lunedì 28 luglio 2014

Dal libro del profeta Geremìa - Ger 13,1-11 - Questo popolo diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla.



 Ger 13,1-11
Il Signore mi disse così: «Va’ a comprarti una cintura di lino e mettitela ai fianchi senza immergerla nell’acqua». Io comprai la cintura, secondo il comando del Signore, e me la misi ai fianchi.
Poi la parola del Signore mi fu rivolta una seconda volta: «Prendi la cintura che hai comprato e che porti ai fianchi e va’ subito all’Eufrate e nascondila nella fessura di una pietra». Io andai e la nascosi presso l’Eufrate, come mi aveva comandato il Signore.
Dopo molto tempo il Signore mi disse: «Àlzati, va’ all’Eufrate e prendi di là la cintura che ti avevo comandato di nascondervi». Io andai all’Eufrate, cercai e presi la cintura dal luogo in cui l’avevo nascosta; ed ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla.
Allora mi fu rivolta questa parola del Signore: «Dice il Signore: In questo modo ridurrò in marciume l’orgoglio di Giuda e il grande orgoglio di Gerusalemme. Questo popolo malvagio, che rifiuta di ascoltare le mie parole, che si comporta secondo la caparbietà del suo cuore e segue altri dèi per servirli e per adorarli, diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla. Poiché, come questa cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutta la casa d’Israele e tutta la casa di Giuda – oracolo del Signore –, perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode e mia gloria, ma non mi ascoltarono».

Parola di Dio
Riflessione


Nella prima Lettura di oggi il Signore ci invita al cinema... Titolo del film: “La fine della cintura sfilacciata”.
All'inizio sembra una storia piuttosto misteriosa e senza senso, ma guardando attentamente il film, il Signore ci fa vedere la nostra vita di fede: noi dovremmo essere la cintura di Dio!!!...
Perchè Dio dice a Geremia: “Va’ a comprarti una cintura di lino e mettitela ai fianchi senza immergerla nell’acqua”? Cosa succede a una cintura di lino se la bagnamo? Si restringe... Bene! Così dovremmo aderire noi a Gesù, dovremmo stringerlo stretto, stretto... se non vogliamo che la nostra vita vada a pezzi...
Se prendiamo infatti una cintura di stoffa e ci accorgiamo che è sporca,  se consapevolmente o per negligenza non la laviamo e la nascondiamo in un baule con le tarme, che fine volete che faccia quella povera cintura?
Quanto è importante allora, per ogni cristiano, aderire a Dio con tutto il cuore come una cinghia ai pantaloni. Quanto è importante avvicinarci con frequenza al Sacramento della Riconciliazione. Avere un cuore docile e puro è indispensabile  per evitare che il Signore ci giudichi dei fannulloni e buoni a nulla. Insomma... delle cinghie marce.
Chiediamo allora al Signore di aumentare la nostra fede in modo da aderire perfettamente a Lui, perché se la cintura dei pantaloni si rompe o marcisce, non serve a nulla e si butta in pattumiera,  sarebbe  un bel guaio!!!... Ecco cosa succederebbe se ci staccassimo da Gesù, se lo nascondessimo in un angolino o se lo usassimo come soprammobile da spolverare solo quando è irriconoscibile... cadremmo nelle tenebre e non serviremmo più a nulla, faremmo la fine della cintura nella fessura della pietra... Allora, cosa aspettiamo ad aderire a Dio e a chiedergli: "Scusa... puoi aiutarmi a sistemare questa cinghia rovinata dai miei peccati, dai miei limiti, dalle mie mancanze?" Lui, che solo può aiutarci, sarà ben felice di fare il sarto per sistemare questa povera e sfilacciata anima...
Gesù non fa altro che esaudire ogni nostro desiderio... allora, perché non esaudiamo noi un desiderio Suo?... “Poiché, come questa cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutta la casa d’Israele e tutta la casa di Giuda”. Lasciamoci allora legare ai fianchi di Gesù senza timore, perchè la Sua stretta è dolce e soave. A dire il vero, ogni tanto... stringe troppo... ma per la nostra salvezza si può sopportare anche una strettina un po' più forte...
Pace e bene

venerdì 25 luglio 2014

«Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno» - Terzo annuncio della Passione. Maria d'Alfeo rievoca la figura di Giuseppe. L'insensata richiesta dei figli di Zebedeo. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta - Libro n° 9 capitolo 577




L'alba appena schiarisce il cielo e rende ancora difficile il cammino quando Gesù lascia Doco ancora dormente. Lo scalpiccio dei passi non è certo udito da alcuno, perché è cauto e perché la gente dorme ancora nelle case chiuse. Nessuno parla sinché sono fuori della città, nella campagna che si ridesta lentamente nella parca luce tutta fresca dopo il lavacro delle rugiade.
Allora l'Iscariota dice: «Strada inutile, riposo negato. Era meglio non venire sin qui». «Non ci hanno trattato male quei pochi che abbiamo trovato! Hanno perso la notte per ascoltarci e per andare a prendere i malati delle campagne. È stato proprio bene, anzi, di essere venuti. Perché coloro che, per malattia o altra causa, non potevano sperare di vedere il Signore a Gerusalemme, lo hanno visto qui e sono stati consolati con la salute o con altre grazie. Gli altri, si sa, sono andati già alla città... È uso di noi tutti andarvi, sol che si possa, qualche giorno prima della festa», dice Giacomo di Alfeo dolcemente, perché egli è sempre mite, tutto all'opposto di Giuda di Keriot, che anche nelle ore buone è sempre violento e imperioso.
«Appunto perché si va anche noi a Gerusalemme, era inutile venire qui. Ci avrebbero sentiti e visti là...».
«Ma non le donne e i malati», ribatte interrompendolo Bartolomeo, in aiuto di Giacomo d'Alfeo.
Giuda finge di non sentire e dice, come continuando il discorso: «Almeno credo che noi si vada a Gerusalemme, benché ora non ne sono più sicuro dopo il discorso fatto a quel pastore...».
«E dove vuoi che si vada se non là?», chiede Pietro. «Mah! Non so. È tutto così irreale ciò che facciamo da qualche mese, tutto così contrario al prevedibile, al buon senso, alla giustizia anche, che...».
«Ohe! Ma io ti ho visto bere del latte a Doco, eppure tu parli da ebbro! Dove le vedi le cose contrarie alla giustizia?», chiede Giacomo di Zebedeo con occhi che promettono poco bene. E rincara: «Basta di rimproveri al Giusto! Hai capito che basta? Non hai il diritto, tu, di rimproverarlo. Nessuno ha questo diritto, perché Egli è perfetto, e noi... Nessuno di noi lo è, e tu meno di tutti».
«Ma sì! Se sei malato curati, ma non affliggerci con le tue querele. Se sei lunatico, là è il Maestro. Fatti guarire e smettila!», dice Tommaso che perde la pazienza.
Infatti Gesù è dietro, insieme a Giuda d'Alfeo e Giovanni, e aiutano le donne che, meno use al camminare in penombra, fanno fatica a procedere per il sentiero non buono e anche più oscuro dei campi, perché tagliato in un folto uliveto. E Gesù parla fitto con le donne, estraniandosi da ciò che succede più avanti e che pure è sentito da chi è con Lui, perché, se le parole giungono male, il tono di esse denota che non sono parole piane, ma che già hanno sapore di disputa.
I due apostoli, il Taddeo e Giovanni, si guardano... ma non parlano. Guardano Gesù e Maria. Ma Maria è tanto velata dal suo manto che quasi non se ne vede il volto, e Gesù sembra non aver sentito. Però, finito il suo discorso parlavano di Beniamino e del suo futuro, e parlano della vedova Sara di Afec, che si è stabilita a Cafarnao ed è madre amorosa non soltanto dell'infante di Giscala ma anche dei piccoli figli della donna di Cafarnao che, passata a seconde nozze, non amava più i figli del primo letto e che è morta poi «così male che veramente si è vista la mano di Dio nella sua morte», dice Salome- Gesù va avanti insieme con Giuda Taddeo e si unisce agli apostoli dicendo nell'andarsene: «Resta pure, Giovanni, se vuoi farlo. Io vado a rispondere all'inquieto e a metter pace».

mercoledì 23 luglio 2014

Santa Brigida di Svezia - BENEDETTO XVI - UDIENZA GENERALE Mercoledì, 27 ottobre 2010



