rabbi, chi ha peccato, costui o i suoi genitori, da nascere cieco? Era infatti persuasione comune, tra i Giudei, che i mali fisici fossero mandati da Dio in punizione di peccati commessi o che fossero il castigo dei peccati dei genitori. I discepoli però facevano una domanda insulsa, chiedendo se avesse peccato il cieco prima di nascere, perché questo sarebbe stato impossibile. Essi forse si confusero e, nel domandare se quella cecità fosse stata effetto di colpa, coinvolsero anche il cieco nella responsabilità. Gesù rispose che né quel poveretto né i suoi genitori avevano peccato, ma che quella cecità era stata disposta e permessa da Dio per manifestare in quell'infelice la sua potenza, la sua gloria e la realtà del suo Figlio Incarnato; Gesù, infatti, soggiunse che Egli doveva compiere le opere di Colui che lo aveva mandato e, con questo, mostrò chiaramente l'intenzione di guarire quel cieco.

lunedì 20 marzo 2017

L’IGUMENO NIKON (1894-1963)



Ben poco si sapeva in occidente di questo starec sino a non molto tempo fa. Era nota soltanto la data della sua morte, ricavata da uno scarno necrologio del “Zurnal Moskovkoj Patriarchii”, il 7 settembre 1963 durante le persecuzioni antireligiose di Kruscev. In seguito sono giunte in Francia notizie più precise sulla sua vita, che sono state pubblicate nella prefazione al volumetto “Igumen Nikon, Pis’ma duhovnym djetjam” (Lettere ai figli spirituali). A questa prefazione attingiamo i dati biografici che riportiamo.
Al secolo si chiamava Nikolaj Nikolajevic Vorob’jev ed era nato nel 1894 da famiglia contadina del distretto di Bjezeck nel governatorato di Tvjer’. Ricevette la prima formazione al liceo scientifico, in cui diede prova delle sue notevoli capacità nell’ambito di tutte le discipline. Avendo deciso di dedicarsi alla psichiatria, s’iscrisse all’Istituto Neuropatologico di Pietroburgo, ma qui ben presto avvenne un decisivo mutamento nella sua concezione della vita. Si rese conto dell’impossibilità per la scienza di conoscere l’uomo e sentì nel suo intimo la voce di Dio.
Abbandonò gli studi di medicina alla fine del primo anno e si dedicò a vita ascetica e solitaria consacrandosi allo studio della Scrittura e dei Padri. Nel 1917 s’iscrisse all’Accademia teologica di Mosca, ma quando questa venne chiusa nel 1919, egli ritornò alla vita ascetica che condusse solitario per dieci anni nella cittadina di Suhivici. Fu tonsurato monaco a Minsk nel 1931 e l’anno successivo fu ordinato ieromonaco.
Nel 1933 fu arrestato e mandato per quattro anni nei campi di concentramento della Siberia. Dopo la liberazione visse a Vysnij Volock facendo l’inserviente di un medico. Quando alla fine della guerra Stalin concesse una certa libertà di culto, lo ieromonaco Nikon fu nominato parroco a Kozel’sk, donde dovette allontanarsi per l’invidia dei suoi confratelli e nel 1948, dopo aver esercitato l’attività pastorale a Bjelov, Iefremov ed a Smoljensk, fu mandato, praticamente in esilio, in una parrocchia abbandonata a Gzatsk.
Il successo che ottenne con la predicazione tra i fedeli fu tale che per un certo tempo gli fu vietato dalle autorità di polizia di ricevere visite. Come egli stesso riconosce, qui egli raggiunse l’umiltà fondamentale, cioè il fermo convincimento del cuore che noi non siamo nulla, ma solo creature di Dio, e che in noi non c’è alcunché di nostro, ma soltanto la misericordia di Dio.
Da questo convincimento deriva il leitmotiv delle sue lettere: l’uomo deve sopportare tutte le angosce e malattie, se vuole salvarsi, perché il Cristo stesso c’insegnò che chi voleva seguirlo, prendesse la propria croce. Con questa intima persuasione è strettamente connesso il suo consiglio di rivivere continuamente in noi stessi l’esperienza del pubblicano e del buon ladrone, il quale riconobbe sulla croce d’aver meritato la sua pena. Tra i Padri, egli si rifà particolarmente a san Giovanni Climaco ed a sant’Isacco Siro; per quanto riguarda gli asceti Russi il suo modello è il vescovo Ignatij Brjancianinov. A costui, forse deve, almeno in parte, la perspicuità del suo stile, che affascina il lettore e che è l’espressione della profondità della sua vita interiore.
Comunque l’igumeno Nikon è una chiara testimonianza della vitalità, sia pur in mezzo alle persecuzioni, della Chiesa Ortodossa nell’Unione Sovietica, che più d’uno in Occidente avrebbe voluto ridotta ad un mero “instrumentum regni” delle autorità al potere.
A. S.
Dalle “Lettere ai figli spirituali” dell’igumeno Nikon

giovedì 16 marzo 2017

La donna che ha avuto sei mariti

Gesù presso un pozzo di Samaria incontra una donna ...

