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sabato 11 marzo 2023

Gesù al pozzo di Giacobbe… Omelia 15 - Sant’Agostino


Incominciano i misteri. Non per nulla si stanca Gesù, non per nulla si stanca la forza di Dio. Ci troviamo di fronte a un Gesù forte e di fronte a un Gesù debole. La forza di Cristo ci ha creati, la sua debolezza ci ha ricreati. Ci ha creati con la sua forza, è venuto a cercarci con la sua debolezza.

1. Non suona nuovo alle orecchie della vostra Carità il fatto che l'evangelista Giovanni com'aquila voli più alto di tutti, elevandosi al di sopra della caligine della terra, fino a fissare fermamente gli occhi nella luce della verità. Con l'aiuto del Signore e per mezzo del nostro ministero, molte pagine del suo Vangelo vi sono già state commentate; seguendo l'ordine viene questo passo, che oggi è stato letto. Ciò che con l'aiuto del Signore sto per dire, servirà a ricordare a molti di voi ciò che già sapete, piuttosto che a insegnarvi altre cose. Ma non per questo deve essere minore la vostra attenzione, pur se si tratta di richiamare alla mente cose già note. E' stato letto - e abbiamo in mano il testo che dobbiamo spiegare - che il Signore Gesù parlava con una donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe. In quella occasione egli espose grandi misteri e preannunziò cose sublimi. L'anima che ha fame trova qui di che pascersi, l'anima affaticata trova di che ristorarsi.

martedì 1 marzo 2022

CRISTO VIVE IN ME! - LA QUARESIMA CON SANT'AGOSTINO



PREMESSA

La Quaresima «mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l'ascolto più frequente della parola di Dio e la preghiera più intensa»: così leggiamo nel documento del Concilio Vaticano II sulla Sacra Liturgia (nr. 109). È un tempo liturgico sacro, un sacramentum - come si esprimevano i Padri della Chiesa - il segno di un tempo di grazia che coinvolge tutta la Chiesa: sia quanti si preparano a ricevere per la prima volta il battesimo, sia quanti riscoprono la propria vita di cristiani alla luce della Pasqua.

Per questo esercizio di preparazione, la Chiesa si dota di eccezionali strumenti, attraverso i quali si rende visibile l'azione di Dio che accompagna ogni uomo nel suo cammino di conversione: l'ascolto della Parola, la preghiera, la penitenza, la carità, il digiuno.

Il ciclo di letture domenicali secondo l'anno liturgico A, strutturato su di un itinerario battesimale, guida il fedele a conformarsi sempre più a Cristo, a diventare "cristiforme". Il modello cui aderire è Cristo, che sarà presentato di volta in volta come l'acqua viva che disseta, la luce del mondo, la risurrezione e la vita.

In questa prospettiva ripercorrendo le tappe dell'esperienza dello scorso anno, proponiamo un sussidio di testi agostiniani a commento di alcune tematiche evangeliche, aggiungendo ulteriori spunti di meditazione tratti dalle opere di sant'Agostino, in modo particolare per le ultime tre domeniche della Quaresima.

(Temi introdotti e testi scelti da Pasquale Cormio)


MERCOLEDÌ DELLE CENERI

"Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:

sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo,

rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?

Non consiste nel dividere il pane con l’affamato,

nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,

nel vestire chi è nudo,

senza distogliere gli occhi da quelli della tua gente?"

(Is 58, 6-7)


INTRODUZIONE

Il digiuno quaresimale può ridursi a gesto simbolico, che preveda solo un’astensione totale o parziale da cibi e bevande? Certo in una società opulenta il digiuno risulta anche una piacevole alternativa ad una tavola sempre imbandita. La privazione invece deve aprirsi alla generosità: "digiunare" per se stessi, da ogni comportamento egoistico ed autosufficiente, che tende ad assolutizzare ogni bene materiale; "digiunare per gli altri", coltivando la carità fraterna, la solidarietà verso il prossimo, l’aiuto verso i bisognosi. Nel volto del fratello si rivela il volto di Cristo povero e bisognoso, "affinché Colui che vede dentro ti dica: Ecco sono qui!". Ciò sia fatto nel segno della gioia e del buon animo, deponendo tristezza, brontolii e fastidi, atteggiamenti che possono inficiare anche la bontà dell’azione che si sta realizzando.

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in ps. 42, 7-8)

Le ali della tua preghiera

mercoledì 4 dicembre 2019

L'AVVENTO CON SANT'AGOSTINO… "Nessuno è salvo, se non accoglie Cristo che viene."