Cari fratelli e sorelle,
nella fervida vigilia del Grande Giubileo dell’Anno Duemila, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II proclamò santa Brigida di Svezia compatrona di tutta l’Europa. Questa mattina vorrei presentarne la figura, il messaggio, e le ragioni per cui questa santa donna ha molto da insegnare – ancor oggi – alla Chiesa e al mondo.
Conosciamo bene gli avvenimenti della vita di santa Brigida, perché i suoi padri spirituali ne redassero la biografia per promuoverne il processo di canonizzazione subito dopo la morte, avvenuta nel 1373. Brigida era nata settant’anni prima, nel 1303, a Finster, in Svezia, una nazione del Nord-Europa che da tre secoli aveva accolto la fede cristiana con il medesimo entusiasmo con cui la Santa l’aveva ricevuta dai suoi genitori, persone molto pie, appartenenti a nobili famiglie vicine alla Casa regnante.
Possiamo distinguere due periodi nella vita di questa Santa.
Il primo è caratterizzato dalla sua condizione di donna felicemente sposata. Il marito si chiamava Ulf ed era governatore di un importante distretto del regno di Svezia. Il matrimonio durò ventott’anni, fino alla morte di Ulf. Nacquero otto figli, di cui la secondogenita, Karin (Caterina), è venerata come santa. Ciò è un segno eloquente dell’impegno educativo di Brigida nei confronti dei propri figli. Del resto, la sua saggezza pedagogica fu apprezzata a tal punto che il re di Svezia, Magnus, la chiamò a corte per un certo periodo, con lo scopo di introdurre la sua giovane sposa, Bianca di Namur, nella cultura svedese.
Brigida, spiritualmente guidata da un dotto religioso che la iniziò allo studio delle Scritture, esercitò un influsso molto positivo sulla propria famiglia che, grazie alla sua presenza, divenne una vera “chiesa domestica”. Insieme con il marito, adottò la Regola dei Terziari francescani. Praticava con generosità opere di carità verso gli indigenti; fondò anche un ospedale. Accanto alla sua sposa, Ulf imparò a migliorare il suo carattere e a progredire nella vita cristiana. Al ritorno da un lungo pellegrinaggio a Santiago di Compostela, effettuato nel 1341 insieme ad altri membri della famiglia, gli sposi maturarono il progetto di vivere in continenza; ma poco tempo dopo, nella pace di un monastero in cui si era ritirato, Ulf concluse la sua vita terrena.

lunedì 21 luglio 2014

LA MIA CONVERSIONE - 16 LUGLIO 2011



L'inizio

Sono passati tre anni da quel 16 luglio... Era un giorno come tanti altri ma, in realtà, da quel giorno è cambiata totalmente la mia vita. Il Signore mi ha chiamata. A dire il vero è Lui che si è presentato alla mia porta senza che io lo cercassi, ed è entrato quasi di prepotenza nel mio cuore. Da allora non ho smesso un giorno di essere una sua vera amica... o almeno, ci provo.
Per quarantatré anni ho vissuto senza avere la minima idea di chi fosse veramente Gesù. Lo conoscevo, come dice Giobbe, solo per sentito dire... ma il 16 luglio del 2011 i miei occhi lo hanno veduto.
Il primo anno è stato molto duro. Diciamo che non mi capacitavo di quello che mi stava succedendo e tutto mi sembrava strano... bello, ma strano. Era come se vivessi in un corpo non mio, ogni giorno che passava stentavo io stessa a riconoscermi. Ho iniziato a cambiare il mio modo di pensare e di vivere. E in un battito di ciglia mi sono vista trasformata in una nuova creatura. Ora comprendo anche le perplessità delle persone che mi avevano conosciuta fino a quel momento... erano sconvolte più di me e per qualche tempo hanno pensato che fossi diventata matta di colpo. A dire il vero... l'ho pensato anch'io.
Sono stata seguita per più di un anno da un sacerdote - il caro don Pietro - che mi ha tenuta per mano e mi ha aiutata a comprendere quello che mi stava succedendo. Mi ha fatto capire infatti che quello che mi era capitato era una cosa bellissima e che non dovevo avere paura, ma dovevo lasciarmi fare. Sembra facile... infatti all'inizio era tutto troppo difficile e io continuavo a voler tenere le redini della mia vita. Non volevo mollarle neanche a questo Dio che inaspettatamente aveva posto gli occhi su di me. Avevo paura che, se lo avessi fatto, sarei diventata vulnerabile e questo non potevo e non volevo accettarlo.

La pace

In questi tre anni ho attraversato tante tappe. Si alternavano sistematicamente momenti di gioia intensa e momenti di sconforto. Ma l'unica cosa che non è mai stata intaccata è stata la pace che sentivo dentro. Questa grazia infatti il buon Dio non me l'ha fatta mai mancare, non solo... nei momenti di grande sconforto ne aggiungeva sempre una bella dose. Solo questa grande grazia dovrebbe bastarmi e non dovrei chiedere altro.
Riconosco che sono stata una privilegiata, ma questo fatto non mi ha mai “gasata”, non mi ha mai fatto fare le “bollicine”, anzi... mi sono sempre sentita molto in colpa, perché, se da una parte avevo cento, io invece non riuscivo e non riesco ad amarlo come vorrei e come merita. A dire il vero ogni tanto mi gasavo un po' per il mio rapporto particolare con il Signore, ma Lui provvedeva subito a ridimensionarmi dandomi certi “ceffoni”.
Mi sono accorta che seguire Gesù veramente non è così facile, e ogni giorno che passa mi rendo conto di non sapere niente, non solo... quando penso di essere riuscita a salire un gradino verso di Lui ecco che all'improvviso vengo catapultata al piano di sotto. Ma questo non mi scoraggia più di tanto perché, proprio in quei momenti, tendo automaticamente le braccia verso di Lui e mi ci aggrappo con tutte le forze.
In quei momenti vedo che Gesù mi sorride ed ecco che poi, subito, arrivano le sue consolazioni. Ogni giorno, insieme a tante noie, Lui mi colma di ogni bene... e non solo di beni spirituali, si occupa di me per ogni aspetto: materiale e spirituale.

Il dono della luce

Un altro dono che il Signore mi ha fatto è la grazia di “vedere”... Questo è stupendo ma è una lama a doppio taglio, perché non solo mi fa vedere in continuazione le mie miserie, ma mi fa vedere anche quelle degli altri.
Le miserie di ogni uomo sono differenti, ma quando il Signore mi fa vedere le mancanze degli altri è come se mi dicesse: “Cara Paola, vedi di non aggiungere anche quelle... ne hai già abbastanza di tue!!!”.
Allora cerco di correggermi e chiedo al Signore ogni giorno di aumentare la mia fede, perché oltre a combattere con le mie miserie devo sopportare e avere misericordia anche per le miserie degli altri.

L'incontro con don Pietro

In tre anni tanta acqua è passata sotto i ponti... Se penso al giorno in cui ho varcato la soglia della mia parrocchia per chiedere di parlare con il sacerdote... mi vergogno ancora come una ladra... Ero veramente una randagia!!!
Ricordo ogni minimo dettaglio e, quando ci penso, vorrei prendere una pala e sotterrarmi da sola!
Sono entrata in Chiesa alle 18,30 circa. Dovevo parlare assolutamente con un sacerdote e capire quello mi stava capitando. Appena entrata sento un senso di angoscia. La parrocchia è maestosa. La cosa che mi ha colpita è stata la statua di bronzo enorme di Gesù che si trova sull'altare. Solo a guardarla ti senti piccina e ti viene il capogiro.
Vedo il sacerdote seduto all'altare che recita qualcosa... In quel momento ho pensato: “Che strana Messa!!!”. Comunque ho aspettato che finisse quello che io non riuscivo a capire. Così, appena il don entra in sacrestia, con il cuore un po' in tumulto entro, mi presento e chiedo se gli posso parlare. Lui mi guarda e dice: “Certo... però dopo la Messa”. Io con tanta tranquillità gli dico: “Dopo la Messa!? Perché questa cos'era?”. Ricordo ancora oggi il suo sguardo e la sua risposta... avrei voluto sprofondare... “Questi erano i vespri!!!”.
Mi esce dalla bocca solo un ok... Rossa dalla vergogna vado a sedermi al mio posto e aspetto la fine della vera Messa.

