domenica 18 settembre 2016

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 8, 16-18 - La lampada si pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.



Lc 8, 16-18

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.
Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce.
Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

Parola del Signore

Riflessione

Nella società in cui viviamo ci sono molte luci, anche forti, che purtroppo non sono la Luce di Dio, queste luci ci seducono, ci attirano e molti si lasciano sedurre e attirare... Gesù però ci dice: "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa..." (Mt 7, 13). La via più trafficata infatti, non è certo quella di Cristo, ma è la superstrada che porta ai centri commerciali dal lunedì' alla domenica, sono le luci psichedeliche delle discoteche, sono le luci dei locali stracolmi fino a tarda notte... evidentemente queste luci attirano di più. Caro Gesù mio... qualcuno ti potrebbe definire un po' antiquato. Oggi si mette in discussione anche l'indissolubilità del matrimonio... si discute se permettere o non permettere la comunione ai divorziati, e magari fra un po' si dirà che farsi “una canna” glorifica Dio.
"Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto...". Certo che è veramente strano il linguaggio di Gesù... A chi verrebbe in mente di mettere una lampada accesa sotto un letto, col rischio di dare fuoco al materasso o di coprirla con un vaso e non vedere più niente? A nessuno penso!... Ma allora, a cosa si riferisce Gesù quando usa il termine vaso o letto? Forse si riferisce a tutti gli ostacoli che noi mettiamo alle Sue innumerevoli Grazie... sono forse i nostri peccati, la nostra pigrizia, il nostro “io”, sono le nostre paure, sono i nostri imbarazzi a dire apertamente di essere innamorati di Gesù, sono le nostre paralisi nel pregare serenamente con atteggiamenti di devozione davanti ad altri... ci vergogniamo! Abbiamo timore di essere derisi e di essere giudicati esagerati.
Per i cristiani che hanno deciso di seguire Gesù non è facile camminare da soli, o insieme ai pochi che Lo hanno scelto, i più, al primo posto hanno messo tutto tranne Lui. I momenti di sconforto sono tanti e a volte ti chiedi se tutto questo abbia un senso... nessuno ti ascolta, ti guardano come se fossi una matta, una poveretta che vive su una nuvoletta, una che non si rende conto della realtà... La cosa triste, e che ti fa più male, è scorgere uno sguardo quasi di compassione nelle persone che dicono di amare il Signore. Sei considerata come una del tempo delle caverne con tanto di clava e torcia...!!! Proviamo però a vederla così: come la clava e la torcia sono tanto indispensabili in una grotta buia, così è la luce di Cristo. Infatti, Gesù sulla Croce, in cima al Golgota, è la nostra lampada, indispensabile per illuminare la nostra vita e il cammino verso di Lui... "Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (Sal 118, 105). Le Sue braccia spalancate mi fanno pensare a un candelabro... e che luce!!!... "E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1, 14).
La Parola di Dio è la lampada che deve rimanere sempre accesa nel nostro cuore, e l'unico modo per alimentarla è la preghiera costante e fiduciosa insieme ai sacramenti che Gesù ha affidato alla sua Chiesa. Il Vangelo dovrebbe essere il libro più consumato in una famiglia, ma purtroppo il più delle volte è solo un bel soprammobile da spolverare ogni tanto.