Introduzione

Nel corso dell’anno liturgico, l’Avvento è il tempo che non solo ci prepara a celebrare il ricordo-memoriale della nascita di Gesù Cristo, ma anche il tempo che ci proietta verso la seconda venuta del Figlio di Dio, quando alla fine dei tempi "verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti", introducendoci nel suo regno che non avrà mai fine.
La liturgia illustra le qualità che devono caratterizzare ogni cristiano in questo tempo di grazia spirituale:
  • la vigilanza, virtù specifica di chi vive in fervorosa attesa del Messia Salvatore;
  • la fede, nutrimento e sostegno per accogliere, come Maria, il mistero di Dio divenuto uomo per la nostra salvezza;
  • la speranza, di chi confida nell’amore misericordioso di Dio;
  • la conversione, l’impegno sollecito ed urgente di chi si prepara all’incontro con Cristo;
  • la preghiera, affettuosa invocazione all’Atteso: Vieni, Signore Gesù (Ap 22, 20);
  • la gioia, espressione di un’attesa che si concretizza in una Persona e che si apre al suo completamento nel Regno dei cieli.
L’Avvento è dunque il tempo propizio per far spazio a Cristo, l’unico medico che solo può guarire le nostre debolezze e consolarci con la sua presenza.
Seguendo queste coordinate, abbiamo cercato di selezionare tra gli scritti di Agostino quei brani che, giorno per giorno, offriranno uno stimolo alla riflessione personale. Alcuni temi sono stati scelti in rapporto al brano del Vangelo propostoci dalla liturgia del giorno, altri in relazione a due modelli e guide privilegiate dell’Avvento: Giovanni Battista e la Vergine Maria.
Occorre infine una precisazione. Ai tempi di Agostino, nella Chiesa africana, non si era costituito un ciclo di preparazione al Natale, così come lo conosciamo oggi. Le prime celebrazioni dell’Avvento si ebbero in Francia e in Spagna verso la fine del IV secolo; Roma le accolse nei suoi libri liturgici solo verso il VI secolo. Pertanto nell’opera letteraria del vescovo di Ippona mancano delle omelie specifiche sull’Avvento; ciò tuttavia non significa che non si possano estrapolare alcune tematiche per noi suggestive in vista del S. Natale.

I Settimana di Avvento
Vieni, Signore Gesù!


DOMENICA


"Perciò anche voi state pronti,
perché nell’ora che non immaginate,
il Figlio dell’uomo verrà".
(Mt 24, 44)
Il parallelismo tra una venuta nell’umiltà ed una nella gloria di Gesù Cristo è un tema caro ad Agostino, che ritorna in altre omelie (per es. i sermoni 17, 18, 22) e nel commento al Salmo 49. Sebbene non sia in connessione stretta con il tempo di Avvento, tuttavia ne illustra l’attesa escatologica del popolo di Dio, che, come la prima comunità cristiana, vive in una tensione positiva verso il compimento della storia con la definitiva apparizione di Cristo giudice. All’umiltà e alla sottomissione del primo avvento, corrisponderà il trionfo e il dominio di Cristo sull’universo. Tra i due poli non si frappone un vuoto: vi è sempre la presenza di Cristo nella storia dell’umanità, attraverso la Parola e i Sacramenti che Egli ha affidato alla Chiesa.
Dal "Commento al Vangelo di Giovanni" di Sant’Agostino Vescovo (In Io. Ev. tr. 4, 1-2)

La duplice venuta del Figlio di Dio

La prima volta [Cristo] è venuto umile ed occulto; e tanto più occulto quanto più umile. Ma i popoli, disprezzando nella loro superbia l'umiltà di Dio, misero in croce il loro Salvatore e ne fecero il loro giudice.
Ma colui che è venuto la prima volta in modo occulto, in quanto è venuto nell'umiltà, non dovrà forse venire poi in modo manifesto, nella sua gloria? Avete ascoltato poco fa il salmo: Dio, il nostro Dio, verrà in modo manifesto e non tacerà (Sal 49, 3). Ha taciuto per consentire che lo giudicassero, ma non tacerà quando comincerà a giudicare. Non avrebbe detto il salmista: verrà in modo manifesto, se prima non fosse venuto in modo occulto; né avrebbe detto: non tacerà, se prima non avesse taciuto. In che senso ha taciuto? Ascolta Isaia: Come pecora fu condotto al macello e come agnello muto davanti a chi lo tosa, non ha aperto bocca (Is 53, 7). Ma verrà in modo manifesto e non tacerà. Quale sarà questo modo manifesto? Lo precederà il fuoco e sarà accompagnato da una potente tempesta (Sal 49, 3). Quella tempesta dovrà spazzare via dall’aia la paglia, che adesso viene battuta, e il fuoco consumerà quanto la tempesta avrà portato via. Egli ora tace; tace quanto al giudicare, ma non tace quanto al dar precetti. Se infatti Cristo tacesse del tutto, che senso avrebbero questi Vangeli, la voce degli Apostoli, il canto dei Salmi, gli oracoli dei Profeti? Tutte queste cose, infatti, dimostrano che Cristo non tace. Egli ora tace, in quanto non castiga; non tace, in quanto ammonisce. Verrà un giorno nella sua terribile potenza e si mostrerà a tutti, anche a quelli che non credono in lui. Allora invece era necessario che, pur presente, rimanesse occulto tanto da poter essere disprezzato. Se non fosse stato disprezzato, non sarebbe stato crocifisso; se non fosse stato crocifisso, non avrebbe versato il suo sangue, che fu il prezzo della nostra redenzione. Per pagare il prezzo della nostra redenzione egli fu crocifisso; e fu disprezzato per poter essere crocifisso; e apparve nell’umiltà affinché lo disprezzassero.