L'inizio del cammino

Da quel giorno è iniziato il mio cammino di fede.
Quando penso a questi tre anni mi viene da sorridere e mi dico: “Povero don Pietro... se avesse saputo in anticipo cosa gli sarebbe capitato mi sa che avrebbe fatto di tutto per scansarmi!!!”.
Infatti, se occuparsi di un'anima è come occuparsi di una diocesi, ebbene, il don dovrebbero farlo santo subito perché io sono stata per lui dieci diocesi!!!...
Ma la sua pazienza e la sua perseveranza alla fine hanno prodotto dei frutti. Diciamo che questo dovrebbe un po' consolarlo... e poi sono sicura che la vera ricompensa gli sarà data dal Signore a suo tempo.
Ma se il rapporto con Gesù andava migliorando diventando sempre più intenso e particolare, in parrocchia i rapporti con i fratelli di fede non andavano di pari passo.
La mia grande delusione infatti, è stata quella di constatare che all'ombra del campanile regnava tanto buonismo, ipocrisia e anche un po' di cattiveria. Ero convinta che un ambiente dove in qualche modo si trovava Dio dovesse essere per forza un luogo incantato, pieno di persone buone, gioiose e serene. Che illusa!!!
Dopo tre anni la delusione c'è sempre, ma è cambiato il mio atteggiamento nei confronti dei fratelli. Prima, infatti, constatare che “l'Amore non è amato” mi dava un senso di fastidio, ora invece provo un grande dispiacere e prego il buon Dio per tutti; cerco di stare il più possibile vicino al Signore e di consolarlo un pochetto... almeno per quello che posso.
Dicendo questo, non voglio assolutamente dire che io sono migliore o che non pecco, anzi... penso di essere una poveretta che ha sempre bisogno della misericordia del buon Dio. Diciamo che cerco di evitare certi comportamenti che potrebbero offendere l'Amore. L'amore esige rispetto, lealtà, bontà, giustizia, fedeltà, purezza... Ma se manca anche solo il rispetto per il prossimo, manca tutto.

Aspetti di una conversione da adulti

All'inizio pensavo che essere rinata a quarantatré anni fosse in qualche modo un handicap. Troppo tardi, dicevo tra me... perché non sei venuto prima? Ma ora penso che sia stata una vera grazia. Il fatto di essere vissuta nelle tenebre mi fa apprezzare in modo incredibile la luce e tutto ciò che essa mi fa vedere, anche la mia polvere e quella degli altri... Ma la conversione da adulti ha qualche inconveniente... E' come se tu conoscessi in anticipo la persona che ti ritrovi davanti, anche solo per un istante... La fisionomia di ogni uomo è certamente diversa, ma alla fine i comportamenti o i pensieri, specialmente di chi continua a voler vivere nel buio, sono uguali. La cosa quindi che mi ha turbato e che ancora oggi mi turba, è vedere certi atteggiamenti in persone apparentemente “carucce”, “pie”, che erano miei quando ero nelle tenebre. Allora mi domando: come è possibile ciò? Perché il Signore, appena è entrato nella mia vita, mi ha rivoltata come un calzino e mi ha dato una bella scremata eliminando certi comportamenti che invece sono comuni nelle persone di Chiesa? Chi è vissuto all'ombra del campanile, non dovrebbe aver già eliminato certa “sporcizia”? Una domanda senza risposta...
Tutto questo mi ha portato a vivere il rapporto con Dio in solitudine, anche se, a dire il vero, con vera gioia; non c'è stato un giorno in cui mi sono sentita abbandonata da Lui, anche nei momenti in cui non lo sentivo

Fraintendimenti

Però, dopo tre anni ringrazio il mio Gesù per avermi dato la prudenza. Se mi fossi buttata come un pesce nella rete, senza ponderare, sarebbe stata la mia rovina. Ho visto infatti tante persone che appena convertite hanno avuto la necessità di appartenere a qualche gruppo, ma la loro crescita spirituale non si è spostata di una virgola, anzi... se si intravedevano indizi che lasciavano ben sperare, col tempo le speranze sono svanite come la rugiada al sorgere del sole. La mia prudenza però è stata travisata da tutti e vista come superbia. Non conformandomi infatti al comune modo di vivere e di pregare sono stata allontanata come un'appestata.

Sorprese

Ma il buon Dio non mi ha lasciata orfana... un bel giorno, ed esattamente il 19 settembre 2013, mi ha mandato un angelo in sembianze umane. Il suo nome è Eugenio. Il buon Dio, finalmente, esaudiva la mia preghiera. Chiedevo infatti con insistenza, di avere al mio fianco una persona che parlasse la mia “stessa lingua” e condividesse il mio cammino. Gesù mi ha accontentata, ma ahimè... nella mia richiesta mi sono scordata di precisare un particolare... ossia che abitasse nella mia città... e così, questo angelo, non solo abita in un'altra città, ma anche in un'altra regione... non solo, c'è di mezzo anche il mare. La prossima volta leggerò meglio le mie richieste prima di inoltrarle al Signore!
Visto come sono andate le cose però, penso che una persona così speciale nella mia zona non era possibile trovarla, il buon Dio è dovuto andarla a pescarla tra i monti della Valle d'Aosta. E' nata così un'amicizia spirituale che difficilmente può capire chi non ne ha esperienza. E' un amore infatti che va oltre l'immaginazione, penso sia un dono che Dio concede a pochi. Io non finirò mai di ringraziarlo anche per questo... diciamo che il mio debito verso il cielo aumenta a vista d'occhio. E quando mai potrò sdebitarmi? Mi sa che il Signore deve lasciarmi vivere ancora per un bel po'!!!

Rammarico e ringraziamenti

La cosa che mi dispiace tanto è che, pur ricordando ogni minuto di questi tre anni, non sono capace di mettere tutto per iscritto. Il buon Dio mi ha dato altri talenti, ma non certo quello dello scrittore... anche se nel mio blog ho osato scrivere le mie riflessioni sulle letture del giorno. Chiedo perdono al Signore se con i miei discorsi ho scandalizzato qualcuno.
In ogni caso, tutti i doni e tutte le grazie che Dio mi ha dato in questi anni e che ogni santo giorno continua a darmi, rimarranno impressi nel mio cuore come un tatuaggio perenne. Grazie Gesù per avermi voluto con te. Grazie perché mi sopporti nonostante io sia un disastro ambulante. Spero tanto che con il tuo aiuto, e con l'aiutante che mi hai mandato, io possa continuare a camminare verso di te in modo decente. Mi raccomando... cerca di pagare gli straordinari a Eugenio!!! Perché se dovesse perdere tutti i capelli per causa mia... dovrà avere la possibilità di fare un trapianto!!! Anche lui bisognerebbe fare santo!!! Per favore Gesù... custodiscilo sempre nel tuo amore.
E spero tanto che un bel giorno Tu possa dire: Oh... finalmente, con questa randagia, ci ho azzeccato!!!...”.
Tua Paola

sabato 19 luglio 2014

Dal libro della Sapienza - Sap 12,13.16-19 - Dopo i peccati, tu concedi il pentimento.



Sap 12, 13.16-19
Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose,
perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto.
La tua forza infatti è il principio della giustizia,
e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti.
Mostri la tua forza
quando non si crede nella pienezza del tuo potere,
e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono.
Padrone della forza, tu giudichi con mitezza
e ci governi con molta indulgenza,
perché, quando vuoi, tu eserciti il potere.
Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo
che il giusto deve amare gli uomini,
e hai dato ai tuoi figli la buona speranza
che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.

Parola di Dio

Riflessione

Un vero discepolo di Gesù, se osserva attentamente la propria vita, si rende conto di quanto il Signore si prenda cura di lui e di quanto sia giusto. Anche se, molto spesso, il modo di agire del Signore ci sorprende... I metodi che Lui usa con ognuno infatti sono diversi, tuttavia hanno in comune una cosa: la pazienza e la misericordia. Noi però, che siamo sempre dei poveretti, a volte diamo dell'ingiusto al buon Dio. Vorremmo inoltre che Lui sia indulgente con noi che ci reputiamo buon grano... ma che castighi gli altri che noi reputiamo zizzania. Il comportamento che il Signore usa con tutti dovrebbe insegnarci ad amare i fratelli e a guardali come Lui li guarda e li ama. Dobbiamo cercare di conformarci sempre di più a Lui. E tutto questo ci deve far ben sperare... perché l'agire di Gesù, se lo facciamo nostro, assicura a noi il Suo perdono e molto altro... Se infatti il buon Dio fulminasse all'istante i peccatori, il mondo sarebbe pieno di cenere... e al posto mio penso che ci sarebbe un piccolo mucchietto... Allora chiediamo al Signore di avere sempre più fiducia in Lui e di toglierci dal cuore la sindrome di Giovanni Battista, perché come diceva bene padre Marie Dominique Molinié: "Per amare il prossimo bisogna superare due difficoltà: il nostro peccato e quello del prossimo". Riconosciamoci tutti bisognosi di Dio e della Sua misericordia. Evitiamo di fare i super uomini o le super donne che non hanno bisogno di niente, o di fare i finti “pii”... "va bene così... se è la volontà di Dio... Lui ha deciso così... bisogna soffrire..." Ma per favore!!! Gesù non ci chiede di portare coraggiosamente la croce... perché sa molto bene che a noi poveretti non piace molto. Gesù ci chiede invece più intimità con Lui... Gesù ci chiede di andare ai Suoi piedi e di svuotare il nostro cuore pieno di inquietudini e tormenti. Evitiamo di fare gli "scozzesi"... il Signore sa infatti in anticipo tutti i nostri problemi. Con Lui non si può barare. Non dobbiamo vergognarci di essere meschini... tanto Lui lo sa... e non dobbiamo avere paura di Lui. “...Tu, Signore, Dio di pietà, compassionevole, lento all'ira e pieno di amore, Dio fedele” (Salmo 86, 15). Ma non approfittiamone!!!
Una volta che il nostro cuore si sarà liberato da tanta sozzeria mettendola ai suoi piedi, allora il buon Dio penserà a riempirlo. La pace e la gioia che il Signore ci darà quando ci saremo umiliati per benino, farà sì che la vera carità fraterna, molto rara... diventi una realtà e non una finzione... una facciata... Nella nostra società infatti di facciate “fiamminghe” ce ne sono a bizzeffe!!!
Gesù mio, ti prego, fa che il nostro cuore non rimanga sempre un campo “ibrido”, ma fallo crescere sempre più in purezza, in dolcezza, in misericordia... fa morire la zizzania che ogni tanto si affaccia e vorrebbe rovinare il raccolto... fa che per i fratelli che hai posto sul nostro cammino riusciamo ad essere delle spighe sane e appetitose.
Pace e bene.