Chiediamo al buon Dio di rafforzare ogni giorno la nostra fede, chiediamogli di darci nuovi occhi per vedere non una luce qualunque... ma la vera Luce. Se guardiamo Gesù in modo superficiale e tiepido, anche la nostra testimonianza sarà superficiale e tiepida. Guardare Gesù nel modo giusto ci permetterà di riflettere veramente la Sua luce. Una luce che da forza, coraggio, gioia, sicurezza... senza la Sua luce le nostre debolezze e le tenebre del mondo prenderanno prima o poi il sopravvento e ci allontaneranno da Lui, allora la nostra testimonianza sarà più che altro una controtestimonianza: Infatti il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani...” (Rm 2, 24). Ma Gesù oggi ci avverte: “Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere”. Stiamo all'erta quindi, perché Gesù è come se avesse inserito nel nostro cuore un'applicazione tipo "Google Maps”, e la fotocamera di Lassù non solo è molto potente, ma registra tutto con altissima fedeltà, inoltre, solo Lui ha il tasto ON/OFF... Noi potremmo anche cercare di nascondere le nostre miserie, le nostre cattiverie, i nostri egoismi, le nostre infedeltà, i nostri tradimenti... ma a Dio nulla sfugge: "Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta" (Sal 139, 1 - 4). Quindi, se utilizziamo bene le Grazie di Dio Lui ce ne concederà altre di maggior valore, ma se al contrario non vigiliamo e non facciamo qualche sforzo per tenere la luce accesa, ne avremo una grande perdita spirituale e perderemo anche quello che siamo convinti di avere. Dio ci mette un attimo a toglierci ciò che ci ha dato, ci mette un secondo a stenderci al suolo! Come ci mette un attimo per risolvere ogni nostro problema quando decide che è venuto il momento di cambiare il nostro pianto in gioia!
"Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo. Ora, se tu ti vanti di portare il nome di Giudeo e ti riposi sicuro sulla legge, e ti glori di Dio, del quale conosci la volontà e, istruito come sei dalla legge, sai discernere ciò che è meglio, e sei convinto di esser guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre, educatore degli ignoranti, maestro dei semplici, perché possiedi nella legge l'espressione della sapienza e della verità... ebbene, come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? Tu che proibisci l'adulterio, sei adultero? Tu che detesti gli idoli, ne derubi i templi? Tu che ti glori della legge, offendi Dio trasgredendo la legge?" (Rm 2, 16-23). "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).
Proviamo allora ad andare da Gesù per ricevere la scintilla del Suo amore, per conoscerlo sempre di più ed alimentare la nostra lampada che contiene pochissimo “olio”, ma Lui, se siamo fedeli, continuerà a riempirla e a non farla spegnere. Avremo così tanta luce da dare vita all'anima nostra e anche per diventare la luce del mondo. Senza Gesù è come camminare in un bosco di notte al buio, non faremo molta strada e la caduta in qualche burrone è assicurata. Facciamo brillare allora la luce di Cristo sulle nostre strade, nei nostri ambienti di lavoro e in ogni situazione in cui la provvidenza ci mette, perché è lì che il Signore vuole fare i miracoli più grandi, ossia far brillare la bellezza del suo volto nei nostri cuori afflitti.
Ascoltiamo la Sua Parola, approfondiamola, proviamo a metterla in pratica e non in un baule - le tarme le farebbero fare una brutta fine -. Proviamo a diventare anche noi, con l'aiuto del Signore, una piccola fiaccola, proviamo ad essere un punto di riferimento per gli altri non solo con le labbra... Il nostro comportamento e le nostre parole possono essere o luce o tenebra, sta a noi decidere cosa vogliamo diventare, sta a noi decidere se guardare con amore l'Amore Crocifisso o crocifiggere l'Amore. Tanto grande è l'amore di Dio per noi, tanto grande e grave è la nostra responsabilità nel rispondere o non rispondere al suo amore. Gesù deve diventare la nostra Luce, il nostro consigliere, il nostro rifugio, la nostra forza, il nostro miglior amico... insomma, deve diventare il nostro TUTTO!!!
Pace e bene