LUNEDÌ

mercoledì 23 settembre 2015

Il giudizio di Dio e la vita umana - Dal Libro XX “ LA CITTÀ DI DIO “ di Sant'Agostino




In questa vita impariamo a tollerare con animo sereno i mali che subiscono anche i buoni e a non sopravvalutare i beni che conseguono anche i cattivi e perciò nelle circostanze, in cui non si manifesta la giustizia di Dio, è salutare il suo insegnamento. Noi non sappiamo in base a quale giudizio di Dio il buono sia povero e il malvagio sia ricco, perché questi goda, sebbene noi presumiamo che dovrebbe essere afflitto da tormenti per la sua depravata condotta e l'altro sia nel pianto, sebbene la vita lodevole suggerisce che dovrebbe essere nella gioia; non sappiamo come l'innocente esca dal tribunale, non solo invendicato ma anche condannato, o perché angariato dal sopruso del giudice o perché travolto da false testimonianze, e al contrario il suo avversario criminale lo schernisca non solo perché impunito ma anche indennizzato; non sappiamo perché il miscredente goda ottima salute e il credente si strugga nella malattia; perché giovani sanissimi si diano al brigantaggio e bimbi, che neanche a parole hanno potuto offendere qualcuno, siano afflitti dalla violenza di varie infermità; perché un individuo utile agli interessi umani sia rapito da una morte immatura e un altro, che all'apparenza non sarebbe dovuto neanche nascere, viva per di più molto a lungo; perché uno zeppo di delitti sia elevato a cariche onorifiche e invece il buio di un'esistenza ignobile occulti un uomo senza macchia. E vi sono altri casi del genere che è impossibile elencare e calcolare. Facciamo l'ipotesi che simili evenienze, nel loro quasi non senso, si ripetano, sicché in questa vita, in cui, come dice un Salmo: L'uomo è divenuto come un'apparenza e i suoi giorni trascorrono come un'ombra , soltanto i cattivi conseguano questi beni effimeri e soltanto i buoni subiscano questi mali. Il fatto si potrebbe riferire al giusto o anche benevolo giudizio di Dio in modo che coloro, i quali non conseguiranno i beni eterni che rendono felici, si illudano secondo la loro malvagità o siano compensati secondo la misericordia di Dio con i beni nel tempo; invece coloro, che non dovranno subire le pene eterne, siano afflitti dai mali nel tempo a causa dei loro peccati di qualsiasi specie ed entità e siano stimolati dai mali a potenziare le virtù. Ma poiché in questa vita non solo i buoni sono nel male e i cattivi nel bene, e ciò sembra ingiusto, ma spesso anche ai cattivi tocca in sorte il male e ai buoni il bene, più imperscrutabili divengono i suoi giudizi e misteriose le sue vie . Noi dunque ignoriamo con quale giudizio Dio, in cui si ha somma potenza, sapienza e giustizia e non si ha alcuna debolezza, insipienza e ingiustizia, operi tali fatti o permetta che avvengano. Impariamo tuttavia a nostro vantaggio a non sopravvalutare il bene e il male, che osserviamo comuni ai buoni e ai cattivi, a perseguire il bene che è proprio dei buoni ed evitare il male che è proprio dei cattivi. Quando poi giungeremo al giudizio di Dio, il cui tempo fin d'ora si denomina propriamente giorno del giudizio e talora giorno del Signore, si manifesteranno sommamente giuste non solo le sentenze di giudizio allora emesse, ma tutte quelle emesse dal principio e tutte quelle che fino a quel tempo saranno emesse. Allora si manifesterà anche per quale giusto giudizio di Dio avviene che attualmente molti e quasi tutti i giusti giudizi di Dio siano un mistero per la conoscenza e il pensiero dei mortali, sebbene non è un mistero per la fede dei credenti che è giusto sia un mistero.

sabato 12 settembre 2015

PORTATE I PESI GLI UNI DEGLI ALTRI E COSÌ ADEMPIRETE LA LEGGE DI CRISTO di Sant'Agostino



Poiché l’osservanza dell’Antico Testamento si basava sul timore, non si poteva dire più chiaramente che il dono del Nuovo Testamento è la carità come in questo testo, dove l’Apostolo dice: Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo. Si capisce bene perché egli parla di questa legge di Cristo: il Signore stesso ci ha comandato di amarci a vicenda, attribuendo così grande importanza a questa sentenza da affermare: Da questo sapranno che siete miei discepoli se vi amate gli uni gli altri. Questo amore impone di portare vicendevolmente i nostri pesi. Ma questo dovere, che non è eterno, condurrà certamente alla beatitudine eterna, dove non ci saranno più quei pesi che ci è comandato di portare scambievolmente. Ma attualmente, durante questa vita, mentre cioè siamo in via, portiamo a vicenda i nostri pesi per poter arrivare a quella vita priva di ogni peso. Come hanno scritto alcuni studiosi di tali materie riguardo ai cervi : quando [questi animali] guadano un corso d’acqua verso un’isola alla ricerca di pascoli, si allineano in modo da porre gli uni sugli altri il peso delle loro teste, appesantite dalle corna, cosicché quello che segue, allungando il collo, posa la testa sul precedente. E poiché è necessario che uno preceda gli altri, senza avere nessuno davanti a sé su cui appoggiare la testa, si dice che facciano a turno: chi precede, affaticato dal peso della testa, retrocede all’ultimo posto e gli succede quello di cui sosteneva la testa, quando esso guidava [il branco]. E così, portando a vicenda i loro pesi, passano il guado fino a raggiungere la terraferma. Salomone alludeva forse alla natura dei cervi, quando diceva: L’amabile cervo e la gazzella graziosa s’intrattengano con te . Niente dimostra tanto bene l’amicizia quanto il portare il peso dell’amico.

