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domenica 28 febbraio 2016

IL SOLDO BUCATO





C'era una volta una povera donna rimasta vedova con un figliolino al petto. Era di cattiva salute, e con quel bimbo da allattare poteva lavorare pochino. Faceva dei piccoli servigi alle vicine, e così lei e la sua creatura non morivano di fame.
Quel figliolino era bello come il sole; e la sua mamma, ogni mattina, dopo averlo rifasciato, lavato e pettinato, un po' per buon augurio, un po' per chiasso, soleva dirgli:
- Bimbo mio, tu sarai barone! Bimbo mio, tu sarai duca! Bimbo mio, tu sarai principe! Bimbo mio, tu sarai Re!
E ogni volta che lei gli diceva: tu sarai Re, il bimbo accennava di sì colla testina, come se avesse capito.
Un giorno si trovò a passare proprio il Re, e sentito: Bimbo mio, tu sarai Re, la prese in mala parte, perché non aveva avuto ancora figliuoli e ne era accorato assai.
- Comarina, - le disse - non vi arrischiate più a dire così, o guai a voi!
La povera donna, dalla paura, non disse più nulla. Però quel figliolino, ora che la sua mamma stava zitta, ogni mattina, appena rifasciato, lavato e pettinato, si metteva a piangere e strillare.

giovedì 25 febbraio 2016

PAROLE INUTILI



"L’esperienza della liberazione, per sua natura, non può essere trasmessa mediante le parole, tanto meno a una mente condizionata dall’eccesso di parole".

In una capanna in mezzo al bosco viveva un grande saggio. Quest’uomo per gran parte della sua vita non disse praticamente mai nulla. E, a chi gli chiedeva di esporre il suo insegnamento, rispondeva col silenzio.
Un giorno si volle unire a lui un discepolo, per apprendere la dottrina. Così, passarono insieme diversi anni nel più completo silenzio. Per tutto questo tempo non si parlarono mai. Pian piano, però, il discepolo iniziò a sentire il peso di questo silenzio e il desiderio di parlare si fece sempre più strada in lui.
Un giorno, mentre il sole tramontava all’orizzonte, il discepolo non riuscì a sopportare oltre e senza frenarsi disse:
"Maestro, guardate che meraviglia! Il sole tramonta ed è bellissimo!".
Il saggio gli rispose:
"Sei un chiacchierone! Se sei venuto fin qui per disturbare, è meglio che te ne vada! Le tue parole sono inutili! Occorre forse dire quanto hai detto?".


Parabole Orientali
dal libro "La Via dell’Umorismo, 101 burle spirituali"
di Gianluca Magi - Il Punto d’Incontro


lunedì 17 agosto 2015

Non sottovalutate mai il potere della vostra amicizia....



Un giorno, ero un ragazzino delle superiori, vidi un ragazzo della mia classe che stava tornando a casa da scuola. Il suo nome era Kyle e sembrava stesse portando tutti i suoi libri. Dissi tra me e me: "perché mai uno dovrebbe portarsi a casa tutti i libri di venerdì? Deve essere un ragazzo strano?. Io avevo il mio weekend pianificato (feste e una partita di football con i miei amici), così ho scrollato le spalle e mi sono incamminato. Mentre stavo camminando vidi un gruppo di ragazzini che correvano incontro a Kyle. Gli corsero addosso facendo cadere tutti i suoi libri e lo spinsero facendolo cadere nel fango. I suoi occhiali volarono via, e li vidi cadere nell'erba un paio di metri più in là. Lui guardò in su e vidi una terribile tristezza nei suoi occhi. Mi rapì il cuore! Così mi incamminai verso di lui mentre lui stava cercando i suoi occhiali e vidi una lacrima nei suoi occhi. raccolsi gli occhiali e glieli diedi dicendogli: "quei ragazzi sono proprio dei selvaggi, dovrebbero imparare a vivere." Kyle mi guardò e disse: "grazie!" C'era un grosso sorriso sul suo viso, era uno di quei sorrisi che mostrano vera gratitudine. Lo aiutai a raccogliere i libri e gli chiesi dove viveva. Scoprii che viveva vicino a me così gli chiesi come mai non lo avessi mai visto prima, lui mi spiegò che prima andava in una scuola privata.

martedì 11 agosto 2015

Solo Dio conosce il “peso” della tua preghiera…



Una donna infagottata in abiti fuori misura entrò nel negozio di alimentari. Si avvicinò al gestore del negozio e umilmente a voce bassa gli chiese se poteva avere una certa quantità di alimenti a credito. Spiegò che suo marito si era ammalato in modo serio e non poteva più lavorare e i loro quattro figli avevano bisogno di cibo.
L’uomo sbuffò e le intimò di togliersi dai piedi. Dolorosamente la donna supplicò: «Per favore, signore! Le porterò il denaro più in fretta che posso!» Il padrone del negozio ribadì duramente che lui non faceva credito e che lei poteva trovare un altro negozio nel quartiere.
Un cliente che aveva assistito alla scena si avvicinò al padrone e gli chiese di tentare almeno di accontentare la povera donna. Il droghiere, con voce riluttante, chiese alla donna: «Ha la lista della spesa?» Con un filo di speranza nella voce la donna rispose: «Sì, signore». «Bene!» disse l’uomo. «Metta la sua lista sulla bilancia. Le darò tanta merce quanto pesa la sua lista».
La donna esitò un attimo con la testa china, estrasse dalla borsa un pezzo di carta e scarabocchiò qualcosa in fretta, poi posò il foglietto con cautela su un piatto della bilancia, sempre a testa bassa.
Gli occhi del droghiere e del cliente si dilatarono per la meraviglia quando videro il piatto della bilancia abbassarsi di colpo e rimanere abbassato. Il droghiere, fissando la bilancia, brontolò: «È incredibile!». Il cliente sorrise e il droghiere cominciò a mettere sacchetti di alimenti sull’altro piatto della bilancia. Sbatteva sul piatto scatole e lattine, ma la bilancia non si muoveva.
Così continuò e continuò, con una smorfia di disgusto sempre più marcata. Alla fine, afferrò il foglietto di carta e lo fissò, livido e confuso. Non era una lista della spesa. Era una preghiera: “Mio Dio, tu conosci la mia situazione e sai ciò di cui ho bisogno: metto tutto nelle tue mani”
Il droghiere consegnò alla donna tutto ciò che le serviva, in un silenzio imbarazzato. La donna ringraziò e lasciò il negozio.
Solo Dio conosce il “peso” della tua preghiera…