CHIEDERE L'AIUTO DI DIO, NELLA FIDUCIA DI RICEVERE LA SUA GRAZIA – Tratto da " L'Imitazione di Cristo " - Libro III capitoloXXX



  1.     O figlio, io sono "il Signore, che consola nel giorno della tribolazione" (Na 1,7). Vieni a me, quando sei in pena. Quello che pone maggiore ostacolo alla celeste consolazione è proprio questo, che troppo tardi tu ti volgi alla preghiera. Infatti, prima di rivolgere a me intense orazioni, tu vai cercando vari sollievi e ti conforti in cose esteriori. Avviene così che nulla ti è di qualche giovamento, fino a che tu non comprenda che sono io la salvezza di chi spera in me, e che, fuori di me, non c'è aiuto efficace, utile consiglio, rimedio durevole. 
Ora, dunque, ripreso animo dopo la burrasca, devi trovare nuovo vigore nella luce della mia misericordia. Giacché ti sono accanto, dice il Signore, per restaurare ogni cosa, con misura, non solo piena, ma colma. 
C'è forse qualcosa che per me sia difficile; oppure somiglierò io ad uno che dice e non fa? Dov'è la tua fede? Sta saldo nella perseveranza; abbi animo grande e virilmente forte. Verrà a te la consolazione, al tempo suo. Aspetta me; aspetta: verrò e ti risanerò. 
E' una tentazione quella che ti tormenta; è una vana paura quella che ti atterrisce. A che serve la preoccupazione di quel che può avvenire in futuro, se non a far sì che tu aggiunga tristezza a tristezza? "Ad ogni giorno basta la sua pena" (Mt 6,34). Vano e inutile è turbarsi o rallegrarsi per cose future, che forse non accadranno mai.

La Salette - Darreberg - Tema: Nostra Signora della Salette - Peccato - Secondo e terzo comandamento - Rosario


È piovuto per tutta la notte su un campo di prigionieri di guerra vicino a Stoccarda, e, la mattina del 2 ottobre 1940, goccioline rimangono sospese qua e là sui fili spinati. «Che strano rosario, signor cappellano! Sono le nostre sofferenze che pendono immobili, un po' stupide e tutte grige... un raggio di sole, e le vedrà scoppiare nella luce. – È ben devoto, oggi, complimenti». Il cappellano guarda stupito il tenente Darreberg, che aggiunge, facendo una giravolta: «È soltanto poesia e letteratura... un modo elegante per darle il buongiorno».
Il cappellano conosce bene il tenente Darreberg. Ha già sparpagliato ai quattro venti la sua prima educazione cristiana, e ne è molto fiero. Quando dichiara: «Non ho nessuna voglia di diventare un Santo, assolutamente no, ma proprio il contrario», si è colpiti dalla sua strana sincerità. Nel campo, si è assunto l'incarico di distrarre i compagni di prigionia, sua vocazione personale, dice. Infatti, con lui non ci si annoia.
Una frottola pietosa?
Ma quella mattina, Darreberg non ha l'aria abituale. «C'è qualcosa che non va?» gli chiede il cappellano. Alla domanda reiterata, il tenente risponde, come a malincuore: «Ecco: all'inizio della prigionia, lei ci ha raccontato la storia di La Salette. Evidentemente, si tratta di una frottola pietosa, però ha commosso parecchi uomini nel campo. È molto bello immaginare storie del genere per far passare i giorni meno stupidamente. – Non è una «frottola pietosa», protesta il cappellano. – Voglio andare a rendermi conto sul posto della leggenda. Per salire sulla sua montagna misteriosa, cosa devo fare esattamente?... – Bisognerà aspettare giorni migliori, siamo rinchiusi per mesi... – Ebbene io, padre, mi libero oggi! – Cosa dice? – Evado stasera». Infatti, quella sera, il tenente Darreberg riacquista la libertà, abilmente nascosto sotto il telone di un camion che ha portato il pane. Il cappellano gli dà una rapida benedizione: «Nostra Signora di La Salette, Vergine che porti catene, simbolo delle nostre anime schiave della potenza del peccato, accompagna nel suo viaggio il tuo audace pellegrino!» In tutte le camerate, una volta caduta la notte, si discute in merito alla folle impresa. «Se Nostra Signora di La Salette lo aspetta sulla montagna, pensa il cappellano, Essa non avrà bisogno di carte stradali, di rifornimenti, di bussole, nè di metodi razionali. Sarebbe piuttosto il contrario».

sabato 17 settembre 2016

Dal Vangelo secondo Luca -Lc 16, 1-8 - I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.