mercoledì 16 luglio 2014

Dossier : LA CONFESSIONE – Il timone n.61 Marzo 2007






Santi in confessionale

di Giovanni Zenone
È lungo l’elenco dei sacerdoti che si sono santificati “in confessionale”. Dal santo Curato d’Ars a Padre Pio da Pietrelcina. Da san Giovanni Bosco a san Leopoldo Mandic. Il loro ministero fu ricco di frutti straordinari. Un esempio mirabile per tanti preti dei nostri giorni.



Il sacramento della remissione dei peccati subì sin dai primordi molti attacchi. Tale accanimento aveva ed ha radice nella volontà diabolica di far perire nell’impenitenza i cristiani, sì da dannarli per tutta l’eternità.
Il primo attacco si ebbe con il rigorismo di coloro che non volevano perdonare i lapsi, i cattolici cioè che, di fronte alla prospettiva del martirio avevano rinnegato la fede, ma poi chiedevano di essere riammessi nella Chiesa. San Cipriano, morto martire nel 258, difese il sacramento e la sua universalità salvifica anche di fronte a peccati gravissimi come l’apostasia, l’adulterio, l’infanticidio e l’omicidio. Questa era la pratica costante delle Chiese sia Romana che Orientali, pratica che non venne annullata da qualche eccezione locale di rigore usato specialmente verso coloro che erano caduti nella apostasia una seconda volta.
Altri attentati al sacramento avvennero per interesse e con la violenza, come nel caso di san Giovanni Nepomuceno (1330/1340 circa - 1393), sacerdote e predicatore alla corte di re Venceslao che lo fece uccidere, dopo lunghe torture, per annegamento, a causa del suo rifiuto di rivelare le confessioni della regina. Il martire della libertà ecclesiastica è perciò venerato anche come testimone del sigillo sacramentale, il segreto assoluto cui è per sempre tenuto il confessore riguardo a notizie conosciute in confessione, sotto pena di scomunica. L’attacco più duro e durevole, però, si ebbe con l’eresia luterana e le sue ramificazioni che eliminarono la Confessione dal novero dei Sacramenti. Si volle togliere ai cristiani l’unico mezzo sacramentale per riconciliarsi con Dio dopo il Battesimo, quello che Tertulliano definisce un “secondo battesimo”, perché riporta la veste battesimale al candore originario.
La Provvidenza rispose donando alla Chiesa fulgidi esempi di martirio nel dispensare questa grazia insuperabile. Togliendo la Confessione, infatti, si consegnava l’uomo al moralismo farisaico più rigoroso o, in caso di caduta nel peccato, alla sfrenatezza di chi ormai crede di non essere più recuperabile.
San Carlo Borromeo (1538-1584), nel pieno della Riforma cattolica di cui fu instancabile promotore, introdusse l’uso della grata al confessionale, per aiutare i peccatori ad accedere senza vergogna alla grazia del perdono. I Gesuiti diffusero in tutto il mondo la pratica della confessione frequente e della direzione spirituale.
San Filippo Neri (1515-1595) accettò di essere ordinato prete per obbedienza al suo direttore spirituale e confessore. Per le sue bizzarrie fu definito il buffone di Dio, fu devotissimo di Savonarola e del suo rigore estremo, ma al contempo pieno di dolcezza e di allegria anche nel dispensare la grazia sacramentale. Dedicava lunghe ore al giorno alla penitenza, ricevendo i peccatori sino a tarda notte. Usava l’umorismo anche in confessionale, come quando diede ad una donna che peccava di maldicenza la penitenza di spennare una gallina morta per strada e poi di raccoglierne tutte le piume sparse dal vento. Nel turbine dell’infezione illuminista San Pompilio Maria Pirrotti (1710-1766) sostenne e difese la pratica della Comunione frequente e quotidiana e perciò della confessione abituale, cui si dedicò senza riserve. Subì accuse calunniose e due volte fu sospeso dalle funzioni sacerdotali, venendo però sempre poi riabilitato. Morì subito dopo essere stato portato fuori dal confessionale dove aveva avuto un malessere.

SANTUARIO MARIANO DI OROPA E VALLE D’AOSTA -CELEBRAZIONE SUL SAGRATO DELLA BASILICA NUOVA DI OROPA - OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II - Oropa (Vercelli) - Domenica, 16 luglio 1989


Ecco, abbiamo saputo che l’arca era in Efrata, l’abbiamo trovata nei campi di Iaar . . .” (Sal 132, 6).
1. Queste parole, carissimi fratelli e sorelle, la liturgia mette oggi sulle nostre labbra. In esse il salmista parla dell’arca dell’alleanza, nella quale venivano custodite le tavole della legge, consegnate da Dio a Mosé. Opportunamente, però, la Chiesa, in questa solennità mariana che stiamo celebrando, applica alla Madonna il simbolo dell’arca: a Maria, che ha custodito nel suo seno il Verbo incarnato, quel Verbo che non è venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento (cf. Mt 5, 17); a Maria, il cui corpo, la cui mente, il cui cuore sono “tempio” dello Spirito Santo, lo Spirito del Padre e del Figlio che ci fa comprendere e vivere la legge divina.
Come il salmista che, con esultanza, annuncia d’aver trovato l’arca del Signore, “in Efrata”, “nei campi di Iaar”, così anche noi, esultanti, proclamiamo oggi d’aver trovato Maria, l’arca della nuova alleanza, qui, nel suo bello ed antichissimo santuario di Oropa.
Il Signore ha scelto Sion - continua il Salmo (Sal 132, 13) - l’ha voluta per sua dimora”. Il Signore ha scelto Oropa - potremmo aggiungere - l’ha voluta come dimora di Maria; e in Maria e per mezzo di Maria egli vuole abitare in modo speciale qui, in questo suo santuario.
2. Entriamo dunque in questa dimora di Dio, seguendo l’esempio di schiere innumerevoli di fedeli che da tanti secoli giungono quassù. Entriamo in questo luogo prediletto da Dio e da Maria ed inchiniamoci in devota adorazione davanti all’infinita Maestà divina, che si compiace, per intercessione di Maria, di far scendere in modo speciale la sua misericordia in questo luogo santo, e di irradiare, da qui, sempre nuove energie di grazia, che illuminano le menti circa la verità che salva, rafforzano le volontà nell’adempimento dei comandamenti divini, rinsaldano la comunione degli uomini tra loro e con Dio.
Anche noi oggi, come il re Davide attorniato dal suo popolo, esultiamo ringraziando il Signore per averci donato questo santuario, la lunghissima e ricchissima storia di devozione e di pietà, che si è intrecciata intorno a questo tempio, riverberandosi beneficamente su tutta la regione circostante. Lo ringraziamo per averci donato Maria.