lunedì 10 agosto 2015

I tre alberi



In un bosco in cima ad una collina, vivevano tre alberi. Un giorno iniziarono a discutere dei loro desideri e delle loro speranze. Il primo albero disse: 'Spero di diventare un giorno lo scrigno di un tesoro. Potrei essere riempito d'oro, d'argento e di gemme preziose. Potrei essere decorato con intarsi finissimi ed essere ammirato da tutti.'
Il secondo albero disse: 'Io spero di diventare una nave possente. Vorrei portare re e regine attraverso i mari fino agli angoli più reconditi del mondo. Vorrei che per la forza del mio scafo ognuno si sentisse al sicuro.'
Infine il terzo albero disse: 'Io vorrei crescere fino a diventare l'albero più alto e più dritto di tutta la foresta. Tutta la gente mi vedrebbe irto sulla cima della collina e ammirando i miei rami contemplerebbe i cieli e Dio, vedendo quanto io gli sia vicino. Sarei il più grande albero di tutti i tempi e tutti si ricorderebbero di me.'
Trascorse qualche anno e ogni albero pregava che i suoi desideri si avverassero. Alcuni taglialegna passarono un giorno vicino ai tre alberi. Uno di questi si avvicinò al primo albero e disse: 'Questo sembra un albero molto resistente, riuscirò sicuramente a venderne la legna ad un falegname'. E iniziò a tagliarlo. L'albero era felice perché sapeva che il falegname lo avrebbe trasformato in uno scrigno prezioso.
Giunto dal secondo albero un taglialegna disse: 'Questo sembra un albero molto resistente, credo che riuscirò a venderlo ad un cantiere navale.' Il secondo albero era felice perché sapeva che stava per diventare una nave possente.
Quando i taglialegna si avvicinarono al terzo albero, l'albero era spaventato perché sapeva che se fosse stato tagliato i suoi sogni non si sarebbero mai avverati. Uno dei taglialegna disse: 'Non ho ancora deciso cosa ne farò del mio albero. Ma intanto lo taglierò'. E subito lo tagliò.

mercoledì 4 marzo 2015

La lezione della Farfalla




"Un giorno, apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso, si mise a guardare la farfalla che per varie ore, si sforzava per uscire da quel piccolo buco. Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva, e che non avesse più la possibilità di fare niente altro. Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un temperino ed aprì il bozzolo. La farfalla uscì immediatamente. Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento. L’uomo continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che essa cominciasse a volare. Non successe nulla! In quanto, la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate. Non fu mai capace di volare. Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinchè la farfalla potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare. Era la forma con che Dio la faceva crescere e sviluppare.
A volte, lo sforzo é esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita. Se Dio ci permettesse di vivere la nostra esistenza senza incontrare nessun ostacolo, saremmo limitati. Non potremmo essere così forti come siamo. Non potremmo mai volare.
Chiesi la forza...
e Dio mi ha dato le difficoltà per farmi forte.
Chiesi la sapienza...
e Dio mi ha dato problemi da risolveve.
Chiesi la prosperità...
e Dio mi ha dato cervello e muscoli per lavorare.
Chiesi di poter volare...
e Dio mi ha dato ostacoli da superare.
Chiesi l’amore...
e Dio mi ha dato persone con problemi da poter aiutare.
Chiesi favori...
e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto niente di quello che chiesi... Però ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno.

Vivi la vita senza paura, affronta tutti gli ostacoli e dimostra che puoi superarli.


lunedì 27 ottobre 2014

Far colazione con Dio




Un bambino voleva conoscere Dio.
Sapeva che era un lungo viaggio arrivare dove abita Dio, ed è per questo che un giorno mise dentro al suo cestino dei dolci, marmellata e bibite e cominciò la sua ricerca. Dopo aver camminato per trecento metri circa, vide una donna anziana seduta su una panchina nel parco. Era sola e stava osservando alcune colombe. Il bambino gli si sedette vicino ed aprì il suo cestino.
Stava per bere la sua bibita quando gli sembrò che la vecchietta avesse fame, ed allora le offrì uno dei suoi dolci. La vecchietta riconoscente accettò e sorrise al bambino. Il suo sorriso era molto bello, tanto bello che il bambino gli offrì un altro dolce per vedere di nuovo questo suo sorriso.
Il bambino era incantato!
Si fermò molto tempo mangiando e sorridendo, senza che nessuno dei due dicesse una sola parola.
Al tramonto il bambino, stanco, si alzò per andarsene, però prima si volse indietro, corse verso la vecchietta e la abbracciò.
Ella, dopo averlo abbracciato, gli dette il più bel sorriso della sua vita.
Quando il bambino arrivò a casa sua ed aprì la porta, la sua mamma fu sorpresa nel vedere la sua faccia piena di felicità, e gli chiese: "Figlio, cosa hai fatto che sei tanto felice?". Il bambino rispose: "Oggi ho fatto colazione con Dio!". E prima che sua mamma gli dicesse qualche cosa aggiunse: "E sai cosa, ha il sorriso più bello che ho mai visto!".
Anche la vecchietta arrivò a casa raggiante di felicità. Suo figlio restò sorpreso per l'espressione di pace stampata sul suo volto e le domandò: "Mamma, cosa hai fatto oggi che ti ha reso tanto felice?".
La vecchietta rispose: "Oggi ho fatto colazione con Dio, nel parco!". E prima che suo figlio rispondesse, aggiunse: "E sai? E' più giovane di quel che pensavo!".

(Traduzione dallo spagnolo di un racconto di Te-La Gitana)

giovedì 23 ottobre 2014

IL NEGOZIO DEL CIELO


 

Molto tempo fa camminavo per il sentiero della VITA e trovai un cartello che diceva: "IL NEGOZIO DEL CIELO" e la porta si aprì lentamente, quando me ne resi conto ero già dentro.
Vidi molti angeli fermi dappertutto, uno di loro mi consegnò un cesto e mi disse: "Tieni, compra con attenzione, tutto ciò di cui un cristiano necessita è nel negozio!".
Per prima comprai la PAZIENZA, l’AMORE era nello stesso scaffale, più in basso c’era la COMPRENSIONE che serve ovunque uno vada.
Comprai due scatole di SAPIENZA e due borse di FEDE. Mi sorprese la scatola del PERDONO.
Comprai FORZA e CORAGGIO, per aiutarmi in questa corsa che è la vita.
Avevo già pronto il cesto quando mi ricordai che mi serviva GRAZIA e non potevo dimenticare la SALVEZZA che offrivano gratis: così ne presi abbastanza per salvarmi e salvarti. Arrivai alla cassa per pagare il conto poiché credevo di avere già tutto ciò di cui un buon cristiano necessita, ma quando stavo per arrivare vidi la PREGHIERA e la misi nel mio cesto pieno, perché sapevo che, una volta fuori, l’avrei usata.
La PACE e la FELICITÀ erano nei piccoli scaffali a lato della cassa, così ne approfittai e ne presi, l’ALLEGRIA pendeva dal soffitto e ne strappai un po’ per me.
Arrivai alla cassa e chiesi: "Quanto le devo?".
Egli mi sorrise e mi rispose: "Porta il tuo cesto ovunque tu vada!".
"Sì, ma quanto le devo?".
Egli mi sorrise ancora e mi disse: "Non ti preoccupare, GESÙ CRISTO PAGÒ I TUOI DEBITI MOLTO TEMPO FA!".

venerdì 11 luglio 2014

IL FILOSOFO E IL BARCAIOLO - L'APPUNTAMENTO CON DIO



IL FILOSOFO E IL BARCAIOLO

Un giorno di tanti anni fa, un filosofo doveva attraversare il fiume. Si recò al punto di attracco e chiese al barcaiolo di traghettarlo. Durante la traversata il filosofo volle fare sfoggio del suo sapere e cominciò a porre delle domande al barcaiolo. «Senti, amico: ma tu conosci la filosofia?». «Purtroppo no», rispose il barcaiolo, «da quando ero bambino ho cominciato a fare questo lavoro con mio padre e non ho potuto studiare». «Ahi, ahi», sentenziò il filosofo, «hai perso un quarto della tua vita». Poco più avanti ritornò alla carica: «Allora, barcaiolo, nomi come Platone, Aristotele, Socrate, a te non dicono nulla». «No! Purtroppo a me non dicono niente, non so neanche chi siano», rispose il barcaiolo. «Ahi, ahi», rincarò il filosofo, «hai perso metà della tua vita!». Intanto si era alzato un forte vento, l’aria si era rabbuiata e la riva era ancora lontana. Il barcaiolo faceva fatica a mantenere la rotta. All’improvviso un colpo di vento più forte degli altri rovesciò la barca. Allora il barcaiolo gridò: «Filosofo, sai nuotare?». «No!», rispose quello. «Mi dispiace per te, hai perso tutta la tua vita!». E il barcaiolo si diresse a nuoto verso la riva. (Da fonte non identificata)