martedì 11 agosto 2015

"CHI SEMINA NELLE LACRIME MIETE NELLA GIOIA" - DISCORSO 31 - SUL RESPONSORIO DEL SALMO 125 - Sant'Agostino




1. Il salmo che cantiamo al Signore, a quanto mi sembra, si adatta molto bene ai santi martiri. Ma se, come dobbiamo essere, siamo membra di Cristo, ci renderemo conto che esso si riferisce a noi tutti. Chi semina nelle lacrime miete nella gioia. Nell'andare andavano e piangevano spargendo la loro semente, ma nel tornare venivano con allegrezza portando i loro covoni 1. Dove vanno e da dove vengono? Cosa seminano fra le lacrime? Cosa sono i semi e cosa i covoni? Vanno alla morte e vengono dalla morte. Vanno nel giorno della loro nascita [al cielo], vengono nel giorno della resurrezione. Seminano le opere buone, mietono la ricompensa eterna. Nostra semente, dunque, è ogni bene che facciamo; nostri covoni la ricompensa che riceveremo alla fine. Se però semi buoni sono le nostre opere buone, perché fra le lacrime, mentre Dio ama chi dona con gioia 2?.
La prodigalità dei santi martiri.
2. Da questo notate fin dal principio, o carissimi, come queste parole in maniera eminente si riferiscono ai santi martiri. Nessuno infatti fu mai tanto prodigo quanto coloro che donarono se stessi, come dice l'apostolo Paolo: Io stesso mi spenderò per le vostre anime 3. Fecero dono di se stessi confessando a Cristo e adempiendo col suo aiuto quanto fu detto: Ti sei assiso a un grande banchetto; sappi che ti è necessario preparare di tali cose 4. Qual è il grande banchetto se non quello da cui riceviamo il corpo e il sangue di Cristo? Cosa significa: Sappi che ti è necessario preparare di tali cose? Non forse quello che precisa il beato Giovanni: Come Cristo ha dato la vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli 5? Ecco quanto furono prodighi. Ma forse che perirono? Dal Signore infatti erano stati rassicurati anche circa la sorte di un solo dei loro capelli 6. Può perire la mano, se non perisce un pelo? Può perire la testa, se non perisce un capello? Se non perisce un ciglio, può perire l'occhio? Ricevuta dunque una così grande assicurazione, fecero l'offerta di se stessi. Pertanto, finché abbiamo tempo seminiamo opere buone, dicendo l'Apostolo che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglie 7. Dice: Senza stancarci, finché abbiamo tempo facciamo del bene a tutti, specialmente ai fratelli nella fede 8. E ancora: Nel fare il bene non stanchiamoci, poiché a suo tempo mieteremo 9. Chi manca di seminare non godrà nella mietitura.

sabato 6 giugno 2015

LA MENZOGNA - AGOSTINO DI IPPONA




1. 1. Riguardo alla menzogna c’è un grosso problema: un problema che spesso anche nei comportamenti della vita di ogni giorno ci crea pensieri. Succede infatti che noi a cuor leggero chiamiamo menzogna ciò che menzogna non è, mentre poi riteniamo lecito il mentire quando si tratta di una menzogna giustificata, come quando è detta a fin di bene o per misericordia. Tratteremo il problema con premura e attenzione, mettendoci alla ricerca insieme con quanti come noi cercano la verità. Se poi abbiamo o no trovato qualcosa, non lo diremo noi parlando con leggerezza, ma al lettore attento lo rivelerà sufficientemente la stessa trattazione. È infatti, il presente, un problema assai oscuro, che nei suoi meandri cavernosi sfugge spesso all’acume dell’investigatore; e succede che a volte ti vedi sfuggire di mano ciò che avevi trovato, mentre a volte te lo vedi riapparire per poi dileguarsi di nuovo. Alla fine tuttavia la nostra disamina, raggiunta una certezza maggiore (per dire così), ci consentirà di delineare la soluzione che adottiamo. E se in questa ci sarà qualcosa di errato (è infatti proprio della verità liberare da ogni errore, mentre la falsità è inclusa in ogni errore), io ritengo che non si sbagli mai con più cautela di quando si sbaglia per l’eccessivo amore alla verità e per un eccesso di zelo nel rigettare la falsità. Questo procedimento è ritenuto un’esagerazione dagli ipercritici, ma, se si interrogasse proprio la verità, essa direbbe che non si è ancora abbastanza in regola. Orbene, chiunque tu sia che vieni a leggere, astieniti dalle critiche prima che abbia letto l’opera intera; così sarai meno severo nel giudicare. Non fermarti poi a sottilizzare sulla forma letteraria, poiché abbiamo speso molto lavoro sul contenuto, volendo anche terminare in breve tempo un’opera così necessaria allo svolgimento della vita quotidiana: motivo per cui la rifinitura dell’eloquio è stata limitata o quasi trascurata del tutto.

domenica 10 maggio 2015

Rimanete nel mio amore. (Giov. 15, 8-10) Commento al Vangelo di San Giovanni di Sant'Agostino - OMELIA 82




Tutto nasce dalla fede operante per mezzo dell'amore. Ma come potremmo amare se prima non fossimo stati amati da Dio?

[Siamo opera di Dio, creati in Cristo Gesù.]
 