Tema : Conversione - Bomba atomica - Takashi Nagaï



All’indomani del terribile terremoto e dello tsunami che hanno devastato il Giappone, l’11 marzo 2011, molte persone hanno messo in atto  sforzi eroici per portare aiuto alle vittime della tragedia, e per contenere il rischio di contaminazione nucleare provocato dalla centrale di Fukushima. Padre Yasutaka Muramatsu, salesiano giapponese, ha in particolare testimoniato: «I giovani, cristiani e non cristiani, si sono mobilitati. Vorrebbero recarsi immediatamente nelle zone colpite per mettere le loro energie e il loro entusiasmo a servizio delle vittime, per aiutare, offrire un sorriso, ridare un po’ di speranza. È davvero commovente vedere quanto brucino di amore verso il loro prossimo. È una lezione per tutti noi educatori.» Nello stesso paese, una dedizione eccezionale si era manifestata anche nel 1945 dopo l’esplosione della bomba atomica a Nagasaki, e in particolare da parte del dottor Takashi Nagaï.
Takashi Nagai è nato nel 1908 ad Isumo, vicino a Hiroshima, in una famiglia di cinque figli, di religione scintoistica. Nel 1928, entra alla facoltà di medicina di Nagasaki. «Fin dagli studi liceali, scriverà, ero diventato prigioniero del materialismo. Appena entrato alla facoltà di medicina, mi fecero sezionare cadaveri... La struttura meravigliosa dell’insieme del corpo, l’organizzazione minuziosa delle sue minime parti, tutto ciò provocava in me ammirazione. Ma quel che maneggiavo così, non era mai che pura materia. L’anima? Un fantasma inventato da impostori per ingannare la gente semplice».
L’ultimo sguardo di una madre
Un giorno, nel 1930, gli giunge un telegramma di  suo padre: «Torna a casa!» Parte con la massima urgenza, presentendo qualche disgrazia. Al suo arrivo, apprende con stupore che sua madre ha avuto un colpo apoplettico e non può più parlare. Le si siede accanto e legge nel suo sguardo un ultimo “arrivederci”. Quest’esperienza della morte cambierà la sua vita: «Con quell’ultimo sguardo penetrante, mia madre demolì il quadro ideologico che avevo costruito. Quella donna, che mi aveva messo al mondo e allevato, quella donna che non si era mai concesso un istante di tregua nel suo amore per me, negli ultimi istanti di vita, mi parlò molto chiaramente. Il suo sguardo mi diceva che lo spirito umano continua a vivere dopo la morte. Tutto ciò era come un’intuizione, un’intuizione che aveva il sapore della verità».

lunedì 14 luglio 2014

VOLETE VEDERE GESU' ?



Fissate i quattro puntini al centro dell’immagine qui sotto per 30 secondi. Poi girate subito lo sguardo verso la parete bianca accanto a voi e battete ripetutamente le palpebre…
Questa si...che è un'apparizione!!! Provatelo, funziona!


venerdì 11 luglio 2014

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 10,24-33 - Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.


 Mt 10, 24-33

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!
Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Parola del Signore

Riflessione

Gesù nel Vangelo di oggi ci informa su quello che ogni vero discepolo deve aspettarsi in questo mondo. A dire il vero non è molto confortante!!! Ma, come si dice: “Persona avvisata... mezzo salvata”!!!
Conoscere in anticipo che ci saranno sofferenze e  opposizioni nel seguire il Signore, evita gli scoraggiamenti e di strapparsi i capelli nel momento in cui si dovranno affrontare. Così riusciremo a tenerci salda la gioia e la pace che ogni cristiano vero ha nel cuore.
Quando ci troviamo circondati da tribolazioni di ogni genere, da contrarietà, da incomprensioni... il nostro sguardo deve guardare altro... deve guardare al premio promesso. Mi viene in mente un dialogo che Teresina di Lisieux ha avuto con una sorella negli ultimi mesi della sua vita, ed esattamente il 19 maggio 1897. La sorella le chiese: “Perché è così allegra oggi?... La stupenda Teresina rispose: “Perché stamattina ho avuto due piccoli dispiaceri, oh!... di quelli che si fanno sentire... Niente mi dà delle piccole gioie quanto le piccole afflizioni.”
Amare Gesù quindi, è come prendere in mano una bella rosa con tante spine senza brontolare...
Ma se diciamo: "Mi è scesa questa disgrazia dal cielo senza che me l'aspettassi"... significa che siamo degli alunni poco attenti. Non abbiamo infatti ascoltato bene Gesù e i suoi insegnamenti. Evitiamo allora di comportarci come dei bambini che tornano a casa da scuola con la faccia affranta - il compito in classe era difficilissimo e ho preso due, che disgrazia!!! - Asinaccio...  - dovrebbe dire un bravo genitore... - se, invece di dormire durante le spiegazioni fossi stato attento, il compito lo avresti svolto brillantemente! - Ma a volte i genitori danno la colpa agli insegnanti dicendo che non sanno insegnare bene. Può essere... ma non sempre è così...
L'avvertimento di Gesù invece, è chiaro e senza equivoci. Ed è come se dicesse: “Se Io che sono venuto nel mondo per fare del bene a tutti e per salvare tutti, sono stato trattato a "pesci in faccia" e sono stato ucciso... secondo voi... che cosa faranno a chi ha deciso di seguirmi?. Lo stesso trattamento... è ovvio!!! E siccome non siamo i figli della “gallina bianca”... mettiamoci l'anima in pace... perché un vero discepolo che imita il Maestro non ha nessun privilegio rispetto a Lui. Gesù è stato disprezzato? Allora aspettiamoci disprezzo... Gesù è stato odiato? Allora aspettiamoci odio... Gesù è stato osteggiato? Allora aspettiamoci opposizione... Gesù è stato incompreso? Allora aspettiamoci incomprensione...
Ma il Signore dopo questo avvertimento un po' duro ci conforta... meno male, dico io!!! “....non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”. Non dobbiamo quindi temere perché niente e nessuno potrà toglierci il bene più grande: Gesù, che è sempre con noi e si preoccupa in ogni istante della nostra povera anima. Non solo, nessuna cattiveria fatta volutamente a un credente rimarrà nascosta. Infatti, nel giorno del giudizio salterà fuori come un coniglio dal cilindro! Chi fa soffrire un fratello ingiustamente quel giorno troverà ad attenderlo una “bella sorpresa”.
Allora, continuiamo ad andare avanti con fede e a spargere attorno a noi il profumo di Cristo, perché il premio promesso viene dato solamente a chi si è sforzato di imitare il Maestro. Non dobbiamo avere paura degli uomini, ma solo del giudizio di Dio. L'uomo infatti, può farci del male solo fino ad un certo punto e nella misura in cui Dio lo permette. Lui ha il controllo totale della nostra vita e se ne prende cura anche quando a noi non sembra...
Chiediamo al buon Gesù di aumentare la nostra fede, di darci più coraggio per testimoniare con gioia di essere Suoi discepoli, e così non saremo rinnegati davanti al Padre suo. O vogliamo sentirci dire quando arriveremo lassù: "E TU CHI SEI?".
Pace e bene.

IL FILOSOFO E IL BARCAIOLO - L'APPUNTAMENTO CON DIO



IL FILOSOFO E IL BARCAIOLO

Un giorno di tanti anni fa, un filosofo doveva attraversare il fiume. Si recò al punto di attracco e chiese al barcaiolo di traghettarlo. Durante la traversata il filosofo volle fare sfoggio del suo sapere e cominciò a porre delle domande al barcaiolo. «Senti, amico: ma tu conosci la filosofia?». «Purtroppo no», rispose il barcaiolo, «da quando ero bambino ho cominciato a fare questo lavoro con mio padre e non ho potuto studiare». «Ahi, ahi», sentenziò il filosofo, «hai perso un quarto della tua vita». Poco più avanti ritornò alla carica: «Allora, barcaiolo, nomi come Platone, Aristotele, Socrate, a te non dicono nulla». «No! Purtroppo a me non dicono niente, non so neanche chi siano», rispose il barcaiolo. «Ahi, ahi», rincarò il filosofo, «hai perso metà della tua vita!». Intanto si era alzato un forte vento, l’aria si era rabbuiata e la riva era ancora lontana. Il barcaiolo faceva fatica a mantenere la rotta. All’improvviso un colpo di vento più forte degli altri rovesciò la barca. Allora il barcaiolo gridò: «Filosofo, sai nuotare?». «No!», rispose quello. «Mi dispiace per te, hai perso tutta la tua vita!». E il barcaiolo si diresse a nuoto verso la riva. (Da fonte non identificata)

 

L'APPUNTAMENTO CON DIO

L’eremita pregava a lungo e intensamente, chiedendo di potersi incontrare con Dio. Finalmente riuscì ad ottenere un appuntamento. «Domani, sulla montagna», gli disse un angelo. Il giorno successivo l’eremita si alzò di buon mattino e guardò la montagna: era completamente sgombra dalle nuvole. Allora, con un misto di gioia e trepidazione, s’incamminò verso la cima. Lungo il tragitto incontrò un uomo caduto tra i rovi che gli chiese aiuto. «Mi dispiace, ma ho fretta: ho un appuntamento con Dio», e proseguì allungando il passo. Poco più avanti si imbatté in una donna che piangeva accanto al figlio malato: «Aiutami, per favore». «Perdonami, non ho tempo, Dio mi sta aspettando in cima alla montagna». Procedette ancora di buon passo per non mancare all’appuntamento, ma, dove il sentiero si faceva più ripido, vide un vecchietto sfinito, che gli tendeva una borraccia: «Non ce la faccio più a proseguire. Ti chiedo per amore di Dio: vammi a riempire questa borraccia alla sorgente, dietro quella roccia». «Abbi pazienza, buon uomo, ho un appuntamento con Dio e non voglio perderlo!». Quando l’eremita fu finalmente sulla cima della montagna, sulla porta della baita dove doveva incontrarsi con Dio trovò un biglietto: «Scusami se non mi hai trovato: sono andato ad aiutare tutti quelli che tu non hai soccorso lungo la strada». (Da fonte non identificata)

L'educazione pro Madagascar - don Francesco Meloni missionario “fidei donum” Arcidiocesi di Sassari



Don Francesco dal Madagascar
Carissimi ex parrocchiani,
ma sempre presenti nella mia preghiera,
vi allego "poche righe”
per condividere una delle tante esperienze
vissute qui in Madagascar.