 
Lc 16, 1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Parola del Signore
Riflessione

Il Vangelo di oggi ci fa comprendere come la vita terrena sia sempre una scelta: fra l'onestà o la disonestà, fra il bene o il male, fra la fedeltà o l'infedel...
Gesù ci parla di un amministratore che è prossimo a spiccare il volo verso la cerchia dei disoccupati... Il suo licenziamento però, non è dovuto alla crisi economica, ma è dovuto al suo comportamento piuttosto disinvolto.
L'uomo ricco di questa parabola è Dio, mentre l'amministratore rappresenta ognuno di noi; ognuno di noi può amministrare la sua vita in modo onesto oppure disonesto. Ricordiamoci che siamo tutti dei fattori e che un giorno dovremmo rendere conto a Dio della nostra amministrazione, o pensiamo di vivere in eterno?!... O forse pensiamo che con il passare del tempo “Qualcuno” si dimenticherà delle nostre malefatte?... Oppure pensiamo, come oggi è molto in voga: "Ma Dio è misericordioso... Lui perdonerà ogni cosa"... Oggi, sul mercato, è molto richiesta la “grazia a buon mercato”... alla “faccia della Croce”!!!
L'amministratore disonesto e la vita terrena

domenica 11 settembre 2016

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 7, 11-17 - Ragazzo, dico a te, àlzati!



In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo»
. Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Parola del Signore
Riflessione

Il Vangelo di oggi racconta di una vedova devastata dal dolore per la morte del suo unico figlio; mentre un corteo di parenti, amici e conoscenti percorre la stradina che conduce al cimitero, dalla direzione opposta arriva Gesù con i discepoli e una grande folla festosa. Sembra quasi di assistere a una collissione tra la morte e la vita, tra il dolore e la speranza, tra le tenebre e la luce. Da una parte l'uomo sconfitto e impotente, dall'altro, l'uomo felice e pieno di speranze.
Proviamo ad immaginare la folla con Gesù... Poco prima c'era stato un miracolo, ed esattamente la guarigione del servo del centurione romano, è normale dunque pensare che i seguaci di Gesù fossero gioiosi e fervorosi come in un corteo di nozze per le stradine di un paese... amici e parenti sorridenti e gli sposi pieni di speranze per l'inizio della loro vita d'amore... e poi immaginiamo il corteo funebre... amici e parenti che piangono la scomparsa di un loro caro, con una mamma, per giunta vedova, che si trova a vivere una situazione drammatica: la perdita della sua unica consolazione; tutto è finito e lei non può fare più niente per suo figlio... E' normale che la folla festosa si sia sentita in imbarazzo, mentre il corteo funebre sia stato infastidito da un corteo gioioso.
Ecco allora alcune riflessioni che possiamo fare considerando i due gruppi di persone: è come se Gesù ci dicesse che chi si trova in una posizione favorevole, chi si trova a non avere problemi economici, chi si trova in ottima salute, chi nella vita è felice perché tutto gli va nel verso giusto... deve avere compassione di chi invece nella vita è stato meno fortunato. Chi ha avuto molto dalla vita, lo ha avuto soprattutto per la grande misericordia di Dio, dovrebbe allora evitare di sbandierare la propria gioia quando incontra persone che soffrono, ma dovrebbe averne compassione proprio come l'ha avuta Gesù... "Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!»".
Invece, succede molto spesso che nei momenti di sofferenza gli amici cambiano strada, ti “mollano” perché non sanno cosa dire... eppure basterebbe una sola parola: «Non piangere!», ma per dirla bisognerebbe avere un cuore che assomiglia a quello di Gesù... Ecco perché bisogna porre tutta la nostra fiducia solo in Gesù, Lui ci sta veramente accanto ogni momento, mentre gli uomini spesso deludono e sono poco affidabili; e neanche su noi stessi conviene fare affidamento, perché allora naufragheremmo del tutto. Conviene invece disporsi ad accettare le tribolazioni per amore di Gesù. Solo così potremo un giorno vedere il volto di Dio e godere la Sua presenza per tutta l'Eternità!... Perché, come dice San Giovanni nel libro dell'Apocalisse: Al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio” (Ap 2 , 7).
Il più delle volte però, nei momenti di dolore le parole umane non servono a niente... c'è bisogno di "Gesù che passa”... c'è bisogno che Gesù si manifesti... «Dio ha visitato il suo popolo» e vuole dire anche a noi: “Non piangere”! 