1. Richiamando con insistenza l'attenzione dei discepoli sulla grazia che ci fa salvi, il Salvatore dice: Ciò che glorifica il Padre mio è che portiate molto frutto; e così vi dimostrerete miei discepoli (Gv 15, 8). Che si dica glorificato o clarificato, ambedue i termini derivano dal greco . Il greco , in latino significa "gloria". Ritengo opportuna questa osservazione, perché l'Apostolo dice: Se Abramo fu giustificato per le opere, ha di che gloriarsi, ma non presso Dio (Rm, 4, 2). E' gloria presso Dio quella in cui viene glorificato, non l'uomo, ma Dio; poiché l'uomo è giustificato non per le sue opere ma per la fede; poiché è Dio che gli concede di operare bene. Infatti il tralcio, come ho già detto precedentemente, non può portar frutto da se stesso. Se dunque ciò che glorifica Dio Padre è che portiamo molto frutto e diventiamo discepoli di Cristo, di tutto questo non possiamo gloriarcene, come se provenisse da noi. E' grazia sua; perciò sua, non nostra, è la gloria. Ecco perché, in altra circostanza, dopo aver detto ai discepoli: Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, acciocché vedano le vostre buone opere, affinché non dovessero attribuire a se stessi queste buone opere, subito aggiunge: e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Mt 5, 16). Ciò che glorifica, infatti, il Padre è che produciamo molto frutto e diventiamo discepoli di Cristo. E in grazia di chi lo diventiamo, se non di colui che ci ha prevenuti con la sua misericordia? Di lui infatti siamo fattura, creati in Cristo Gesù per compiere le opere buone (cf. Ef 2, 10).

domenica 22 marzo 2015

La donna adultera - OMELIA 33 - S. Agostino



Il Signore ha condannato il peccato, non l'uomo. Bisogna tenerne conto per non separare, nel Signore, la verità dalla bontà. Il Signore è buono e retto. Amalo perché è buono, temilo perché è retto.
1. La vostra Carità ricorda che nel precedente discorso, prendendo spunto dal brano evangelico, vi abbiamo parlato dello Spirito Santo. Il Signore aveva invitato i credenti in lui a bere lo Spirito Santo, parlando in mezzo a coloro che avevano intenzione di prenderlo e volevano ucciderlo, ma non ci riuscivano perché egli ancora non voleva. Appena ebbe detto queste cose, nacque tra la folla un forte dissenso intorno a lui. Alcuni sostenevano che egli era il Cristo, mentre altri facevano osservare che il Cristo non poteva venire dalla Galilea. Coloro poi che erano stati mandati ad arrestarlo, ritornarono con le mani pulite e pieni di ammirazione per lui. Resero, anzi, testimonianza alla sua divina dottrina, quando alla domanda di quelli che li avevano mandati: Perché non lo avete condotto?, essi risposero: Nessun uomo ha mai parlato come parla costui. Egli infatti aveva parlato così perché era Dio e uomo. Tuttavia i farisei, rifiutando la testimonianza delle guardie, replicarono: Anche voi siete stati sedotti? Vediamo infatti che vi siete deliziati dei suoi discorsi. C'è forse alcuno dei capi o dei farisei che gli abbia creduto? Ma questa gentaglia, che non conosce la legge, è maledetta! (Gv 7, 45-49). Quelli che non conoscevano la legge, credevano in colui che aveva dato la legge; egli invece veniva disprezzato da quelli che insegnavano la legge, affinché si adempisse ciò che il Signore stesso aveva detto: Io sono venuto perché vedano quelli che non vedono e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9, 39). Ciechi infatti son diventati i dottori farisei, mentre sono stati illuminati i popoli che non conoscevano la legge, ma che hanno creduto nell'autore della legge.

lunedì 16 febbraio 2015

“Perché questa generazione chiede un segno?”.... di Sant'Agostino Discorso 126, 4-5



Ammira le meraviglie di Dio e risvegliati. Ti sai stupire delle novità. Sono più importanti delle cose che vedi abitualmente? Gli uomini rimasero attoniti del fatto che il Signore nostro Gesù Cristo avesse saziato tante migliaia di persone con cinque pani (Mt 14,19ss), e non si meravigliano che con pochi grani i campi si riempiono di messi. Gli uomini notarono fatta vino quella che era acqua e rimasero sbalorditi (Gv 2,19); Che avviene di diverso nei riguardi della pioggia a contatto con le radici della vite? E' sempre colui che fece quello ad operare anche questo.… Ha compiuto tali opere e fu disprezzato da molti… Si dicevano: “Tali opere sono divine, ma costui è un uomo”. Tu noti dunque due cose: le opere di Dio e l'uomo. Se le opere di Dio possono essere compiute soltanto da Dio, bada che non si celi Dio nell'uomo. Osserva, ripeto, le cose che hai sotto gli occhi, credi a quello che non vedi. Non ti ha abbandonato chi ti ha chiamato a credere. Sebbene ti comandasse di ritenere per certo ciò che non puoi vedere, tuttavia non ti ha lasciato senza vedere qualcosa, tanto che tu possa credere ciò che non vedi. Le stesse cose create sono forse segni di poco rilievo, prove deboli della presenza del Creatore? E' venuto perfino nel mondo, ha operato miracoli. Non potevi vedere Dio, potevi vedere l'uomo. Allora Dio si è fatto uomo perché nell’unità delle due nature tu potessi vedere e credere.


venerdì 24 ottobre 2014

Lo Spirito intercede per noi - Dalla «Lettera a Proba» di sant'Agostino, vescovo - (Lett. 130, 14, 27 - 15, 28; CSEL 44, 71-73)



