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mercoledì 14 ottobre 2015

PARLO - di don Divo Barsotti – Tratto da “ La mia giornata con Cristo”.




Vivere la nostra giornata con Cristo. Ci siamo svegliati, lavati, vestiti, siamo andati a lavorare, ci siamo riposati, abbiamo mangiato, siamo andati a passeggio con Lui. Ora dobbiamo considerare quelli che sono i gesti abituali, comuni, attraverso i quali noi entriamo in rapporto con gli altri o esprimiamo la nostra intima vita. Si parla, si fa silenzio, si dà la mano per salutare, si dà uno scapaccione a un ragazzo; si prende un bambino in collo, si alza il capo, si sta in piedi, ci si mette a sedere, ci si inginocchia... Tutto questo avviene ogni giorno. Come fare tutto questo con Cristo? Come compiere questi atti in Lui? Prima di tutto è importante considerare la parola. Di fatto, gli altri atteggiamenti non sono propri soltanto dell’uomo, ma il parlare è l’atto umano per eccellenza. Cantare no: canta anche l’usignolo; né mettersi a sedere, perché ci si mette anche la scimmia; né stare in piedi o dare la mano, perché ci sono degli animali addomesticati che danno la zampa. Parla anche il pappagallo, potreste dirmi. Non è vero: emette dei suoni, non parla, perché parlare vuol dire esprimere un contenuto di vita interiore; ora, il parlare del pappagallo non vuol dir nulla, non implicando il pensiero, non è l’espressione di una vita interiore, d’intelligenza e di volontà. La parola è propria dell’uomo: per questo l’atto umano per eccellenza è la parola.
E una cosa già estremamente importante notare come un atto che l’uomo compie può essere compiuto su diversi piani. Se un innamorato per la prima volta dice alla sua donna che l’ama, questa parola è carica di ben altra intenzionalità e intensità di vita delle parole comuni che si possono dire al primo venuto camminando per strada.

Una parola può esser detta su piani diversi: si può dirla con superficialità, senza che il nostro essere sia minimamente impegnato; si può dirla, e il nostro essere è impegnato, ma non a rivelarsi, perché ci si può impegnare anche a nasconderci, a non dire affatto quello che noi siamo, quella che è la nostra vita interiore. Magari non diciamo una bugia, ma si mena il can per l'aia, come si suol dire: parole che dicono e non dicono, che ci mantengono pienamente liberi nei confronti degli altri che ascoltano.
Si può parlare in tal modo che veramente siamo impegnati, ma impegnati limitatamente; si va da un malato, lo si conforta, ma intanto si pensa: «Che farà per ora mio figlio a casa?». Si può essere dinanzi al malato, fargli tutte le nostre piccole esortazioni, dirgli due parole buone, e intanto si pensa: «E l’ufficio?... E la scuola?...».
La nostra vita è lontana da quello che diciamo. Non viviamo intensamente, totalmente quello che diciamo. Un innamorato – per riprendere il primo esempio – quando dice la prima volta alla sua donna che l’ama, non pensa all’ufficio o a quello che l'aspetta a casa: è tutto lì; quella parola lo rivela tutto, lo dona tutto, lo impegna totalmente.
Come dobbiamo parlare? La parola, dicevo già prima, è l’atto umano per eccellenza. Dio stesso per rivelarsi ha voluto usare la parola dell'uomo. E cosa significa per Dio rivelarsi? Significa comunicare Sé stesso, perché Egli è pura intelligenza; comunicare il suo Spirito, farsi conoscere dall’uomo. Farsi conoscere voleva dire farsi possedere. Così la Sacra Scrittura esprime il possesso nei termini di una conoscenza: Adamo «conobbe» Eva (Gen 4,1). Ugualmente farsi conoscere volle dire per Dio lasciarsi possedere dall'uomo. Se Dio si fa conoscere, vuol farsi possedere.
Come si fa a conoscerlo? Egli parla. È vero che Dio si rivela attraverso la creazione, ma la conoscenza di Dio attraverso la creazione non è intima, profonda, non è personale.