Quella Croce è la tua Croce: quella d'ogni giorno



Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
(Lettera di San Paolo ai Filippesi, 2,6-11)

Intorno al 320 d. C, l'imperatrice Elena di Costantinopoli trovò la Vera Croce, la croce su cui morì Nostro Signore Gesù Cristo. Molti anni dopo, nel 614, il re Cosroe II di Persia invase e conquistò Gerusalemme e portò via la Croce. Ma nel 628 l'imperatore Eraclio la recuperò e la portò di nuovo a Gerusalemme, il 14 settembre di quello stesso anno. La Croce fu portata attraverso la città dall'imperatore in persona. Da allora questo giorno è incluso nel calendario liturgico come festa dell'Esaltazione della Croce.

Nel celebrare la festa dell'Esaltazione della Santa Croce, supplicasti il Signore, con tutte le fibre dell'anima, di concederti la sua grazia per “esaltare” la Croce Santa nelle tue facoltà e nei tuoi sensi... Una vita nuova! Un sigillo: per dare solidità all'autenticità del tuo messaggio..., tutto il tuo essere sulla Croce!
Vedremo, vedremo.
(Forgia, 517)

Segno di vittoria
Nell'ambiente c'è una specie di paura della Croce, della Croce del Signore. Il fatto è che hanno incominciato a chiamare croci tutte le cose sgradevoli che accadono nella vita, e non sanno sopportarle con senso di figli di Dio, con visione soprannaturale. Tolgono persino le croci piantate dai nostri avi lungo le strade!
Nella Passione, la Croce ha cessato di essere simbolo di castigo, per divenire segno di vittoria. La Croce è l'emblema del Redentore: in quo est salus, vita et resurrectio nostra: lì è la nostra salvezza, la nostra vita, la nostra risurrezione.
(Via Crucis, II stazione, 5) 

giovedì 8 settembre 2016

La Nascita della Madonna



Molti secoli erano passati da quando Dio, nei primi tempi del Paradiso, aveva promesso ai nostri progenitori l'arrivo del Messia. Centinaia di anni, durante i quali la speranza del popolo di Israele, depositario della promessa divina, era concentrata su una vergine della stirpe di Davide, che concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Is 7, 14), che significa Dio con noi. Generazione dopo generazione, i pii israeliti aspettavano la nascita della Madre del Messia, colei che deve partorire, come spiegava Michea tenendo conto della profezia di Isaia (cfr. Mic 5, 2).
Al ritorno dall'esilio di Babilonia, l'aspettativa messianica si era fatta più intensa in Israele. Un'ondata emotiva attraversava quelle terre negli anni immediatamente precedenti all'era cristiana. Molte antiche profezie sembravano puntare verso questa direzione: uomini e donne aspettavano con ansia l'arrivo del Desiderato dalle nazioni.
A uno di essi, l'anziano Simeone, lo Spirito Santo aveva rivelato che non sarebbe morto prima che i suoi occhi avessero veduto la realizzazione della promessa (cfr. Lc 2, 26).
Anna, una vedova avanti negli anni, supplicava con digiuni e preghiere la redenzione di Israele. Entrambi godettero dell'immenso privilegio di vedere e di prendere fra le braccia Gesù bambino (cfr. Lc 2, 25-38).
Anche nel mondo pagano - come affermano alcuni racconti dell'antica Roma - non mancavano i segnali che qualcosa di molto grande stava per accadere.
La stessa pax romana, la pace universale proclamata dall'imperatore Ottaviano Augusto pochi anni prima della nascita di Nostro Signore, era un presagio che l'autentico Principe della pace stava per venire sulla terra.

LA PREGHIERA...