Chiunque chiede al Signore un'unica cosa e quella sola cerca di ottenere (cfr. Sal 26, 4), chiede con certezza e sicurezza e non teme che gli possa nuocere quando l'ha ottenuta. Ma, senza di essa, nulla potrebbe giovargli tutto ciò che avrà ottenuto, pregando come si conviene. Questa cosa è l'unica e vera vita, la sola beata, perché in essa si godono le delizie del Signore per l'eternità, dopo di essere divenuti immortali e incorruttibili nel corpo e nell'anima. E' la cosa alla quale va subordinata la domanda di ogni altro dono, l'unica che non si sbaglierà mai a chiedere. Chiunque avrà conseguito questa vita, avrà tutto ciò che vuole, né potrà desiderare colà di avere cosa che non conviene.
In essa infatti si trova la sorgente della vita, di cui ora dobbiamo aver sete quando preghiamo, finché viviamo nella speranza e non vediamo ancora quello che speriamo di vedere quando saremo sotto la protezione delle sue ali. Per ora poniamo dinanzi a lui ogni nostro desiderio di inebriarci dell'abbondanza della sua casa e di dissetarci al torrente delle sue delizie; perché presso di lui è la sorgente della vita e nella sua luce vedremo la luce (cfr. Sal 35, 8-10).

venerdì 27 giugno 2014

Se mi ami non piangere....



Se mi ami non piangere!
Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine,
e in questa luce che tutto investe e penetra,
tu non piangeresti se mi ami.
Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio,
dalle sue espressioni di infinità bontà e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo sono così piccole e fuggevoli
al confronto.Mi è rimasto l’affetto per te:
una tenerezza che non ho mai conosciuto.
Sono felice di averti incontrato nel tempo,
anche se tutto era allora così fugace e limitato.
Ora l’amore che mi stringe profondamente a te,
è gioia pura e senza tramonto.
Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa del tuo arrivo tra noi,
tu pensami così!
Nelle tue battaglie,
nei tuoi momenti di sconforto e di solitudine,
pensa a questa meravigliosa casa,
dove non esiste la morte, dove ci disseteremo insieme,
nel trasporto più intenso alla fonte inesauribile dell’amore e della felicità.
Non piangere più, se veramente mi ami!

Padre G. Perico – Sant’Agostino

sabato 7 giugno 2014

La Pentecoste



Sant'Agostino descrive la Pentecoste come il “compleanno” dello Spirito Santo.
Allora.....


sabato 24 maggio 2014

Dai «Commenti sui salmi» di sant'Agostino, vescovo - (Sal. 148, 1-2; CCL 40, 2165-2166)



L'alleluia pasquale

    La meditazione della nostra vita presente deve svolgersi nella lode del Signore, perché l'eterna felicità della nostra vita futura consisterà nella lode di Dio; e nessuno sarà atto alla vita futura, se ora non si sarà preparato. Perciò lodiamo Dio adesso, ma anche innalziamo a lui la nostra supplica. La nostra lode racchiude gioia, la nostra supplica racchiude gemito. Infatti ci è stato promesso ciò che attualmente non possediamo; e poiché è verace colui che ha promesso, noi ci rallegriamo nella speranza, anche se, non possedendo ancora quello che desideriamo, il nostro desiderio appare come un gemito. È fruttuoso per noi perseverare nel desiderio fino a quando ci giunga ciò che è stato promesso e così passi il gemito e gli subentri solo la lode. La storia del nostro destino ha due fasi: una che trascorre ora in mezzo alle tentazioni e tribolazioni di questa vita, l'altra che sarà nella sicurezza e nella gioia eterna. Per questo motivo è stata istituita per noi anche la celebrazione dei due tempi, cioè quello prima di Pasqua e quello dopo Pasqua. Il tempo che precede la Pasqua raffigura la tribolazione nella quale ci troviamo; invece quello che segue la Pasqua, rappresenta la beatitudine che godremo. Ciò che celebriamo prima di Pasqua, è anche quello che operiamo. Ciò che celebriamo dopo Pasqua, indica quello che ancora non possediamo. Per questo trascorriamo il primo tempo in digiuni e preghiere. L'altro, invece, dopo la fine dei digiuni lo celebriamo nella lode. Ecco perché cantiamo: alleluia.
    Infatti in Cristo, nostro capo, è raffigurato e manifestato l'uno e l'altro tempo. La passione del Signore ci presenta la vita attuale con il suo aspetto di fatica, di tribolazione e con la prospettiva certa della morte. Invece la risurrezione e la glorificazione del Signore sono annunzio della vita che ci verrà donata.
    Per questo, fratelli, vi esortiamo a lodare Dio; ed è questo che noi tutti diciamo a noi stessi quando proclamiamo: alleluia. Lodate il Signore, tu dici a un altro. E l'altro replica a te la stessa cosa.
    Impegnatevi a lodare con tutto il vostro essere: cioè non solo la vostra lingua e la vostra voce lodino Dio, ma anche la vostra coscienza, la vostra vita, le vostre azioni.
    Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Al momento in cui ciascuno ritorna alle proprie occupazioni, quasi cessa di lodare Dio. Non bisogna invece smettere di vivere bene e di lodare sempre Dio. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace. Infatti se non ti allontani mai dalla vita onesta, la tua lingua tace, ma la tua vita grida e l'orecchio di Dio è vicino al tuo cuore. Le nostre orecchie sentono le nostre voci, le orecchie di Dio si aprono ai nostri pensieri.

mercoledì 16 aprile 2014

LA PASSIONE DI CRISTO, RAGIONE DELLA NOSTRA FIEREZZA Sant'Agostino *


 
Sant'Agostino (354-430), vescovo di Ippona, è Romano in tutta la sua cultura. Pensatore geniale, ci ha lasciato un'opera monumentale di valore inestimabile. Filosofo, teologo, pastore di anime, uomo di intensa spiritualità, egli è il Dottore della grazia, ed ancor più, il Dottore della carità. Il suo pensiero, qualunque sia il genere di opera in cui si sviluppa, è legato alla passione, alla morte e alla risurrezione del Signore.