 

L'APPUNTAMENTO CON DIO

L’eremita pregava a lungo e intensamente, chiedendo di potersi incontrare con Dio. Finalmente riuscì ad ottenere un appuntamento. «Domani, sulla montagna», gli disse un angelo. Il giorno successivo l’eremita si alzò di buon mattino e guardò la montagna: era completamente sgombra dalle nuvole. Allora, con un misto di gioia e trepidazione, s’incamminò verso la cima. Lungo il tragitto incontrò un uomo caduto tra i rovi che gli chiese aiuto. «Mi dispiace, ma ho fretta: ho un appuntamento con Dio», e proseguì allungando il passo. Poco più avanti si imbatté in una donna che piangeva accanto al figlio malato: «Aiutami, per favore». «Perdonami, non ho tempo, Dio mi sta aspettando in cima alla montagna». Procedette ancora di buon passo per non mancare all’appuntamento, ma, dove il sentiero si faceva più ripido, vide un vecchietto sfinito, che gli tendeva una borraccia: «Non ce la faccio più a proseguire. Ti chiedo per amore di Dio: vammi a riempire questa borraccia alla sorgente, dietro quella roccia». «Abbi pazienza, buon uomo, ho un appuntamento con Dio e non voglio perderlo!». Quando l’eremita fu finalmente sulla cima della montagna, sulla porta della baita dove doveva incontrarsi con Dio trovò un biglietto: «Scusami se non mi hai trovato: sono andato ad aiutare tutti quelli che tu non hai soccorso lungo la strada». (Da fonte non identificata)

I DONI DI DIO.....


 
Sulla via principale della città,
c’era un negozio originale.
Un’insegna luminosa diceva: "DONI"…
Un bambino entrò e vide un Angelo dietro il banco;
sugli scaffali, c’erano grandi scatole di tutti i colori.
"Cosa si vende?", chiese incuriosito.
L’Angelo rispose:
"Ogni ben di Dio!
Vedi: nella scatola rossa
c’è l’amore,
l’arancione contiene la fratellanza,
in quella azzurra c’è la fede,
nella blu la pace
e nella verde la salvezza!"…
"E quanto costa questa merce?".
"Sono doni di Dio e non costano niente!".
"Che bello! Allora dammi:
dieci quintali di fede,
una tonnellata di amore,
un quintale di speranza,
un barattolo di fratellanza
e tutto il negozio di pace…".
L’Angelo si mise a servire il bambino.
In un attimo, confezionò un pacchetto piccolo piccolo,
come il suo cuore.
"Ecco, sei servito!",
disse l’Angelo, porgendo il pacchettino.
"Ma come, così piccolo?".
"Certo, nella ‘Bottega di Dio’ non si vendono frutti maturi,
ma piccoli semi da coltivare!".
Vai nel mondo,
e fai germogliare i doni che Dio ti ha dato!

lunedì 30 giugno 2014

L'angelo custode



C'era una volta, e c'è ancora adesso, un angelo custode.
Era un angelo come tanti altri, ma era molto triste perché era custode e protettore di un bambino così discolo che non si era mai visto. Si chiamava Pino, ma ogni volta che lo chiamavano lui rispondeva: "Chi? Io?", e così tutti iniziarono a chiamarlo Pinocchio.
Pinocchio era svogliato, disubbidiente, qualche volta cattivo e tutte le volte il suo angioletto si disperava e non sapeva più come fare per trattenerlo.
Finché un giorno ebbe un'idea grandiosa. Chiese un colloquio con Dio e quando si trovò alla sua presenza espose la sua proposta. Chiese il permesso di scendere sulla terra e di parlare con Pinocchio sicuro in questo modo di riuscire a convincerlo a cambiare vita. Dio ci pensò un po' su' ed infine accordò all'angioletto il permesso di fare quest'ultimo tentativo, ma con la promessa di non toccare la terra con i piedi, altrimenti non avrebbe più potuto risalire in cielo. L'angioletto allora chiese timidamente come avrebbe fatto a non poggiare i piedi per terra, ma Dio non fece altro che sorridere facendo gli auguri di buona fortuna.
L'angioletto cominciò a girovagare per il cielo volando da una nuvola all'altra pensando a come poter scendere sulla terra mantenendo i piedi separati da essa.
Ad un tratto fu attirato dal vociare di alcuni angeli che stavano giocando su di una nuvola attrezzata con un'altalena. Immediatamente capì che aveva trovato lo strumento adatto per la sua missione.Aiutato dagli altri angioletti riuscì a costruire una altalena con le corde lunghe dal cielo alla terra. L'angioletto si accomodò sul sedile e si raccomandò con gli amici di farlo scendere lentamente e poi di trattenere le corde fino al suo segnale di risalita. Per l'occasione aveva vestito il suo abito migliore, quello delle grandi occasioni, un frac tinta nuvola completo di bastone e cappello.
Cominciò la discesa finché non si trovò sospeso a mezz'aria in attesa di Pinocchio.
E Pinocchio non si fece attendere; incuriosito dal personaggio così strano subito si avvicinò domandando chi fosse e come mai avesse la faccia così triste.
L'angioletto iniziò la sua storia da quando era stato assegnato come suo custode elencando tutti i dispiaceri che aveva passato per colpa sua, e ad ogni nuova avventura aggiungeva un granellino di sabbia sulla piccola bilancia che teneva in mano, la quale pendeva inesorabilmente in un solo senso.
Pinocchio lo ascoltò con attenzione; ma lui era furbo; non era mica un bambino che credeva agli angioletti, e così con una alzata di spalle fece per andarsene. L'angioletto disperato vedendo sfuggire il suo protetto cominciò a chiamarlo dicendo che non poteva scendere dall'altalena in quanto non sarebbe più potuto risalire.
Pinocchio si fermò; tornò indietro, guardò l'angioletto in lacrime e gli disse che gli avrebbe creduto se gli avesse fatto vedere il cielo sopra le nuvole. L'angioletto ci pensò un poco su', poi decise che una vita salvata valeva pure una sgridata del "Capo".
Fece salire Pinocchio sull'altalena e diede ordine ai suoi amici di tirare su.
L'altalena non si mosse.
L'angioletto gridò più forte; niente; come prima.
Pinocchio stava per prendersi la sua rivincita quando l'angelo cominciò ad arrampicarsi su una delle corde. Svelto come un gatto anche lui lo seguì dall'altra corda ed insieme salirono fino alle nuvole. Quando arrivarono su, videro che gli amici erano tutti addormentati e quindi non avevano udito il comando di risalita.
Ma se loro avevano lasciato le corde dell'altalena, come mai non era caduta sulla terra?
I due si accorsero allora che le corde proseguivano in alto, su un'altra nuvola. Ripresero a salire, arrampicandosi finché non spuntarono dall'altra parte.
Si trovarono di fronte al "Capo" che aveva le corde dell'altalena legate ad un dito e li guardava sorridendo. Pinocchio che era davanti si voltò indietro in direzione dell'angioletto per chiedere spiegazioni e con immenso stupore si accorse che il viso dell'angelo era diventato uguale al suo, come una goccia d'acqua.
A quel punto capì tutto, capì che era tutto vero quello che aveva ascoltato dalla bocca dell'angelo, capì che era di fronte a Dio e capì che di fronte a Dio tutti gli angeli custodi sono visti con lo stesso volto degli uomini di cui sono custodi sulla terra.
Ridiscese trasformato, e cominciò a mettere in pratica quello che tutti gli avevano insegnato e lui non aveva mai seguito.
Un giorno ripassò nel luogo in cui aveva incontrato l'angelo e ci trovò ancora l'altalena. Si sedette e cominciò a dondolarsi, felice di sentirsi cullato dalla mano di Dio. Guardò in alto e vide sopra la nuvola il "suo" angioletto sorridente con in mano la stessa bilancia del primo incontro; questi cominciò a versare la sabbia del piatto su Pinocchio trasformandola in una pioggia di polvere dorata che ricoprì il suo cuore e lo riempì di felicità.
Oggi Pinocchio non ha più bisogno di andare a dondolarsi sull'altalena per sentirsi vicino al Padre che è nei cieli, ma ancora oggi i suoi bambini prima di addormentarsi alla sera vogliono ascoltare la stupenda avventura del loro papà e del "suo" angioletto.