1. Che cos'è l'orazione?
L'orazione è una elevazione della mente a Dio per adorarlo, per ringraziarlo, e per domandargli quello che ci abbisogna.
2. Come si distingue l'orazione?
L'orazione si distingue in mentale e vocale. L'orazione mentale è quella che si fa con la sola mente; l'orazione vocale è quella che si fa con le parole accompagnate dall'attenzione della mente e dalla devozione del cuore.
3. Si può distinguere in altro modo l'orazione?
L'orazione si può anche distinguere in privata e pubblica.
4. Qual è l'orazione privata?
L'orazione privata è quella che ciascuno fa in particolare per sé o per altri.
5. Qual è l'orazione pubblica?
L'orazione pubblica è quella che si fa dai sacri ministri, a nome della Chiesa, e per la salvezza del popolo fedele. Si può chiamar pubblica anche l'orazione fatta in comune e pubblicamente dai fedeli, come nelle processioni, nei pellegrinaggi e nel sacro tempio.
6. Abbiamo speranza fondata di ottenere per mezzo dell'orazione gli aiuti e le grazie di cui abbiamo bisogno?
La speranza di ottenere da Dio le grazie di cui abbiamo bisogno è fondata nelle promesse di Dio onnipotente, misericordioso e fedelissimo, e nei meriti di Gesù Cristo.
7. In nome di chi dobbiamo domandare a Dio le grazie che ci sono necessarie?
Noi dobbiamo domandare a Dio le grazie che ci sono necessarie in nome di Gesù Cristo, come Egli stesso ci ha insegnato e come pratica la Chiesa la quale termina sempre le sue preghiere con queste parole: per Dominum nostrum Iesum Christum, cioè: per nostro Signore Gesù Cristo.
8. Perché dobbiamo domandare a Dio le grazie in nome di Gesù Cristo?
Noi dobbiamo domandare le grazie in nome di Gesù Cristo, perché essendo Egli il nostro mediatore, solo per mezzo di lui noi possiamo avvicinarci al trono di Dio.
9. Se l'orazione ha tanta virtù, che vuol dire che molte volte non sono esaudite le nostre preghiere?
Molte volte le nostre preghiere non sono esaudite, o perché domandiamo cose che non convengono alla nostra salvezza eterna, o perché non preghiamo come si deve.
10. Quali sono le cose che dobbiamo principalmente domandare a Dio?
Dobbiamo principalmente domandare a Dio la sua gloria, la nostra salvezza eterna e i mezzi per conseguirla.
11. Non è lecito domandare anche beni temporali?
Sì, è lecito domandare a Dio anche i beni temporali, ma sempre con la condizione che siano conformi alla sua santissima volontà, e non siano d'impedimento alla nostra salvezza eterna.
12. Se Dio sa tutto ciò che ci è necessario, perché si deve pregare?
Sebbene Dio sappia tutto ciò che ci è necessario, pure vuole che noi lo preghiamo, per riconoscerlo come datore di ogni bene, per attestargli la nostra umile sommissione e per meritarci i suoi favori.
13. Qual è la prima e migliore disposizione per rendere efficaci le nostre preghiere?
La prima e migliore disposizione per rendere efficaci le nostre preghiere è di essere in stato di grazia, o non essendovi, almeno desiderare di rimettersi in tale stato.
14. Quali altre disposizioni si richiedono per ben pregare?
Per ben pregare si richiedono specialmente il raccoglimento, l'umiltà, la fiducia, la perseveranza e la rassegnazione.
15. Che cosa vuol dire pregare con raccoglimento?
Vuol dire pensare che parliamo con Dio, e perciò dobbiamo pregare con tutto il rispetto e la devozione, evitando per quanto è possibile le distrazioni, cioè ogni pensiero estraneo all'orazione.
16. Le distrazioni diminuiscono il merito dell'orazione?
Sì, quando noi stessi le procuriamo, ovvero non le respingiamo con diligenza. Se poi facciamo quanto è possibile per essere raccolti in Dio, allora le distrazioni non diminuiscono il merito della nostra orazione, ma anzi lo possono accrescere.
17. Che cosa si richiede per fare orazione con raccoglimento?
Dobbiamo prima della preghiera allontanare tutte le occasioni di distrazione, e dobbiamo durante la preghiera pensare che siamo alla presenza di Dio il quale ci vede e ci ascolta.
18. Che cosa vuol dire pregare con umiltà?
Vuol dire riconoscere sinceramente la propria indegnità, impotenza e miseria, accompagnando la preghiera con la compostezza del corpo.
19. Che cosa vuol dire pregare con fiducia?
Vuol dire che dobbiamo avere ferma speranza di essere esauditi, se da ciò deriva la gloria di Dio e il nostro vero bene.
20. Che cosa vuol dire pregare con perseveranza?
Vuol dire che non dobbiamo stancarci di pregare, se Dio subito non ci esaudisce, ma che dobbiamo seguitare anzi a pregare con più fervore.
21. Che cosa vuol dire pregare con rassegnazione?
Vuol dire che dobbiamo conformarci al volere di Dio, il quale conosce meglio di noi quanto è necessario alla nostra salvezza eterna, pur anche nel caso in cui le nostre preghiere non fossero esaudite.
22. Dio esaudisce sempre le orazioni ben fatte?
Sì, Dio esaudisce sempre le orazioni ben fatte; ma nella maniera che egli sa essere più utile per la nostra salvezza eterna, e non sempre secondo la nostra volontà.
23. Quali effetti produce in noi l'orazione?
L'orazione ci fa riconoscere la nostra dipendenza da Dio supremo Signore in tutte le cose, ci fa pensare alle cose celesti, ci fa progredire nella virtù, ci ottiene da Dio misericordia, ci fortifica contro le tentazioni, ci conforta nelle tribolazioni, ci aiuta nei nostri bisogni, e ci ottiene la grazia della perseveranza finale.
24. Quand'è che noi dobbiamo specialmente pregare?
Noi dobbiamo pregare specialmente nei pericoli, nelle tentazioni e in punto di morte; inoltre dobbiamo pregare frequentemente, ed è bene che ciò si faccia la mattina e la sera e al principio delle azioni importanti della giornata.
25. Per chi dobbiamo pregare?
Dobbiamo pregare per tutti; cioè per noi stessi, per i nostri parenti, superiori, benefattori, amici e nemici; per la conversione dei poveri peccatori, di quelli che sono fuori della vera Chiesa, e per le anime sante del purgatorio.