Potete pensare nostro Signore che va per la strada e dice al
primo venuto: «Guarda, oggi piove»? Pensate che Egli parli così? No, ogni sua parola impegna tutto l’essere suo. E veramente l’espressione della sua intima vita, la rivelazione del suo pensiero segreto, il dono ineffabile che Egli fa di tutto Sé stesso a coloro che Lo ascoltano.
Che fatica parlare, se veramente parliamo! Noi generalmente non parliamo: chiacchieriamo. Il nostro parlare è un chiacchierare dalla mattina alla sera, non è veramente parlare. Non siamo totalmente impegnati, anzi spesso parliamo per non impegnarci, viviamo in superficie. Per questo nella vita religiosa è tanto raccomandato il silenzio: non perché il silenzio è più grande della parola. Al contrario: la parola è più grande del silenzio. L'atto del Padre è la generazione del Verbo, è il dire la Parola. Tutta la vita del Padre è la generazione del Verbo: la generazione del Verbo consuma tutta l’eternità, tutta la vita di Dio. Parlare è molto più che stare in silenzio. Perché, allora, nella vita religiosa si apprezza più il silenzio della parola? Perché in generale, come dicevo, non si parla: si chiacchiera. Perché per noi la parola è un modo di sfuggire all'impegno, invece che la realizzazione di un impegno totale.
Quando tu parli a una persona, ricordati che devi comunicare te stesso. Per fare un esempio: quando tu parli, ti doni come una madre quando veglia al capezzale del figlio? Quando si parla, non si parla mai fino in fondo. Le nostre parole ci nascondono, non dicono nulla. Se tu parli devi comunicare la tua intima vita.
Parlare è una cosa grande. Non abbiamo ancora imparato. Abbiamo imparato a parlare quando avevamo pochi mesi, siamo già avanti negli anni e forse... non abbiamo mai parlato! Oppure sì, ma pochissime volte; nell’occasione d'una morte: allora veramente dal più intimo della nostra anima è uscita una parola di conforto per una sorella, per un fratello, per un'amico che soffriva; oppure in un atto d’amore che veramente esprimeva il dono di tutto l’essere nostro e di tutta la nostra vita a colui che amavamo: forse una creatura, forse Dio stesso.
Abbiamo parlato altre volte? Sì, forse; ma in generale le nostre parole invece di comunicare noi stessi ci nascondono agli altri, invece d’impegnarci ci pongono su un piano di superficialità, di dissipazione interiore. Non possiamo donarci, perché non ci possediamo. Le nostre parole sono molto spesso l’espressione di una vita in cui l’uomo non ha neppure realizzato sé stesso. Non possiamo donarci perché non ci siamo ascoltati: le nostre parole non sorgono dal profondo, sono soltanto sulle labbra; non derivano dal cuore, né tanto meno dall’intimo della nostra anima.
Bisogna che la nostra parola sia veramente parola, ci esprima, sia rivelazione del più intimo segreto dell’essere nostro. Anche fra i libri (i libri non sono parola dell’uomo?) quali sono quelli che veramente ci parlano? Non parliamo di libri religiosi. Solo Dio parla bene di Dio, diceva Pascal. La parola umana, dev'essere carica non solo d’intelligenza, ma di sentimento, deve esprimere tutto l'essere umano. La parola vera dell’uomo è la poesia. Quanti sono i poeti nel mondo? E questi, quante volte sono stati veramente poeti? Sono miliardi di miliardi ormai gli uomini che sono vissuti quaggiù sulla terra, e i poeti si contano ancora sulle dita delle due mani. Vogliamo essere generosi? Ammettiamo che siano cinquanta. Ma questi cinquanta quante volte veramente sono stati poeti? Pochissime volte. Altre volte la loro parola era soltanto finzione retorica, esercizio tecnico...