lunedì 12 maggio 2014

I due Fazzoletti



Alla scuola materna, un bambino portava sempre due fazzoletti. La maestra gli chiese perché: “Uno è per soffiarmi il naso; l’altro per asciugare gli occhi di quelli che piangono”.


E tu nella vita di tutti i giorni, li porti due fazzoletti?

Autore: Bruno Ferrero - Libro: Quaranta Storie nel Deserto

mercoledì 30 aprile 2014

La Principessa triste - Fiaba russa


Non si può immaginare dove arriva alta la luce del Signore! In essa vivono ricchi e poveri, e tutti comodamente, e tutti loro premia e provvede il Signore. Vivono i ricchi sfarzosi e festeggiano, vivono i poveracci e faticano, a ciascuno la sua sorte!
Nei palazzi reali, nelle lussuose stanze principesche, in una alta torre viveva la principessa triste. Come le si offriva bella la vita, con quanta libertà e lusso! Aveva tutto, proprio tutto ciò che si può desiderare, ma non sorrideva mai, non si divertiva mai e letteralmente niente riusciva a rallegrarle il cuore.
Lo Zar suo padre con grande amarezza vedeva la figlia sempre triste. Così aprì il suo palazzo a tutti coloro che volevano essere suoi ospiti :
"Che tutti tentino di rallegrare mia figlia! Chi ci riuscirà l'avrà in moglie!"
Non appena disse queste parole, come si affollò la popolazione alle porte reali! Venivano da tutte le parti, principi e marchesi, nobili e boiari, ufficiali e plebei; cominciarono banchetti, scorreva il miele, tuttavia la principessa non rideva.

sabato 29 marzo 2014

La storia: Nel paese dei coccoloni



Tema: Accogliere.

«Stai dritto con la schiena. Quante volte te lo de­vo dire?», gli disse il papà. «Muoviti o facciamo notte!», gli disse la mamma. «E piantala di far domande su tutto: sei stres­sante», gli disse la sorella. «Guarda come hai ridotto lo zainetto! Se lo do­vessi pagare tu...», continuò il papà. «Non mi stare sempre intorno», continuò la mamma. «Sei un mentecatto», continuò la sorella. Matteo credeva di essersi abituato alle parole che scandivano le sue giornate. Si svegliava di solito al suono di: «Sbrigati, sei in ritardo, lavati bene, hai messo tutto nello zaino? Ma quanto sei imbrana­to...». Finiva le giornate al suono di: «Hai gli occhi che ti cadono nel piatto: ora te ne vai a dormire e non far storie come tutte le sere! Quanto hai preso di italiano? E spegni subito la luce!». Ma quel giorno tutto prese una cattiva piega. Alessandro, il suo migliore amico, gli aveva but­tato in faccia: «Ma sei diventato scemo?». Che poi significa: «Ti stai comportando come uno scemo». Titti, la maestra, l'aveva definito un «poltronac­cio» e, durante la partita, Walter l'aveva chiamato «schiappa». Così quella sera due grossi lacrimoni gli corsero lungo le guance e finirono nel puré. «Uh, ué la lagna…», fece la sorella. Matteo corse nella sua cameretta e si buttò sul letto. Almeno lì poteva singhiozzare in pace.
Un discreto picchiettare alla finestra attirò la sua attenzione. Corse a vedere e si trovò di fronte una creatura stranissima, ma piacevolissima. Non si ca­piva bene come era fatta, ma tutto in lei era soffice, morbido, luminoso, sorridente e carezzevole. «Chi sei?». La risposta sbocciò come un trillo di campanel­li, dolce come biscotti e Nutella: «Sono un coccolone... E ho visto che hai biso­gno di noi. Dammi la mano e vieni con me». Matteo si mosse come in un sogno. La morbida creatura lo prese per mano e lo fece volare oltre la finestra nel cielo. «Dove mi porti?», chiese Matteo. «Nel paese dei coccoloni». «Dov'è?». «Dietro l'arcobaleno». Dopo un volo leggero attraversarono tutti i co­lori dell'arcobaleno, che hanno un gusto squisito (il verde è alla menta, l'arancione sa di aranciata, l'in­daco è tamarindo e così via), atterrarono in un pae­se fiorito e pieno di allegria. Matteo vide che c'era­no i bambini coccoloni e i genitori coccoloni, i non­ni coccoloni e perfino i maestri coccoloni, natural­mente nelle scuole coccolone. I bambini coccoloni furono i primi a invitarlo a giocare.
Matteo ci si mise d'impegno, anche perché l'at­mosfera era piacevole e amichevole. E decisamente diversa da quella a cui era abituato. Quando qual­cuno sbagliava, c'era sempre qualcun'altro che di­ceva: «Coraggio. La prossima volta andrà meglio», e quando Matteo riuscì a fare gol, perfino il portie­re avversario gli disse: «Bravo!». Matteo, invece di esultare, constatò amaramen­te che probabilmente quello era il primo «bravo» del­la sua vita. Dopo la partita, i suoi nuovi amici coccoloni fe­cero a gara per invitarlo nelle loro case. Matteo ac­cettò l'invito del portiere avversario, quello che gli aveva detto «bravo». Era una famiglia come la sua: mamma, papà, so­rella e fratellino. Solo che questi erano tutti cocco­bui... A tavola, Matteo ebbe il posto d'onore. La mamma coccolona lo baciò e Matteo si sentì venire le lacrime agli occhi, perché era tanto tempo che la sua mamma non lo baciava più e lui non sapeva co­me fare a dirglielo. «Ho anch'io una sorella più grande», disse Matteo. «Allora sai anche tu che cos’è una rottura», dis­se il piccolo coccolone: «Ma è così comoda per i com­piti e per giocare». Tutti risero. Poi tutti fecero il gioco «Racconta la tua gior­nata». Il papà, la mamma, la sorella e il fratellino raccontarono quello che avevano fatto, gli avveni­menti belli e meno belli della loro giornata. Matteo fu colpito soprattutto da una cosa: nella famiglia coc­colona tutti si ascoltavano. Si ascoltavano davvero, non si interrompevano a vicenda, non dicevano: «Smettila un po', mi fai venire il mal di testa». Si ascoltavano semplicemente. Poi tutti gli occhi si puntarono su Matteo. «E la tua giornata com'è stata?», disse papà coc­colone. Matteo raccontò tutto quello che aveva dentro e che fino a quel momento aveva confidato solo al cuscino. Lo ascoltarono comprensivi. Alla fine il papà coccolone gli disse: «Vedi, l'im­portante è volersi bene e... dirselo». Gli diede un sacchetto di polvere rosa. «Quando sarai a casa prova con questa polveri­na. Soffiane un po', qua e là. E polvere coccolo­na...», gli spiegò. In quel momento Matteo si svegliò. «Che razza di sogno ho fatto», pensò. Ma... Spalancò gli occhi e si rizzò a sedere sul letto. Perché il suo pugno stringeva una manciata di polvere rosa. «Ma allora è vero!». Mise la polverina dentro una scatoletta e poi si alzò. «Voglio provare se funziona». Vide sul tavolo di cucina il caffè del papà. Fur­tivamente fece cadere nella tazzina un pizzico di pol­verina. Il papà, come al solito, era di corsa. Bevve il caffè e poi disse soddisfatto: «Buono!». Questo non l'a­veva mai fatto. Anche la mamma se ne accorse. Poi, incredibilmente, prima di uscire il papà fece una ca­rezza affettuosa sulla testa di Matteo: «Passa una bella giornata, ometto! E dacci dentro a scuola per­ché stasera ti sfido a Scarabeo». «Urrà, funziona!», pensò Matteo, felice. «Ne metterò una razione doppia nel caffè della maestra».