mercoledì 7 settembre 2016

EUGENIA PICCO (1867 — 1921) SUORA PROFESSA DELLA CONGREGAZIONE DELLE PICCOLE FIGLIE DEI SACRI CUORI DI GESÙ E MARIA - Beatificazione: 7 ottobre 2001 - Festa: 7 settembre



EUGENIA MARIA ANGELA PICCO nacque a Crescenzago (Milano), 1'8 novembre 1867, da Giuseppe Picco e Adelaide Del Corno. Al battesimo, 10 novembre seguente, le vennero dati i nomi di Eugenia Maria Angela. Il padre fu un valido musicista de «La Scala» di Milano. Era cieco e un ricercato suonatore di tibia nei più celebri teatri italiani ed esteri. La madre era una donna mondana, che non amava il marito, ma amava il denaro, il successo e i viaggi. Eugenia fu perciò affidata ai nonni. Il 9 giugno 1876 ricevette la Cresima e a dodici anni fece la Prima Comunione.

I genitori la incontravano solo nelle brevi soste che si concedevano tra una tournee e l'altra, fino a quando un giorno la madre tornò sola, senza il marito, facendo credere che fosse morto. In realtà egli si era unito ad un'altra donna dopo essere stato abbandonato da Adelaide e se n'era andato in America. Eugenia non avrebbe saputo più nulla di lui. Da quel momento la madre costrinse la figlia ad andare ad abitare con lei e con il suo convivente, dal quale, in seguito, avrebbe avuto altri due figli. Eugenia cresceva così in un ambiente irreligioso e moralmente guasto, dovendo fare i conti con i desideri mondani della madre che la voleva cantante di successo e con il convivente della madre che la molestava e infastidiva spesso. «Pericoli ed occasioni in casa e fuori » dirà Eugenia ricordando quei tribolati anni e quella «istintiva » forza di pregare nel silenzio dell'austera basilica di Sant'Ambrogio di Milano, dove ogni giorno si recava ad invocare Dio di liberarla dall'amarezza e dall'oppressione.
Fu una sera del maggio 1886, come Eugenia stessa raccontò nel suo diario che tenne per ordine del suo direttore spirituale, « ritiratasi la famiglia per il riposo, dopo una scena di quelle calunnie, sola, affranta, nella disperazione del mio stato, mi buttai in ginocchio invocando aiuto ad un quadro appeso sopra il letto.