Prendete il Leopardi, uno dei pochi veri poeti italiani: quand’è veramente poeta? Nelle Rimembranze, in A Silvia, forse Il sabato del villaggio, forse – almeno in parte – La quiete dopo la tempesta, L'infinito, alcuni versi della Vita solitaria e alcuni versi della Sera del dì di festa... E il resto? Esercizio poetico, non vera e profonda poesia che riveli l’intimo essere e lo doni; esercizio retorico, attraverso il quale egli, sì, dice qualcosa, perché rimane poeta, ma la parola, invece di essere pura trasparenza, è impedimento e opacità. E questo è vero non solo per Leopardi, ma anche per Dante, per il Petrarca; e sono grandissimi poeti. Qualche volta il poeta arriva, se non a dire se stesso, pure a far intravedere se stesso, a far capire qualcosa... Ma quante poche volte il lettore entra in una vera comunione con un’anima attraverso la lettura di un’opera letteraria! Perché nemmeno chi scrive si è espresso, ha donato la sua intima vita: prima di tutto perché non l’aveva – perché, certo, per essere poeti bisogna essere anche grandi uomini —, secondariamente perché la parola gli è mancata. -----
Questo è vero anche sul piano religioso. Quanti sono i libri religiosi veramente grandi nella letteratura cristiana? Ogni anno si pubblicano centinaia e centinaia di libri: quanti libri rimangono soltanto carta stampata? Si contano sulle dita delle mani i grandi libri che sono testimonianza viva di un'esperienza interiore, che può arricchire e alimentare le generazioni. Si fanno sempre i medesimi nomi: Origene e Agostino, Ignazio di Antiochia e Gregorio di Nissa, Dionigi il mistico e Gregorio Magno, Bernardo e Bonaventura, Ruysbroeck e Caterina, Teresa di Gesù e Giovanni della Croce, Newman e Rosmini, Francesco di Sales e Teresa del Bambino Gesù, Alfonso... Sì, anche altri, ma non troppi. Potevano essere santi, ma non hanno avuto il dono della parola. Non è attraverso i loro scritti che essi ci hanno parlato, ma piuttosto attraverso la vita. La loro parola non è stata trasparente, non ci ha comunicato la loro intima vita. Chi legge più, oggi, le prediche di san Leonardo da Porto Maurizio? Certamente era un gran santo, ma la parola è rimasta, anche per lui, un esercizio di eloquenza, almeno * parte; e siccome fu esercizio di eloquenza, ora non vive più, nessuno l'ascolta. Egli viveva altrove da quello che diceva. Eppure era santo. Figuriamoci gli altri! -
Noi dobbiamo parlare; ogni giorno parliamo. Come parliamo? Non ci illudiamo: non riusciremo mai veramente a parlare. Il bambino, per cominciare a balbettare qualche parola ha bisogno di giorni e giorni di fatica, e tutti gli sono h d'intorno a suggerirgli «Babbo... mamma...». Noi, dopo decine di anni, dobbiamo ancora imparare a balbettare, a dire una parola che veramente ci riveli, che sia il dono di noi stessi a colui che ci ascolta. In ogni parola dobbiamo donarci e donarci totalmente. Ogni parola ci impegna, ci deve impegnare fino in fondo. Invece le nostre parole sono superficiali e non donano nulla; se dicono qualcosa, dicono il dispetto di essere disturbati, dicono la nostra volontà di sottrarci all'impegno chiacchierando... per non dir nulla.
Proprio per questo le nostre parole devono essere poche per essere davvero efficaci. Se quando pregate sentite il bisogno di non chiacchierare troppo – la nostra preghiera, via via che diviene reale, che diviene viva, ha bisogno di liberarsi dalle tante parole, si riduce all'essenziale: è un'invocazione, una sola parola, e in quella l'anima si fissa, perché esprime tutta la vita –, perché mai, se questo avviene con Dio, non dovrebbe avvenire fra gli uomini? Quando si parla molto, segno è che si dice ben poco Chi veramente parla non potrebbe mai moltiplicare le sue parole. Bisogna che la nostra parola salga dal fondo, esprima veramente l'intima vita. Forse non riusciremo mai.