La riflessione

Noi tutti avremmo bisogno di questa polvere coccolona... ma non ce ne basta un sacchetto!!!
Nella società di oggi ci si comporta così... Siamo sempre concentrati su noi stessi e non notiamo che tanti altri hanno bisogno di non sentirsi invisibili, ma hanno bisogno di tante attenzioni. Con il nostro comportamento, da egoisti supersonici, facciamo soffrire chi ci sta vicino. Non solo siamo prepotenti, ma rispondiamo alle richieste che ci vengono fatte, in maniera sgarbata. Dovremmo cercare di imitare il nostro Gesù, il Suo amore, la Sua pazienza e la Sua tenerezza. Dovremmo cercare di portare dolcezza, calore e amore in mezzo alle persone che il Signore ci ha messo accanto e, una parola di conforto, non guasta mai... Sembra una cosa impossibile, ma non è difficile... basta volerlo.
Chiediamo al buon Dio di darci la Sua luce e la Sua pace. Lui non aspetta altro!!! Il resto viene da se...

venerdì 28 marzo 2014

La storia: L’antenna ribelle


 
Tema: Vedere
C'era una volta, sui tetti rossi di un grande condominio, un'antenna della televisione che faceva con molta diligenza il suo dovere. Era un'antenna centralizzata e doveva quindi trasmettere le immagini sui televisori di tutti gli alloggi. Erano anni che si trovava lassù e ormai conosceva tutti. Ogni giorno mandava nei televisori del condominio le immagini che catturava nell'aria, quelle immagini che lei sola vedeva e sentiva. Era infatti circondata da un turbinio continuo di colori e suoni invisibili a tutti, ma non a lei. Li ordinava e li trasmetteva agli apparecchi televisivi. La sua giornata cominciava prestissimo. Il commendator Bepoli del secondo piano si svegliava alle sei e voleva vedere un telegiornale. Nico e Mario, i fratellini del terzo piano volevano i cartoni animati alle otto e li guardavano standosene beatamente a letto. Quanto li invidiava la buona antenna! Specialmente d'inverno, quando fischiava un vento gelido e i ghiaccioli l'appesantivano e doveva aggrapparsi con tutte le sue forze alle tegole per rimanere ben dritta e non rovinare le immagini. Poi venivano i telefilm e le telenovele che commuovevano tanto anche lei. «Matrimonio proibito» per le sorelle Bellotti del terzo piano, «Perla Nera» per l'abbondante signora Sirano del piano terra e «Dolore, lacrime e sconquassi» per il ragioniere in pensione Russo, che guardava le telenovele, ma non voleva farlo sapere a nessuno. Poi Beautiful e Karaoke per Lilli, la figlia ventenne dei signori Dolcetti del quinto piano. E così via, per tutto il giorno e buona parte della notte: partite, film, documentari, videoclip, varietà, e perfino «tribune politiche» (le più pericolose, perché rischiava sempre di addormentarsi). La più bella trasmissione della vita Ogni volta che c'era un televisore acceso, l'antenna entrava in un appartamento e non si limitava a mandare le immagini richieste, ma approfittava degli occhi elettronici del televisore per dare una sbirciatina all'interno. Molti lasciavano il televisore acceso mentre facevano altro e la nostra antenna imparò a conoscere le persone del suo palazzo, anche oltre i gusti televisivi di ciascuno. Così si accorse che c'erano tante cose che non andavano. «E se non ci penso io», si disse «non troveranno mai un rimedio. Non se ne accorgono neppure, questo è il vero guaio!». Prese la sua decisione. Raccolse tutte le forze, si concentrò fino a cigolare come una banderuola arrugginita, e realizzò la più bella trasmissione della sua vita. Invece di prendere le immagini all'esterno, cominciò a prenderle in un appartamento e a trasmetterle in un altro. Con un suo progetto. Cominciò dalle sorelle Bellotti. Invece della telenovela preferita videro improvvisamente sullo schermo del loro televisore una vecchietta, che fissava una fotografia, con infinita tristezza. «Sarà una nuova telenovela», disse la sorella maggiore. «Ma quella è la vecchietta del quarto piano!», esclamò la minore. «E’ una diva della tv?». «Ma no, quella è proprio la sua casa. Guarda le finestre». Si misero a guardare con attenzione. La vecchietta aveva gli occhi pieni di lacrime. Si asciugò gli occhi con un angolo del grembiule. Mangiò qualche cucchiaiata di minestrina, controvoglia, sempre guardando la fotografia appoggiata alla bottiglia dell'acqua. «Io non l'ho mai neanche salutata», disse la maggiore delle sorelle Bellotti. «Deve essere tremendamente sola», fece eco la minore. «Perché non la invitiamo a prendere il caffè?», disse la maggiore. «E due biscotti», aggiunse la minore. «Andiamoci subito», disse la maggiore. Le due sorelle si alzarono e per la prima volta in tanti anni dimenticarono la loro telenovela. In quattro si litiga meglio. Nico e Mario si stavano dedicando al loro sport preferito che consisteva nel litigare per tutto. Il televisore trasmetteva un documentario sugli animali, che improvvisamente si interruppe. «Guarda», disse Nico. «C'è una nuova pubblicità». Erano apparsi due ragazzini che giocavano nella loro stanza. «Ma... ma...», balbettò Mario. «Quelli sono i figli del portinaio!». «E quello è il gioco rotto che abbiamo buttato nella spazzatura ieri». «E quelli sono i miei giornalini vecchi». Nico e Mario rimasero in silenzio. «Giocano con quello che noi buttiamo via...», disse Nico. «Chiamiamoli a giocare con noi!», replicò Mario. «In quattro si litiga meglio che in due», concluse Nico. «Mamma, saremo in quattro a merenda», gridarono insieme e uscirono. La graziosa Lilli si pettinava e sospirava per Fiorello, il divo della tv che le faceva battere il cuore. Insieme a Ridge di Beautiful. Com'erano scintillanti loro, altro che quei brufolosi ragazzi del gruppo parrocchiale. Così noiosi. Meglio zitella che sposare uno di quelli. Ma ecco che la sua trasmissione preferita si interruppe e sui teleschermo apparve una stanzetta semplice ma ordinata. Con qualche cosa di familiare. Chino sul tavolo, un ragazzo con i capelli cespugliosi studiava su un grosso libro di giurisprudenza. Si intuiva chiaramente che cascava dal sonno, ma stringeva i pugni e leggeva e rileggeva. «Oh cielo!», fece Lilli. «Quello è il ragazzo del quinto piano, che fa il fattorino ai Grandi Magazzini... Di giorno... Mi saluta tutte le volte che lo incrocio sulle scale... e io non l'ho mai degnato di uno sguardo... Ma quanto sono stupida... Mamma», gridò all'improvviso «posso invitare un amico per il pranzo di Natale?». In tutti gli appartamenti del condominio succedeva la stessa cosa. Persone che vivevano nella stessa casa, che si incrociavano tante volte al giorno su scale, pianerottoli e ascensori, che magari vivevano nello stesso appartamento, improvvisamente «si vedevano» per la prima volta. E in alto sul tetto, l'antenna spossata, ma felice, gongolava, preparandosi a fare di nuovo il suo dovere e trasmettere la puntata di «Sentieri».