Con la speranza che siano gradite
vi chiedo un ricordo nella preghiera.

don  Francesco Meloni  

Certe fantasie sono fastidiose come le zanzare. Io le scaccio aggrappandomi alla realtà. Con il rosario in mano




Aprile 6, 2014 - padre Aldo Trento, missionario in Paraguay

Ero stanco e ho deciso di mettere la testa sul cuscino per un quarto d’ora, approfittando dell’occasione per recitare il santo Rosario. Riposare è per me pregare, e pregare è riposare. Stavo meditando i Misteri gioiosi ma, come spesso mi succede, non riuscivo a rimanere con lo sguardo fisso sui fatti che caratterizzavano la vita della Vergine nella sua gioventù, perché una zanzara continuava a tormentarmi appoggiandosi sul mio viso.
Con la mano destra mi sono preso a schiaffi cercando di ammazzarla, ma non c’è stato verso. Alla fine ha vinto lei la battaglia. Perciò mi sono seduto sul bordo del letto e ho pensato: ora posso utilizzare entrambe le mani per ucciderla prima che torni a toccarmi, perché in questa posizione la vedrò ben bene quando arriverà. Un pensiero inutile perché le mie grandi mani che soffrono di artrite non riuscivano ad acchiapparla. Alla fine mi sono alzato e sono uscito dalla stanza scegliendo un altro posto per finire la recita del Rosario.
L’episodio ha fatto emergere una considerazione. Ho fatto un paragone tra la zanzara e la fantasia; quest’ultima infatti è la pazza della casa (così la definiva santa Teresa d’Avila) e per questo motivo è difficile da controllare. Fa quello che vuole, sorprendendoti e distraendoti da quello che sei impegnato a fare in qualunque momento del giorno. Un vero fastidio per me.
Le fantasie sono state il tormento della mia vita, perché ostacolavano la mia attenzione. Spesso infatti mentre pregavo, senza rendermene conto, invece di fissarmi sui salmi e sui loro contenuti, mi trovavo “dall’altra parte del mondo”. Ricordo quanto mi disturbavano perché non riuscivo a frenarle né con la confessione né con la mia volontà.

La ninnananna di Dio - PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE


Abbiamo un Dio «innamorato di noi», che ci accarezza teneramente e ci canta la ninnananna proprio come fa un papà con il suo bambino. Non solo: lui ci cerca per primo, ci aspetta e ci insegna a essere «piccoli», perché «l’amore è più nel dare che nel ricevere» ed è «più nelle opere che nelle parole». È quanto ha ricordato Papa Francesco durante la messa celebrata nella mattina di venerdì 27 giugno — giorno in cui ricorre la festa del Sacro Cuore di Gesù — nella cappella della Casa Santa Marta.
La meditazione del Papa ha preso spunto dalla preghiera colletta recitata durante la liturgia, nella quale, ha detto, «abbiamo ringraziato il Signore perché ci dà la grazia, la gioia di celebrare nel cuore del suo Figlio le grandi opere del suo amore».
E «amore», appunto, è la parola chiave scelta dal vescovo di Roma per esprimere il significato profondo della ricorrenza del Sacro Cuore. Perché, ha fatto notare, «oggi è la festa dell’amore di Dio, di Gesù Cristo: è l’amore di Dio per noi e amore di Dio in noi». Una festa, ha aggiunto, che «noi celebriamo con gioia».
Due, in particolare, sono «i tratti dell’amore» secondo il Pontefice. Il primo è racchiuso nell’affermazione che «l’amore è più nel dare che nel ricevere»; il secondo in quella che «l’amore è più nelle opere che nelle parole».
«Quando diciamo che è più nel dare che nel ricevere — ha spiegato Papa Francesco — è perché l’amore sempre si comunica, sempre comunica, e viene ricevuto dall’amato». E «quando diciamo che è più nelle opere che nelle parole», ha aggiunto, è perché «l’amore sempre dà vita, fa crescere».
Il Pontefice ha quindi tratteggiato le caratteristiche fondamentali dell’amore di Dio verso gli uomini. E ha riproposto così alcuni passi delle letture della liturgia del giorno, che, ha fatto notare, «due volte ci parla dei piccoli». Infatti, nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio (7, 6-11), «Mosè spiega perché il popolo è stato eletto e dice: perché siete il più piccolo di tutti i popoli». Poi, nel Vangelo di Matteo (11, 25-30), «Gesù loda il Padre perché ha nascosto le cose divine ai dotti e le ha rivelate ai piccoli».
Dunque, ha affermato il Papa, «per capire l’amore di Dio è necessaria questa piccolezza di cuore». Del resto Gesù lo dice chiaramente: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Ecco allora la strada giusta: «Farsi bambini, farsi piccoli», perché «soltanto in quella piccolezza, in quell’abbassarsi si può ricevere» l’amore di Dio.
Non a caso, ha osservato il vescovo di Roma, è «lo stesso Signore» che, «quando spiega il suo rapporto di amore, cerca di parlare come se parlasse a un bambino». E difatti Dio «lo ricorda al popolo: “Ricordati, io ti ho insegnato a camminare come un papà fa con il suo bambino”». Si tratta proprio di «quel rapporto da papà a bambino». Ma, ha avvertito il Pontefice, «se tu non sei piccolo» quel rapporto non riesce a stabilirsi.
Ed è un rapporto tale che porta «il Signore, innamorato di noi», a usare «pure parole che sembrano una ninnananna». Nella Scrittura il Signore dice infatti: «Non temere, vermiciattolo di Israele, non temere!». E ci accarezza, appunto, dicendoci: «Io sono con te, io ti prendo la mano».
Questa «è la tenerezza del Signore nel suo amore, questo è quello che lui ci comunica. E dà la forza alla nostra tenerezza». Invece, ha messo in guardia il Papa, «se noi ci sentiamo forti, mai avremo l’esperienza delle carezze tanto belle del Signore».
Le «parole del Signore», ha affermato il Pontefice, «ci fanno capire quel misterioso amore che lui ha per noi». È Gesù stesso che ci indica come fare: quando parla di sé, dice di essere «mite e umile di cuore». Perciò «anche lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre».
Un’altra verità che la festa del Sacro Cuore ci ricorda, ha detto ancora il Papa, si può ricavare dal brano della seconda lettura tratto dalla prima lettera di san Giovanni (4, 7-16): «Dio ci ha amato per primo, lui è sempre prima di noi, lui ci aspetta». Il profeta Isaia «dice di lui che è come il fiore del mandorlo, perché fiorisce per primo nella primavera». Dunque, ha ribadito il Pontefice, «quando noi arriviamo lui c’è, quando noi lo cerchiamo lui ci ha cercati per primo: lui è sempre avanti a noi, ci aspetta per riceverci nel suo cuore, nel suo amore».
Riepilogando la sua meditazione, Papa Francesco ha riaffermato che i due tratti indicati «possono aiutarci a capire questo mistero dell’amore di Dio con noi: per esprimersi ha bisogno della nostra piccolezza, del nostro abbassarsi. E ha bisogno anche del nostro stupore quando lo cerchiamo e lo troviamo lì ad aspettarci». Ed è «tanto bello — ha constatato — capire e sentire così l’amore di Dio in Gesù, nel cuore di Gesù».
Il Pontefice ha concluso invitando i presenti a pregare il Signore perché dia a ogni cristiano la grazia «di capire, di sentire, di entrare in questo mondo così misterioso, di stupirci e di avere pace con questo amore che si comunica, ci dà la gioia e ci porta nella strada della vita come un bambino» tenuto «per mano».


PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - Venerdì, 27 giugno 2014 - (da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.145, Sab. 28/06/2014) Dal sito http://w2.vatican.va/

I DONI DI DIO.....