C'è riuscito nostro Signore: la sua parola rimane eterna. Qualunque parola Egli abbia detto, rimane. Le nostre parole, invece, sono già dimenticate da noi stessi il giorno dopo.
Certo, non possiamo parlare come parlava Gesù! Non solo perché non possiamo dare Dio attraverso la nostra parola, ma perché non possiamo dare nemmeno noi stessi, per la ragione che nessuno di noi si possiede così da potersi pienamente donare. È impossibile per noi vivere sempre un tale impegno. In pochi anni morremmo, se vivessimo una vita così impegnata, così tesa. Non possiamo in ogni nostra parola donarci totalmente. Ma che almeno le nostre parole non siano vane. Dobbiamo rispondere, dice Gesù nel Vangelo, di ogni parola inutile ricordiamocene! Parola inutile è quella che non c'impegna, che non dice nulla, che non porta con sé nessun contenuto d'affetto, di volontà, d'intenzionalità: si dice per dire, si parla per parlare... Si tradisce la nostra vocazione di cristiani, anzi, la nostra natura umana nella sua dignità. Non si può parlare per parlare.
Accennavo prima all'insistenza, in tutte le Regole di vita religiosa, sulla necessità di conservare il silenzio. Non è vero che il silenzio sia maggiore della parola: la vita di Dio si esprime tutta nella Parola, in una Parola sola; Egli la dice per tutta l'eternità ed è tutta l’eternità: la generazione del Verbo. Non è vero che il silenzio sia d'oro e la parola d'argento: è la parola che è d'oro e il silenzio d’argento.
Le nostre parole non sono nemmeno di stagno! Dobbiamo cercare che la nostra parola dica qualcosa, dica noi stessi, non sia mai una parola che ci nasconde, onde cerchiamo di evadere, di sfuggire all’impegno, di sfuggire alla esigenza di donarci a colui che ci ascolta.
Dobbiamo andare oltre: non si tratta soltanto di questo. La parola, per noi, non deve esprimere solamente noi stessi, ma Cristo. «Si quis loquitur, quasi sermones Dei», «Se alcuno parla, sia come con parole di Dio». -
Gesù è uomo, ma attraverso la sua parola rivela Dio stesso. E' una rivelazione di Dio quella che Gesù compie attraverso il suo umano linguaggio: la sua parola rimane una parola umana, ma attraverso di essa Egli dice Dio, comunica Dio. Così il cristiano. Non basta che tu doni te stesso: doni sempre ben poco fintanto che doni solo te stesso. Devi dare Dio.
Ricordiamoci tuttavia che non si può dare Dio se non diamo noi stessi. - -
Questa è una cosa importante. Non pretendiamo di poter dare Dio chiacchierando a vanvera di nostro Signore, delle Cose belle e delle cose buone. Fintanto che non siamo realmente impegnati a fondo, non doniamo né Dio né noi stessi. La parola che dona Dio deve salire da un abisso ancora più fondo della parola che dona l’essere tuo. Dio è intimo a noi più di noi stessi, Egli abita nel più profondo del nostro spirito. Lo dice la teologia: nel centro dell’anima Dio abita, nel Più profondo dell’essere, nella radice stessa dell’essere. Come fai a dare a Dio se non raggiungi questa radice, se la tua parola non sorge da questa profondità donde promana anche l’essere tuo di creatura? La parola che dona Dio è quella che sorge dall'abisso più fondo. Intorno ai santi sorgono i santi. Un santo basta a comunicare la vita soprannaturale attraverso la parola a coloro che gli stanno vicino. San Francesco: sono decine i beati che sorgono vicino a lui: Egidio, Bernardo, Bonaventura, Antonio.. sorgono come polloni da un unico tronco! Così sant'Ignazio: intorno a lui San Francesco Saverio, san Pietro Canisio... Così san Giovanni Bosco: intorno a lui don Rua, don Beltrami, Czartorivschki... Perché non facciamo dei santi? Perché la nostra parola non dona Dio. Bisogna che impariamo a parlare. Non si tratta di fare dei discorsi: se ne fanno anche troppi, ma di parlare il linguaggio più semplice, più essenziale, e attraverso ogni parola alle anime dare Dio. È la sua parola che ha creato la Chiesa e ha dato al mondo la santità.