La Passione di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo è una testimonianza di gloria ed un insegnamento di pazienza e di rassegnazione. Che cosa non può aspettarsi dalla grazia divina il cuore dei credenti, per i quali il Figlio unico e coeterno del Padre non solo si è accontentato di nascere uomo fra gli uomini, ma ha anche voluto morire per mano degli uomini da lui stesso creati? Grandi sono le promesse del Signore. Ma ciò che ha compiuto per noi ed il cui ricordo rinnoviamo continuamente, è assai più grande ancora. Donde erano e chi erano quegli empi per i quali Cristo è morto? Ha loro offerto la sua morte: chi mai potrebbe dubitare che darà ai giusti la sua vita? Perché la debolezza umana esita a credere che verrà un giorno in cui gli uomini vivranno con Dio? Ciò che è già avvenuto è di gran lunga più incredibile: Dio è morto per gli uomini.
Chi è Cristo, se non ciò che la Sacra Scrittura dice: In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio? (Gv. 1, 1). Questo Verbo di Dio si è fatto carne, ed abitò tra noi (Gv. 1, 14). Egli non avrebbe avuto in sé alcunché di mortale, se non avesse preso da noi una carne mortale. Così, !'immortale poté morire; così, egli volle donare la sua vita ai mortali. In seguito, farà partecipare della sua vita coloro la cui condizione ha in un primo tempo condivisa. Alla nostra sola essenza di uomini non apparteneva la possibilità di vivere, come alla sua non apparteneva quella di morire. Fece dunque con noi questo scambio mirabile: prese da noi ciò per cui è morto, mentre noi prendiamo da lui ciò per cui vivremo...
Non solo non dobbiamo provare vergogna per la morte di Dio nostro Signore, ma dobbiamo ricavarne la più grande fiducia e la più grande fierezza. Nel ricevere da noi la morte che ha trovato in noi, ci ha fedelmente promesso di darci la vita in lui, quella vita che non potevamo avere da noi stessi. E se colui che è senza peccato ci ha amati al punto da subire per noi, peccatori, ciò che avremmo meritato per il nostro peccato, come potrà non darci ciò che è giustizia, lui che ci giustifica e ci discolpa? Come non darà ai giusti la loro ricompensa, lui che è fedele alle sue promesse e che ha subito la pena dei colpevoli? Riconosciamo senza timori, fratelli miei, e proclamiamo che Cristo è stato crocifisso per noi. Diciamolo senza timore e con gioia, senza vergogna e con fierezza. L'apostolo Paolo l'ha visto, lui che ne ha fatto un titolo di gloria. Dopo aver rammentato le grandi e numerose grazie ricevute da Cristo, non dice che si vanta di queste meraviglie, bensì afferma: Quanto a me, non sia mai che mi glorii d'altro se non della croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal. 6, 14).
* Trattato sulla Passione del Signore

sabato 22 febbraio 2014

A Pietro, che impersona la Chiesa, le chiavi del regno dei cieli. Ad uno solo, perché date alla Chiesa una. Dopo la risurrezione, Cristo invia la Chiesa. Sant'Agostino - Discorso 295