Gv 4, 5-30; 39-42


Penso che la prima impressione che si ha leggendo questo episodio raccontato dall'evangelista Giovanni, prima ancora di capire le cose nel dettaglio, sia una grande ammirazione per la disponibilità, la pazienza, la bontà e la sapienza che Gesù manifesta nel dialogo con la donna Samaritana.
È un dialogo fra la sapienza di Gesù e l'ignoranza della donna, è il dialogo fra una donna disastrata e peccatrice e Colui che può rimediare a ogni disastro e perdonare ogni peccato; è un dialogo fra la miseria e la misericordia, simbolo del dialogo fra Dio e l'umanità, fra Dio e ogni uomo.
E nonostante il suo peccato, nonostante la sua miseria e la diffidenza verso quell'uomo straniero, la donna non si trova a disagio nel discorrere con Gesù, anzi, verrà a poco a poco a beneficiare di un dono misterioso, un'acqua viva la cui dolcezza è talmente inebriante da conquistare per sempre il suo cuore. E come Gesù cercava di suscitare nella Samaritana il desiderio dell'acqua viva, così questa riflessione non sarà vana se farà sorgere anche in noi il desiderio di questa misteriosa acqua.

Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo

Gesù con i suoi discepoli stava viaggiando dalla Giudea verso la Galilea passando per la Samaria. Ma Gesù si era anche messo in viaggio dal Cielo alla terra per portare agli uomini il dono di Dio, per portare loro quell'acqua viva che sola può dissetare i loro cuori. Gesù era venuto sulla terra assumendo una natura umana, e questo comportava l'accettazione di tutti i suoi inconvenienti, tra questi vi era quello di stancarsi quando si camminava a lungo o si lavorava molto. È tuttavia possibile pensare che questa stanchezza non fosse solo fisica, ma anche morale. Gesù aveva da poco incominciato la sua vita pubblica e già le prime incomprensioni, le prime ostilità affliggevano il suo cuore: è venuto fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto ... la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce (Gv 1,11; 3,13).
Proprio nel momento in cui Gesù, stanco, siede presso il pozzo di Giacobbe arriva una donna di Samaria ad attingere acqua e Gesù le dice: dammi da bere. Gesù non si vergogna di manifestare la sua stanchezza e di chiedere alla donna un po' di sollievo. È possibile vedere in questa scena un richiamo al momento della crocifissione: anche quando Gesù è stato crocifisso era stanco del viaggio che l'aveva condotto al calvario, anche allora era verso mezzogiorno quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra (Lc 23, 44), anche allora Gesù disse: ho sete (Gv 19, 28). Ma che cosa dà sollievo a Gesù, che cosa Lo disseta?

venerdì 10 marzo 2017

Dal libro del profeta Ezechièle - Ez 18, 21-28 - Forse che io ho piacere della morte del malvagio, o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?




 Così dice il Signore Dio:
«Se il malvagio si allontana da tutti i peccati che ha commesso e osserva tutte le mie leggi e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà, non morirà. Nessuna delle colpe commesse sarà più ricordata, ma vivrà per la giustizia che ha praticato. Forse che io ho piacere della morte del malvagio – oracolo del Signore – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?
Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male, imitando tutte le azioni abominevoli che l’empio commette, potrà egli vivere? Tutte le opere giuste da lui fatte saranno dimenticate; a causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà.
Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Parola di Dio

Riflessione personale

In questa lettura del profeta Ezechiele il caro Gesù può apparire per tanti cristiani, sopratutto per i “convinti”, una persona con la “memoria corta”. Infatti, se un peccatore si pente Gesù dimentica all’istante il suo passato, proprio come è successo al buon ladrone, e ugualmente, se una persona nel passato è stata “giusta”, ma poi cade e non si rialza, Gesù non solo non terrà conto del passato, ma per la sua ostinazione a perseverare nel male la condannerà, proprio come è successo a Giuda, ché ché se ne dica!
Tuttavia non si può dire che Gesù sia imparziale… in entrambi i casi infatti dimentica il passato! Quello che conta per Gesù è il rapporto che abbiamo ora con Lui. Ciò che è importante per Gesù sono le mie attuali disposizioni.
La memoria corta di Gesù non è affatto un difetto, anzi... se devo essere sincera trovo che questo, per noi poveretti, è una grande fortuna! E oltre ad avere la memoria corta ringraziamo che in Cielo non si tiene il libro della partita doppia, altrimenti saremmo tutti spacciati!
Quindi, non abbiamo un Gesù che ci condanna… siamo noi che scegliamo di metterlo in cantina. La misericordia di Dio non ha limiti, ma chi non si pente non può accogliere questo grande dono, perché rifiuta la condizione per beneficiare della salvezza eterna offerta da Cristo Gesù, ossia, rifiutando di pentirsi  vuole far prevalere il suo giudizio su quello di Dio. La misericordia è dunque legata al pentimento e al proposito di non offendere più Gesù… Neanche io ti condanno, va e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11).