Che noi possiamo comunicarla a chiunque ci ascolta! Perché questo avvenga, la nostra parola sorga dalle più intime radici dell'essere, non sia il dono solo di noi stessi ma di Colui che ci crea. Bisogna parlare anche del silenzio. Non si può parlare soltanto. Non si può parlare se prima non ci si ascolta. Di che cosa parlare se non sappiamo che dire? Non ci possediamo: come possiamo donarci?
Bisogna saper ascoltare per imparare a parlare. Soltanto uno che sa pregare può anche parlare. Come dovremmo esser fedeli a questa regola! Non parlare senza prima esserci ascoltati e aver ascoltato Dio. Per parlar bene bisogna saper fare silenzio; la parola che diciamo è una parola che dobbiamo aver ascoltato. La nostra parola per esser vera, efficace, deve ripetere quella di Dio. Se attraverso la nostra parola dobbiamo comunicare Dio stesso, dobbiamo prima imparare nel silenzio ad accoglierlo, ad ascoltarlo.
C'è modo e modo di far silenzio. Far silenzio può anche voler dire non voler parlare. È scritto: «Et siluit a facie eius ommis terra», «Tutta la terra tacque davanti a lui», e si parla di Alessandro il Macedone. Tutta la terra rimase come esterrefatta, sgomenta di fronte a questa potenza d'invasione che fu la sua vita. È il terrore che fa i silenzio. Noi possiamo incutere soggezione e timore. La nostra presenza non deve paralizzare nessuno.
Con nostro Signore parlavano tutti: dovevano esser gli Apostoli a cacciare via la gente! Bambini, donne, importuni, non Lo lasciavano in pace. Ed era Gesù! Ognuno poteva accostarsi a Lui e parlargli, ed Egli parlava con tutti. Noi invece spesso preferiamo parlare con chi ci capisce, e non riusciamo a parlare allo spazzino che troviamo per strada: ci troveremmo forse a disagio, non sapremmo che linguaggio usare con lui. È segno che non amiamo.
Non è questo il silenzio. Il silenzio che mi è chiesto è quello di saper ascoltare. Non è rifiuto di parlare. Non si deve tacere per rifiuto di comunicare noi stessi. Si parla volentieri con le persone perbene, con quelli che ci piacciono o non ci chiedono nulla; con gli altri... lo stretto necessario per non mancare alla carità. Altro è non mancare alla carità, altro è vivere veramente la carità verso tutti. E tu devi donarti a ciascuno, devi perciò sapere comunicare a ciascuno te stesso, attraverso la parola. ---
Perché questo avvenga s'impone fare silenzio: un silenzio, prima di tutto, onde io ascolto me stesso. Dobbiamo vivere una vita interiore. Non abbiamo nulla da dare se non viviamo questa vita interiore. Silenzio onde ascoltiamo il Signore. E silenzio, finalmente, che è un saper ascoltare gli altri, accoglierli. Non puoi parlare se non ascolti. Che cosa puoi dire se non sai quello di cui gli altri hanno bisogno? È come dare il pane a uno che ha già mangiato e ha bisogno invece di bere. Tu gli dici delle parole che egli non riceve, non accoglie, perché non sono un nutrimento per lui. Bisogna saper ascoltare gli altri per poter parlare. È vero che la tua parola è sempre il dono di ma deve essere un dono che risponde anche alle esigenze, al bisogno, al momento, all’opportunità. Bisogna che tu sappia capire gli altri, accoglierli, ascoltare la loro parola non sempre espressa, una parola che sorge dall'atteggiamento loro; dal loro bisogno, dalla loro natura, dall’occasione stessa dell 'Incontro.