martedì 6 settembre 2016

Beato fra Andrea Bessette - Tema: Giuseppologia - Vita ordinaria - Miracoli



«Sprovvisto di tutto, tranne di una grande fiducia in Dio»: così Papa Giovanni Paolo II riassumeva il ritratto morale di fra Andrea Bessette, in occasione della di lui beatificazione, il 23 maggio 1982. Il Santo Padre aggiungeva: «Dio si è compiaciuto di dotare di un'attrattiva e di un potere meraviglioso quest'uomo semplice, che aveva conosciuto la sventura di essere orfano con i suoi dieci fratelli e sorelle, che era rimasto senza denaro, senza istruzione, con una salute mediocre... Non stupisce che si sia sentito vicinissimo a san Giuseppe, lavoratore povero ed esule, tanto intimo con il Salvatore... Ricorrendo a san Giuseppe, ed anche davanti al Santissimo, praticava lui stesso, a lungo e fervidamente, in nome degli ammalati, la preghiera che insegnava loro».
Alfredo Bessette nasce il 9 agosto 1845 a Saint-Grégoire d'Iberville, vicino a Montreal (Canada). Bambino gracile, sopravvive grazie alle cure della madre. I suoi genitori sono persone molto semplici, sprovvisti di beni terreni ma ricchi di virtù. Il Sig. Bessette, falegname, è un lavoratore accanito. Ahimè, muore ben presto, schiacciato dall'albero che stava abbattendo, e lascia una vedova con dieci figli, che vivono in una capanna di legno di circa 7 metri per 5. La Signora Bessette, prostrata di primo acchito, tuttavia non si scoraggia; sostenuta dai fratelli e dalle sorelle, si consacra all'educazione dei figli. L'anima di Alfredo sboccia al contatto di una madre tanto affettuosa e generosa, che parla di Gesù, di Maria e di Giuseppe, con tanta dolcezza e tanta fede. Ma il bambino ha soltanto dodici anni quando la mamma, spossata dalle veglie e dalla stanchezza, minata dalla tubercolosi, si spegne a sua volta. Alfredo è accolto dagli zii Nadeau, che lo considereranno ben presto come il loro proprio figlio. Dimostra loro la sua riconoscenza attraverso un atteggiamento ubbidiente e generoso. Il curato del luogo, don Provençal, nota la purezza dei suoi sentimenti e la sua carità poco comune; prendendolo particolarmente a benvolere, lo prepara accuratamente alla prima Comunione, insegnandogli ad invocare san Giuseppe, patrono del Canada.

"Vita di fede" - Tratto da “Amici di Dio” di San Josemaría Escrivá




Si sente dire, ogni tanto, che oggi i miracoli sono meno frequenti. Non sarà invece che oggi sono meno le anime che vivono vita di fede? Dio non può non mantenere la sua promessa: Chiedimi, e io ti darò le genti in eredità, e in dominio i confini della terra (Sal 2, 8). Il nostro Dio è la Verità, il fondamento di tutto quello che esiste: nulla si compie senza il suo volere onnipotente. Come era nel principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli (Gloria al Padre).
Il Signore non cambia: non ha bisogno di muoversi e correre dietro a cose che non possieda; Egli ha in sé tutto il movimento, tutta la bellezza, tutta la grandezza. Oggi come ieri. I cieli si dissolvono come fumo, la terra si logora come una veste... Ma la mia salvezza rimarrà in eterno, la mia giustizia non tramonterà (Is 51, 6).
Dio ha stabilito in Gesù Cristo una nuova ed eterna alleanza con gli uomini. Ha posto la sua onnipotenza al servizio della nostra salvezza. Se noi, sue creature, dubitiamo, se trepidiamo per mancanza di fede, dobbiamo riascoltare quello che Isaia annunciava nel nome del Signore: È forse la mia mano troppo corta per redimere oppure io non ho la forza per liberare? Ecco, con una minaccia prosciugo il mare, rendo i fiumi un deserto fino a far perire i loro pesci per mancanza d'acqua, e morire di sete gli altri loro esseri viventi. Rivesto i cieli a lutto, do loro un sacco per manto (Is 50, 2-3).