martedì 7 marzo 2017

PASSIONE DELLE SANTE PERPETUA E FELICITA - † Cartagine, 7 marzo 203




    1. Come le gesta degli antichi campioni della fede furono scritte quali documenti della grazia divina a edificazione dell’uomo, affinché leggendole e rappresentandoci alla mente i fatti, ne onoriamo Dio e ne caviamo conforto per noi stessi: così è opportuno tramandare anche i nuovi esempi, che non meno degli antichi possono giovare all’uno e all’altro scopo. Infatti anche questi un giorno saranno antichi e torneranno necessari ai posteri, sebbene nel loro tempo presente godano minore autorità mancando di quel prestigio che l’antichità attribuisce ai primi. Del resto, se la vedano essi, coloro che l’una e medesima potenza dell’unico Spirito Santo giudicano secondo l’antichità del tempo: ma, se la manifestazione della grazia ha avuto la sua pienezza per disposizione divina in quest’ultima epoca, si dovrebbe pur ritenere che gli esempi recenti e ultimi rivestano un significato anche maggiore. Dice il Signore: “Negli estremi giorni spanderò la virtù del mio Spirito su ogni carne vivente, e i loro figli e figlie proferiranno vaticini; sopra gli schiavi e le schiave mie spanderò il mio Spirito: i giovani contempleranno visioni, i vecchi avranno rivelazioni nel sogno” (Gioele 3, 1-5 e Atti 2). Pertanto anche noi, che riconosciamo e onoriamo le profezie e le visioni nuove e rivolgiamo ogni altra operazione dello Spirito Santo ad ammaestramento della Chiesa, alla quale fu mandato per distribuire tutti i suoi doni spirituali a ciascuno secondo la disposizione di Dio, reputiamo necessario raccontarle e leggerle in comune a gloria di Dio. Così non accadrà mai che alcuno per ignoranza o poca fede abbia a credere che la grazia di Dio si sia manifestata solo agli antichi, sia confortando al martirio, sia nel dono di rivelazione; poiché Dio opera senza interruzione secondo le sue promesse, a documento di chi non crede e a beneficio di chi crede.
    Vi presentiamo dunque, o fratelli e figlioli, anche noi “ciò che abbiamo udito e veduto e toccato con mano” (1 Giovanni 1, 1. 3.); affinché voi che siete stati presenti ai fatti, ricordandoli ne diate gloria al Signore; quelli poi che ora soltanto vengono a conoscerli per via di udito, vivano in spirituale unione coi santi martiri, e per mezzo loro, col nostro Signore Gesù Cristo, a cui è dovuta la gloria e l’onore per i secoli dei secoli. Amen.
    2. Furono arrestati i giovinetti catecumeni Revocato e Felicita sua compagna di schiavitù, Saturnino e Secondino. Era fra loro poi anche Vibia Perpetua di condizione patrizia, allevata accuratamente, sposata secondo il costume delle matrone. Vivevano ancora suo padre e sua madre, e aveva due fratelli, di cui l’uno era pure catecumeno. Essa aveva un bambino alle poppe (infantem ad ùbera) e toccava presso a poco l’età dei ventidue anni. Lo svolgimento del suo martirio fu narrato tutto da lei stessa, così come lo lasciò scritto di sua mano e di mente sua.

venerdì 3 marzo 2017

La passione di Gesù - L'ESERCIZIO DELLA VIA CRUCIS – di Sant’Alfonso Maria de Liguori – Tratto da “Massime Eterne”



Atto di contrizione
Clementissimo Gesù, prostrato umilmente ai tuoi piedi santissimi, ti domando con tutto il cuore perdono dei miei peccati che io piango e detesto, specialmente perché offendono la tua infinita bontà. Propongo di voler piuttosto morire che offenderti; anzi prometto di volerti amare sopra ogni cosa fino alla morte.

PRIMA STAZIONE

Gesù è condannato a morte
Ti adoriamo, Cristo e ti benediciamo.
Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.

Dal Vangelo secondo Marco (15, 12-15)
Pilato replicò: «Che cosa farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Ma Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono ріù forte: «Crocifiggilo!». E Pilato, volendo dare soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Gesù Cristo, dopo essere stato flagellato e coronato di spine, è ingiustamente condannato da Pilato a morire crocifisso. Adorato mio Gesù, non è stato Pilato, ma i miei peccati che ti hanno condannato a morte. Per il merito di questo doloroso viaggio ti prego di assistermi nel viaggio che l'anima mia sta facendo verso l'eternità.
Preghiera
Io ti amo, Gesù amor mio, più di me stesso, mi pento con tutto il cuore di averti offeso. Perdonami e non permettere che mi separi da te. Fa' che sempre ti ami e poi disponi di me come ti piace.
Padre nostro
Ave Maria
Gloria al Padre
Santa madre, deh! voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.