 
2. 2. Il Signore Gesù, come sapete, prima della sua passione, elesse quei suoi discepoli che chiamò Apostoli. Fra questi, quasi ovunque non altri che Pietro meritò di impersonare la Chiesa intera. Proprio per il fatto di impersonare da solo tutta la Chiesa, meritò di ascoltare: Ti darò le chiavi del regno dei cieli. Non ricevette infatti queste chiavi un solo uomo, ma la Chiesa nella sua unità. In forza di ciò, quindi, si celebra la preminenza di Pietro, in quanto rappresentò la Chiesa nella sua stessa universalità ed unità allora che gli fu detto: A te consegno quello che fu dato a tutti. Perché dunque possiate comprendere che la Chiesa ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, desunto da un altro passo, ascoltate che cosa il Signore vuol dire a tutti i suoi Apostoli: Ricevete lo Spirito Santo. E immediatamente: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi. Questo è in rapporto alle chiavi delle quali fu detto: Tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo; e tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo. Ma disse questo a Pietro. Perché tu sappia che Pietro impersonava allora la Chiesa universale, ascolta che cosa fu detto a lui personalmente, che cosa a tutti i fedeli santi: Se il tuo fratello commette una colpa nei tuoi riguardi, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone: è stato scritto infatti che ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, riferisci alla Chiesa: e, se non avrà ascoltato neppure questa, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico che tutto quello che avrete legato sopra la terra, sarà legato anche in cielo; e tutto quello che avrete sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo. La colomba lega, la colomba scioglie; l'edificio fondato sulla pietra lega e scioglie.
3. 2. Siano nel timore quanti si trovano legati, siano nel timore quanti sono sciolti. Quelli che sono sciolti, temano, per non essere legati; quelli che sono legati, preghino, per essere sciolti. Ciascuno è tenuto legato dalle funi dei propri peccati: ma al di fuori di questa Chiesa niente viene sciolto. Al morto da quattro giorni si dice: Lazzaro, vieni fuori! E viene fuori dal sepolcro tra le bende che lo tenevano legato mani e piedi. Il Signore ridesta perché il morto esca dal sepolcro; se tocca il cuore, è perché ne venga fuori la confessione del peccato. Ma ancora per poco resta legato. Perciò il Signore, dopo che Lazzaro fu uscito dal sepolcro, si rivolse ai suoi discepoli, ai quali aveva annunziato: Tutto quello che avrete sciolto sopra la terra, sarà sciolto anche in cielo; Scioglietelo - disse - e lasciatelo andare. Di persona fece risuscitare, per mezzo dei discepoli sciolse.
La forza e la debolezza della Chiesa figurate in Pietro.
3. 3. La fortezza della Chiesa trovò appunto risalto soprattutto in Pietro, perché seguì il Signore che andava verso la passione, e fu rilevata quella certa debolezza per cui, interpellato da una serva, negò il Signore. Eccolo diventato d'un tratto negatore da amante che era. Scoprì se stesso chi aveva voluto presumere di sé. Infatti, come sapete, aveva detto: Signore, sarò con te fino alla morte, anche se dovessi morire, darò la mia vita per te. E il Signore al presuntuoso: Darai la tua vita per me? In verità ti dico: prima che il gallo canti, mi avrai rinnegato tre volte. Avvenne quello che aveva predetto il medico: non poté verificarsi ciò che presunse l'infermo. E che allora? All'istante, il Signore lo guardò. Così è stato scritto, così riporta il Vangelo: Il Signore lo guardò, ed egli uscì fuori e pianse amaramente. Uscì fuori, il che vuol dire confessare. Pianse amaramente chi aveva imparato ad amare. Subentrò la consolazione nell'amore, la cui amarezza era già stata presente nel dolore.
A Pietro, rappresentante dell'unità della Chiesa, affidate le pecore di Cristo. perché Pietro deve rispondere tre volte del suo amore.
4. 4. A ragione, anche dopo la risurrezione, il Signore proprio a Pietro affidò le sue pecore da pascere. Non è infatti che, fra gli Apostoli, egli solo meritò di pascere le pecore del Signore: ma quando Cristo si rivolge ad uno solo, vuol dare risalto all'unità; in primo luogo a Pietro, perché è il primo degli Apostoli. Simone di Giovanni - dice il Signore - mi ami tu? Quello risponde: Ti amo. E interrogato di nuovo, di nuovo risponde. Interrogato per la terza volta quasi non sia creduto, si rattrista. Ma come poteva non credergli colui che gli leggeva nel cuore? Infine, superato quel turbamento, così risponde: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo. Non sfugge infatti solo questo a te che tutto sai. Non ti rattristare, Apostolo, rispondi una volta, rispondi di nuovo, rispondi una terza volta. Tre volte vinca la confessione nell'amore, perché tre volte nel timore fu vinta la presunzione. Bisogna sciogliere tre volte quello che tre volte è stato legato. Sciogli per amore quello che avevi legato per timore. Ma infine il Signore, una prima, una seconda e una terza volta, affidò le sue pecore a Pietro.




giovedì 16 gennaio 2014

A Dio si ascende amando con un cuore puro di Sant'Agostino

Quando l’amore impuro infiamma un cuore, lo sollecita a desiderare le cose della terra e a cercare ciò che, destinato a perire, conduce l’anima alla stessa rovina: la precipita in basso, la sommerge nelle profondità dell’abisso. Analogamente è dell’amore santo. Eleva alle cose del cielo, infiamma per i beni eterni, desta l’anima a bramare le cose immutabili e immortali, solleva l’uomo dalle profondità dell’inferno alle sommità del cielo. In una parola, ogni amore è dotato di una sua forza e, quand’è in un cuore innamorato, non può restarsene inoperoso: deve per forza spingere all’azione.

Vuoi vedere come sia il tuo amore? Osserva a che cosa ti spinge. Non vi esortiamo, quindi, a non amare, ma a non amare il mondo, affinché possiate amare con libertà colui che ha creato il mondo. Un’anima irretita dall’amore terreno è come se avesse del vischio nelle penne: non può volare. Quando invece è pura da quegli affetti luridi che l’attaccano al mondo, può – per così dire – volare con ambedue le ali spiegate: le sue ali sono libere da ogni impedimento, dove per “ali” intendo i due comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo.

E dove [volerà] se non verso Dio? Sì, è verso di lui che volando ascenderà, poiché in effetti amando ascende. Prima però di potersi elevare e mentre ne sente in cuore il desiderio, geme per essere ancora sulla terra e dice: Chi mi darà le ali, come di colomba, e volerò e mi riposerò? Per dove spiccherà il suo volo se non per un luogo lontano dagli scandali in mezzo ai quali gemeva la persona che pronuncia le parole or ora ricordate? Vuol volare lontano dagli scandali; lontano dai cattivi ai quali è mescolato; vuol separarsi dalla paglia in mezzo alla quale si trova il buon grano. Giunto alla meta, non dovrà più soffrire per la mescolanza e la compagnia di alcun malvagio ma potrà vivere nella santa società degli angeli, cittadini dell’eterna Gerusalemme.

Sant’Agostino, Sul Salmo 121