Riflessione 

Viviamo in una società dove si pensa unicamente a se stessi. Sempre presi dal lavoro e sempre indaffaranti a cercare di guadagnare più soldi possibile.
Ci lamentiamo spesso dell'indifferenza degli altri....ma noi, cosa facciamo?
Quante volte usciamo da casa e non ci accorgiamo delle persone che ci passano accanto? A volte basta un semplice sorriso o un "ciao" detto con il cuore. Ma non c'è bisogno di uscire fuori, basta guardare anche dentro casa, in famiglia o al lavoro... trascorriamo con tanti, diverse ore del giorno ma alla fine è come se non esistessero. Facciamo soffrire tante persone con questo nostro modo di comportarci. Allora... se non vogliamo essere anche noi visti come un bel soprammobile, sforziamoci ad andare oltre il nostro naso. Come possiamo dire di amare Dio se non vediamo la Sua immagine nel volto degli altri?

giovedì 27 marzo 2014

La storia: Una luce alla finestra



Tema: Aspettare

La strana epidemia si abbatté sulla città all'improvviso. Iniziava come un raffreddore: i colpiti cominciavano a starnutire, poi prendevano uno strano colore grigiastro, finché la malattia esplodeva in tutta la sua virulenza e i colpiti diventavano prima avidi, poi prepotenti e arraffatori, perfino ladri. E tremendamente sospettosi gli uni degli altri. Il pensiero del denaro intaccava e annullava tutti gli altri pensieri. «Ciò che conta, nella vita, sono i soldi. Con i soldi si fa tutto», sostenevano. Insieme al pensiero dei soldi arrivava anche la paura. I venditori di casseforti e porte blindate non riuscivano a star dietro agli ordini. In certi alloggi la porta d'ingresso arrivava ad avere diciotto serrature a prova di tutto, anche di bazooka. Nelle famiglie, i papà e le mamme rubavano i soldi dai salvadanai dei bambini. I bambini rispondevano solo più: «Quanto mi dai?». Non solo per asciugare i piatti
o per fare i compiti; anche per andare nei giardinetti a giocare. E i bambini di prima elementare imparavano a scrivere sul conto in banca. Il farmacista provò a distribuire ai malati libri che parlavano di generosità e bontà. Ma quelli scuotevano il capo e correvano a vendere i libri sulle bancharelle. Un sabato pomeriggio, nella via principale, scoppiò un tremendo tafferuglio per una moneta da cinquecento lire. Perfino il dottore fu contagiato e cominciò a vendere le medicine scadute, che prima buttava via con molta attenzione. La vita in città divenne insopportabile. Quasi tutti viaggiavano armati e i più ricchi si pagavano le guardie del corpo. I malati avevano lo sguardo torvo ed erano infelici. E soprattutto rendevano infelici tutti quelli che vivevano con loro. Si sentivano solo più parlare di soldi, cambi, tassi di interesse e azioni che andavano su o giù. Nessuno voleva più pagare le tasse. Il sindaco e i suoi consiglieri decisero di recarsi per un consulto dal famoso Barbadoro, che era un po' eremita (…), per chiedere una medicina o almeno un consiglio. L'eremita dalla lunga barba bianca li ascoltò con attenzione, poi lisciandosi la barba disse: «Conosco la malattia che ha colpito il vostro villaggio. E’ dovuta ad un virus che si chiama "sgrinfiacchiappa" ed è terribile, perché chi è colpito diventa sempre più insensibile, il suo cuore si indurisce fino a diventare di pietra e al posto del cervello si forma un pallottoliere. Si può sfuggire al contagio per un po' di tempo compiendo atti di bontà e di generosità, ma per debellare veramente la malattia c'è un solo rimedio: l'acqua della Montagna-Che-Canta. Dovete trovare un giovane forte e coraggioso, completamente disinteressato. Deve affrontare questo impegno solo per amore della gente. Perché l'acqua della generosità funziona solo se è veramente voluta, aspettata, accolta. E logico, no? Perciò se troverete il giovane adatto in grado di affrontare le difficoltà dell'impresa (e non è cosa da poco) la medicina farà effetto solo se ci sarà qualcuno ad aspettarla». «Noi aspetteremo. Tutti», giurarono il sindaco e i consiglieri. «Dobbiamo assolutamente uscire da questa epidemia che rende infelice la nostra città». «...e vuota le casse comunali», aggiunse l'assessore alle finanze, che aveva la pelle grigia di chi veniva colpito dalla malattia del virus «sgrinfiacchiappa». Il giorno dopo su tutti i muri della città era affisso un bando: «Cercasi giovane coraggioso per impresa eroica». Si presentarono in duemila. Ma appena gli aspiranti eroi venivano a sapere che non ci avrebbero guadagnato niente, si ritiravano. Tutti, meno uno. Era un giovane robusto e simpatico, preoccupato dalla malattia che colpiva i suoi concittadini e che rendeva infelici tante persone. Si chiamava Giosuè. Il sindaco e i consiglieri spiegarono a Giosuè quello che doveva fare, anche se non avevano alcuna idea di dove si trovasse la Montagna-Che-Canta. «La cercherò», disse tranquillamente Giosuè. «Noi ti aspetteremo», promise la gente. «Metteremo una luce sulla finestra tutte le notti, così saprai che ti aspettiamo». Giosuè mise un po' di biancheria e pane e formaggio in una bisaccia, baciò la mamma e il papà, abbracciò Mariarosa, la sua fidanzata, che gli sussurrò: «Anch'io ti aspetterò». Salutò tutti e partì.Per tre giorni Giosuè camminò risolutamente verso le montagne, che tremolavano nella luce azzurrina dell'orizzonte. «Una volta là, mi basterà cercare la