Più ancora, dobbiamo insistere. Non si tratta soltanto di parlare agli altri, si tratta di parlare a Dio. Anche con Dio, quante chiacchiere a vanvera! In generale, le nostre parole non dicono nulla, anche quando ci rivolgiamo a nostro Signore.
Pensavo stamani mentre dicevo le Lodi: che cosa dicevo realmente a Gesù? Tutte parole! Gli dicevo qualcosa, ma non quello che le parole dicevano. E allora le mie parole che cos’erano? Una finzione, perché se dicevo qualcosa non lo dicevo attraverso quelle parole; pronunciavo quelle parole e quelle parole non dicevano nulla.
Parlare a Dio vuol dire dare a Dio noi stessi. In ogni parola che diciamo offriamo a Dio l’anima nostra e l’apriamo ad accogliere il suo dono. Sia questa la nostra preghiera e dica realmente qualcosa, anzi dica tutto quello che siamo! In ogni parola deve essere tutto l’essere nostro che si rivela e si comunica al Signore, perché altrimenti non è la nostra parola.
Vedete Dio? In una parola Egli comunica tutto. Tutto quello che il Padre è, tutto Egli esprime, tutto Egli comunica al Verbo. Unica Parola che riempie l’eternità. Che la tua parola detta a Dio esprima totalmente te stesso, dica tutto l'essere tuo, sia il dono di tutta la tua intima vita al Signore, nell'umiltà, nell'amore; sia il dono di tutto te stesso a Dio nel sentimento della tua miseria, nell'implorazione della sua misericordia, nella lode divina, nella gioia di essere amato. Sia una parola che ti esprima totalmente, e non una parola vuota.
Anche nella nostra vita religiosa: quanto più veramente ci doniamo, tanto meno parliamo. È come nel parlare con gli altri il parlar molto vuol dire non dar nulla, vivere alla superficie, non rivelare cosa alcuna.
Quanto più veramente la parola è efficace, tanto più è essenziale. Così con Dio. Se veramente noi crediamo nel Signore, non possiamo moltiplicare le nostre parole. E un consiglio che ci dà Gesù: «Quando preghi non moltiplicare le parole» (Mt 6,7). Severamente si prega non si dicono molte parole, una parola basta a rivelare quello che siamo, a donare a Dio l’essere nostro. Così la preghiera, nella misura che diviene vera, si fa anche essenziale, si riassume in una invocazione sola, in un gemito solo, in una sola implorazione o in una sola parola di lode. Finalmente si esprime in una parola che è puro silenzio, perché allora veramente ti doni, quando tutto Lo accogli: non puoi donarti a Dio che nell'accoglierlo in te.
La parola più alta dell’uomo nel rivolgersi a Dio rimarrà sempre il silenzio. Dio dice la Parola, praticamente preghi di una preghiera perfetta quando accogli la Parola nell’intimo tuo e divieni il luogo nel quale Dio genera il Verbo. Egli è generato in te quando vivi la preghiera perfetta. La preghiera perfetta è il puro silenzio dell'anima nella quale il Padre stesso dice la Parola ineffabile.
Questo vuol dire parlare e fare silenzio. Ogni giorno si parla, ogni giorno si fa anche silenzio. Dobbiamo far silenzio e parlare, in modo che la parola sorga dal più profondo dell’essere, sia il dono di tutto l’essere all’altro e soprattutto a Dio. E il nostro silenzio sia un accogliere, sia il silenzio dell’attenzione, della riverenza, dell’amore.
Il tuo silenzio accolga gli altri e accolga Dio: sia attenzione a Dio, a tutti i fratelli, a te stesso, perché tu in ogni istante veramente ti possegga per poterti anche donare.
Silenzio e parola sono insieme congiunti: si può vivere il nostro parlare solo se si vive il nostro silenzio; non si può vivere il nostro silenzio che in ordine alla nostra parola, perché il silenzio da solo sarebbe puro egoismo, la morte, il chiudersi in sé. Ma è morire il parlare senza fare silenzio, perché allora non doni più nulla e non vivi nemmeno più: ti disperdi, ti svuoti.