 
Sulla via principale della città,
c’era un negozio originale.
Un’insegna luminosa diceva: "DONI"…
Un bambino entrò e vide un Angelo dietro il banco;
sugli scaffali, c’erano grandi scatole di tutti i colori.
"Cosa si vende?", chiese incuriosito.
L’Angelo rispose:
"Ogni ben di Dio!
Vedi: nella scatola rossa
c’è l’amore,
l’arancione contiene la fratellanza,
in quella azzurra c’è la fede,
nella blu la pace
e nella verde la salvezza!"…
"E quanto costa questa merce?".
"Sono doni di Dio e non costano niente!".
"Che bello! Allora dammi:
dieci quintali di fede,
una tonnellata di amore,
un quintale di speranza,
un barattolo di fratellanza
e tutto il negozio di pace…".
L’Angelo si mise a servire il bambino.
In un attimo, confezionò un pacchetto piccolo piccolo,
come il suo cuore.
"Ecco, sei servito!",
disse l’Angelo, porgendo il pacchettino.
"Ma come, così piccolo?".
"Certo, nella ‘Bottega di Dio’ non si vendono frutti maturi,
ma piccoli semi da coltivare!".
Vai nel mondo,
e fai germogliare i doni che Dio ti ha dato!

LA VITA DI SAN BENEDETTO - Testo integrale tratto dal Libro II dei «Dialoghi» di San Gregorio Magno



Indice

Inizio del libro
1. Il primo miracolo
2. Tentazione e vittoria
3. Il segno della croce
4. Correzione del monaco dissipato
5. L’acqua dalla pietra
6. Il ferro che torna nel manico
7. Mauro cammina sull’acqua
8. Il pane avvelenato
9. La pietra che diventa leggera
10. L’incendio della cucina
11. Il piccolo monaco schiacciato
12. Il cibo preso trasgredendo la Regola
13. Il fratello del monaco Valentiniano
14. La simulazione del re Totila
15. La profezia per Totila
16. Il chierico liberato dal demonio
17. Predice la distruzione del suo monastero
18. Il furto del bariletto di vino
19. I fazzoletti delle monache
20. Il pensiero superbo del piccolo monaco
21. La farina alle porte del monastero
22. Una fabbrica regolata in visione
23. Le monache riconciliate per mezzo del Sacrificio
24. Il piccolo monaco fuggitivo
25. Il monaco e il dragone
26. L’elefantiaco risanato
27. Il debitore pagato
28. La bottiglia che non si rompe
29. L’anfora vuota riempita d’olio
30. Il monaco liberato dal demonio
31. Uno sguardo liberatore
32. Il fanciullo risuscitato
33. Il miracolo di sua sorella Scolastica
34. L’anima di sua sorella vola al cielo
35. La visione del mondo e dell’anima di Germano
36. La regola monastica
37. Il passaggio all’eternità
38. La pazza risanata nello Speco

Inizio del libro

Gregorio: seguitando le nostre conversazioni, parleremo oggi di un uomo veramente insigne, degno di ogni venerazione. Si chiamava Benedetto questo uomo e fu davvero benedetto di nome e di grazia. Fin dai primi anni della sua fanciullezza era già maturo e quasi precorrendo l’età con la gravità dei costumi, non volle mai abbassare l’animo verso i piaceri.
Se l’avesse voluto avrebbe potuto largamente godere gli svaghi del mondo, ma egli li disprezzò come fiori seccati e svaniti.
Era nato da nobile famiglia nella regione di Norcia. Pensarono di farlo studiare e lo mandarono a Roma dove era più facile attendere agli studi letterari. Lo attendeva però una grande delusione: non vi trovò altro, purtroppo, che giovani sbandati, rovinati per le strade del vizio.
Era ancora in tempo. Aveva appena posto un piede sulla soglia del mondo: lo ritrasse immediatamente indietro. Aveva capito che anche una parte di quella scienza mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli abissi.
Abbandonò quindi con disprezzo gli studi, abbandonò la casa e i beni paterni e partì, alla ricerca di un abito che lo designasse consacrato al Signore. Gli ardeva nel cuore un’unica ansia: quella di piacere soltanto a Lui. Si allontanò quindi così: aveva scelto consapevolmente di essere incolto, ma aveva imparato sapientemente la scienza di Dio.
Certamente io non posso conoscere tutti i fatti della sua vita. Quel poco che sto per narrare, l’ho saputo dalla relazione di quattro suoi discepoli: il reverendissimo Costantino, suo successore nel governo del monastero; Valentiniano, che fu per molti anni superiore del monastero presso il Laterano; Simplicio, che per terzo governò la sua comunità; e infine Onorato, che ancora dirige il monastero in cui egli abitò nel primo periodo di vita religiosa.

1. Il primo miracolo

Abbandonati dunque gli studi letterari, Benedetto decise di ritirarsi in luogo solitario. La nutrice però che gli era teneramente affezionata, non volle distaccarsi da lui e, sola sola, ottenne di poterlo seguire. E partirono.
Giunti alla località chiamata Enfide, quasi costretti dalla carità di molte generose persone, dovettero interrompere il viaggio; presero così dimora presso la chiesa di S. Pietro.
Qualche giorno dopo, la nutrice aveva bisogno di mondare un po’ di grano e chiese alle vicine che volessero prestarle un vaglio di coccio. Avendolo però lasciato sbadatamente sul tavolo, per caso cadde e si ruppe i due pezzi. Ed ora? L’utensile non era suo, ma ricevuto in prestito: cominciò disperatamente a piangere.
Il giovanotto, religioso e pio com’era, alla vista di quelle lacrime, ebbe compassione di tanto dolore: presi i due pezzi del vaglio rotto, se ne andò a pregare e pianse. Quando si rialzò dalla preghiera, trovò al suo fianco lo staccio completamente risanato, senza un minimo segno d’incrinatura: «Non c’è più bisogno di lacrime – disse, consolando dolcemente la nutrice – Il vaglio rotto eccolo qui, è sano!».
La cosa però fu risaputa da tutto il paese e suscitò tanta ammirazione che gli abitanti vollero sospendere il vaglio all’ingresso della chiesa: doveva far conoscere ai presenti e ai posteri con quanto grado di grazia Benedetto, ancor giovane, aveva incominciato il cammino della perfezione.
Il vaglio restò lì per molti anni, a vista di tutti, e fino al tempo recente dei Longobardi, è rimasto appeso sopra la porta della chiesa.
Benedetto però non amava affatto le lodi del mondo: bramava piuttosto sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio, che non farsi grande negli onori di questa vita. Proprio per questo prese la decisione di abbandonare anche la sua nutrice e nascostamente fuggì. Si diresse verso una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, distante da Roma circa 40 miglia, località ricca di fresche e abbondantissime acque, che prima si raccolgono in un ampio lago e poi si trasformano in fiume.
Si affrettava dunque a passi svelti verso questa località, quando si incontrò per via con un monaco di nome Romano, che gli domandò dove andasse.

giovedì 10 luglio 2014

Tema: Perdono - Male - Santa Claudine Thévenet


«Non c'è sciagura maggiore di quella di vivere e di morire senza conoscere Dio», si compiaceva di ripetere Santa Claudine Thévenet, lei, che aveva fatto assegnamento solo su Dio, come sottolineava Papa Giovanni Paolo II, in occasione della beatificazione di questa suora lionese: «Claudine, che ha fatto della sua vita religiosa un «inno di gloria» al Signore, seguendo le orme della Vergine Maria che venerava profondamente, ricorda ai cristiani che vale la pena di far assegnamento solo su Dio. A quelli ed a quelle che il Signore invita a consacrarsi più particolarmente al suo servizio, essa conferma che bisogna saper perdere la propria vita (ved. Matt. 16, 25), perchè altri possano amare e conoscere Dio; essa conferma anche, con il suo esempio, che il più bel successo nella vita è la santità» (4 ottobre 1981. In seguito, Claudine Thévenet è stata canonizzata il 21 marzo 1993).
La piccola violetta
Claudine Thévenet, nata a Lione il 30 marzo 1774, viene battezzata fin dal giorno dopo nella chiesa di San Nizier. Sarà chiamata Glady; è la seconda di una famiglia di sette figli. Trascorre i dodici primi anni della sua vita tranquillamente in famiglia, dove la fede cristiana è solidamente radicata. Dal padre, Filiberto Thévenet, commerciante, Claudine impara la carità verso i deboli e i poveri. Dalla madre, eredita il valore cristiano. Glady, che sarà chiamata anche «la piccola violetta», si rende utile in casa. A nove anni, i genitori la affidano alle Suore Benedettine dell'Abbazia di San Pietro, in Piazza «des Terreaux». Vi riceve una solida formazione intellettuale e spirituale, e qualche nozione di cucito, ricamo, ecc.; ma, soprattutto, le viene inculcato un grande amore per l'ordine e l'impegno in tutto. Claudine torna precipitosamente a casa, quando scoppia l'uragano rivoluzionario, nel 1789.
La città di Lione è terribilmente colpita dal Terrore. Per reazione, il 29 maggio 1793, scoppia, contro il governo di Parigi, un'insurrezione che, in capo a 24 ore di combattimenti, s'impadronisce della città. Per precauzione, il Signor Thévenet porta i figli più giovani da una delle sue sorelle a Belley. Da Parigi, vengono inviate truppe: il 9 agosto, la città di Lione è assediata. Il Signor Thévenet non può più tornare a casa.