Montagna-Che-Canta. Non deve essere difficile», pensava. Ma si illudeva. Dopo dieci giorni di marcia, le montagne continuavano ad apparire lontane, come profili di giganti dormienti, all'orizzonte. Ma Giosuè non si fermava. Pensava agli abitanti della città che certamente si ricordavano di lui e lo aspettavano, ai suoi genitori e a Mariarosa e, ogni mattina, anche se i piedi gli dolevano ricominciava la marcia. Passarono altri dieci giorni, poi dieci mesi. Nella città, le prime notti erano state un vero spettacolo. Sui davanzali di quasi tutte le finestre brillava una luce. Era il segno della speranza: aspettavano l'acqua della generosità portata da Giosuè. Ma con il passare del tempo, molte lampade si spensero. Alcuni se ne dimenticarono semplicemente, altri, colpiti dalla malattia, si affrettarono a spegnerle per risparmiare. La maggioranza dei cittadini, dopo qualche mese, scuoteva la testa dicendo: «Non ce l'ha fatta. Non tornerà più». Ogni notte, c'era qualche luce in meno alle finestre. Ma Giosuè, dopo un anno, arrivò alle montagne. Le prime erano montagnole da poco e le valli che le dividevano larghe e facili. Poi si fecero sempre più aspre, rocciose, disseminate di ostacoli. Giosuè stava con le orecchie tese per individuare la Montagna-Che-Canta. Qualche picco, grazie al vento, fischiava. Qualche montagna, grazie ai ghiacciai e ai torrenti, rombava. Ma nessuna cantava. In una piccola baita, aggrappata al fianco di una montagna, incontrò un vecchio pastore e gli chiese qualche informazione. Il pastore gli regalò una scodella di latte fresco e poi gli disse: «La Montagna-Che-Canta? Certo che so dov'è. Non mi fa dormire quando porto le mie pecore a pascolare da quelle parti. Ma è un accidenti di montagna! Ripida e levigata come un obelisco e con il gigante Soffione». «Chi è?». «Un gigante burlone che si diverte a soffiare giù chi cerca di salire sulla montagna». «Pazienza, ma io devo salire lassù», disse Giosuè. Il vecchio pastore lo accompagnò fino ai piedi della montagna e lo salutò: «Buona fortuna!». La montagna cantava davvero, con un vocione allegro e un po' stonato. Giosuè cominciò subito ad arrampicarsi. Le pareti della montagna avevano pochi appigli e il povero giovane si ritrovò presto con le mani rovinate dalla roccia. Era quasi a metà della salita, quando un soffio di vento violento lo staccò dalla parete e lo fece rimbalzare in giù per parecchi metri. Mentre cadeva sentiva la risata del gigante Soffione, felice per lo scherzo che gli aveva giocato. Neanche questa volta Giosuè si scoraggiò. Si riempì le tasche e la camicia di sassi e ricominciò a salire. Pesante com'era, ogni centimetro gli costava una fatica terribile, ma il gigante Soffione aveva un bel soffiare. Non riusciva neanche a farlo vacillare. Dopo un po' il gigante cominciò a tossire e infine smise di soffiare. Quando Giosuè arrivò sulla vetta e vide la sorgente cristallina dell'acqua della generosità, la montagna intonò l'Alleluia di Händel a quattro voci. Il ritorno di Giosuè fu molto più rapido. Aveva compiuto la missione che gli era stata affidata e il suo cuore era leggero e lieto: la gente della città sarebbe tornata felice come prima. Portava sulle spalle una botticella della preziosa acqua. Se non fosse bastata per tutti, ormai sapeva la strada. Una notte senza luna e senza stelle, Giosuè arrivò sulla collina da cui si vedeva la città. Guardò giù ansimando perché aveva fatto di corsa gli ultimi metri. Quello che vide gli riempì gli occhi di lacrime e il cuore di amarezza. La città era completamente avvolta dal buio. Non c'erano luci sui davanzali delle finestre. Nessuno lo aveva aspettato.«E’ stato tutto inutile... Se nessuno mi ha aspettato, l'acqua non farà effetto... Tutta la mia fatica è stata inutile». Si avviò mestamente. Aveva voglia di buttar via l'acqua che gli era costata tanto. Stava per farlo, quando qualcosa lo fermò. C'era una luce, laggiù! Un lumino, piccolo, tremante, lottava con la notte, in mezzo ai muri neri delle case.«Qualcuno mi ha aspettato!». Giosuè rise forte per la felicità e partì di corsa. Riconobbe la finestra e la casa. In fondo al cuore non ne aveva mai dubitato. Bussò forte e chiamò: «Mariarosa!». I due giovani si abbracciarono. «Io ti ho sempre aspettato», disse Mariarosa, semplicemente.


Riflessione

L'acqua della sorgente che guarisce il nostro cuore diventato di pietra funziona solo se è veramente attesa. Chi non si aspetta niente, generalmente non riceve un bel niente. Se io desidero dal buon Dio la mia salvezza, prima o poi l'avrò. L'unica cosa è non avere fretta, sperare sempre, non avere paura di affrontare le avversità anche quando il mondo ti volta le spalle, perseverare anche quando agli occhi di tutti, quello che tu fai sembra strano o impossibile. La speranza non è altro che la luce che illumina il nostro cammino verso il cielo. Ma molto spesso quello che noi attendiamo con ansia non è certo Gesù o il suo messaggio, ne tanto meno un cuore nuovo. I nostri desideri sono sempre gli stessi... vogliamo le cose subito e ci rompiamo il collo per ottenerle. Se solo mettessimo un pochetto di questa grinta, che usiamo per desiderare cose frivole, per attendere Gesù o meglio ancora per andargli incontro, forse la nostra vita prenderebbe un'altra piega e diventerebbe sempre più bella.

sabato 15 marzo 2014

LA LEGGENDA DEL MONACO EPIFANIO


In ogni uomo il volto di Cristo
 


Sotto la dominazione normanna, all'inizio del secolo millennio, viveva in Sicilia un monaco di nome Epifanio.
Forse solo per talento naturale, o forse perché educato al culto delle immagini e all'uso dei segni, Epifanio era quasi giunto alla maturità coltivando un desiderio. Voleva dipingere una tavola, con un grande Cristo, che esprimesse tutto di Lui: la divinità e l'umanità, il mistero e la sua manifestazione. A volte il santo monaco si esaltava a fantasticare come sarebbe stata la sua tavola: ne vedeva i colori, immaginava i lineamenti del volto di Cristo, maestosi ma anche dolci, da amico. Altre volte, invece, cadeva in profondi scoramenti, perché giudicava presuntuoso quel sogno e perché pensava che mai avrebbe potuto trovare un modello per il Cristo.
Ma il Cristo continuava a delinearsi, a disfarsi e a ricomporsi dentro il suo animo. Spesso lo dipingeva con la fantasia e poi si inginocchiava a pregarlo, e passava così lunghe ore nella cella, sperando che Cristo stesso gli ispirasse qualcosa, e ingenuamente, gli prometteva che lui. il monaco Epifanio, avrebbe fatto accorrere attorno a quella tavola tanti uomini, don­ne e bambini, che si sarebbero convertiti all'osservanza dei suoi precetti, all'amore del prossimo e alla fedeltà verso la santa Chiesa. Purché lui. il Cristo, gli facesse la grazia.Un giorno il monaco Epifanio venne chiamato dal vecchio superiore, il quale lo accolse con benevolenza, si interessò della salute della sua anima e del suo corpo e poi gli disse: «Figliolo ascoltami bene, perché ti parlo a nome di Dio. So che nascondi nel segreto del tuo animo un grande disegno. Ebbene, dopo aver tanto pregato e meditato sono giunto a ritenere conforme ai piani di Dio ciò che desideri. Lo farai con la grazia di Dio. Va in pace e compi questa missione».
Cominciò dunque Epifanio il lungo pellegrinaggio, del quale non conosceva la meta, ma bensì lo scopo: doveva trovare un modello per dipingere il Cristo. Senza portar nulla con sé, si mise in viaggio verso Nord, vivendo di carità e fermandosi in tutti i villaggi e le città, mescolandosi alla gente dei mercati, nelle piazze, attorno ai castelli, nei campi, nelle foreste, ovunque potesse trovare il possibile volto di Cristo. Passarono così mesi, anni, senza che Epifanio riuscisse a trovare quello che cercava. Qualche volta gli era sembrato di scoprire il modello e aveva iniziato a dipingere. Ma poi si era fermato e aveva distrutto la tavola coperta dai primi segni e già dai primi colori. Si accorgeva che mancava sempre qualcosa al modello: o era troppo umano, o troppo angelico. o femmineo, o rude o banale! Attraversò momenti di scoraggiamento, durante i quali avrebbe senza dubbio rinunciato al progetto, se il ricordo delle parole del superiore non lo avesse sostenuto.

mercoledì 26 febbraio 2014

IL FILO DALL'ALTO - da una novella di Johannes Jørgensen



Il nostro cuore deve essere ancorato alla speranza...... altro non è che il “ filo dall'alto”....Perché, dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.(Mt.6,21)



In un radioso mattino di settembre un piccolo ragno giallo decise di costruire la sua tela. Girovagò a lungo ai margini del bosco, salì su un alto albero, poi si calò giù attaccandosi al suo filo lucente e si posò su una siepe spinosa. Lì cominciò a costruire la sua tela lasciando che il filo, lungo il quale era disceso, reggesse il lembo superiore di tutto l’impianto. Era un’opera bella e
grande che si slanciava verso l’alto, e quasi scompariva nell’azzurro del cielo. Passavano i giorni e il ragnetto diventava grande. Quando le mosche scarseggiavano si vedeva costretto ad ampliare la tela; e questo gli era possibile proprio grazie a quel filo che scendeva dall’alto, del quale non si riusciva a vedere la fine. Una mattina il nostro amico, vuoi per il freddo della notte, vuoi soprattutto per la fame arretrata, si svegliò di pessimo umore e così, di punto in bianco, decise di fare un
giro d’ispezione sulla tela: controllò ogni angolo, tirò ogni filo, rimise tutto in ordine, finché notò nella parte superiore della rete un filo teso verso l’alto di cui non ricordava la funzione e nemmeno l’esistenza. Di tutti gli altri fili conosceva l’importanza, i punti di snodo, i ramoscelli dove erano stati fissati; ma quel filo inesplicabile non andava da nessuna parte. Il ragno cercò di osservare da ogni angolatura, si rizzò sulle zampette, guardò con tutti i suoi occhi... ma non riuscì a capire
dove andasse a finire. «A cosa serve questo stupido filo...» disse il ragno, «via i fili inutili!». Un colpo di mandibole e... patatrac!, tutto gli rovinò addosso. Aveva dimenticato che, un lontano mattino di settembre, lui stesso era sceso giù da quel filo, e da lì aveva iniziato a tessere la sua tela. Ora, invece, si trovava a giacere sulle foglie della siepe spinosa, imprigionato nella sua stessa rete divenuta ormai un piccolo, umido cencio. Era bastato un solo istante per distruggere una magnifica opera e soltanto perché non era riuscito a capire l’importanza di quel “filo dall’alto”.
(Da una novella di Johannes Jørgensen) 

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La speranza (CCC) n°1817 : La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull'aiuto della grazia dello Spirito Santo. « Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso » (Eb 10,23). Lo Spirito è stato « effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, Salvatore nostro, perché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna » (Tt 3,6-7).

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Dalla Lettera Enciclica “ SPE SALVI “ di Benedetto XVI
“…...Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza. Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall'incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile.
L'esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all'africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All'età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all'avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo « padroni » così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un « padrone » totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava « paron » il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un « paron » al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal « Paron » supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava « alla destra di Dio Padre ». Ora lei aveva « speranza » – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era « redenta », non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo « Paron ». Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L'8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l'incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l'aveva « redenta », non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti.”
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“…..L'uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze – più piccole o più grandi – diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell'uno o dell'altro successo determinante per il resto della vita. Quando, però, queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere.
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“…..Ancora: noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere.”

martedì 25 febbraio 2014

Storia di una madre - Una fiaba di Hans Christian Andersen




Una madre sedeva accanto al suo bambino, era molto triste e temeva che morisse. Era così pallido, con gli occhietti chiusi, respirava a fatica e ogni tanto tirava un sospiro, ansimante quasi un gemito; la madre lo guardava allora col cuore ancora più addolorato.

Bussarono alla porta e entrò un povero vecchio, avvolto in una grande coperta di quelle che si mettono di solito sui cavalli e che teneva molto caldo, e proprio di questo lui aveva bisogno, perché era un inverno rigido: fuori tutto era coperto di neve e di ghiaccio e il vento soffiava da tagliare il viso.
Il vecchio tremava per il freddo, e poiché il bambino si era assopito un momento, la madre andò a mettere della birra sulla stufa, affinché si scaldasse e potesse riscaldare il vecchio mentre lui cullava il bambino, poi gli sedette accanto, guardò i bambino malato che respirava a fatica, e gli sollevò una manina.

lunedì 24 febbraio 2014

Se si dà si riceve....... La favola " Inferno e paradiso "

Se si dà si riceve.......

Il vero cristiano affronta le sfide, i malintesi e gli impedimenti in maniera diversa e sorprendente da chi è lontano da Dio. Se c'è fede nel Signore, ogni ostacolo viene superato. Chi ha Cristo nel cuore, non pensa a se stesso ma si preoccupa di nutrire il proprio fratello. L'amore di Dio trasforma il nostro egoismo in solidarietà.



Un sant'uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: - Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l'Inferno. Dio condusse il sant'uomo verso due porte. Aprì una delle due e gli permise di guardare all'interno. Al centro della stanza, c'era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola, si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant'uomo sentì l'acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall'aspetto livido e malato. Avevano tutti l'aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po', ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio, non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant'uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse:- Hai appena visto l'Inferno. Dio e l'uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l'aprì. La scena che l'uomo vide era identica alla precedente. C'era la grande tavola rotonda, il recipiente colmo di cibo delizioso che gli fece ancora venire l'acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch'esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, le persone erano ben nutrite e felici e conversavano tra di loro sorridendo. Il sant'uomo disse a Dio:- Non capisco! E' semplice, rispose Dio, dipende solo da un'abilità. Essi hanno appreso a nutrirsi reciprocamente mentre gli altri non pensano che a se stessi.