martedì 8 luglio 2014

Sono i dettagli che rendono bella la vita. In ogni tipo di lavoro - Febbraio 9, 2014 padre Aldo Trento, missionario in Paraguay




Erano le 23.30. mentre facevo il mio esame di coscienza inginocchiato davanti alla bella immagine del Crocifisso della mia stanza, mi sono venute in mente, ripensando alle molte ore in cui sono stato impegnato nel mio lavoro, alcune cose che avevo visto e che cercherò di sintetizzare in questo scritto.
Qualcuno dirà: padre Aldo, il tuo esame di coscienza è un pochino insolito rispetto a quello che normalmente troviamo nei manuali venduti nelle librerie cattoliche, nei quali si deve rispondere a domande precise, con riferimento ai dieci comandamenti. Apparentemente sì, tuttavia monsignor Luigi Giussani mi ha educato a capire che l’esame di coscienza non è rispondere a una lista di domande, ma è una verifica della fede, dentro la realtà quotidiana. Verifica significa riconoscere e vivere le implicazioni esistenziali della fede.
Papa Benedetto XVI ha affermato che nel cristianesimo l’intelligenza della fede deve diventare intelligenza della realtà. Per questo, l’esame di coscienza è per me, innanzitutto, il riconoscimento della presenza del Mistero dentro la realtà. Partendo da questa positività germoglia una gratitudine per il dono dell’esistenza e un grande dolore pieno di pace nel constatare le distrazioni che vivo durante il giorno, quando mi lascio trascinare non dall’obiettività della realtà ma dalle mie interpretazioni di essa, che si rendono visibili nella modalità con la quale vivo i dettagli della mia vita quotidiana.
E quando parlo di dettagli parlo di cose molto semplici: di come mi alzo al mattino, di come mi pettino o mi rado, se sono puntuale agli appuntamenti oppure no, se guardo le persone che incontro, se lavo o no la tazza del caffè che ho usato per colazione, se saluto ogni persona che incontro. Cioè, la vita è fatta di dettagli e sono quelli che la rendono bella. Pensiamo per esempio alla porta di una casa. La sua bellezza dipende dal materiale, se è fatta di legno massiccio o compensato, se ogni particolare che la compone è curato fino ai minimi dettagli, come per esempio la qualità della serratura, il fatto che si chiuda bene, che entrambe le ante siano “perfette”.
Un falegname, se è un uomo è un artista, cioè uno che ama quello che fa e che esprime la sua creatività. Se è un uomo, vive una grande passione per quello che fa, “parla” col legno, lo padroneggia, lo cura, gode della sua bellezza. Pertanto, quando sta lavorando, quando sta creando qualcosa, i suoi gesti diventano carezze, i suoi occhi brillano di commozione. Il successo di un mobile, di una porta, deriva dal fatto che anche il più inesperto riesce a riconoscerne la bellezza. E gli viene voglia di toccarla, di mostrarla agli amici.
Un falegname è talmente appassionato al legno che arriva a parlare con lui, come Michelangelo col suo Mosè. Quando visito la chiesa di Yaguarón e vedo le porte della sagrestia, i suoi cardini, i suoi disegni, (ognuno con colori naturali differenti in entrambe le ante), quando vedo il grande mobile che custodisce i paramenti e gli oggetti sacri necessari per la celebrazione della santa Messa, rimango attonito fino ad affermare: “Che bello è il cristianesimo! Che bella la sua liturgia!”. E vado con la mente al falegname, ai pittori che alcuni secoli fa realizzarono un’opera tanto bella curandone ogni particolare.



L’amara sorpresa

Quando rientro a casa, entro nella nuova sagrestia e vedo la porta rovinata, la maniglia “nuova” (fatta secondo il criterio oggigiorno dominante nel lavoro dell’“usa e getta”) che si muove come la coda di un cane, mi afferrano un malessere e un’angoscia grandi. Si vede, si tocca con mano la mancanza di amore in tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sono stati responsabili della costruzione di quella porta. Senza Cristo, anche un gioiello diventa sterco; con Cristo, invece, uno sterco diventa qualcosa di prezioso. Pane al pane e vino al vino! Neanche gli imbianchini fanno eccezione, perché quello che fa la differenza nel modo di trattare la realtà è la coscienza o meno che questa è il corpo di Cristo, proprio come afferma san Paolo.
Innanzitutto, un imbianchino che ha nel suo Dna i criteri della fede, prepara bene l’ambiente prima di dipingere. Sposta i mobili, li avvolge accuratamente con tele cerate, con pagine di giornale o altri materiali simili; poi copre i pavimenti per assicurarsi che non si rovinino con le gocce di pittura, e infine nasconde bene i bordi delle piastrelle, le intelaiature delle finestre, i battiscopa, eccetera con del nastro adesivo di carta. Solo quando tutto è pronto, prende il pennello e dà inizio all’opera, badando a non sprecare nemmeno una goccia di vernice. Una volta terminato il suo lavoro, lo “consegna” al proprietario, lasciando una pulizia impeccabile nella stanza e in generale in ogni ambiente dove è passato.
Poche volte ho visto un imbianchino con questo atteggiamento, con questa attenzione. Però quando ho avuto la fortuna di vederlo mi sono meravigliato. Qui in Paraguay è una continua lotta. Per questo sto loro addosso, spiegando e ripetendo ogni giorno le stesse cose, senza stancarmi. Col tempo, insistendo, arriva il momento in cui l’imbianchino cambia modo di lavorare, cambia atteggiamento. Ma non sempre è così. Molto spesso le risposte ai miei richiami sono di questo tipo: «Padre, non si preoccupi se mentre dipingo la parete sporco il pavimento, dopo si pulisce». Come a dire: «Una volta finito il lavoro arrangiati».
Alcuni giorni fa sono andato a verificare il lavoro che era stato fatto in un bagno nuovo. Che amara sorpresa! L’imbianchino aveva sporcato con il colore le piastrelle delle pareti. E non solo quello! Il muratore che aveva piastrellato il pavimento, aveva lasciato tra l’una e l’altra mattonella fessure differenti: o troppo vicine tra loro o troppo separate. E per finire un’ultima sorpresa: controllando i bagni nuovi di una casa, trovo che l’idraulico aveva messo lo scarico della doccia, grande come quello di una vasca da bagno e la griglia della base del lavello dieci volte più grande di quello della doccia. Inoltre, senza alcuna pendenza, così ogni volta l’acqua allaga il bagno quando ci si lava. Che cosa fare?
Si vede da come usi il bagno. Continuo ancora a verificare ogni cosa col Rosario in mano e nella mente faccio memoria del famoso “Cristo della pazienza”, molto caro nel mio paese. Qualcuno si domanderà del perché mi devo preoccupare io di tutte queste cose. Romano Guardini risponderebbe così: «Nell’esperienza di un grande amore (…) tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». L’amore è una gran cosa ma è fatto di dettagli. San Benedetto educò i barbari convertiti a vivere il quotidiano in forma eroica e l’eroico nella vita quotidiana. Il Vangelo dice di Gesù: «Bene omnia fecit» (Ha fatto bene ogni cosa). Partendo da queste cose, Benedetto creò le civiltà europee e i padri gesuiti quella delle Riduzioni.
Si tratta di imparare cosa significano le implicazioni esistenziali della fede o, come affermava papa Benedetto XVI, «l’intelligenza della fede deve diventare intelligenza della realtà». Vuol dire che non sono le prediche, le chiacchiere, i discorsi che educano, ma l’esempio. Io per primo devo prendere in mano la scopa e insegnare a usarla in modo corretto per pulire il pavimento, con l’allegria di un uomo innamorato di Cristo. Ci sono persone che vengono qui e che conoscono tutto di Cristo. Ma se uno entra nella loro stanza, sviene… O Cristo ha a che vedere con tutto, perfino col modo di usare il bagno, oppure non mi interessa per niente.


Febbraio 9, 2014 padre Aldo Trento, missionario in Paraguay